L’ ARTE
O E T I C A
DEL SIGNOR.
ANTONIO
Al I N T U R N O .
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ALL’ ILLUSTRISS. ED ECCELLENTISS.
SIGNORE
IL SIGNOR
D. FRANCESCO
MARIA CARAFA ,
Principe di 'Belvedere , Mar chef e
(P Anzi ,• &c.
A Voftra EccellcntifTima Cafa_j,
che tra le prime del Regno di
Napoli e per antichiirima Nobil-
tà, e per grandiflime dovizie, ha
fenza verun dubbio il primo luogo,
benacconciamente poflbdire, che
celebre fia in tutta la Italia , e nella Europa . Nc
mi fembra fuor di ragione, che ’n quella Città,
. a ove
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ave più da predo vedefi la chiarezza del fuo
fplendore , fia ella con varie ed onorevoli divi-
de da tutte le altre diftinta: e che le penne de’
I.ctrerati Uomini , i quali più che altrove fio-
rifcono in quella medcfima Città , feconda ma- >
drc delle fcienzie ; e nella Voftra Eccellentiiri-
ma Cafa , produttrice di prodilTimi e favilTimi
Cavalieri , vengono più che in qualunque coru*
fomma dima ed amorevolezza accolti , la ren-
dano via più ragguardevole . Ma io , fe bene_.
il chiarore della Vodra Nobiltà, l’ampiezza del-
le podcirioni , la multiplicità de’ Titoli , e gli
aggi veramente fignorili fvegliano in me idea_j
di venerazione , e di olTequio , nientedimeno
non tanto fon modo a confiderare la grandez-
za Vodra da quelli beni , che afdi fuori fola-
mente pedono adornarvi, quanto dalle propie_*
Virtudi, che apprefe fin dagli anni teneri lotto
la difciplina di cruditidìmi Maeltri , tuttavia-,
dalla Ecc. V. con grande indudria , e incedante
dudio fi coltivano, ed aumentano .^Quedo fre-
gio adunque sì vago , e sì leggiadro delle Vir-
tudi , che io nella E. V. a meraviglia feerno, .
mi fa fpecie maggiore , che qualfifia : poiché il
V-odro animo adornando , e dandogli quel lu-
dro, che le doti ederiori dar non podbnogiam- >
mai, rende la perfona Vodra fopra ogni crede-
re gloriofa a tutto ’l Mondo , e innalza il Vo-
dro
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(Irò Nome lafsìi , dove le Stelle i raggi loro
sfavillano , e dove gli Uomini virtuofi dalla Fa-
ma nel numero degl’ immortali fono aferitti.
Non fia però ciò da me detto , perchè voglia
qui la Voilra loda recarvi dinanzi agli occhi:
mercechc nè cura 1’ E. V. della loda altrui , nè ^
polfibil cofa è , che , ancorché mio meftiere fia
il darvela , polTa giugnere agevolmente al do-
■ vuto fegno . Il dico bensì , per dimoftrarvi la_,
vera cagione , che m’ha indotto a prefentarvi
la nuova edizione della Poetica Tofeana di An-'
tonio Minturno , ed a confecrare a Voi Eccel-
lenrilfimo Principe la eccellentilTima, Opera di
quello Autore . Ella certamente è degna di
comparire alla Voilra prefenza, e di venire nel-
le Vollre mani , sì perchè comimcmente ,'fin_,
dalla fua prima ufeita alla luce , fempre è Hata
in grandilììma riputazione tenuta , sì anche per-
chè fi fa innanzi alla E. V. col fuo Autore llef-
fo in comitiva di Vefpaftano Gonzaga , Angelo
Coflanzo , Bernardino Rota , e Ferrante Carafa ,
Uomini di rare qualità , e letteratura , co’ qua-
li egli , dimellicamentc favellando , intefsè i
quattro ragionamenti cotanto rinomati della_, |
Tofeana Poella . Spero , mercè la fomma gen- -i
tilezza Voilra , che quella mia offerta niente_. <
meno , che gradita fu dalla DottilTima , ed Or-
natillìma Accademia Laria della Città di Co-
a 2 mo ,
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mo , a cui dedicò la’fua erudita fatica l’Autore
ancor vivente , farà gradita dàlia, E. V. , che^
nel petto un’ Accademia' intera di Yirtudi rac-
chiude ; € fi compiacerà , che quell’ opera cotan-
to difiderata , ed agli Studiofi della poetica fa-
cilità fommamente neccflaria , di nuovo fi dia
al pubblico ufo coll’ abbellimento del Voftro No-
me , da cui tanto luftro riceve , quanto i Piane-
ti dal Sole . Intrattanto auguro alla E.V. lunghif-
fima , e feliciflìma Vita , per profeguire mai Tem-
pre la cultura delle Virtudi , c tenere lotto il
Vollro patrocinio le perfone Virtuofe ; e fpezial-
mente coloro , che alle alte cime di Parnafo
con l’ale dello ’ngegno fublimanfi . Onde fen-
za più , rello , tributandovi tutto il mio offcquio,
Napoli 6. Marzo 1725*
Di V. É.
Vniilifs- Divetifs. cd Obhligatìfs. Servidore
Lionardo de Turris .
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Alla Dottifsima , ed Ornatifsima Accademia
Laria della Città di Como
IL MINTURNO
Vefeovo d’Ugento.
0 ho fempre filmato^ Signori miei onoratijjvni j la
Foe/ìa non pur ejfer di tutte Le feienzie reina , ma
lor madre ancora i e le Mufe non folameute di tut-^
te farti eccellenti inventrici f ma eziandio govcr-
natrici di tutte le. cofe . Il che di chiaramente mo-
firare mt fiudierei j.s'io nonfcrivejjì a veliche , come in ogni fa-
tuità, degna d' animi gentili ^ e nati alla notizia di tutte le cofe
’cn orate y dottijjimi , tjuefia verità meglio di me fapete l percioc-
ché la Voefia , com' è cofu divina , così è certamente arte d'iddioy
con la qual' egli-non pur tutto creo , onde grecamente Poeta,
cioè y Fattore è chiamato ; ma infognò ancora , come le>cofe divi-
ne in voce fpiegar fi dove fero . Di che fanno tefiimonianza le
fritture de’ primi Teologi , tanto appo gli Ebrei y quanto appo
V altre genti y a tutti coloro y che leggono i libri di Mosè y e de’
profeti y e d’Orfeo , e di "Lino , e di Mercurio , e di Omero , e de’
pitagorici ; ne’ quali i mirabili fogni delle cofe y e i grandijjimi
prodigi y e le figure y e i modi del dire nafeondono il vero , come
la vaga feorza negli alberi la midolla . Che diremo del fantijjimo
f falutevolijjmo Vangelo ? Non è egli pieno di quelle narrazioniy
che da' Vangelifii parabole , perciocché contengono comparazioni
e fimilitudmi , fi chiamano ; e inchiudono divini mìfierj , e fegre-
ti tneravigltofi ? Nè , perchè tutto ciò fi nuovi fritto in profa »
■ ‘ ' .è d»
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è da dire , c^e no» fi debba attrìhuìrt alla Tee/ìa .* comìoffìacafachi
non il verfo faccia Poeta lo fcrittore ; ma il fingere ^ e ‘l dare alla
materia , che fi tratta , quella forma , che alla Poefia fi richiede .
Di che y.mi rimembra y (Jferfi lungamente ragionato nel f rimo di
quei fei' libri ,• eh’ io fcrijj'i latinamente del Poeta . E le Mufe
glittole di Giove y e di numero nove , che altro fignificano y che i
nove cori degli [piriti Qelefii , che e cantano le lode d’iddio y e [gi-
rano a' mortali la notizia delle co[e ; come quelli , per li quali
Iddio in[egnb agli Vomini le [cienzie , e Parti ; e diede la legge ?
e le nove Intelligenze delle nove [pere del Cielo y che muovono ,
e reggon tutto , e infondono le [emenze di tutte le cofe ; e , come
dicono i Platonici y informano Vanirne , non fono elle ftefie ? Laon-
de niuna eccellenza di cofe y niuno ornamento , ni una perfezio-
ne ha il mondo , di che noit fia egli tenuto alle Mufe , ed alla
Poefia y benché egli y come cieco e ingrato y nè il debito conofea y
nè di render grazie debitore [e ne tenga , nè fi imi miraeoi grande
il far nafer fiume d'Elicona ; ma vanità , e fiudio indegno di
trattar cofe grandi y e di confeguir grandezze i perciocché none
pieno d' ambizione , nè va dietro agli onori , nè vifita i palazzi,
nè fa compagnia a’ grandi , quando efeon di cafa y nè quando a
cafa tornano y nè fi diletta d’udir novelle y nè di dirne , nè d’al-
trui biafimare , nè di notare gli altrui leggieri difetti y ed effer'
Argo in quelli y là dove è cieco più d’Edipo ne’fuoi di maggior
momento i ma contento del picciolo [no fiato y fi fia rimoto dal
vulgo f e f e ne va folo y e [pende il tempo in rendere il debito a
Dio y e in apparare da’ libri y e in ifcrivere quel y che fia degno
d’effer lodato : oltre a ciò del difpregio delle Mufe è cagione ,
perciocché il mondo veggendo la Poefia in potere degl’ ignoranti,
i quali come hanno mandata fuori della bocca y per non so qual
'vena lor naturale y unafianzamalcompoftay e ignuda degli or-
namenti dell’ arte , fi credono aver bevuto tutto il fonte del ca-
fvalloy e in man di tali y che di cafiijjima Vergine l'hanno fatta
putta sfacciata , e beffarda , e lafciva : mifura il valor di quella
• con la dapocaggine di quefii , Voneftà con la sfacciataggine , la de-
'gnità col vituperio . Non è quefia laPeefia , della quale io r<i-
gio^
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N
gfofto ; tra qutfia , che 7 mondo chiama Voejìa , e cjuella e
•ueramentc la differenza , che è tra l'uomo vero , f 7 pinto . Anzi
è' più quejia da quella differente : perciocché la pittura affernhra
la verità , quanto puh l'arte la natura imitare ; ma il vano e im-
pudico favoUpgiare y nè di fuori , nè dentro > nè in parole , nè
in fentenze famiglia il vero : e in queflo il vero Poeta riceve in-
giuria dal mondo , che attrihiiifce il fuo nome a quel , che no 7
merita . Ben conobbe l'antichità , quanto la Poejia vale y e puh ;
tome dimofrano gli onori ye i pregi , eh' ella ne ricevette . Nr pu-
re i Re y e le Repubbliche fommamente l'onorarono } ma ezian-
dio i Fil'fof y l'occhio de' quali è fuperbijfimo y ed ama tanto fe
ffejfo y che non degna mirare altrui , confermano i loro detti con
l'autorità di lei . Fiorì ella gran tempo nella Grecia ; f penti poi
quelli divini 'ngegni , fuggendo le tempefte delle di/cordie de'Grc*
ci y dalle quali quella nobilijjtma parte del mondo sì fpeffofu bat-
tuta y che alfine fe grandijj mo naufragio y fe ne venne in Ita-
lia y ove lungo tempo fplendidamtnte viffe. Dappoi per le rovine
di lei da' Barbari non una volta occupata y e djjlrutta y molti fc-
coli fi fiette fepolta nelle librarie con la memoria di quelli , che
fatta l'aveano fiorire y e vivere magnificamente . Ne' tempi poi
di Dante , e del Petrarca fi defih , e ricomincio ad apparire ; e sì
bella fi mofirh , che le pxrea aver ricoverate l'antìche bellezze ,
nè punto cedeva a fe fieffa di quei fecali antipajfati : sì lafeppero
quei due Spiriti eccellentifiìmi adornare . Nè fette guari di tem-
po y che fi nafcoje ; nè fi lafciava rivedere y come fe dormijfe .
Aia y poiché nell' età del gran Pantano y che fu veramente un So-
le luminofijjimo della lingua latina , così nella fciolta , come nel-
la rijiretta compofizione delle parole ; e di quei due chiarifimi
lumi df dottrina e d'eloquenza y Azzio Sincero , e Pietro Bem-
bo y fifveglih y e riprefe i fuoi ornamenti y e leggiadra ricomin-
cih per ogni parte a mofirarfi : da indi in quà è venuta di dì in di
nella leggiadria , e nella antica gravità , avanzando per la
vertù delle Accademie y che in molte nobtlijjime Ctttà d'Italia a
tenere da uomini dottiffìmi ed eloquentiffimi fi cominciarono j e
tutto dì perfeverano sì , ch'ella par , che fiia ficura di non avere
ad
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ad ejfer cacciata fuòri del fino di lei , o d'avfrcl pUfi almeno a
vivere y e fiorire lungamente . Di quejlc Accademie la prima ,
odo y che nacque in Napoli nel filicijjimo p^rembo della Sirena ;
della quale fu padre il fontano y e in cui fi nndri e crebbe il Sin-
cero ; e quelli rari 'ngegni , che ragionarono dello ftudio delle
Al ufi y e dell' arte Poetica in Mergillina y come troverete nell'
opera mia< latina del Poeta. Idaltra fu quella y che r ac col fi in
Pirenze la fplendidijjima magnificenza y e la fornma liberalità di
Lorenzo de' Medici , nel cut fino trovo aver vijfo , e fiorito mol-
ti uomini in diverfe fatuità fingolari ma fpecialmente quelle
tre Fenici , il Mirandola , il Ficino y e 'I Poliziano . La ter-
za fiori nella illufirijjìma , ed ornati(fma c/ifa dell' Eccellenza,
del Duca d’Vrbino y celebrata dal Bembo , e dal (^ifiigliene ;
ove par , che fi ragionaffi più , che fi firivejfe . lai quarta ebbe
origine in Siena y nella quale e fi ragiono , e fi fi riffe molto ec-
cellentemente : perciocché la fondarono i più pregiati fcrittori di
quei tempi , il Bembo , e 7 Tolomeo , ed altri di grido grandfi
fimo ; tra' quali , credo , che f offe ancora il gran Giovio y non
pur di Como , ma del nome Latino nuovo fplendore ; il qual' ha
egli SI nello firiver delle Storie illufirato y che in quello file fa
invidia l'età nofira all' antica , B veramente y comefuron felici
i principi di lei y fi cosi fojfero fiati i progreffx , avrebbe fatta
perfetta quella luce y la qual' ella cominciò a dare allaTofcana
favella . Ma interrotta non una volta dalle difiordie civili y e
dalle guerrcy e al fine fpentay delle reliquie di lei quafi della cene-
re della Fenice fi rinnovò in diverfe parti d'Italia non men bellcty
chf prima , e fpccialmente in Lombardia ; ove , come che in mol-
te Città fiorifia y meravigliofamente in cotefia voflra Città ri-
fplende per li chiari lumi di tanti y e ss rari intelletti veramen-
te celefli . De' quali fono per nome a mia notizia venuti , il Si-
gnor Alejfandro Giovio tidn minor lume così dell' arte dalppo-
crate trovata , .r da Galeno illuminata , in ajute della infirma
natura de' mortali y come della dottrina di Platone y e d' Artfio-
tele y che quel fuo gran zio a tempi nofiri padre della Storia ; e
7 Signor Benedetto Volpi , che la Filofifia , e tutte le buone let-
tere
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'ikre tlluftrti ; e 'I Signor CavalUr XjtìgiJiaimefjdi , il cut taire-
bile ì»zegno dir veramente pojjiamo fertiliffimo campo di con.pojì-
t:,ioni , tanto in profe , quanto in verfi ; e ’/ Signor F rance/co
Torta si fcienz,iato > che da tutti è riputato ricetto di varie fcien-
xÀe J e tale , che veramente da' Greci fi direbbe Polyhiftor ; e
si giudiciofb y che 7 perfetto giudicio , eh' è sì raro al mondo ,
in lui fi vede . Fa verrà di colloro y e di tutti gli altri , i quali
odo ejfer degnijjìnri d'egni laude y fa y che Como Città per fe , e
per la fama del grandi (fimo ed amenijjtmo Lario y chela bagnay
già chiara y non fi tenga di loro men lieta e felice , che dell’ uno
e dell' altro Vlinio y e di Cectlio Poeta y e di quel gran Gtovio y
che pur dianz.i gloria le accrebbe \ ed acquifia alla Poefta quella
perfezione y che farà ciafeun confeffare y in lei più non poterfi defi-
derare . D/ che io non po(fo a baftanza rallegrarmi con le Mnfe y
le quali ho fempre amato y ed amo con tutto tl mìo cuore , come~
loro fedel fervo ; il qualcy credo y che veduto abbiate aver loro
fervito y non quanto elle mentano , ma quanto è il. mio potere ,
nelle rime , e nelle profe , che giovane effendi) fcrif i in qtiefita
comune lingua , la qual' altri Italiana y altri Corteggiana chia-
mano y altri T pfeana ; e nelle Canzoni da me fatte fopra i Sal-
mi y e ne' Sonetti tolti dalla Scrittura y e da' detti de' Santi Pa-
dri y come convenia a quefia età mia più grave , ed all’ ordine
Tefcovile , al quale altra i mer iti miei fiato io fono chiamato ;
e ne' verfi Eroici in giufio volume raccolti J e ne' fei libri latini
del Poeta , ne' quali confumai preffo a 20. anni , e tutto il mi-
gliore degli anni mìei y per mantfeftare quei precetti diferivere
poeticamente y che i padri delle Greche y e delle Romane Mufe
fervarono ; e mofirarono , come fi debbano fervare y ficome era-
no fiati ragionati in Mergilltna ; e fpero y che fra pochi di il
vederete in quattro libri della Tofana Poefiia , ne' quali com-
prefi quei ragionamenti , che fe ne fecero appo l'illufiriffmo , e
valorofijfimo Signore Vefpafiano Gonzaga , tl quale non folamen-
te Ciggiugne lume alla gloria de' fuoi chiariffimi per vertà , e per
fama , e per antica chiarezza di fangue y predecejfori j ma illu-
fira la milizia y nella quale molti fegni gloriofi ha dato del fuo
b va-
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Viilote y e rìfchiara le h/oxe lettere , e le fetenzie y eia ’B'tlofofui
CJ3ÌÌ l'eccellenza del fio raro ingegno y e con la fatica del fuo
lungo f lidio y fenza la quale a ninna laude fi perviene • ^efti
finita quella guerra , la qual' ebbe Faolo ^fgarto di felice memth
ria con l'Eccellenza del Duca d'Albà allora Vecerè di Napoli ,
con molto danno così del liegno Napoletano , come dello flato del-
la Chic fa y avendo egli de poflo il carico militare y il quale aveu
con grandijjana fua lande foflenuto in eff'er Qìpitan generale del-
la fanteria Italiana y fe ne torno in Napoli , ove era l'ìllufirif-
jhna Signora ì fabella Colonna Frincipejfa di Sulmone fua madre y
nelmcfe d'Ottohre > nell' anno della ncflra flint e 1557. e per ri-
creare l'animo da' lunghi a fanni della milizia travagliato y fe
n'ando diportando in quella dilettevolijjima y e di giardtni e di
palazzi ornatijjìma piaggia , la quale c veramente l’occhio delle
Napoletane dilicatezze . Qmv to per far' il debito mio verfo
quel Signore , appo il quale fon io già molti anni fritto nel nu-
mero de' fcrvidori , effondo ito a rallegrarmi del fuo felice ritor-
no y vi trovai dalla medefima cagione condotti , che me vi con-
duffe y tre nobilijjlmi amici delle Mufe , quafi tre leggiadrijjmi
Cigni nelle rive di Seheto nati , e nudriti y il Signor Ferrante >
Carafi Marchefe di Santo Lucido , il Signor' Angelo Cofianzo y e
H Signor Bernardino Rota } i quali quanto fieno eccellenti nella
PoeJ/a y r opere loro , nelle quali rifplendono molti lumi d'eloquen-
za y e fi veggon altifpiriti di fentenziofi intendimenti y ejprejji
con molta leggiadria y chiaramente il moftrano . ffipefii dopo quei
principi y che fi fogltono tenere nel far riverenza y e nel falutarcy
e dopo alcuni ragionari y vennero a parlare di quegli fiudjy i
quali fopra ruttigli altri loro dilettano . Ijionde tl Signor Vefpa-
fitano s'indujfe a dimandarmi del Poeta , il quale io avea in Itn-
gua latina formato ; ed a defide rare y che altresì in quefia nofira
fi formajfe j e fu cagione , che di ciò , lungamente , e diftintamen-
te di tutte le parti della Poetica facultà y la qual' tifiamo in quefia
noflra favella , ciaf un di loro meco ragionaffe . 1 quali ragiona-
menti avendo io raccolto in quattro libri y quando da' comanda-
menti di N. Signore Pio IV. creato da Dio a rifiorare la Santa
Chic-
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Chìefii y ed A ridurLi nella frìmtera fui degnila , ed a ricH^er ti-
re , quanto s'è della Gri/ìiana greggia perduto , fui coftretto di
venire in quefla Città al Concilio j gli lafciai in Napoli in potere
di M. Domenico Fizztmentt giovane dottijjimo nelle lingue , e
così nelle polite lettere , come nella Filofofia , c nell' arti , che li-
berali fi chiamano . Da cofiui fatto avvifatOy quegli ejfi re fiati da
lui confegnati alle mani di M.Luigi Valvajfcri onoratijjimo mer-
catante di libri y perche gli metta in ifiampa y cominciai a penfare
a cui dovejfì quefla mia fatica dedicare, con la protezione del qua-
le ella poteffe liberamente nel cofpetto degli uomini comparire . E ,
benché non mancaffe di venirmi nel penfiero alcun valorofo Prin-
cipe y a cui y sì per l'obbligo mio verfo lui , e sì per lo favore, che
egli all' opera dar potrebbe y confecrarla dovefji ; nondimeno mi
deliberai d'antiporre a tutti cotefia voftra dottijfima , e lodatiffi-
ma Accademia : la qual mia deliberaz,ione, m'avvifo , che farà da
ciafeuna perfona giudiciofa commendata prima , perciocché io mi
riconofeo ohbligatijfmo a lei per tante lode , che i bianchijfmi e
bellijftmi Cigni del famofo Lario , da cui l'Accademia ha prefo il
nome , levati a volo ne' foavijjmi loro canti mi danno : ^i che io
defiderando render loro quelle grazie , eh' io dovrei , e non poten-
do ; concioffiacofachè , come non fono degno di tanto onore , il qual
fni fanno , così non abbia forza da potere al debito mio fodisfare ;
almeno in quefia dedicazione moflrer'o il mio defiderio di rendere
quel y che debbo , e l'animo- mio non ingrato . Dappoi , percioc-
ché niuna grandezza di qualfivoglia potentìlfimo Signore ha tan-
to potere a difendere quefia Opera da' velenofi denti degl' invi-
diofi y e maldicenti ; cd a favorirla sì , che da tutti fia caramen-
te abbracciata , cd accolta ; quanto n'ha cotefio coro di Spinti di
mortai carne vefiiti •, ma { fe crediamo a Platone) dalla cclcfie
fpera d' Apollo in terra difeefi , ed accompagnati dalle Ahfe ad il-
luminare la Poefia , la qual'é veramente dono d'iddio ; e adornar-
la di quelli nuovi ornamenti, de' quali ella vada piùyche giammai,
altera e gloriofa , Ed a chi così bene ella fi può prefentare , come
a quelli y che tutto dì dell’Arte Poetica non fiolarncnte ragionano ,
ma nelle loro meravigltofie compofizioni mirabilmente ancora la
b 2 fier-
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fervano : acciocché da loro veduta^ e dal perfetto lor gìudicìo efa-
minata , ed ammendata di quei difetti , che in lei peravventura.
ftejfere nafcojli , e dall' occhio loro cerviero fifcopriffero , poff’x
più f caramente in pubblico darji a vedere ? flu^alunqne adunque
ella fifa , alle S. K fi prefenta . 'Piacciavi j Signori miei onora-
tijjmi y d'accoglierla con quello amore y col quale io ve l'ho con-
fecrata ; e di favorirla , come cofa propia voftra , non già più
mia . Parto mio fu : or voi ne fiete padroni . Non ho io in lei più
dominio : egli è tutto voftro . Abbiate cura , eh* ella fa , qual fi
richiede all' autorità y e degnità di tanti e tali padroni } ed ama-
te me fuo padre , come folcte . Di Trento a' zi. di Settem-
bre 1563.
TA-
I
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1
TAVOLA
DI CAPI,
Che fi trattano in ctafcun Libro dell'Arte Poetica .
Del Primo Libro.
•1
Ella DiDìnizione dclla_>
Focfìa . X
Di tre fpecic della Poefia,
Epica , Scenica > Melica ; c tic
loro differenze, negli Strumen-
ti , Materia , c Modo . j
DeirOriginc della Poefia in gene-
rale, e in particolare . 7
Deir Epica Poesia . p
Delle parti della qualitb effcnziali
dell* Epica ; Favola , Affetti c
CoAumi, Sentimenti, Parole ; e
degli Epifodj, che fono parte.^
accidentale. 14
Delle parti della Quantità Epica ,
e del Principio . i6
Della Narrazione . 1 8
Della Prenarrazionc , c Propofi-
zione . XX
Del Romanzo . X6
Del foggetto del Romanzo riprc-
fo . xy
Della Difpofìzione del Romanzo
riprefa . j f
1 Che nella lingua Tofeana li pub
\ perfettamente trattar materia^
I Eroica fecondo l'arte infegnata-
V ci da Arinotele, e da Orazio.30
Qual fia il foggetto dell’ Eneida^
di Virgilio, Trionfi del Petrar-
ca,c Terze Rime di Dante, jfl
Della Difpofizione del Poema, j 8
Qual differenza fta tra io Storico,
c '1 Poeta . 5P
Della Meraviglia. 40
Della Favola di una maniera, Mi-
fVa,e Doppia; Semplice, c Com-
pofta; Peripezia, c Riconofeen-
za, c loro maniere . 4X
De’ Membri della Favola, cioè Le-
gamento, e Scioglimento . 44
De’ Costumi , c loro maniere fc- 1
condo rEtii, Fortuna, Nazione, |
ed altre differenze . 4;
Del Decoro ne’Coftumi. 48
Delle Passioni , ed Affetti , Anio-
rc,Odio,Ira,Manfuetudine,Pau-
ra,Confidcnza, Mifericordia.,,
Sdegno,lnvidia,Gelofia,£mula-
zionc , Difpregio, Vergogna-»,
Sfacciataggine.
De'Luoghi, onde le padroni deri-
vano , con gli cfcmpli» 58
Del Secondo Libro .
DEIIa Scenica Poesia, e tre fuc
fpecie ; Tragedia, Comme-
dia , e Satira . 6^ -
De’ Verfi Scenici Tofeani. 6tJ V
Delle parti della Scenica , Eden- ''
ziali , ed Accidentali yx
Dcl-
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f£
TAVOLA
Della T RAOEniA . 7J
DcirOficio , e fine Tragico. 76
Della Materia Tragica. 78
Dc'Modi Tragici, e qual fia il mi-
gliore. 7P
Degritldii dc’gcntili,dove, e per-
che s’introducano. 8z
Della Favola Tragica , e Tue ma-
niere .
Qual ha l'Ecuba , d'un modo , o
doppia ; Semplice , o Compo-
fta . 87
De’ Tragici Epifodj . 88
De’ Membri della Tragedia. 8p
Come fi rapprefitnti il Miferabilc,
e lo Spaventevole. 8p
Dc'Coftumi, e delle Paffioni Tra-
giche . pi
Dell’ Apparecchiamento , e dell’
abito , p6
Del Prologo . pS
Del Coro . pp
De’ Recitanti . 10^
Delle Scene, e degli Atti , con gli
cfempli . loj
DcirUltita, e del Gommo. 107
Del Verfo Tragico . 107
Della Commedia , antica , mezzaT-
na, nuova, ed origine loro, i io
Ddl’Oficio del Comico. l ii
Delle Pcrfonc Comiche . 1 1 7
Della Favola Comica. 120
Degli Epifodj Comici . izz
Qual fial’Andria con alcune altre
Commedie di Terenzio . 1 xy
Quali cofe debbano rccarfi nel
cofpctto , e quali udiri! , o nar-
rarli. I z6
De’ Cofturai , e degli Affetti Co-
DI CAPI.
mici con gli cfempli. 127
Del Riio.e Motti , con l'origine,
vizj, maniere , e foggetto loro.
IJO
De’ Motti nelle Parole. 1 J4
De’ Moti nelle Cofe . i jp
'Dell’Apparecchiainento, mafeare,
calzari, abito, teatro, cafe, fcc-
nc , e titolo . 14P
Delle Parti della Commedia , e_>
prima del Prologo. 1 5 1
Del Coro ufato nell’ antica Com-
media,e varie fue Canzoni.iyz
Degli Atti Comici, con Tcfcinplo
dell’Andria difiintain Atti. 158
Del Verfo Comico. 160
Della Satira Scenica. 161
Dal Terzo L11R9 .
DElla Melica Poesia , e fua_>
origine. 167
Delle maniere de’ Melici , Lirici,
Ditirambici , Nomici . i6p
Dell’ Oficio del Melico. 171
Del Modo Melico. 175
Diffinizionc della Melica. 174
Delle Parti cffenziali del Melico, ''
Favola,Digrefl!onc,Affctti,Sen-
timcnti, e Parole . iy6
Delle parti della Quantità , Prin-
cipio, Narrazione, Ufeita. 17P
Delle Compofizioni Meliche , e.»
loro maniere . 1 80
Delle Canzoni Pindariche. 182.
De’ vcrfi rotti e interi general-
mente . ) i8y .
Delle Canzoni Tofeane , e ducj
parti loro. Stanza, e Volta. 1 85
Della Stanza, e della Fronte, e Si-
rima fue parti . 187
Del-
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TAVOLA DI CAPI.
Dw!!a Pronte Doppia. i8p Del Snavcvri se, Canti, o Capitoli.
Del Modo di accordar le Coppie. z6 »
iSp Deir Ottava Rima . z6^
. Del Modo di accordare 1 Terzet- Della BAR/tLLi.TTA,ofrotto ia.z65
ti • ipo Delle Rime libcraincnte Icgatcj .
Del Modo di accordare i Quar- 267
tetti. ipr Degl’ Inni fatti da’ Sacerdoti con
Del modo di accordare i Quinarj, maniere Tofcanc . z^S
e i Scnarj . ip4 Dell’ E LEGIA . Z6p
Della Fronte fcmplice . ipy DelIa.SATiRA Epica, con l’artifiao
Della Sirima CompoAa . ip6 di Orazio, Perlìo, e Giovenale.
Della Sirima fcmplice . zoz zj i
Dell’Artificio della Coppia , Ter- Della Jammca Poefia . zytS
zetti,ed altri numeri della fem- Dell' Evicramma . zy8
plicc Sirima . Zl^ Dm Quarto Libro.
Della Rifoluzionc de’numcri niag- T^Elle Sent»nzb . z8z
glori ne’ minori . ZI7 1 J Delle lettere, e lillahe.c co-
De’Modi di adattar’ il primo ver- , me lì parli, o feriva ammenda-
fu della fcmplice Sirima. Z18 tamcntc. z83
De’ Veri! rotti, e interi della Can- Delle Parole fole, e propic . joi
zone. zzo Delle parole Inufitate, Pellegrine,
Della Ripercolfa della Rima, zzz e Nuove. joz
Della Ripetizione delle Rimc.zz4 Delle Traslace . joS
Del Commiato . zzy DcirAlIcgoria, Enigma , Metoni-
Di quante Aanze la Canzone , e mia, Sinccdoche, Epiteto, Peri-
di quanti verll la Stanza, zjz frali. Abufo, Mccalcp(ì,Ironia,
Delle Canzoni di Aanze conti- Iperbato , Ferverfo, Parenteli,
nuc , dove alla prima rifpondo^ ApoArofe , Emfafi , Iperbole,
no l’altre dirittamente. 2^4 Diminuzione. jit
' Della SisTiKA . z;4 Delle parole continuate; Compo-
Dellc Canzoni libere. zj8 Azione delle fillabc; Scontro, e
Del Sonetto . 240 Apritura di lettere ; quali Ro-
Dclla Ballata , c tre fue parti ; buAc, Afprc, Piacevoli, jzz
Ri prefa, Mutazione, Volta. Z47 Del Concento , che nafee dallo
Delle Ballate fcmplici , e compo- feontro delle medeAme lettere ,
Ac . z^p o Allabe nel principio,ncl mez-
Dcl Maorioal*. z6i zo , nel fine delle voci, con gli \
Di alcune altre compoAzioni dell’ efempli del Petrarca. ^z6
Epica PocAa. z6j Della Giacitura delle parole.
Dc-
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TAVOLA
Degli Accenti, Acuto, Grave, Cir-
cciifkfib . J44
Deir Ordine delle parole nella-,
giatirur.i . J47
Quai Vjz) da fuggire nella com-
pcfizionc . J50
Delle Giunture, Membri, e Perio-
do. 3 j I
Del Numero Poetico , ed Armo-
nia . 3^4
Del Numero del Verfo legato da
Confonanze delle Rime. 356
Del Numero del Verfo fciolto po-
rto negli Accenti. 358
Del Numero porto nelle pofe de’
fentimenti. 361
Del Numerane’ Tempi delle lìl-
labe, e fuoni delle lettere. 364
Del Modo di variare i numeri
Del principio della Compofizio-
nc da voci di una , o di due rtl-
labc , e talvolta da più con gli
cfempJi del Petrarca . 367
Della maniera d' incatenare i
verfi . 370
Del Numero porto nella leggia-
dria della compofìzionc. 373
Delle PtGURB nell’ artifìcio dello.,
fentenza . 374
Delle Figure porte nelle Fartloni.
381
Delle Figure ne' Cortumi. 38;
Delle Figure , prpp) ornamenti
delle fentenze. 388
Delle Figure nelle parole 40 1
DI CAPI.'
Delle Figure vicine a quelle delle
fentenze, 4iz
Delle Figure nella Conrtruzionc.
405
De' Luoghi degli ornamenti, e del
parlar Figurato,c Tropico. 417
Dell'Artificio delle cofe tratte da
luoghi Topici . 419
DeU’Artificio delle parole tratto
da’ luoghi Topici . 411
Del DrcoRo fecondo i tre caratte-
ri del dire . 4z6
Del Decoro fecondo la perfona_i,
che parla , e che afcolta, fecon-
do la materia , e gli Affetti , o
forme del dire . 416
Delle Forme GfiNERRti del parla-
re. 4zp
Della Forma Chiara,e due fuc Spe-
cie , la Pura , e la Leggiadra.
4zp
Della Forma Grande, e fuc fpecie,
la Magnifica, l’Afpra, l’Agra^,
l'Illurtre, rincitata, e l’ Abbon-
devole . 430
Dell’ Ornata .’
43 S
Della Volubile .
' 437
Della Cortumata .
437
Della Vera .
440
Della Grave .
442-
Della Mirtionc delle Forme. 443
Della Lezione .
444
Dell’ Imitazione .
445
DeH’Efercizio, e deirAttenzione.
448
Dell' Ammendare.
4JO
DELLA
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POETICA TOSCANA
DEL
SIG. ANTONIO MINTURNO
PRIMO RAGIONAMENTO.
VESPASIANO GONZAGA, ED ANTONIO MINTVRNO i
I A* gran tempo, Siqnox Minthrno, io defilerò in~
tender da voi gli ammaeflramenti della T ofcana
Poe fa , fcome della Greca e della Romana voi dati
gli ci avete , Ed oggi ejuì {fe pur tempo vi fe ne
prelia, e fe vi piace) vorrei, che per voi qrieflo mio
de f derio s' adempie ffe. Mi>». .Qual cofa tanto piacer
mi dee, quanto Vubbidire a' comandamenti d'uà Si-
gnor così valorofo,come voi fete, Signore e Padron
miai E quale,e quanto affare fopravenir mi potrebhe,che per foddisfare al
voflro volere,non toflo il /afciaJf,dov'io l'opera mia bifognarvi all'acqui-
flo di tal dottrina conofcefft ì Perciocché avendovi la natura di nobiliifmo
ingegno dotato, ed il voflro lungo fludio di fomma fcien%ja adornato ; dal
picciolo e ferii campo d’un povero d'ingegno e di fapere , quaP io fono,
che venir può, che alle voflre riccheT^ote faccia mefliere ì Ma per avven-
tura gli fludì delle cofe alte e divine, ne' quali da' primi anni vi fete oc-
cupata , non v' anno infin qui fatto mirar sì baffo , che l’animo vofro a
conofeer quel , che a quefla nofra umil facoltà fi richiede , difeendeffe .
Vesp. Non dite umil facoltà la Poe fa , fe non volete effer di menzogna
accufdto con la teflimontan'ga di ciò , che voi fìeffo nel vofro Poeta lati-
namente fritto »’ avete ; e con I autorità di molti favj , che a tutte l' al-
tre facoltà l'antipongono , chiamandola di quelle Reina, e Dea . Di me.
non vòjche vi fi neghi , eh’ io non abbia molti anni fpefo negli fìudj del-
le feiengie : ma chiaramente confefferò, che nel giardino del vofro inge-
gno , il qual' i ricchifjmo d'ogni dottrina, come che finn tanti alberi, e di
filofofici frutti sì carichi , che non pur nel mio poveriffimo poderetto ,
ma in non pochi altrui poderi grandi e ricchi , molti di quelli fi defidcra-
710 ; nondimeno vi fi vede de' postici fiori quella bellifjtma varietà , la,
quale dalla nebbia ofeura del tempo effondo fiata molti e molti anni ri-
coverta , ancora nafeofa ci farebbe , fe la luce del vofro intelletto no» '
A l'avef-
Propofiiions
di quel, di'c da
tratcaj'c , ador-
nata di fenten-
ae accomoda-
te al fogsetto ,
ed al decoro
delle peifoue.
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z DELLA POETICA TOSCANA
l'av(ffe tìgli occhi tioflri rifchiarata , Ma dcftdero, con' io detto, che qual
li s'é data col zoflro lume Latinamente a vedere, tal ci fi mcjìri Tofana-
Qual debba ef- mente . Min. ^ufto vojìro di me mirabil giudicio. Signor mio caro , io
Icie il Giudice Jlimo tanto , e tanto di laude immortale n’attendo , quanto s'eglifuffe di
de Poemi. j ’i'clorofi e fcicnxjati uomini, che nel mondo fioriron mai , in un
T eatro, evero in una pialla a que/ìo uopo radunati. Nè men’ il mio Poe-
ta farà del teftimonio vcftro contento , che fu della prefen%a di Platone
quel Poeta , che da tutti gli altri afcoltatori abbandonato , Platone, di ffe,
mi fa in vece di tutti . Laonde , acciocché niun creda per quefle mie ri-
fpojle , eh' io vò fuggendo l'ubbidire a colui , che può liberamente co-
mandarmi , non vi terrò più a bada . Ma per non indugiar più l'efecu-
Tjone di quel , che chiedete , a voi fla l'ordinare qucjìo ragionamento in
Metodo e vìa modo , che vi parrà migliore . Vesp. E' mi pare , che non, come-*
di trattare , te- Platone fa , che Socrate dimandi quelli , che da lui imparavano ; ma ca-
nuti da Cice- fuc f Marco Tullio , ch’egli dal figlio fia dimandato ì così io dimandi
tfjoi di quel , eh' io vorrei Tofeanamente intendere delle cofe poetiche da
voi Latinamente con molta copia trattate . Min. Comevi piace. Perch io
così conofeerò tenerft a mente da voi quel, che da me fe nè fritto', e voi
Diffiniaione-» ordinatamente udirete ciò , che ne chiedete . Vesp. Che cofa è la Poefta 2
della Poeha , Min. Imitazione di varie maniere di perfone , in diverft modi, o con pa-
role , 0 con armonia , o con tempi ; f paratamente, o con tutte quefle cofe
Dichiaraaione ® furie di loro . Vesp. Sponetemi , fe vi piace, quefla diffi-
della Diffmizio- ni7ione , acciocché meglio quel , eh' io dimando , s'intenda . Min. Tre
... . /• . • • T>_.- -j
T e cofe ric/iie. imitazione confederarci conviene . Prima quel, che ad imitar
ne
/ìe'^'a^na* Imiti^ prendiamo ; poi con che imitiamo ; al fine in qual modo. Le cofe , che ad
imitar prendiamo, fono i coflumi,gli affctti,ed i fatti delle perfone',le qua-
li fono di tre qualità. La prima é de' migliori, che gli uomini dell'età no-
flra . La feconda è de' fimili a quefli . La terza è de’ piggiori . Migliori
intendiamo gl' Iddìi, gli Eroi, o Semidei, che dir vogliamo . Piggiori i Sa-
tiri , i Sileni , i Ciclopi , e tutti quei, che ci muovono a ridere . Migliori,
ancora intender pojjìamo i Principi,t tutti gli Zlomini illuflri,ed eccellen-
ti, 0 per valore , o per degnità maggiori degli altri , cosi in quefla , come
in ogni altra età . Piggiori i Contadini fi Paflori,i Lavoratori, i Parafiti,
chiunque é degno , che di lui ci ridiamo j e tutti coloro , che per qualche
notabil vizio , o per baffezZfi flato, vili fon riputati . Simili i mezza-
ni, quali fono i Cittadini, (he nè per eccellenza di vertk , nè di fortuna fi
levano [opra gli altri . Nè più la Pocfia, che la Pittura quefla varietà di
perfone ci deferive perciocché tra Pittori Poiignoto i migliori dipinfe ,
Paufione i piggiori , filionifio i mezzani . Piverfe ancora fono le cofe-,.
none .
I Materia,
a Strumento,
j Modo.
Materia.
1 Coiliimi.
a Affetti .
t Fatti di per-
fone.
Perfone.
1 Migliori,
a Simili ._
3 Piggiori.
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LIBKOPRIMO; j
eon le ^uali ft fa t imitaxjone : eoncieffiacofacbè i Pittori con ti colori , e
co' lineamenti la facciano ; i Parafiti, e gl' Iflrioni con la voce , e con gli
atti ; I Poeti, com' ho detto, con le parole, con l'armonia, con i tempi : c
chiamo tempi (incile mifnrc , e (jnell' intervalli , che numeri da' Latini,
Jtitmi da’ Greci fon detti , ne’ canti , ne' filoni degli ftrnmenti , nelle
voci , ne' balli, negli acconci, ed atti movimenti del corpo . 7Jfa nell" imi-
tare la Poefta o folamcnte le parole , eiual’è quella , che Epica da' Greci,
e da’ Latini è nominata; o l’armonia polla ne’ concenti o delle voci, o de’
tnufici frumenti , com' è la Mufica ; o pur’ i tempi, qual’ è la Sanatri-
ce , Ed ufa le parole in due maniere , o fciolte de’ legami delle fillabe^,
che con determinato , e certo numero-fanno i verft , quali fono i Dialogi
di Platone, e d’AlefJamene ; ed i Mimi di Sofronc, e di Senarco ; ed i Ra-
gionamenti del Boccaccio ; o pur infume con mìfura {labilità , ed ordina-
ta di voci legate , e rijlrctte , che verft nominiamo , qual’ é l'Eroica ;
overo con le parole anco il canto , ed il ballo , com’ è la Ditirambica ,
e la Nemica ; o pur alle parole ora il canto fola aggiunge , ora il canto
col ballo , qual’ è la Comica, e la Tragica ancora , Vesp. ,^ante^
adunque fono le parti della Poefta ì Mix. Tre generali: l'una fi chia-
ma Epica , l’altra Scenica , la terga Melica , o Lirica, che dir vi piac-
cia , Vesp. ^ml’ i t Epica ì Mix. ^lella , che non vcfle le parole
di quelli ornamenti , che la Muftea , e la Ballatrice all’ altre forelle pre-
{la per dilettare ; ma tejfe le voci o mifuratamente in verft , qual nell’
Eroico , e nel Bucolico, e Pajìoral poema fi vede ; o pur in dire fciolto ,
che profa comunemente fi nomina ; perciocché molti Dialogi degli anti-
chi j e molti Mimi , che altro fono , che profe poetiche , nelle quali fono
attiffimamente i coftumi, e gli affetti di quei, che ragionano , efprefft ì Nè
altro fono le Novelle del Boccaccio : nè oggi le Commedie ft ferivano al-
tramente, che in profa, bench’ io non laudi in quefle i nofiri moderni: ma
ftimi , che in verft meglio quelle fi fcrivericno : di che poi per avventura
parlaremo. Vesp. ,^ante parti ha l'Epica in verft ì Molte: concioftachè
l' Elegie , gli Epigrammi , gl'inni d’Omero , e d’Orfco , non che gli Eroi-
ci , e Bucolici poemi fatto lei fi contengano : perciocché di queflo nome
é ciafeuna poefta , che all effer fuo perfetto né canto , né ballo richiede .
Del medefimo nome chiamar pojftamo le Terge rime , quali effer veggia-
mo quelle di Dante , nelle quali egli trattò divinamente dell' Inferno ,
del Purgatorio , e del Paradifo > ed i T rionfi del Petrarca ; e l’ Ottave,
che fono atttffime a celebrare i chiari , ed onorati fatti degli uomini illii-
ftri e gloriofi , come veder potete ne’ libri , che d' Orlando e di Rinal-
do fcritti volgarmente fi figgono , ancorché in quelli d’arte poetica niu-
A i na
SrriiiTfnti dIj.
ti da’Poeti a iar
l'iniita/ione.
I Parol;.
» Armonia. _
I Tempi , cioè
Numeri, o Rit-
mi .
Diverfé manie-
re di Poefìa , e
con quali cofc
ciafeuna faccia
I a Tua imitazio-
ne .
Tre maniere di
PoefÌJ .
I Ppica.
t Scenica.
} Melica.
I Difterensa.
Poeiie negli
iii'umenti.
Strumenti di
Epica .
Tre fpecie di
Epica .
1 In profa.
Dialogi.
Novelle.
a In verfi
Eroici .
Bucolici.
Elegie,
Epigrammi.
Inni .
Terze rime.
Ottave.
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4 DELLA POETICA TOSCANA
na, 0 pochijfma luce rifpleuda , come che •vi ft veda alcun lume di natu-
- - ■ - parimente quei ragionamenti paflorali > che Egloghe chiamano -, ed
coitura» diri* ** yjrtnv » «• Ate j
Jorofìi I di Me- Poefia da noi data fecondo l opinione d'/iriftotele è vera . ConcioJJiacofa-
diciiia , e di fi- quelli fritti coloro non abbiano prefo ad imitare , nè a €nvert-f
uol'tKfia. co fa alcuna i ma infcgnino Epodo e Virgilio t lavori della terra , Etn^
pedocle e Lucrezio la natura delle cofe , yirato e Manilio i nomi , e le
figure delle felle y ed il nafeerc, ed il cader loro . Nè Saluflio , fe in verft
le Storie fcritte avejfe , come in profa le ferijfe, Poeta fi direbbe . Nè y
perchè Orario l'Arte poetica in verfi c'infegni , è degno d'ejfer Poeta no-
Che l’imìtazio- minato pià , che Ariflotcle , il quale in profa ne la diede . L’imitazione
re fa lo fcritto- adunque fa Poeta lo fcrittore , non già lo fcrivcre in dir da' legami de'
'* piedi , o pur delle filiabe riflretto . .^antunque i diverft nomi de' Poeti
dalla varietà del verfo più toflo , che dell imitare ,ften prefi ; rowc in
coloro veggiamo, che l' Elegie fcrivono , e quei verft , che da' Greci e da’
Latini Efamctri fi chiamano: laonde Elegiaci quelli. Epici quefli fon det»
Epici impro- ti‘, perciocché Epos, come che appo i Greci fia quel, che noi parola dicia-
priamente , che ^lo ; nondimeno propriamente, e particolarmente l Efametro fignifica. Di
fi fenza* imiti' avviene, che coloro, i quali di Medicina , o di Mufica ,o di Filofofia
li9ae , fcrijfcro in verfi , dal volgo antico Epici fien nominati , ancorché più to-
fto Mediti , 0 Mufici , 0 Filofofi dirfì debbano : conciò fra che niente al~
tro , che 7 verfo fta lor comune con Omero . An%i fc alcuno di tutte le
maniere de' verfi qualche poema facejfe, come fi fcrive , che fè Cheremo-
ne il fuo Ippocentauro , dov’ egli non imitaffe , non farebbe veramente-»
degno , che Poeta fi nominajfe . Ma vinca il volgo , e ciafeuna di coflo-
Epici ferì > cfie Ap/ro ft dica , e comprendanfi i opere loro fatto qtieflo nome , ancorché
Ìmi$aiio i verfi. fien d' ogni imitazione ignude : è il vero, che propriamente l' Epica-»
potfia fi fa imitando , e tonfifle ne’ verfi, o d’un modo foto , qual' è COme~
fica , e la Virgiliana i odi var) modi , della qual niuno cfcniplo abbia-
tno . Vesp. Poiché compiutamente tutto quel , che l’ Epica poefia com-
prende, dimoftrato ci avete", e dopo lei due altre forelle feguitano, la Sce-
Stnimentì di ‘ Melica , qual' è la Scenica ì Min. Quella , che nell' iniita^io-
Scìyiica pgefia. ne or' ufa i verfi foli , or’ il fuo dire adorna di canto , ora di canto c di
ballo iìifiemc , ne' Teatri . Sicché fenz^r canto, e fenza ballo non viene-»
ella
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LIBROPRIMO: j
tlU in Seend f tiè fueri neW altrui cofpetto ft moflra : perciocché ne'prth
logi , e negli atti , e ne' ragionamenti, dal Filofofo Epiibdii chiamati , e
Diverbi da' Cramatici Latini, ragiona', ma nell' entrar del coro cantan-
do balla ; e fcn%a ballare nel fine di ciafcun'atto canta, fe non nelPeflre-
mo , nel quale , benché ft parta ballando , non però fa canto alcuno .
Vbsp. Quante fono le figlie di lei ì Min. T re ; la T ragica , la Comica,
e la Satirica . Vbsp. Io non vi dimanderò al prefente di ciafeuna di qtie-
fte : tempo e luogo afpetterò da dimandarvene . Ma quaP è la Melica ì
Min. ,^ella, che col dire in verfi, e col canto, e col ballo infieme vedere
fi fa , ed udire . Vbsp. Di quelle tre maniere di perfone, le quali ft pren-
dono ad imitare , qual' è propria di ciafeuna di quefte poefie ì perciocché
avendomi voi dimojìrata la d;jferen':^a,che é tra loro nelle cofe,con le qua-
li ft fa l'imit anione', fate, eh' io parimente nelle cofe,le quali hanno ad imi-
tare , la conofea . Min. Il farò volentieri . E perchè gt imitanti imitano
Loperaxioni, per le quali o buoni, o rei gli uomini fon riputati, (conciò fta
thè i cofiumi ften quafi fempre o buoni, o rei: perciocché la differenza de'
eoflumi nel vÌ7jo,e nella virtù confijie) convicn,che tutte le maniere del-
le perfone , o buone o trifle ft dicano ", o che elle fieno migliori degli uo-
mini de' nojlri tempi, o fimili a quelli,o piggiori ; o veramente ch'elle fie-
no grandi, ed illuflri; o meXTjtne , o baffe, ed ofeure, fenza comparazione
de' fecoli antichi co' moderni . E benché propriamente l'Epica, e la Tra-
gica imitazione fia delle migliori, e delle grandi perfone ; la Comica, e la
Satirica delle piggiori, e delle minori', la Melica di quelle, che fono degne
di laude : nondimeno in ciafeuna Poefia l'imitazione di quefte varie ma-
niere troverete. Perciocché nelP Epica Omero i migliori et defcrifje , ed
efpreffe ; Cleofonte i fimili agli uomini dell' età fua ', Egemone T afta, che
feriffe le Parodie , e Nicocari , che compofe la Deliada , i piggiori . An-
zi l'ifteffo Omero , non che in diverfe opere ci dipinfe diverfe qualità
di perfone , avendoci egli nell' Iliada , e nell'Odiffea nobiliffimi Eroi de-
feriti , e nella Batracomiomachia viliffimi ammali » ma in una medefi-
ma compofizionc ancora . Perciocché nell' Odiftea , non pur Semidei^
ma Servi , cd Anelile , e Contadini ancora introduce . Di Firgilto , chi
non sa , che gli atti , ed i cofiumi , e gli affetti nell' Eneida degli Eroi,
nella Bucolica de' Paflori et dipinge ì J^al fta la maniera delle perfone
dal Petrarca ne' T rionfi , e da Dante nell' Inferno , e nel Purgatorio,
e nel Paradifo deferitte , ninno é , che non n' abbia notizia . Nella Me-
lica ftmi '.mcntc , come che i Semidei , e gli Uomini illuflri , e gl’Iddii fi
lodino , pur fenza dubbio fi legge , che T imoteo , e Filoffeno i Perftani,
ed i Ciclopi defcriffero , per ejemplo di cattivi , e biaftmevoli cofiumi ,
Vbsp.
Tre /peci'e di
Scenica poefu.
1 Tragica.
X Comica.
3 Satirica.
Strumenti di
Melica.
X Differenza tra
Jioefie nella ma-
teria, cheli ha
ad imitare,
Quali perfone
principalmente
diano materia a
ciafeuna poelùt
Varie maniere
di perlòne io_«
ogni poelia,
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« DELLA POETICA TOSCANA
Vesp. Perchè dichiarato ci avete > quali ften le cofe , con le quali cia-
fcuna Poepa fa la fua imitazione e quali ften le perfone , le quali p
propone ad imitare ; qual è il modo , che tiene ciafcuna nell' imitare^,
acciocché la terza differenza , la quaCè tra le Potfte, conofeiamo ì Min.
3 D>flejen2a tra pirgilio, e Terenzio il vi dimoPreranno. Perciocché tre fono i modi deU
^el Modo. poetica imitazione: Pano de' quali p fa femplicemente narrando : l'al-
Tre Modi. tro propriamente imitando ; il terzo dell uno , c l'altro è compopo , Per-
che le* più tiarrar veramente p dice il poeta, quando ritiene la fua perfona, né in
volte il Melico, altrui p traspgura : il che fa le pià volte il Melico , pcome il Petrarca
a Iiiti odun^ nelle canzoni , e ne' fonetti . Ma propriamente p dice imitare , chi depo-
me'fi' il" Comi^ fondo la fua perfona , p vefe dell altrui, pcome fa il Comico , ed il T ra-
cojc'l Tragico, gico poeta ; il qual mai non parla , ma introduce altrui per tutto il Poe-
ma a parlare, .^efo modo tenn io nell Egloghe, e nel Sonetto , che co-
minciatlo che fuggendo a leTalTaliche ondc'ow pngo,che parli il Lau-
3 Narrando, ed »'o • 1^ terzo modo p vede nell'Epico, il qual or parlando ritiene la fua^
come^ìii 'cd° * fempre nel principio dell’ opera , pcome il Petrarca :
nelJ’Epìcof ^ tempo che ri nuova i miei fofpiri. e DantesNel mezzo del cam-
minando l’Epi- min di nodra vita.Or depone la fua perfona, e fa parlare altrui ; qualé,
troduca àlcru"* Petrarca induce a parlar feco M. Laura , e cominciare ,
Riconofee colei , che prima torfe
I palli tuoi dal pubblico viaggio .
Ove ancora farete accorto , che , benché pnga fe feffa rifpondere a lei,
non però in quefo la fua perfona, come di poeta,ritiene’, anzi un'altra ne
Come il Poeta prende ,fe medepmo intendendo . Tiene la fua perfona , come di poeta ,
fona. La notte , che fegui rornbil calo .
La depone , quando rifponde ,
Come non conofeh’ io l'alma mia Diva ì
Ripigliala poi , quand' egli dice ,
' Così parlava , e gli occhi avea al Ciel fìlli
Lo imitare è Ma , benché propriamente narrare , e propriamente imitare p dica, come
impropri*^»- c'infegna , nel modo fopradetto ', non però non p dirà narrare^,
ce . quantunque men che propriamente , quando alcun s'introduce a dire le-*
cofe pafate , o le prefenti , o le future : tome innanzi a Didone Enea la-»
ruina di Tro)a, ed il pio lungo viaggio efpone : ed al Petrarca l ombra
del fuo amico mofra , chi pa quel , che trionfava', e quali ften coloro, de’
quali egli trionfare p vedea , cominciando ,
C^ell’ è colui , che '1 mondo chiama Amore .
E Mapnijfa narra i cap di Sofonisba , ed i fuoi . E quel , che a narrar
s'indu-
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LIBROPRIMO; 7
s'induce, tal volta narrando depone la fua per fona, e vejìeft dell'altrui: fi-
come il virgiliano Enea nel fuo narrare or fa , che parli Laocoonte , or
Sinonc , or Vanto , or' Antbife , or Creufa , or quefti , or quell' altro .
Ed il mio Fontano, efponendo l'argomento dell'Egloga del fuo nome, fin-
ge y che Menalca il cbiamajfe con qnefle parole ,
Vienne a l’ombra , fontan ; falvo è ’l tuo capro.
Ed il mio Dameta nel primo Proteo introduce uno,che in vifwne gli dica.
In quella ricca valle
De l'antica , felice , alma Palermo ,
Vanne Dameta .
E nel fecondo fa Proteo parlare ,
Giovane ardito > a che venuto Tei ?
Nd imitare non fi diranno , come che non molto propriamente , coloro >
che narrano fen^'a veflirfi dell’ altrui perfona : ficome gli antichi Lirici
negF inni , e ne' canti loro ; ed i moderni nelle cannoni , e ne' fonetti .
Perciocché efpreffi e chiari gli atti, i cojìumi, e gli affetti loro fleffi, e gli
altrui ci dipingono : ancorché rade volte della propria lor perfona fi fpo-
glino . V«sp. Adunque il Poeta fa la fua imitaxjone in due modi . L'uno
é narrando gli atti, o degli Uomini, o degl’ Iddii, e quefio o ritenendo la
fropria perfona , come le più volte fanno i Lirici ; o veramente or» te-
nendola , ora fpogliandofene, quaVé il cofìume dell' Eroico.%’ altro é dtW
altrui perfona vejìendofi in atti , ed in parole , come ufa il T ragico, !S il
Comico parimente. Ma , perché di parte in parte fatta m'avete chiara la
diffinizione della Poefita, e ciafeuna differenza, per la quale difiintamente
le parti di lei fi conofeono', quanti fono i principi di quella ì
tefono le parti della diffinizione: fe le parti, delle quali il tutto fi compo-
ne, fono principi di lui , e come avete intefo, la prima di quelle è l'Imita-
zione inguifa di genere-. Calere, che tengono il luogo della di fferenz^i fo-
no tre . Vesp. Di qual maniera fono efii ì Min, Naturali il genere, e la
feconda, e Cultima delle differenze • Perciocché due cagioni fanno, che la
Poetica imitazione venga dalla naturafi'effer natio da prim'anni agli uo-
mini C imitare , ( Concioffiacofaché in quefio dagli altri animali fiien dif-
ferenti,come quelli, che naturalmente fono attiffmi ad imitare, ed imitan-
do cominciano ad imparare ) ed il prender tutti piacere dell’ imitazione »
Di che evidentiffmo argomento ci fia : perché molto ci diletta il mirare
l'imagini ben dipinte di quelle cofe , che non fenza trifiizia dell' animo
veggiamo’, quali fono i morti, e le crudeli fiere . Nè già per altro, fe non
che non pur i Filofofi , ma ciafeuno altro maggior diletto , che imparar,
non prova ; ancorché non così agli altri , come a’ Filofofi fia dolce .
Laon-
Che li peribna
incrodocca tal
volta lì veflej
dciraltiui per-
fona .
II narrare è imia
tare, benché im-
propriamente.
Qual modo
centta cìafeuna
Poelìa ncU'imi-
care.
Quanti, e quali
lìano ì princìpi
della Poefia.
Qual fia rori-
gine della Poe-
ua in generale.
Che la imita-
zione poetica à
cola naturale.
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Cfi! gl» Stru-
menti poetici
fono naturali.
Che il Modo
dell’Iniitaiiorie
è naturale.
Cf e la Materia
poetica v/eii^
da tre cagioni.
I Natura.
X Fortuna.
3 Arte.
Quanto ag-
giunga 1’ Arce
alla Nacm-a^
nella poelia.
Orlg ine di di«
velie ipecie di
poclia.
Margica di
Omero.
8 DELLA POETICA TOSCANA
Laonde, perciocché mirando appariamo , e nel penfiero ci rechiamo ] che
fta quel, che l'immagine dipinta ci rapprefenta, grandilfimo piacere della
Pittura Pentiamo : perchè , dove in noflra noti:^ia la cofa per l'immagine
rapprefentata venuta ancora non fuffe,fe pur la vifla di quella immagine
ci dilettaffe , non già per P imitazione , ma per la vighegga dell' opera»
0 per la bellezza de' colori, o per altra pmile cagione di diletto ciò n’av-
verrebbe . Parimente diciamo delle cofe, con le quali imitiamo : percioc-
ché fìam nati a! dire, ed al canto, ed al tempo , ed alla mi fura . Né dal-
le fafee cofa é , la quale più naturalmente , né più volentieri facciamo»
oltre al parlare, che cantare, e muovere il piede, e tutto il corpo con mi-
fura, e con tempo . E perciocché i ver fi nè fenga concento, né jfenza tem-
po , né fenza mifura fi fanno, a compor verfi ancora fiamo dalla Natura
creati. Né fia , chi nieghi il modo della imitazione effer cofa naturale:
perciocché dalla fanciullezZ‘t ci fentiamo naturalmente fofpinti , ed in-
dotti ad udir Novelle ,ed a narrarle , ed a trasfomarci in altrui dell" al-
trui perfona vedendoci , e l'altrui voce , l'altrui parlare , gli atti altrui
fingendo . Laonde effondo vero , che la Natura creò gli Uomini imitato-
ri , ragionevol cofa fu , che loro infegna/fe , con che , e come doveffero
imitare. Delle cofe alla imitazfone foggette, e che da noi s'imprendono ad
imitare, che dir polfiamo, fe non che fi debba guardare, onde ci vengono*
perciocché dMoro parte ci prefla la Natura , quali fono le celefti e le di-
vine , e quali fono gli effetti naturali , e le cagioni di quelli ; parte ce ne
reca la Fortuna, quali fono i cafi umani ; parte ce ne infegna l'Arte, qual
fu il Cavai T rojano . Tali e tanti fono i principj , tali e tante le cagio-
ni della Poefia ; la quale con tal origine venuta in luce , qual di naturai
vena trar fi potea , crebbe poi con si larga e piena fonte per la vertù de-
gli uman ingegni, che grandiffimi, ed altijfimi fiumi fe ne fono veduti di-
rivare , e tutto dì ne dirivano : perché , come eh' ella picciola , ed ignu-
da di ornamenti , e roz^ft nafcejfe , e ruvidi fuffer li fuoi primi componi-
menti j nondimeno per l'arte, e per la indujìria di coloro, che alla imita-
zione , ed alla compofigjone erano più difpofli , ed acconci ; a poco a poco
giunfe alla fua perfetta grandezza > cd ornatiffima e politiffima divenne .
E come varie fono le maniere delle cofe a lei foggette , così di quelli pri-
m' ingegni atti al poetare i più gravi fi diedero ad imitare , e deferivere
gli atti più eccellenti , e più onorati ; ed i più lievi all' imitazione de'
piggiori : quelli inni, e lode fcrivendo ; quelli biafimi, e vituperi . Di che
quantunque da creder fia , che innanzi Omero molti Poemi fi faceffero ^
non però nelfetà di Arijlotcle, e di Platone alcuno più antico fe ne legge-
va » che 7 Margita di quel medefimo Poeta . F» Margita uomo di viiu-
pe-
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LIBROPRIMO. ;;
perofa , c triflj vita ; e benché molto ftpeffe , nondimeno il faptr moltoi
ficome ne infcgna Platone, tutto in danno di lui ridondava . A qtiefla ma-
niera di Poema cjfindo attiffinio il verfo da' Greci, e da' Latini chiamato
Jambo, dapoichi' vii Scrittori con quello a riprendere i biapmevoli coflu- Jimbicì.
mi cominciarono, Jambici fi dijfcroj ficome Eroici gli altri,che furon pri- •
mi a laudare i migliori . Laonde Omero , che neW Eroica Pocfia fu fom- Che Omero cì
mo Poeta e fingolarc , come colui , che polo non pur bene tutto defcrijfc,
ma fè le fue imitaxioni atte a potcrfi in Scena proferire : come nell' ] j Trajedù^^c
lliada, e nell' OdiJJea la forma della Tragedia ci diede , così nel A/argita la Commedia.
Pefemplo, come s'abbia a fcrivere la Commedia , che muova a ridere fen-
•Za biafimare altrui . ^lindi avvenne , che parte a quella , parte a^que.
fla Poefia fecondo lor propria natura inchinando , li Jambici Comici di- Comici verniti
vennero , e gli Epici cotupofitori di Tragedia . E certo della Commedia dajamliici.
non è da dubitare, che non fa più degna, e più eccellente opera dclli Jam- dott/^d?Htì^^i”
bi . Ala non perchè la T ragica degnità all' Epica s'antiponga , mi per-
che piace più al volgo de riguardanti', quelli, ch'erano di lor natura mol-
to acconci , e dati all' Eroico Poema , a fcrivere T ragedie f diedero .
Vesp. lo ho bene intefo , onde abbia origine la Poefìa, e come fatte fc ne
fen diverfe parti per la varietà degli umani ingegni nati parte a lodare
i buoni , parte a biafmare i rei . Or cheggio, mi fi diffinifca , e mi fi di- Dell’ EpicaJI
moflri , qual fila ciafeuna di loro , con quelP ordine , col quale prima è
l'una dell'altra . Min. Delle tre parti generali, non è dubbio per quel, che
fi è detto, l'ultima ejfer la Scenica . Ala benché fìa difputabile, qual delle Perche tratti
due altre fia prima , nondimeno perchè P Epica fola ha tutte quelle parti- prima deU’Epi-
€clle,che fono proprie della Poefìa fenza tome altronde in preflanza alca- ’
ria altra, di quefla prima, come della più femplice; poi della Scenica, per-
ciocché da lei tolfe l efemplo', ultimamente della Melica diremo, fe vi pia-
ce. "V csr.Com' altramente piacer mi potrebbe ì Che cofa adunque è quefla,
che propriamente Epica Poefìa fi chiamai perciocché di quefla ragioniamo.
Min, Imitazione di atti gravi e chiari , de' quali un conteflo perfetto e Diffiniriont-/
compiuto fìa di giufla grandezx.a, col dir foave, fenz^ Alufìca e fenza bai- deirÉpica.
lo, or narrando fcmpltcemente , or introducendo in atto , ed in parole al-
trui ; acciocché c per la pietà , e per la paura delle cofe imitate e deferit-
te Panimo purghi di tali affetti con mirabil piacere , e profitto di lui .
Vesp. lo ben' intendo in quefla diffinizione , che P Epica imitazione , per Dichiar.i»io-
efi'er di atti gravi c chiari , dalla Comica fi dtfiingue ; la quale è di cofe Diffi-
fcfìevoli , e piene di giuoco e di rifa , come che in ciò con la T ragedia fi •
convenga. Ala che importano quelle parole de’quali un conteflo fu per-
fetto c compiuto, c di giulla grandezza.’ Min.AW vero moltoipercioc-
fi ehè
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ro DELLA POETICA TOSCANA
thè di (juefto è tenuto ciafcun Poeta ; ed ogni Poema , acciocché egli fi*
uno , convien , eh' egli abbia uno intero e perfetto contefio di cofe finte,
ed imitate, il qual Favola fi chiama : perciocché l'ejfer' uno il foggetto ,
Che fia uno ^<tia la materia , che fi tratta ,fa , che la favola fia altresì una .
«onicflo . veramente s'intende , che fia uno , che non é mifio , né compofio di cofe
diverfe . E benché di molte fi faccia , tutte quelle giungono ad un fine, o
fono tra loro sì congiunte, ed unite , che non vanamente, né fctoccamen-
. te par , che fi fieno con quella unione adattate ; ma di maniera tale , che
luna di loro avvenendo, veri fimi le era , o pur uecejfario , che l'altra fe-
guijfe . Ed in fomma quel , eh' è uno, ed intero per compoft^ione di varie
cofe , convien, che fia tale, che cangtandofene , o togliendofcne parte ,fe
Che impedifea "v^aga a guaflar tutto, o pur a feemare. Molte varietà di cofe avven-
ad efTer uno. gono, delle quali far quel, che uno fuffe, veramente non potrefte, o perché
non pojfono tra lor convenirli talmente, che di necejfità, o verifimihnente
luna fegua dopo l altra’, o perché non pervengono ad un fine, come le co-
fe fatte in diverfi luoghi , ed in diverfi tempi , o che ad un folo , o che a
molti avveniffero , porien mai in quel modo attamente ordinarfi , e quel
fine trovare , che una favola fe ne facejfe ; conciò fia che parte avuta
. n'abbiano miglior fortuna , parte piggiore . An'zi ejuantunque in un mo-
do flefio avveniffero, {perché ciò farebbe a cafo) non però attamente unir
fi potrebbono , come che ad un fimil termine giunger potefjero : percioc-
ché non fi dirix^avano ad un fine fieffo le cofe , che a Tro)a , e quelle ,
che in Italia avvennero ad Enea ; né quelle , che in Itaca , ed in Mice-
na ne' medefimi tempi feguirono ; né quelle , che' Romani nell Italia,
e nell' Ifpagna fecero in una fieffa guerra . Conviene ancora , che quel.
Che fia intero . *■ perfino , ed intero : chiamo Intero quel, che ha principio ,
e perfetto. mexXfite fine. Dicefi Principio quel,che di fua natura ne va innan%i' Fine
> che dee dopo tutto labro feguire : Mexp^o quel , che ne va
fine. * dopo il primo, ed innanzi al fe^p^ajo . Oltre a ciò a quefia una , ed intera
Che una ' fl ^ compofixione, della quale parliamo, fi richiede una giufìa gran-
grandeMa^firi- ^exxa : conciò fia che fi trovi cofa intera e perfetta di fua natura,la qual
chiede . nulladimeno grandexp^a notabil non abbia . Laonde , perciocché niente è
perfetto , le chi parti non fieno ordinatamente compojle e congiunte , e
con eccellente forma , e niente é bello , a cui manchi ordine , e grandei^-
Za , {conciò fia che in quefìe due cofe la bellezza confifta) non é da dubi-
tare , che alla poetica imitazione l'uno e l'altro non fi rUhcggia . Ma
come in picciol corpo non cade bellezza, così il troppo grande non è bello;
perciocch' é sì breve il tempo , nel quale il picciolo fi mira, che Jiigge l'u-
mano fintimcnto , nè difiintamente , né di parte in parte con gii ucihi fi
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Il
LIBRO PRIMp.
può notare ; ed il troppo grande non i di format che tutta tnfteme veder
fi pojfa, nè con la vifia talmente fi comprende , che tutta intera nell' ani~
tno falda rimanga . Per la qual cofa , come a qualfivoglia animale quel-
la grande\ga fla bene, che agevolmente con gli occhi comprender fi pojfa’,
. così la compofigione del Poeta, la qual Favola fi dice, convien, che tanto
fia lunga , che nella mente de' lettori , o di coloro , che P odono , ferma-
mente jft riponga , e fen'ga fatica a memoria fi riduca . Vesp. ,^anta
farà quejla lunghe'Xja ì conciojfiacofachè veggiamo P opere dell’ Èpica
poefia non tutte avere una medefima grandex;ga . Di che tra gli antichi
fede ci fanno i Poemi di Omero , di Apollonio , di Virgilio , di Sta'gio ,
dP Italico , di Lucano , e tra noflri i trionfi del Petrarca , e le ter:^ rime
' di Dante.hUn.Non è dubbio, quella Favola dover' effere più bella, che fa-
rà più lunga , purché i termini, tra quali quel, cb’è bello, e quel, che può
veli' animo capere , fi contiene, non trapafji . Ma io flimo, che, dove delle
cofe, che ( com'è verifimile, o neceffario) in atto fi mettono, fia fatta mit-
tagione in piggiore,o pur in miglior fortuna, più oltre Jìender non fi deb-
ba , E benché vixjo grandijftmo fia il mancarle alcuna cofa , pur’à ben da
guardare , che non abbia del fovcrchio . Ma come un perfètto , ed intero,
e benfatto animale ha per fejìejfo da potere a riguardanti dilettare ; così
quella fia tanto compiuta , che pojfa a gli animi altrui piacere. Vesp.
Se gli atti , che fi deferivano , faran d'uno , benché fien molti , e diverfi,
non fc ne farà una imitaxfone .* Min. Non certamente , fe ad Arijìotele
crediamo , il qual riprende coloro , che l'Eracleida , e la Tefeida feri fi-
fero, /limando {perciocché di un fola i fatti cantavano) poter di tutti una
Favola comporre . Riprenderebbe ancora il nojlro Papinio , il qual nell'
Achilleida imprefie a fcrivere di Achille tutte quelle cofie , che di lui tac-
que Omero , ed egli di memoria degne giudicava . ,^anto ragionevol-
mente è più lodato quel Greco flejfo poeta , il quale o per Natura , o per
Arte ejfendo tale, che in ogni Poefia di gran lunga ne va innangi a tutti
gli altri, di ciò ben s'avvide ; perciocché di Achille non fi difipofe di vo-
lere altro fcrivere,. che l'ira, la quale a' Greci fu di tanti mali cagione ’,
né cofa v'aggiunfic , che verifimilmente, o di necelfiità non ne ficguijfe ; ed
acquetata queir ira con la morte di Ettore, e cangiata la rea fortuna de'
Greci in migliore , diede fine al fitto Poema • Né anco nelC Odtjfca tutto
quel, che ad Vlijfe avvenne, comprefie: perciocché noi finfie ferito in Par-
nafio, né filmile al pagro nel meggo de' Principi della Grecia radunati, per
far’ un ojìe potentifjima contro a’ Tro)ani , ( comiò fujfe che non parejfer
cofie nè tra loro , né con la propojia materia jì attamente congiunte , che
l'iina dopo l'altra ragionevolmente , o di mccjfità Jcouir dovejfe ) ma
B 3, ncir
Quanta dfer
debba la com-
de]
Poeta.
Che non fi può
ftr’ una favola
di molti 1 e di-
velli fatti, tien-
che di ui) folo.
Hi rare di colo-
ro, che fcrilleio
Eracleida ,
Teleitla ,
Achilleida.
Giiidicio di
Omero nell’ i-
mitare un folo
foggettd.
Soggetto dell’
lliada .
Soggetto dell’
Odiltea.
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Giudicìo dì
Virgilio in tu.
lanciar mok«_^
cole, per fare
lina favola.
.Soggetto dell’
hncidJ.
Che r Epico
tratta cole di
un' anno fola-
mente .
Che moire cofe
tratti il Poeta,
le quali non fo-
no della fàvola.
Efemplo di O-
wiero .
Efemplo di
Virgilio.
li DELLA POETICA TOSCANA
titU'una opera, e veli altra quel tanto chiaramente efpreffe , che ad un fo~
10 fog”etto s'apparteneva . Che direm di p'irgilio , fommo ed eccellcntif-
ftmo Poeta ì perciocché nulla più impreje a dire di quanto farft una Fa-
vola potea , ancorché oltre a ciò molto fatto , e patito aveffe Enea , che
di lui fcrivcre potuto fi farebbe: conciò fia che non abbia fatto lui con
Diomede , né con jlchillc combattere , né , quanto egli eccellentemente
operò nella T rojana guerra , narrato ; ma fi propofe di voler dire della
venuta di quel Pe in Italia , e di quel , che perciò gli avvenne ; e tofla
che le cofe de' T ro]ani per la vittoria , che de' Rutuli confeguirono, ebber
lieto e felice fine , con la morte di Turno l' Eneida conchiufe . Laonde
chiaramente fi vede l'uno e l'altro Poeta aver prefo a trattare una inte-
ra e perfetta materia folamente di cofe infra uno anno avvenute: Ome-
ro nell' Jliada quel , che nel decimo anno della guerra Tro)ana dopo Pira
di ylchille fegu't, infin ch'egli uccife Ettore ; nell'Odiffea il ritorno d'Vlif-
fe in Itaca , e la vendetta da lui fatta de' Proci nel decimo anno dopo la,
mina del Regno di Priamo : P'irgilio la venuta d'Enea nell' antico La-
%io , e la guerra fatta co' Rutuli , infin che Turno fu vinto , ed uccifo ;
11 che avvenne , come fi fcrive, nel fettimo anno , dapoichè quegli fi par-
tì diTro)a, Vesp. Non trattò l'uno e Poltro Poeta altre cofe in un
medefimo Poema « Min. Sì bene : perciocché nell' Jliada s'annoverano
le navi , ed i Principi della G recia , e tutte le genti , che in Aulidc fi ra-
dunarono, per gire a por l'affcdio a Tro)ai fi narra, come le terre a quel-
la vicine fi dijìrujfero , e quali prima , che alla guerra principio fi dejfe ,
andarono a richiedere , che a Menelao Eleva fi rcndeffe : fi fanno bellif-
fimi giuochi nell' efcquie di Patroclo ; fi rende a Priamo Ettore , accioc-
ché darglifi poffa fepoltura . Nell'Odiffea Telcmacho, moffo dal configlio
di Palladc , ne va a Sparta , ed a Pilo , per udir novella del Padre : in
Corfò il Re Alcinoo fa magnifici conviti ; i giovani s'efercitano col defeo',
Dcmodoco foavijfimamente canta Pamorofo congiungimento di pevere con
Marte , ed il famofo cavallo , col quale fu prefa T ro)a j Vltffe narra ai
Alcinoo , quanto gli avvenne dapoiché arfa c di/trutta. quella Città fi mi-
fc a navigare, per ritornarfene a fua cafa . Nell' Eneida, Enea dalle tem-
pi fle cofirctto a Cartagine fi conduce ; accolto fplendidamente dalla Rei-
na di quella Città di lei s'innamora , la qual per lui più caldamente ar-
dca : narra la mina , e l'incendio di T roja , e la fua fuga e dipartita da
quella Città , e quanto gli era navigando avvenuto , infn che in Africa,
pervenne : celebra , ed onora con leggi adriffimi giuochi l'ifcqhic del pa-
dre ; àifcendc all' inferno ; ode dall' ombra di Anchife la gloriofa fucccf-
fion de'fuoi. L>ifcrivefi dal Poeta, qual'cra lo fiato de' Lami in quei lem-
pi:
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LIBRO PRIMO.
pi : rìcontafi, quai popoli Turno, e quali Enea feguirono in quella guer-
ra . Ma tutte qiiifle cofe non fono già nella Favola eomprefe , ma parte
fuori di lei, e parte aggiunte . Fuori della Favola fono quelle, ebe fi nar-
rano , 0 come già prima avvenute , o come future . jìggiuntc quelle , che
non fono delieffem^ di lei, ma le s'aggiungono per ornamento del Poema.
Chiamanfì tutte quefte , e fimili eofe Epifodj da' Greci ; del qual nome Che colà fi» .
ancora da noi ( perciocché da nominarle altro non n’abbiamo ) fi chiame- Episodio.
ranno : i quali convien , che fieno con la Favola sì attamente congiunti. Quali eflerdeN
che , benché fepcrarfenc pojfano fen%a offifa di lei ; nondimeno pajano da banogli Épifo-
lei dirivare, nè ad altro fine dtri’Zgarft , che a quel , per che ella fi è fin- *
ta ; come vedete ne' T rionfi del Petrarca , ne' quali benché il palefare , Efemplo del
ed il moflrar coloro , de' quali trionfano i vincitori , fia fuori della Fa-
vola ; non però n'è sì lontano , che da lei non dipenda , nè ad un mede-
fimo fine fi diri%gi : perciocché alla vittoria , della qual prefe a dire-»,
s'appartiene. Vesp. Che ftgnificano poi della dtffini%ione quell' altre pa-
role, che feguitanoì Min. IL vi dirò . Il dir foave , per lo qual iiiten- i„ che confilb
do il parlare in verfi , difltngue quefia Poefia, della qual ragioniamo , da «1 dù foave,
quella , thè fifa nelle profe : perciocché il dire in verfi é con mifura , e
con tempo, e con armonia ; di che non é cofa , che più dolce , nè più gio-
(onda a gli orecchi noflri pervenga . Ed è ben vero , che la profa ha il Che nel verfo
tempo ancora , e I armonia ; ma perchè non l'ha fotta certa legge , né s’attóJe il tem-
con mifura fiabilita , di quefte cofe niuna in lei fi attende . Vesp. Del^*^ armoiuat
tempo , com' egli fi conftdcri nel verfo , dopo gli antichi Scrittori io so,
thè il Pontano , e voi fcritto avete non poco . Dell' armonia , come in Qual (ìa l’Ar-
quello fi fenta , non mi rimembra, fe alcun parlato n'abbia . Min. Ben- nel ver-
ebè non fatto quefto nome , il quale appo i Latini , come che la parola-.
Greca fia , non troviamo , che fignifichi altro , che la conjonanxfl delle
voci diverfe, ed infieme rotte ; nondimeno trattando noi de' tempi, chia-
ramente ne ragionammo là , dove dalla varietà degli accenti , e dal fuo-
no delle fiillabe c delle lettere nafeer bcliijjlmi tempi dimoftrammo : per-
tiocchè il tempo è mifura del movimento delle fiUabe e delle voci , infin Qual Ha il
thè al termine fien giunte , e perchè il movimento è tardo, o veloce, fico- Tempo.
me lo fpa‘i^io , per lo quale egli fi fa , lungo , o breve j il tempo fi atten-
de nel lungo , e nel breve , c nel tardo , e nel veloce delle fillabe , e delle
parole profferite . Ma perciocché l'armonia c confonan%a , la qual non è
fenx^t fuono , ficome non è fuono fen%a pcrcoffa , nè ptrcojfa j'eni^a mo-
vimento , nè movimento efjee può , che non fia veloce , o tardo j onde Che l’Atnwnia
dal veloce viene il Juoho acuto, dal tardo il grave ', jèguita , che dove fi
nota il tempo , quivi anco fi conjideri l'armonia , la qual non è dubbio , je rune,
che
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Che ìmportmo
le alcre parti-
celle della diJR-
nizione.
Che 'I Canto ,
ed il ballo ren-
da fbave il dire.
Quante fieii le
parti dell’ Epi-
co Poema.
Le parti della-*
qualità elicn-
uale .
1 p.avr»lai
1 Affetti , o
Collumi .
j Sentimenti.
4 Paiole.
Clic la Favola
fia la parte-»
piiucipalc.
14 DELLA POETICA TOSCANA
thè nelle rime, che tra loro con foavilfimo concento ft rifpondono,pìù chia-
ramente non apparifca , che nelle femplici , ed ignude , e prive di confo-
nanxe . m de' tempi , e dell' armonia de' ver fi per avventura in altra
luoto più lungamente raoionaremo . Ora tornando a dichiarare le altre
particelle ; ( perciocché la Mufica ancora , ed il ballare fan dilettevole
e foavc il dire ) a differenza della Scenica , <r della Melica porfia , alla
qual ferve il cantare , ed il ballo , nella di$nizione fi aggiungono quelle
parole, fenza Mufica, c fenza ballo: ficome quefle , or narrando fem-
plicementc, u differenza della Scenica : e quell' altre, or introducendo
in operazione, ed in parlare altrui , a differenza della Melica . r^el,
thefcgtie , dinota il fine , il quale come all'Epica è comune con la Tra-
gica Poefia, così dalla Comica e dalla Melica la rende differente . Vhsf.
Ditemi , quante fono le parti dell' Epico Poema , acciocché meglio l' ar-
tificio di lui fi conofea. Min. Non di una maniera fono le parti di lui: per-
ciocché alquante della qualità , alquante della quantità ne fono . Intendo
quantità il corpo dell’opera . E perché la qualità parte è dell effenza, par-
te dell accidente , le parti tffcnzinli di queflo Poema , del quale fi ragio-
na, fono quattro, la Favola, gli affetti, o Coflumi che dir vogliamo,i Sen-
timenti , e le Parole j e fono proprie della Poefia , e all'Epica poi con
eia feuna altra comuni. Onde, come in quefta quali elle fieno dichiarato
avremo , in ogni altra s'intenderà dichiarato . Vesp. Perché non . Ma
fatemi chiara quefta partigione . Min. Se vi recherete a mente effervi
fiato apertamente dimoftrato , che aW imitante artefice convicn , che non
manchino le cofe , le quali debba imitare , nè quelle , con le quali mutar-
le poffa , né anco il modo d' imitarle , e che l Epico Poeta effendo vera-
mente imitatore , quelle cofe , U compofizione delle quali Favola fi dice,
ed i coftumi , ed i fentimenti con li ver fi dipinge , non dubiterete quejte
efter le parti di tal Poefia . Chi non sa, con i verfi dcfcriverfi gli atti ,e
le perfone, che in atto, ed in operazione s'introducono, quali
a fentimenti del parlare, e per li coflumi dichiararfit .
li ancora prender qualità gU atti diciamo ; eie perfone introdotte , quaPé
il coftume, e lo affetto , ed il giudicio di et afe una , cosi felici »
pur infelici : conciò fia che gli avvenimenti tali fi tengano , qua e in cu
feuna la difpofìzione, ed il fentimcnto dell'animo. Di quefte parti la prin-
Tale è la favi , la qtJ è Camma della Poefia : perciocché la Poefia è
imitazione , come s'é detto , non degli uomini , ma dega atti
ta , qlalunque fi fia di quella il fine , o lieto , o dolorojo . Concio ffiacofa-
chéla felicità nelC operar confifta ; ed il fine per lo \['ti
difpoit-
utramente una certa operazione
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LIBROPRIMO. ij
difpongono t e per quelli fum detti buoni , rei , piacevoli y duri , gravi»
leggieri , benigni , iracondi , umili , fuperbi , qual'è la natura yC la ma-
niera di ciafaino , e per gli atti felici , o mi feri divegniamo» ( nè ad ope-
rar ci mettiamo, per dimojlrare i coftumi , ma dimofìriamo i collumi nell'
operare ) ragionevole cofa è, gli atti »e la Favola effer fine della Poefìa t
conciò fia che fem^a gli affetti pojfa trovarfi Poefia, ma fem^a gli atti tro-
var non fi poffa . Il che anco avviene della Pittura , nella quale benché
Poiignoto mirabilmente efpreffi gli affetti dimoflraffe ; non però Zeuft di-
finfe mai cofa , che nel volto , e nel colore la difpoffi^ione dell'animo , ed
il coftumc fignificaffe . E tanto i di lungi» che gli atti non ften la miglior
parte della Poefia, t he fe alcuno l’opera fua di affetti leggiadramente adem-
pieffe , c di betliffimi fentimcnti » e di fceltiffime parole » e di modi leg-
giadriffmi di parlare Padornaffe ; coflui fenTjt l'imitazione delle cofe non
farebbe co5Ì bene Poficio del Poeta , come colui , che la favola ben finta »
e compofla aveffe , ancorché non bellifiìmamcnte dell' altre parti la ve-
fìiffe : perciocché le voci » e le fembiange fignificatrici di quel , che l'ani-
mo fente e vuole , e delle difpofizioni di lui » che altro fono , che vefli-
menti della compofi%ione ì ^tal cofa poi diletta , e muove , ed adduce in
meraviglia pià delle parti della favola , che riconofeenza » ed accidente
inopinato fi chiamano ì E chi non sà , che la invenzione di formare la
favola fu prima delP ornamento delle parole , e della imitazione de’ co-
flumi ì conciò fiiffe cofa che ella ignuda prima nafeeffe , che a veftirfi
eominciaffe . Né fia da dubitare , che rozgfi » t fenzu leggiadria, ma puri
e cafli , nonfuffero , quale il coflume Cittadinefeo richiedeva , i principi
della Poefia ; la qual poi leggiadra » e polita Rettoricamente divenne . E
fe pià dilettano i lineamenti della figura nel muro folamente defcritta,che
la tavoletta di finiffmi e vaghiffimi lolori dipinta ; non piacerà pià la fa-
vola femplicemente compofta , che ’l Poema fola di leggiadriffime parole »
e di fentimcnti, e di affetti riccamente adornato} V esp. La Favola adun-
que è la Principal parte della Poefia . ^al luogo tengono P altre parti ì
Mi s. La Pittura de'cofiumi, e degli affetti il fecondo’, per la qual fi dimo-
flra,qual fia dell'animo il proponimento, e l'appetito: perciocché, dove non
apparifea, che feguiti , o che fugga colui, che a parlare, ed operare s'in-
troduce, quel Poema dir non fi può de' colori degli affetti dipinto . Il ter-
Zp luogo é del fentimento del dire, per lo qual'apertamente fi conofcc,ihe
fia ciafeuna cofa » o che effer fi convenga , o pur in qual modo ftia , qua-
lunque egli fi fia, 0 fiottile, ed acuto,pcr infegnare’, o pur arguto,per dilet-
tare ; 0 veramente grave» per muovere ; concioffiacojachè la virtù di lui
fia di lignificare col dire p Ctttadinefiamcnte t femplicemente quel» che
nella
Dopo \i Favoli
fono i Coltumi,
e gli Affecci.
Il terzo luogo c
Ueiia Sentenzi^
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i6 DELLA POETICA TOSCANA
nella imprefa materia fi contiene, o Rettoricamente, ed ornatamente quel,
• eh' è di fuori, ma dicevole alle cofe propofìe . Seguono ultimamente le pa-
■ rote , con le quali o riflrette infteme e legate con mi fura , overo fciolte ,
quel, che l'animo fonte, fi dimoflra . Vesp. pipile fono quelle parti , che
’ rejfcnrj al forma della Poefia contengono . ,^ali fono le parti dell' acci-
‘ dentale qualità ì Min. Gli Epifodi : i quali, fteome la Favola, fono mi-
tarponi de' fatti e detti altrui , e fi vejìono de' medefimi ornamenti , e fi
adornano de' medifimi colori , ed al mcdcftmo fine fi dirigpe^no . Aia pof-
fon da lei fcpararft talmente , che quella mutagion niuna ne riceva , nè
altro detrimento , fe non quanto delle fue ricchezze perderebbe : conciò
fiiffe cofa che gli Epifodj per lei arricchire , e l'opera ingrandire fi tro-
i vaffero. Vesp. Già tutte le parti della qualità dichiarate ci avete. pian-
te, e quali fono quelle, che fanno il corpo del Poema ì Min. Due , l una
delle quali fi chiama Principio,l' altra Narrazione . Principio fi dice quel,
• che altrui apparecchia , ed apprefìa ad udire le cofe , le quali fi diranno .
I diche fia , fe benivoli , ed agevoli ad infegnare , ed attenti gli uditori fi
renderanno . Acquiflafi la bcnivolenza o dalla per fona di quel , che par-
ta , 0 dall' altrui , o dalle cofe , delle quali fi fcrive . Dalla perfona di
, quel, che parla , quando di fe fteffo , o delle fue cofe modeflamente ragio-
\na,o ft commenda, 'quaf è : Nel tempo, che rinuuva i mici rofpiri. E,
ma vero amico
Ti fono , e teco nacqui in terra Tofea .
0 fi feufa :
Quando ad un giogo , ed in un tempo quivi . E
Quello m’avvicn per l’arpre fome .
0 ft accufa , per trovar perdono :
Dapoichè folto *1 Ciel cofa non vidi .
0 prega :
Dimmi per cortefia , che gente è quella .
0 veramente , dove il divino ajuto gli bifogua , invoca :
O Mufe , ed
O buono Apollo .
I Acquiflafi dall'altrui , quando altri è lodato , qual è :
Ma tua fama reai per tutto aggiunge .
O per amor di lui fi moflra prender' a far qualche cofa ;
Ma per empier la tua giovenil voglia .
Overo in lui confìdarfi , e por le fue fperanife :
In quelle fpero , clic ’n me ancor faranno ,
Alte operazioni , e pellegrine .
E da.
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>7
LIBRO PRIMO.
E da la perfona delP Avver fario , come fi fa in quel mio Sóntih : Dall’ Avvcrfa-
Piaccjuc all’ eterno , ed onorato padre .
'Acquiflaft dalle cofe, delle quali fi ferivo , quando quelle con fomma, Idjt- Italie Cufe,
de s’innalzano , qual’ é ;
Or quinci , or quindi mi volgea guardando
Cofe , che a ricordarle è breve l’ora . £d
Or di quali fcuole
Vcrr^ il maefiro, che deferiva a pieno
Quel , che io vb dir in fcmplici parole .
JE quando dimoflriamo , che dell' altre dir non ci piaccia ; perchè non fo-
no di tanto pregio , quaC é in quel mia Sonetto : '
Non perchè /la di fomma laude indegno .
O perchè fono divolgate , qual" è in quell’ altro :
I Sacri fiumi .
Ottienfi f Agevolezza, fe ciò , che trattar fi dee , con brevità, e chiara- * Docìl.tà on-
mente fi propone .• de fi acqiulti.
Dirb di noi , e prima del maggiore
Deflafi l’Attenzione, fe le propofie cofe grandi, e tneravigliofe , e nuove j Atten»ione-»
fi fiimano : 0‘*de fi acquifti.
Vidi un vittoriofo , c fommo Duce.
Jìfe a tutti , 0 pur a molti , overo agli Vomini illufiri , o pur agViddii,
o veramente a qualche glorio fo fine fi appartengono f qual’ è :
£ canterò di quel fecondo regno ,
Onde l'umano fpiritu fì purga ,
£ di falir’ al Cicl diventa degno. E
La gloria di colui , che tutto muove .
Ves?. ^ali fono le vertà del Principiai Min. Che infogni , diletti , e Verrà del Pnii-
muova . Il qual movimento fi trae così da quei luoghi , che nell' impre- «'pio •
fa materia faranno da poter allettare l'ammo , o rifofpingere , come da
quelli, onde derivano gli affetti, de’ quali molto feriffera i llcttorici mac-
flri . Nel cominciare non fia mefliere, che tutta la fchicra degli affetti fi
muova ; ma baflerà , che gli animi lievemente ne ficn tocchi . Oltreacciò
fia chiaro , ed aperto : perciocché fe toflo non s’intende quel , che fi pro-
pone , non fi giunge a quel , perchè il proemio fu trovato . Laonde è da y;,; dd Prài^
fuggire , che in quello non fi vegga particella audacemente traslata , nè cipio.
lontana dall’ ufo, nè orrida, nè licenzìofa ; nè lungo giro di parlare , nè
dir fatto con molto fludio ; nè troppo con le parole fi prometta ; nè tanta,
che quel , che fegue, alle promcfj'e non rifponda . T uttc quefle vertù tro-
^crete nel principio del "Trionfo del Petrarca : nel quaC egli chiaramen- Petraica.
C te
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i8
DELLA POETICA TOSCANA
ne che coià fia.
One parti della
Warra/ionc.
1 Fà\ ola.
1 Fpifodi'o , e
JDigitflionc .
Capinni di' Di-
greinone.
/e inferni che a trattAre imprende; diletta in deferivere ielle e vai
rie tofe c«n le^iadre parole, e muove con dolcijfmi affetti ; nè con verfi
gonfiati , ma con piene c foavi rime ; nè tanto promette , che più non at~
La Nairaajo- tenga . Vbjp. Che coj'a è la Narratjone ì Min. Zielle cofie fatte , o pur
come fe fufier fatte, fpofiyone, che tofio dopo il principio comincia. Vesp.
Quante fono le parti di lei ì Min. Due-.con l’una la Pavola,e tutto quel,
che fi è prefo a dire, fi narra : con l'altra CEpifodio , e qualche digrtffio-
ne fuori della Favola, ma non fi fuori , che fia frana da lei , s'intrapone
0 per ampliare, o per fomigliare, o per dilettare, {il che fa fpeffo Ornerò,
intraponcndo alcuna piaccvohffìma novelletta ) o per biafimare , o per
commendare altrui : ficome ytrgilio , per dar biafimo a' Cartaginefi ni-
piici de' Romani , i quali egli intcndea di lodare, narra , come da fover-
cbia for^a d'amore vinta Didone fefieffa uccife , ed allo ’ncontro per dar
laude a' Romani, lo feudo di Enea deferive. Con qiicfia ancora fi trafeor-
> re a deferiver varie cofe , tempi, luoghi, e paefì . Fedete, come il Petrar-
l'fi'TpIo de! attamente la Jìoria dell' Amor di Mafiniffa verfa Sofonisba, e dello iii-
Pctiarca . namoramento di Antioco, del dono del Re Seliuco , e del cambio di Stra-
tonica intrapofe, come leggiadramente l’ifola di Cipri deferiffe :
Giace oltra , ove l Egeo fofpira , c piagne .
E la prigione , e carro trionfale d' Amore :
Errori , fogni , ed immagini fmorte .
Ed il miferabi le fiato degli amanti :
Cr so , come da fc il cuor fi difgiungc.
Talvolta il Poeta alle cofe da lui propofie , o per farle più chiare , o per
più adornarle , aggiunge or le paffute, ed or le future , fiicoine già dichia^
rato abbiamo . t riguardando al modo del narrare , tre narrazioni /4»
remo : l’una delle quali è jimplice , e propria de’ Linci \ ed è , quando
parla il Poeta fenza vifiirfi dell' altrui perfona ; di che vi faranno cfein-
iirita- parte delle rime del Petrarca, c delle mie . L’altra è pura imi^
tazione , e propria degli Scenici ; e fi fa , quando il Poeta depofia la ftta
perfona fi vefic dell' altrui , il che leggerete nell' Egloghe mie . La terz*
è mifia delfuno e l'altro modo, e propria degli Epici, c fifa, quando egli-
no parte per loro fltjji , parte per le perfonc a parlare introdotte ragiona-
no ; ficome ne' Trtonfi del Petrarca troverete , di che già di fopra affai
detto abbiamo . Ma confitderando le cofe , che fi narrano , del narrare
^'arieti di co- molta varietà troveremo : conciò fia che fi narri , quando fi deferivano
fe, cheli nana' le perfone , le cagioni , i luoghi , i tempi , gli atti , le paffiont dell'animo,
il modo , lo firumento . Come fi deferiva la perfona , e quel , che lei fe-
gue , qual' è la fot ma , il tofiume , t operazione , la fortuna , il genere,
la
Tre ti'odi di
Narrazione .
1 StinpliLe .
2 Pura
none .
ì Mirta .
no
Di-j ■ ze-j by C»ogle
I
LiBROPRIMp. ip
la patria , la gente y e fimili cofe , ne' Trionfi il Petr^^rCA [avente il
v'tnfegna , e fpecialmente in quel luogo : Perfone.
Qucft’ è colui , che ’l mondo chiama Amore .
Della fpofiyonc delle cagioni flavi cfemplo : Cagione.’
De l’aureo albergo con l'Aurora innanzi
Ove il Poeta dimojìra, perchè il Tempo f$ armò contro alla Fam.t.Dcfcri-
vefi il luogo in quei verfi ; Luogo.
Era *1 trionfo , dove Tonde falfc
Fercoton Baja .
£d il T empo in quefli : Tcmi>o.
Era nella Aagion , che l'Equinozio
Ea vincitor' il giorno .
Dieferivonfi gli Atti : Arto.
Allor di quella bionda teda fvelfe
Morte con la Tua mano un’ aureo crine . E
Contra codor colui , che fplende folo ,
S’apparecchiava con maggiore sforzo j
E riprendeva un piii fpedito volo .
A fuoi corfier raddoppiai’ era l’orzo ;
£ la Reina , di chi io fopra difsi y
Volea d’alcun de' fuoi già far divorzo .
Gli Affetti : ^ Affette,'
Legar' il vidi, e farne quello drazio ,
Che badò bene a miiT altre vendette ;
Ed io per me ne fui contento , c fazio . E
Cosi queda mia cara a^morte venne .
£ quel , che fegiiita . E
■Virtù morta è , bellezza , e cortefia ,
Le belle donne intorno al cado letto
Tride diccano ; ornai di noi chelìa ì
Deferivefì il Modo , il qttaP è dell' operaxione , o del cafo , o del P abito, Modo.
0 di tutte quefie cofe,o di parte', e talvolta non fcnxji turbat^ione dell' ani-
mo , quando fi narra , come fia fatta , o pur avvenuta la cofa , a tome
fila , qual' è :
Vidi un viitotiofo , e fommo Duce .
£ quel , che ne vicn dopo . Ed
Armate eran con lei tutte le Tue
Chiare vertù . E
Quel vincitor , che prima era a TofTefa ,
C z Dai
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StrumcfltQ t
Maniere di
Narrazione .
1 Semplice .
» Con fomip
fliaiiza .
nunagine .
Similitodinc.
Compararicne.
In che confìAa
la Narrazione.
J Perfone .
» Faccende .
3 Afcribnti di
Perfone .
4 Attributi di
faccende.
Efempli ,
io DELLA POETICA TOSCANA
Da man dritta lo Orai , da l’altra l'arco ,
£ la corda a l'orecchio avea già tefa .
I>ipingef$ lo Strumento , quando lo feudo, o la fpada , o ^afla, 0 qualun^
rjHC maniera d'arme fi dimoftra , qual fia j ftcome :
£ir avea indolfo il dì candida gonna ,
Lo feudo in man , che mal vide Medufa :
D'un bel diafpro era ivi una colonna .
E quefla maniera di narrare è fetnplice, e fen^a alcuna fonùglianxa ; ol-
tre alla quale è quella, ove s'aggiunge or ^immagine della cofa narrata,
qual' è :
Quando donna fembiante a la flagiocc
Di gemme orientali incoronata . E
Stelle chiare parean , in mezzo un Sole
Or la Similitudine :
Farea pofar , come perfona fianca . B
Quali un dolce dormir ne' Tuoi begli occhi
Era quel , che morir chiaman gli Iciocchi .
Ed or la Comparazione , la qual fi fa delle fomiglianti cofe ;
Pallida non , ma pib , che neve bianca . E
Non con altro romor di petto danli
Duo leon fieri , o duo folgori ardenti . E-
Non fan s) grande , e sì terribil fuono
Etna , qualor da Encelado è pili feofla >
Scilla e Cariddi , quando irate fono . E
Com’ uom, eh’ è fano, e ’n un momento ammorba i
Che sbigottifee , e duolfi accolto in atto ,
Che vergogna con man degli occhi forba :
Cotal' er’ egli , cd anco a piggior patto .
Ma delle tomparazioni fono molte e varie maniere , delle quali altrove
per avventura pià ampiamente ragionaremo . Vbsp. In che adunque la
Narrazione confiflc ì Min. Nelle faccende ,o nelle perfone , o pur nelle
cofe loro attribuite . Attribuifeonfi alle perfone il nome , la natura , il
vivere, la fortuna , Cùbito , la pajfwne del corpo , la paffionc dell'animo,
gli fiudj, I configli , i fatti, i cafi, i detti . Di ciò, che alle faccende s'at-
tribuifee , parte dicono cjfer con la faccenda fieffa congiunto , ed affifiò ;
parte nell' operazion della faccenda confiderarfi j parte aggiunger fi alla
faccenda i parte frguirla , poicb' è fatta . Delle quali cofe sto ragionar
compiutamente qui volejfi , mi converrebbe buona parte recarvici della
Ecttorica di Arìjlotele ,e di firmogene , e di Cicerone, e di Emiliano.
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L I B R O P R I M O, £j
Ma non farà egli difutile il darvene di alquante l’efempto , (otti i del NcmJi
nome ;
Quell' è colui , che ’l mondo chiama Amore . B
DilTc t io Selcuco fon > qucA’ è Antioco .
Bella Natura : fjaturà i
£ nacque d'ozio > e di lafcivia umana .
Bel Vivere : Vivere,
Nudrito di pcnlìer dolci , e foavì .
Bella Fortuna ; fwuna,
A lui ponuna fu Tempre ferena . B
In così anguAa , e Tolitaria villa
Era'l grand* uom , che d’ Africa s’appella • R
Iv’ cran quei , che fiir detti felici y
Pomdici , regnanti , e ’mperadori ;
Or fono ignudi , poveri , e mendici .
BelfMito: Abito; • ,
ManTucto fanciullo , e fiero veglio . E
Quel, che ’n s) fignorile , e si ìuperba /
Villa vicn prima , è Cefar . E
E quel pulTcnte e forte
Ercole .E
Ma non gik degno era ’l valore ,
Del qual , pili eh’ altro mai , l’alma ebbe piena.'
Bella Paffione del corpo : Paflìoné de} J
L’un’ occhio ayca lafciato al mio paefe , corpo ,
Stagnando al freddo tempo il fiume Tofeo ;
SI eh' egli era a vedere Arano arnefe .
Bella Paffion dell' animo : Pafflone dell’
Ve^i’ andar pien d’ira , e di difdegno nimo.
Begli Stud) : ^
pien di Filofofia la lingua, c ‘1 petto . E
Camilla , e l’alrre andar’ ufe in battaglia
Con la fìniAra fola intera mamma . '
Be' Configli: Conḷli.
Se del conAglio mio punto ti fidi ,
Che sforzar polTo, egli è pur’ il migliore
fuggir vecchiezza , e Tuoi molti faAid) .
Be' fatti, e de'cafi, e de' detti qual fia la narrazione, chi non troverà mil- •
le efempli Ì In (he altro é pofto lojìudio de’ Poeti, che in quei, che etafeu- ,
»«
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Ter* pò ,
J tioi;n .
AW.Jo .
f .'tciWca .
Opciaiioiie
1., (ai)7a
■ Sic.
I Ì}jevici
X Chiarezza ,
11 DELLA POETICA TOSCANA
r.o abbia fatto , o patito, o detto, dimoflrare ì E le cofe alla perfona at-
tribuite allora fatati più da cottfidcrare , onando fi dirà , come ciò , che
le conviene , le s'adatti , cd acconci , Ma in fjtial modo ft narrino le cofe
alla faccenda attribuite , com' è il tempo, il luogo , il modo , la faculti ,
l'operarjone, fitfanga, e molte altre, per quel che fopra fen' è detto,agt-
volmente s' intenderd . Vesp. Earie adunque , e molte fono le maniere
della narragione . Ma quante , e quali fono le vertù di lei ì Miv. Tre,
Vc'uù Vel Nar- fttondo la comune opinione de’ Rettorici macflri, la brevità , la chiareg-
, e la fimilitudine del otero . Colui ft dice narrar brevemente, che non
di lontano , ma di là , onde fi com/iene , comincia ; nè più lungamente ,
che faccia meflirre , nel narrar procede ; nè con più parole, che ’l bifogno
ne richeggia . Narra chiaramente , chi tutto dice così diftintamente ,
ccm' è di cofe , di perfone , di tempi , di luoghi , di cagioni diflinto e va-
riato ; e guarda , che 7 dir non fia confufo , nè mal compoflo , nè intri-
gato , nè breve, nè lungo più, che fi convenga, (perciocché la lunghegga
del parlare talvolta fa, che la cofa non s'intenda, non che la brevità', al-
la quale chi attende , le piu volte ofeuro diviene ) nè con parole non ufi-
tate , nè proprie . Dal qual precetto nè Omero, nè Virgilio, nè il Petrar-
ca fi diparte . Verifimil farà la narragtonc , fe quelle cofe , che fi narra-
no, alte perfone , a’ tempi , a' luoghi , alle cagioni corrifpondrranuo ; fe
le cofe parranno effer dette, come fu pojfibilc, o ncceffario, o fimile al ve-
ro , che quelle avveniffero : concioffiacofuhè fludtarci debbiamo di far ,
che Puditore non meno il vero , che ’l finto creda , ed abbia in meravi-
4 Soavità. ct,lìa . A qticfie vertù il padre della Romana eloquenga aggiunge la foa-
vità : perciocché il dir foave ha meraviglie, afpcttagioni , inopinati av-
venimenti , movimenti di animo , ragionamenti di perfone , affetti , ire,
fdegni , dolori , paure, allegreggc , defiri . Ed io la tengo di tutte la pri-
ma, come quella, in cut fommamente il fuo fltidio pone il Poeta . Aggiun-
5 Ma£nificenia. gavifi la magnìficengi, la qual’ è propria dell’Epico Poeta , E tutti que-
lli precetti fon da fervare, non che in ciafeuna varietà di narrare, ma in
tutta quella narragione, la qual noi diciamo parte del Poema', nè tacerfi
dee , che ne’ principj , o pur infiteme con quelli ufano i Poeti quella nar-
Della Prtiiar- ragione , eh’ è fonte così appo loro di tutto il rimanente del Poema, come
Vie- Oratori di tutto quel, che fegue del dire: perciocché fa più larga,
ed ampia l'entrata per Pefordio data alla Favola : onde più toflo parti-
cella del principio, che dell’altra parte da noi chiamata Narra7fone,fi può
diretconcioffiacofachè come per la Rcttorica narragione quel, ch’è da trat-
tare, fi conofcc', così dalla Poetica quel, eh' è nella Favola, s’intenda: per-
ciocché 0 fi narrano le cagioni’, fitcome fanno Omero nell' Ihada,e Virgilio
nelC
3 Verillmilitu
dine.
narrazione.
Maniere
Narrazione.
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L 1 B R O P R I M O: 2j
neW Encida , ed il Petrarca nel Trionfo del Tempo > e più chiaramente
nel fecondo Sonetto ; o pur le cofe avvenute , dalla noti%ia delle quali
deriva quel , che fi ha poi a narrare , fiicome fa Omero nell’ Odiffea , ed
il Petrarca , e Dante . Cominciando il Petrarca :
Nel tempo , che riiiova i mici fufpiri . Elcinpio.
E Dante :
Nel mezzo del cammin di noflra vita .
E Putto e P altro il tempo , ed il luogo deferivendo . Vfsp. Che direm Delle parti Jel
dell’ altre parti del dire , che latinamente Oraxton fi chiama ì Non fimo •
elle anco neceffarie al Poeta ì Min. Nulla meno, che all' Oratore : per-
ciocché fapere gli conviene ben partire, quando propone le cofe , che dee
trattare , e le propofìe confermare ; e ciò , che PAvverfatio gli averi
oppofto, rifufare-, ed acconciamente quel , ch’egli averi detto , conchiu-
dere . Né folamcnte , perché talvolta alcune delle perfone a far qualche
orazione introduce ; ma perché finge , e compone ragionamenti , a' quali
talora fa mejliere l aver quelle parti oltrache ne' principj , e pntwa Pjopofizione.
che Pimprefa materia cominci a trattare , partendo, propone ciò , che <>
dire fi difpone , qtuP é :
Dirò di noi , e prima del maggiore . £
Ma prima vò fegiiir , che di noi feo ;
Poi feguirò quel , che d’altrui fullenne .
V*sp. Perché con brevità , ed apertamente dimofirato ci avete , quan- Aweitimentì
te e quali fien le parti della Poefia e del Poema , nell’ inveiix/one e di- d
fpofixione delle quali confifle la f acuità del Poeta’, defidero intendere, co-
me egli in fare il fuo Poema fi abbia a portare. Min. Conofea prima, qual Maniere di
fia la materia , della quale imprende a fcrivere ; conciò fia che non una pi iifj;!",,),' ^
maniera di materia fi truovi, ma qual’ onorata, quaP umile, qual brutta, convenga acia-
qual dubbiofa, qual mirabile, quaP ofeura . Nell'onorata il principio ba- •
fierà,che una brieve,ed aperta propofia delle cofe, che fi diranno, contcn- •
ga ; fenga fpender molto in procacciar la benivolenxa , e Pattengione , e
fagevoUx.'^a degji uditori , i quali ella per je fiefja benevoli, ed intenti,
ed ag^evoh ad infegnare fi rende ; ficome vedete nell' opere degli ccccUen-
tifjimi Poeti, ove brevifiimi fono i cominciamenti. Nell' umile (perciocché Umile.
ella da fe merita difpngio) convien, che s'innalxi,e degna fi faccia d' at-
te nxtone in fui cominciare fiuome fa Virgilio nel trattar dell' Api , ed
Omero mila battaglia de’Topi con le Rane.NclPofcura,percbè mal.gevol- oicura .
mente s’tntende , glt bij'ogncrà prima, che fi metta a ragionarne , acqui-
ftarfit P agcvolexz.0 di coloro , che fianno ad udire ; ficome fanno quelli ,
(he delle cofe divine, e della natura fcrivono. Nella meravigliofa, o per- Meravieliofa,
ché
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' Ì4 DELLA POETICA TOSCANA
chi odt'ofd , 0 perchè laida fta , farà neceffario , che tacitamente fi prà^
curi tutto quel > che apertamente nell' altre fi procaccia ; come hanno in
coflume di fare i Satirici Latini, i quali con arte mirabile fi fanno la via
di andare a riprendere gli abbominevoli cofìumi: perciocché naturalmente
in odio abbiamo i riprcnditori , e maffmamente quando biafimano alcun
Dubbiofa . degno di laude, come i primi Comici far folcano . Nella dubbiofa,la qual
parte i brutta , e parte onefìa , convicn , che s'impetri la bemvolenxfl ,
acciocché 7 brutto fi nafeonda , e l'onefìo apparifea . ^uefla materia è
propria de' Comici , i quali fi mefirano per amor dell' onefìà le cofe laide
trattare ; e de' T ragici ancora , i quali più alla mirabil s'appigliano ,
ove efft accortamente s'ingegnano di acquiflarfi gli animi de' riguardanti,
coprendo e rimovendo la brutteT^a , e quel , eh’ è degno di meraviglia ,
e di mifcricordia , dimoflrando . Vbsp. jdffai chiaramente dimofìrato di
avete , qual principio a ciafeuna materia fi convenga ; or diteci , come
fìudiar fi debba il Poeta di ben narrare, poich' egli avrà ben cominciato .
Coire ben fi Min. Narrerà certamente , com' è richieflo a buon Poeta , s’egli ferbe~
• rà i precetti del narrare ; nè parte lafcierà di tutto quel , che all'eden-
Xa , ed alla qualità del Poema s'appartiene , le cui parti abbiamo detto
effer quattro , la Favola, i Coflumi, i Sentimenti, e le Parole . ^al fta
ciafeuna di qiicfle , e come trattar fi debba nell'Epica Poefia , conofeer ci
F.ivola Epica_j ^outiienc . La Favola adunque in qiicfìa Poefta dirittamente comporrà ,
come fi tratti, chi bene imiterà , e deferiverà una materia , intera e perfetta , di atti
illiifirt c gravi , la qual' abbia conveniente grandeggia : perciocché , co-
me s'è ditto, la Favola è imitagione di faccenda,la qual fta una , c com-
Pplffxii per ^ lunghcgga, ma per gli Epifod) crefceil Poema, e l'Epi-
accrcfcere il co fpecialmente : conctoffiacofachè l' Eroica Poefta come cofa propria pi-
^ °GMi*d«*a è s'abbia la grandegga , ed il crefeer molto ; perciocché ella è nar-
pioina dello . Ma perchè ogni narragione può molte cofe ad un tempo fatte
Epico per gli comprendere , l'Epica ancora molte ne finge infteme avvenute egiandia
c liiiigfii. diverfi luoghi ; ficome appo Virgilio , mentre Enea con Evandro s ac-
V Èpico narra compagna , e per configlio di lui in F ofeana grand' efercito apparecchia ,
venute *^mficme t*tuo da Giunone fofpinto con podcrofa ofìe s’ accampa , e pone affé dio
FfeniplodiViri Trojani : nel mede fimo tempo Ventilo a Diomede fi manda a chieder-
• gli foccorfo , e Voteano fabbrica l'arme ad Enea . Laonde con quefia pre-
rogativa l'Eroico Poema ha in fe molta magnificenga , c per la varietà
Différenaa tra cofe di fuori addotte rileva fovente con mirabil diletto l'animo deli'
i’Fpico , e gli uditore , e nnfrefea in lui l'attengione , non che figge la no)a , che ge-
èmI] tierare la lunghegga delT opera potrebbe . Il che né la Tragedia far pof-
fendo, nè la Commedia, che non fiiffc f ifiidiofa a' riguardanti, i quali non
volcn-
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t I B R O P R I M O: zj
*V — --
volentieri afcoUano quel , che in Teatro rapprefentar nón fi poffa; pochi
Epifod) , e brievi intrapone , e s'affretta di venire al fine da' riguarda-
toti appettato . Ma , benché egli abbia quefia prerogativa di potere ere- Materì» Epica
feer tanto , non però la materia della Favola fìa pià che una, nè di cofe “”*' •*^* lui’an-
étwenute in più lua?o fpagio,che di un'anno : perciocché l'Epica narra-
^ione non è già floria , la qual narra non pur quante cofe in un medefi-
mo tempo fi fono fatte, e quante ad uno , overo a più fono avvenute , le
quali tra loro a cafo,cd imprudentemente fi congi ungono-, nta cofe di mol-
ti anni, che con ordine l'una dopo l'altra ne vanno. Ma come le cofe, che
ne'mcdefimi tempi in diverfi luoghi avvennero, quando gli Ateniefi naval
battaglia fecero a Salamina, ed i Cartaginefi in Sicilia combatterono, un
fine fteffo non ebbero;così in certo fpaxjo di molti anni,ficome nella guer-
ra de' Romani con i Cartaginefi , molte cofe l’una dopo f altra feguironO,
le quali non fi può dire, che in uno modo fi terminaffero . Ma il Poeta, co- Vaio dì Poema
me dimoflrato abbiamo,{percioccbè in un Poema quelle cofe, che ad un fi- Per, viluppo di
ne pervengono, comprende) non tratta tutto quel, che ad uno in un mede-
fimo tempo,ed in una fleffa faccenda avvenne, dove quella fisa varia, e di
non una maniera: benché in quefio error caduto fi vegga colui, cheferiffe Errore degli
le cofe Cipriane, e quel, che la picciola Iliada compofe. Non cosi Omero e
Virgilio: perché né colui, quanto a Tro)a fi fé-, ne cofiui, quanto nell'an- ideila piceiali
fico Lagio per la venuta de’ T rojani artvenne , a deferivere fi propofe . •
Quantunque Puna e l'altra guerra cosi chiaro fine, come non ofeuro prin-
tipio avuto aveffe : conciò fujfe che s' a-uvedeffera, che , fe tante e sì va-
rie cofe deferiveffero. Papera <f immenfa grandegga ,ed a conofeer mala- .
gevoliffima ne diverrebbe ìo ,fe pur non più , che fi conveniva , ne ere- *
fceffe , di molta varietà grandijfinto viluppo avrebbe . B fe , come é co-
fiume degP /fiorici, i fatti brevemente narrato, e di ninno Epifodio il Poe-
ma ornato aveffero , della fua bellegga avrieno la Poefita fpogliata . Ma
come avvedutijfimi Poeti di tante cofe le più chiare, e le più degne di effer
deferitte , le quali una faccenda intera , e perfetta con giufia grandegga
contenejfe , a fcrivere imprefera . E per Papera arricchire motte cofe , e
dijfimili v’interpofero ; ma tali, che , benché di fuori s'introduceffero , o
pur alla Favola s'aggiungejfero] non però sì di lontano, che non ad un fi-
ne medefimo fi diriggaffero . Laonde quelle Favole fono peffme riputate, Errore desìi
nelle quali né verifìmilmente , nè per necejjità veruna intrapofie molte ferietwi de’Ro-
cofe veggiamo ; quali comunemente fono quefie , che di fogni empion •
le carte . Vesp. Voi dir volete gli amori , ed i famofi fatti de' Paladini,
i quali furon ben degni , che la memoria loro da nobililfimi fcrittori alP
eternità de' fecoti fi raccomandafft. Mm.O non trovate in ta' libri molti
D Epi-
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l6
Il Romaiito
che cofi fia,
Ecimoloiria di
KomaiMo.
Origine de’Ro-
nunzi .
Se ’l Romanzo
c Pocfìa.
Giudicio de’
Romanzi dell’
Ariofto.
La Poefia de’
Romanzi è dif-
ferente da qnel-
la>che Ariltote-
le c’iiifegna.
DELLA POETICA TOSCANA
£pifodj molto dalla principaifaccenda , e dalla materia lontani y e per
ninna convenevole ragione tjuivi introdotti ì o non fono i lor canti ve*
r amente fole di Komanxf • Vzsp- Ma con tutto ciò ptù volentieri ft can-
ta , o fi legge ifHalfivoglia canto degli amori , e de' fatti di Rinaldo y o
di Orlando , che qualunque delle più leggiadre Canxpni , o de' migliori
Sonetti del Petrarca. Min. £* il vero : ma da cui ì e con qual giudicio ?
Certo dagli uomini volgari , che non fanno , che cofa è la Poefia j nè co-
nofconoy in che confifie Peccellenxa del Poeta. Io per me più /limo un So-
netto del Petrarca , che tutti i Romanci : onde convien , che 'I vulgo er-
rante agogni . Vesp. O della mede finta materia non fi potrebbe Poetica
Favola comporre ,e farfene bel Poema ì Min. Perchè no ì Ma con altro
ordine , e con altro modo , e d'altro fiile . Di che agevolmente fi awe-
derà, chi bene intenderà quefio nofiro ragionare. Vesp. Poiché ragionan-
do tanto innanzi fiamo fpinti, che cofa è il Ròmamtp • Min. Io non ne-
gherò y che non fila imitazione di atti grandiy ed illujlriy e degni delP Epi-
ca Poefia . Ma certamente la voce è Jìraniera : e come nella favella Spa-
gnuola ; così credo y che nella Provenzale fignifichi il volgar Idioma ;
perciocché in Ifpagna , ed in Provenza con le Colonie de' Romani la lin-
gua ancora ejfendofi tanto dtffufa , e talmente > che Romanamente vi fi
parlava, ( poiché Puna e l'altra parte occuparono , ed abitaronvi Barba-
re nazioni ) la favella Romana , che vi rimafe , benché in gran parte
contaminata e guafla , pur come più regolatoy e più leggiadra della G<h
fica y e dell'Atanica lor natia , s'ingegnarono elle di apprendere e di te-
nere y e Romanzo la chiamavano , ed in quella fcriveano . Laonde y per-
ciocché non prima di altro , che de' fatti , e degli amori de' Cavalieri in
tal favella da loro fi trattò , le compofizioni fatte intorno a quefla mate-
ria Romanzi fi differo. ,^uefla medefima voce in Italia pafsò, poiché da
noftri i componimenti de' Barbari fi cominciarono ad imitare . E , per-
ciocché i noftri, come Cicerone c'infegna,fempre fecer migliori le cofe da-
gli altri trovate , renderono anco ia Poefia de' Romanzi più leggiadra e
più vagayfe pure Poefia fi dee chiamare . Vesp. Perché non è degna di
quefto nome ì o non é Poeta eccellentijfimo M. Ludovico Ariofto , come
é nobiliffmo fcrittore de' Romanzi I Min. Sì certamente : nè ftimo , che
di lui minor giudicio far fi debba . Ma non poffo affermare , che ne' Ro-
manzi di lui , e degli altri fia quella Poefia , la quaP Anftotele , ed Ora-
Zio c'infegnano . Vesp. Che monta , che non vi fia quella , ma un' altra
dagli Oltramontani trovata, e dagl' Italiani illuftrata, e fatta più bella,
purché al mondo piaccia , e da lui fi vegga meravigliofamente accettata
e ricevuta ì Del vulgo io non mi meraviglio , il quale fpejfe volte
ac-
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r
LIBROPRIMp. zj
accetta quelle cofe , che non conofce ; e , poiché una wlta thd eon molto
fuo piacere accettate, fempre le ritiene, e favorifce]nè fé migliori di quel-
le poi le fi prefentino , "volentieri le riceve ; sì può l'opinione faldamente
nella mente umana impreffa. Ma non poffo non prender meraviglia gran-
dijfma, che fi trovino alcuni fcienxiati, ed ornati di buone lettere, e pieni
di alto ingegno , i quali (per quel , che fe n'intende) cmfejfiao già ne’ Ro-
tnan^i non effer la forma e la regola, che tennero Omero e Virgilio, c do-
vervi fi tenere Ariflotele ed Orai^io comandarono , e nondimeno s'inge-
gnino di queflo errore difendere: awit} > perciocché tal compofixione com-
prende i fatti de' Cavalieri erranti , affermino ojìinatamente, non pur la
Virgiliana ed Omerica maniera di poetare non convenirle ; ma effer le
richiejlo, ch'ella anco errante fia, paffando di una in altra materia, e va-
rie cofe in un fafeio firingendo . Vasi». In che é differente il Romando Diffweti*a ria
dalla Eroica Poefita , che voi c'in fognate ? Min. .^uefia , come s’é detta, il Romanito , e
fi pone ad imitare una memorevole faccenda perfetta di una illiiflre per-
fona . ,^tnllo, dicono, aver per oggetto una congrega'gione di Cavalieri e
di Donne , e di cofe da guerra e da pace ; quantunque in quefla maffa Soggetto vario
uno fi rechi innan'gi , il qual' abbia a fare fopra tutti gli altri gloriofo ', «lei Romanzo «
e trattar tanti fatti di lui, e degli altri, quanti ne fiima bafiare alla glo- *''1'*''*®*
ria di coloro, i quali s'é dtfpofio di laudare", (ancorché faccia de' pii me-
morevoli elcgjone ) e prendere a deferivere paefit diverfi , e contrar') , e
varie cofe in quelli avvenute per tutto quel tempo , net quale già corre
la fioria favolofa della materia imprefa a cantare. Vesp. 0 non fé il me- Obiezione dell'
defimo il padre della Poefia , trattando molte cofe illufiramente fatte da efemplo di O-
Vlijfe , da Diomede , daltuno e P altro Ajace, da Menelao , dal Re Ago- *
mennone, da Nefiorc,e dagli altri Semidei, ancorché 'menda di una Achil-
le fopra tutti loro laudare Ì Min.Jì certamente: ma tutto fa nafeer da un Rifpofta
principio , e tutto ad un fine dinota . Il che non avviene così nel Ro-
manzo . Prefe Omero a dire dell’ ira di Achille, quanto reafiiffe ella fia- Come Omero •
ta a' Greci , e di quanti danni cagione : perciocché, mentre quel Scmideo
n'andò combattendo , niuno de' T romani ebbe ardimento di iifcir fuori ftcceiula!
della Città . Ma, poith' egli fi adirò contro al Re Agamennone per la in-
giuria da lui ricevuta, e per tal cagione fi diliberò di non più combattere
con gPinimici in ajuto de' fuoi ; quelli prefero ardire e forz^ > e vennero
più volte a battaglia con danno de' Greci . Laonde trattando divinamen-
te tutto quel , che dopo Pira di colui feguì , fatto quelPuna faccenda mol-
te cofe attamente tra loro congiunte comprende : quaP è P abbattimento
di Menelao con Paride , e di Ettor con Ajace , e di Patroclo con Etto-
re , ed il configlio , che tenne Vliffe con Diomede ad uccider Refo , ed a
D z tor-
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i8 DELLA POETICA TOSCANA
toigli i Cavalli, e l'incendio delle navi, cd altre tofe non poche, infin che
tira fi cangiò per la morte di Patroclo , e pafsò verfo i Troiani : di che
Che’l modo Tei- avvenne , cb'Mttor ne fu mifer abilmente uccifo . .^uefì' ordine Jìeffo , e
fiVarehbe^tu* potea nel Furtofo Orlando t Autor di lui , fe voluto
IO fervale «U* H Poema dirixxflre : perciocché potea pren-
ArioflOf dere a cantare l'amorofo furor di Orlando , t tutto quel , che feguì dopo
quella patria, m ofir andò, che i Mori non ebber mai ardimento di muover
guerra al Re Carlo di Francia , mentre Orlando fu fano ; e poich’ egli
amando paT^^gp divenne , paffarono in Francia , e fccer grandiffimi danni
a'CriJìiani . In quefta trattar potea le cofe fatte in quel tempo o per amo-
re, 0 per altra cagione, da'Cavalieri dcltiina e l'altra parte, che a quella
guerra intervennero-, e poiché Orlando riebbe la primiera fua fanità , po-
Objetlone dell’ vittoria a' Crifiiani per lo valor di lui . Vbsp. Non era que-
jntcn*iQneilJ’ fio il difcgno di quel Poeta ', ma di chiaramente mofirar fopra tutti gli al-
Arioflo . tYi degno di laude Ruggiero , da cui fa , che tratto abbia origine P Illu-
firiffima Cafa del fuo padrone , il quale egli intendea di lodare . Mim.
RiTpofta , che-» tion era contento di trattare le cofe di Ruggiero , come del più ec-
potean ftrfi due celiente di tutti i Cavalieri , che a quella guerra fi trovaron prefenti , la
pa-:(XÌa di Orlando ; compor potuto avrebbe un al-,
tra Favola di lui , ficome in laude di Achille Omero Plliada compofe ,
ed in laudare Vliffe l’Odiffca , ancorché Vliffe nell' Iliada faccia molte
toft di gloria degnijfime . £ così non avrebbe eoi titolo dell' opera mo-
ftrato , che fcrivea di Orlando , c poi fcritto di un' altro , come di utt
principale -, né propofia una gran maffa di perfone e di cofe , delle qua-
li alquante fono tali, che ciafeuna un Poema per fe richiederebbe . V bsp.
Obietìone da_» ® f**o nome l' Iliada dal luogo , ove fu la guerra ; nondimeno il
litolijche foggetto dell' opera é l'ira di Achille ì E la Tragedia intitolala Medea,
^ ‘ r«/tr4, che Tereo fi chiama, non ha per oggetto la compafiionc, la qual
non cade né in quella, né in qutfla ptrfona ì Min. Non così l'ira di AchiU
le é il feggetto della divina Iliada, come quel , di che ella fu cagione, per
diniofirare, quanto era il valor di Achille', il qual mentre apparve in cam-
po , i Greci furon vincitori . Ma , poiché lo fdegno ebbe in lui tanto di
potere , eh' egli lafctò di prender l'arme in loro a)uto, la vittoria era de'
T romani . E nell' allegate T ragedie , che altro fi tratta più, che linfelici-
Laude dell' A- perfona, dalla quale hanno il nome ì Né quefto,io voglio, che fi a
ciotto. detto, per biafimare tanto e sì nobil Poema di sì raro ed eccellente Poe-
ta,il quale ho in fomma meraviglia-, an%i io conforto tutti a legger l'ope-
Scufaiwne del- • perciocché ella ha da poter malto dilettare con profitto non poco di
l Ariofto. coloro, che ben la intenderanno , £ feufo lui , che non già , perché non
cono-
no
fogge c co
Ri/tofla.
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LIBRO primo:
ip
tonojce/fe il meglio', ma più tofio,per piacere a molti, eleffe di fegnire l’abit^
fo , (he ne' Romanci trovava . E fe dal nome di Orlando, e non di Rug-
giero, il quale egli avea prefo a lodare, il fuo Poema intitolò ; il fe , co-
me dicono i fuoi difenfori , perché l'opera più s'accetta/fe, e più volentie-
ri fi leggeffe: perciocché {limava, che ’l nome di Orlando, come di più fa-
mofo Cavaliere , più grata la renderebbe ,- che fatto non avrebbe quel di
Ruggiero , o di alcuno men conofciuto , e men cantato ne' Roman'^i . E ,
benché per i Romanci del Boiardo fuffc 5» chiaro e noto Ruggiero , che
s'egli del nome di lui compojìo alcun libro avcffe , con la vaghexjfi del
fuo dire accettevoliffmo far potuto lavrebbc ; nondimeno ( perciocché il
far diflintamente duo Poemi, lun di Orlando, e l'altro di Ruggiero, era di
grandijftma fatica , e lungo tempo richiedeva ; né certe':(^a egli avea ,
che tanto di vita gli avan^affe , ancorché non fuffc molto attempato ,
che a fornir l una e l altro gli baflaffe) per avventura eleffe di far un'ope-
ra fola di Romanci, nella quale quefii duo ft notaffero, come i Principali,
ed i più glorioft di tutti gli altri : P un già , da cui fi nominaffe il Poe-
ma', l’altro, in cui fuffc il fegno, al quale quel tutta fi diri-^affe. Né ere. Rifuratioindel.
dervifi faccia, ch'egli (perciocché nelPOdtffea, alla quale é più fimile,cbc ^ ‘^•Wa addot-
alla lliada il Romando , s' introducono erranti non più , che ZHiffe , e ^
T elemaco , il quale fi finge , che vada peregrinando, per aver certa no-
vella del Padre ; e ne’ RomawzJ fi facciano andar molti errando ) credef- i Dilefa de’Ca-
fe in quefii non poter ft tenere la forma di quella Poefia . Né perché in eriaDo,
quefii tanti fieno i Cavalieri erranti, che di loro in qualche convito, ove- ^
ro in alcuna pittura , o pur in qualunque altra guifa non così trattar fi tar di molti Ca-
potrebbe , come fi fa neWOdiffea appo Alcinoo, appo Nefiore,ed appo Me- j,^oÌjy,tQ
nelao , e neWEneida appo Didone, appo Anchife , appo Evandro , e nello in l'ittura- ’
feudo : conciofftacofaché le cofe fatte da loro narrar ft poffono, come nell' l'i alt» • modi.
Jliada i fatti di Vliffe, e di Diomede fi narrano, e di molti altri Semidei.
Né perché C Epico fonda la fua imitatone in cofa , la qual abbia del ve- » Difelà,cht>
ro,o pur accettata , come fe fuffc vera : conciò fia che non fi dubiti, che l’Hpica
Enea non vemffe in Jtalia,ed il Regno de' Latini ede'Rutuli t'acquifiaffe', u^llfrofa vera j
ij^ che le cofe nell’ lliada deferitte non fuffer le più memorevoli , che in ed il Komaiuo
quella guerra fi faceffero ; né che da Ettor Patroclo , e da Achille Ettor
non fuffc uccifo ', né che Vliffe dopo sì lungo peregrinaggio nella patria
ed infila cafa non ritornaffe , e de’ Proci ultimamente non fi vendicaffe,
Allo'ncontro lo fcrittor de' Romanxj fen'Xfi aver punto riguardo alla ve-
rità fìnge quel , che non fu mai : perciocché , ancorché né dell’ amor di
Orlando , né della pa’Zp^ja, fcrittura , nè fama tefiimonianga alcuna fa-
ceffe , nondimeno ilfinfe innamorato il Bojardo , c pa7,xp l’/4riofioi con- kou iiu^ve.
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>0 DELLA POETICA TOSCANA
tlojjiacofaché la T ragcdia , la qual va dietro al vero , o pur' a quel, che
tale è tenuto ; talvolta trovi ccfa nuova , ni mai veramente avvenuta.
5 Difèfa dalla-» AY, perchè fempre fu lecito a Poeti, e fafempre ancora di ufcir della via
Jicenza Poetica. ^ ^ credere , eh' egli credeffe doverfrg/i concedere il
Cte non fi dee poter trapalare i termini alla Poefia preferitti. Lafeiò Virgilio quelle ca-
tiapafiare I ter- fe , che potuto avrien tenere intenti ad udire gli animi oTjoft , come gii
nmii pre aitti. divulgate, e fi difpofe di tentar quella via,per la qual'^
egli ancora fi poteffe
Di terra alzare , e per le bocche altrui
Chiaro , e vittorioio girne a volo;
non però sì, che da' circoferitti fini, e da' pii degni tutori fervati fi di~
4 Difèfa da di- Inngaffe . Nè penfo , che mai neW animo gli cadeffe di flimare r Italiana
Verfi , lingua effer tanto rufiica, e sì barbara , che mai l'Omerica , e Virgiliana
Religione. Poefia non riceverebbe ; perchè il volgo abbia gli orecchi avve:^^ alle
' fole de' Romanci, e fieno i verfi di quefla favella di altra mifura, e di aU
l tra armonia ; ed i Crifiiani abbiano altra religione, altra legge , ed altri
j Cf.e ’l modo te- tefiumi da quelli , che tcneano i Gentili , Non piaccia a Dio, che Poeta sì
ì mito in ciafeu- giudiciofo , e di tanta eccellenza in tal penfiero cadeffe; conciojfiacofachi
'' * Grcc^^eda’La- fi debba quefla lingua effer così grave, e leggiadra , ed atta a.
\ tinijtenerfirof- fp'ogare in parole ogni materia , la qual per le voci poffa in luce venire,
\ fa da’Tofeani. che qualfivoglia maniera di Poefia leggiadramente , e gravemente trat-
' farebbe . Se la Melica moderna fegue l'orme dell antica , come che con
altro concento di parole , e la Scenica a noflri tempi comincia a parer
bella non per altro, fe non che fi fiudia di affomigliarfi a quella degli an-
tichi ; l'Epica , la quaV è pofla ne' Romanzi , non prenderà efemplo dall’
Idea ne' libri di Virgilio, e di Omero efpreffa 2 Nè mi fi negherà , che la
Tefclda del T efeida del Boccaccio , la qual nàrra fatti ed amori , non di Paladini,
Boccaccio. faa di Eroi, ( fowe che in lei pochiffima , o ninna fembianza dell' Omeri-
ca Poefia fi vegga) a' giudiciofi e dotti uomini più non piaceffe, che l'An-
Impeifeaionc ° Spagna , 0 P Altobello , o pur il Morgante , o qualunque altro
del Roiraiuo Romanzo , che negli anni addietro dal vulgo volentieri fi Icggea . Il che
avvenuto non farebbe, fe Romanri fufferper loro fìcffi di quella eccellen-
r 'li”' w oggi alcuni per lodar l'Arioflo gli tengono ; il qual vera-
Romamo^ per mente più lauderieno , fe mofìraffero tutto il pregio loro'venir non da lo-
ia virtù dell’A- ro flefji ,- ma dall' cccellentiffima vertù del nobiliffimo ingegno di quello
rioflo. Autore, che cofa di fua natura barbara, ed ignuda di ogni leggiadria, col
fiile faccia parer sì bella , e tanto a tutti piacere . Nè certamente il
^ludic^o^intor- petrarca chiamati gli avrebbe fogni d'infermi , e fole di Romanzi > fe
del Petrarca, iti quei tempi avuta fe ne.fiiffe tal' opinione , che in loro di Poefia vefìi-
gio
y 1
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LIBRO PRIMO.
3i
WV Ul.» V J VCtU 10«
( convien , che ancora fia tale , che fcano è acro all* j
m la quale i migliori , ed i primi- fv*Ko èo*Ljti- ^
' ì Che altra della diverfa religione, no , ’
gio alcuno appariffe. Nè credervifi faccia aver detto Dante, che non tro- Di Dante.
vava , ch’italiano alluno infin' allora delf armi cantata avejfe : perchè
niuna tal compofixione per le mani degli uomini volgari non andaffe j ma
perciocché niuna perfona degna di laude , e negli fludj delle Mufe pregia-
ta ferii to n'avea : conciofjiacofachè fi tenga , che nel numero di coloro ,
ne' quali alcun lume di Poefia rifplenda , il primo , che ne fcriffe , fu il
Boccaccio . Nè anco il Bembo tentato avrebbe , come s'intende , di tor Del Bembo.'
l'Ariofìo dall imprcfa de' Romanci, ed inviarlo alC Epica Poefta ,fe quel-
li non a vile tenuti avejfe . Che diremo del verfo 2 S'egli è degno , che Jq.-
P Eroica materia con lui fi canti , non convien , che ancora fia tale , che (cano è atto alj|
in lui tener quella legge fi poffa , con
pali ci dimoftrano,lei doverfi trattare
e della varietà de’coflumi, fe non che, come che la Poefia s'adatti, ed ac-
conci a fuoi tempi , non però dalla regola fua fi diparte 2 Avea P antica Che la diverfa
gP Iddii così i Celefli,come gP Infernali, e T erreni: la moderna ha gli An- Religione,e co-
geli , ed i Santi nel Cielo , ed un folo Iddio , ed in terra i Religiofi , ed
t Romiti . Avea quella gli oraceli , e le fibille : quefla ha i negroman-
ti, e le maghe . ^ella l incantatrici , quali furon Circe e Califfo : qut-
fta le fate , In quella i mefjaggteri di Giove eran Mercurio , ed Iride :
in quefla alcun degli Angeli da Dio fi manda . Ma tutto ciò non toglie, accidental
che la materia in quefla (P una fola faccenda intera e perfetta ejfer non varietà non can-
debba , nè poffa , qual' era in quella . Nè , perciocché in Atena i giudicj féll’Art^I™^
d'altra maniera , che in Roma fi faceffero , il dir di coloro , che accufa-
vano , 0 difendeano , forma e regola cangiava . Nè Marco T uUio , vo- Efemplo dell*
tendo infegnare a Romani la perfetta maniera del parlare , fatto Latina Oratore.
avrebbe quel , che innanzi a Giudici Efcine e Demoflene differo , l'uno
accufando , e l'altro difendendo Ctefifonte ; fe ( perciocché la forma nel
trattar della lite era dall’ ufan%a, che in Roma fi tenea , diverfa , e nel-
le parole alcuna diverfità fi trovava ) penfato avejfe non poterne dar lo-
ro vero efemplo . Ni io poffo avvi farmi, che nella lingua, nella qual voi- t Difefa dalla
garmente in Italia fi ferivo , altro Poema accettevole ejfer non debba, fe de* Pala-
non quel , che di Orlando , o di Rinaldo ragiona ; perchè di ninno altro il *
nome ci fia così noto: concioffiacofachè io flimi,non la fama della perfona
in ver fi cantata , ma più toflo la vertù del Poeta dar all'opera autorità non la per-
e riputa%ione. Non era già conofeiuto altro che da pochi il nome di Enea, fona camaca_r.
[perciocché niuno Poema di lui particolarmente fi leggeva, quando a feri- Po«a fo'f’opera
verne cominciò Virgilio ) ma nondimeno P eccclUnttfl di qiieflo divin Uuderolc,
Poeta fe lui chiaro e noto a tutti } e diede all’ opera , che ne compofe,
tanta graya , che niun' altra fe n'è letta in Latino Idioma sì volentieri,
né
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DELLA POETICA TOSCANA
'ttè fe ne legfr, nè, credo, fe ne leggerà giammai. Né di jdchille,né di Zélif-
fe la fama sera divulgata prima , che H Principe de‘ Poeti Omero ne
fcrivcffe Y e con tutto ciò Plliada e POdiffea dal primo dì , che ad udire
s’incominciarono, infin' al prefente fono fiate accetti voli fiime a tutto il
mondo, e faran fempre . Né , perché non fi fapeffe in Italia, che cofafuf-
fe Paladino ; né ci fi trovafie , chi tal nome udito avefie prima , che a
fcriverfene cominciafie', il vulgo non accettò il Romando toflo, che di al-
6 Difcra dalli-»' Cavaliere della Corte del Re Arti d Inghilterra prima, e poi del Re
grandwaa. Carlo di Francia fi compofe . Nè fe ’l Gigante é pii bello del Pimmeo, e
Cli*è fen7a prò- meglio è , che fi pecchi in grandcTt^a , che in picciola ftatura ; parrà mi-
ponione. p animale, che fenga mi fura fta grande, e con le membra, le ({na-^
7 Difeù dell* H tra loro non abbiano proporgione . E benché P ArioRo , ed il Boiardo,
autorità dell; A- a' quali o la propria vertà,o la fortuna, {s’egli épur vero,che ogni Poe~
nodo, e Bojar- ficome ciafeun altra opera , ha il fuo fato) o Puna e l’altra ha data
fomma riputagione , eletto avefiero di feguire la via da' roggi e barbai»
ri fcrìttori trovata', non però P autorità loro far dee , che gir per la flra-
Chelecofetro- àa da’ migliori degli antichi tenuta non fi convenga : perciocché io no»
vate prendoix) credo, che negarmifi pofia, le cofe trovate prender dagPinventori autori-
fnrentori tà, forza, e vigore. Il che intendendo Licurgo e Numa,fecer credere,che
gli Dii furon' Autori delle leggi date da loro . Ma come ciò dalP uno e
dalP altro ftfinfe , così fu vero , ch'iddio per lo fuo diletto profeta Mosé
diede la fanta legge a Giudei , ed il figlio di lui Oiesà Criflo per fe fieffo
prima , e poi per li fuoi Apofioti a noi . Laonde , quanto la divinità é fo-
pra la degnità di qualunque altra per fona , tanto é più degna di effer te-
nuta e fervala la dottrina infegnataci da lei, che ciafeun' altra , la quale
Qiyiito (ìen da 'Venga . Ora veggiamo, quali fieno gli Autori dell'Epica Poe-
più gli Autori fia, della quale noi ragionamo , e quali de’ Romaugi . Certo é, che l’Idea
dell’Epica Po^ jj quefia efprtjfa nell' opere loro ci diedero i più nobili Poeti de' Greci e
dej’Romajìao. * Catini , ed i più eccellenti fcrittori delPuna e delP altra lingua Parte
Poetica ne compofero. De’Romangi furo» inventori i Barbari, e tali, che
mai non ebber qualche riputagione di dottrina, come che da qualche lume
di natura fuffer guidati . Ma tutti affermano , che la Natura degli uomi-
S D'fèfa da_i ^ coloro , che fi fludiano di
nuova arte tro- trovar’ in quei fogni nuovo artificio , mi par, che vada» cercando alberi
vata Bcl Ro- frondofi , ed erbe verdi nelP arene dell' Etiopia . Né certamente altro è
manto. quefto , che cercar legge in gente naturalmente nimica di ragione , ed il
vero nella vanità , e nelP errore la certegga . E benché efii per mofira-
re , che vaglion molto d’ingegno , e di dottrina , s’ingegnino d'introdur-
re nuova arte poetica al mondo ; non però fono di tanta autorità , che
creder
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L I B R O P R I M 0.‘ li
creder più loro , che ad Arinotele f e ad fi debba Ma y fe t Arte
infegnataci da cofloro con l’efcmplo dell'Omerica Poefia è vera, non veg-
gio , come un' altra diverfada quella darfene pojfa : perciocché una i la
yerità , e quel , che una volta é vero , convien,che fia fempre ed in ogni
età f nè diferen^i^a di tempi il cangia , come ch'ella abbia potere di can-
giare cofhmi e vita , per la cui mutazione non è, che ’l vero nel fno flato
non rimanga . Onde la varietà de’ tempi nata dappoi non farà, che nella
Poefla trattar fi debba più, che una faccenda intera, e di giufla grandex,-
Xp , con la qual tutto l'altro veriflmilmente, e ragionevolmente conven-
ga, e fta congiunto . Oltre a ciò PArte pone tutto il fuo fludio ad imitare
la Natura , e tanto fa bene l'opera fua , quanto a lei s'appreffa . Ma in
ciafeun genere di cofe , quella tiene una regola , con la qual fi regge net
fuo operare , ed alla qual tutto dirix%a . Vn' anco è tldea, nella quale fi
[pecchia, quando opera, la Natura; e una é la forma , in cui l'Arte rimi-
ra nel fuo magiflero . Vna ragione ebbe fempre P Architettura , alla quaP
attcrnerfi doveffe , ancorché fia fpefio P edificio variato . Una ragione
parimente nell' imitax>one s' ingegnò fempre la Pittura di tenere , e la
Scultura , e ciafeun' altra imitatrice difciplina , E , benché or quefla, or
quella abbia ricevuta alcuna varietà , non P é ciò nella propria effen^u
avvenuto ; ma nelP accidental qualità , o pur nel modo dell' imitare , e
negli ornamenti . Nè ( perciocché la Pittura cominciò da' lineamenti, poi
vi fi aggiunfe il colore ; dapoi Parte fe fleffa diflinguendo trovò il lume,
e l'ombra , e lo fplendore , che per effer tra quello e quefla , tono chia-
mano i Greci , e la ragione di adattare l'un colore con Patirò ) in lei fi
mutò mai PimitaX‘one sì , che non fuffe, qual fu fempre, di una faccenda
intera. Nè, perciocché le Poefie fon diverfe, {conciofliacofaché altro P Epi-
ca , altro la Scenica , ed altro la Melica effer veggiamo ; ed altro modo ,
altro flrumento , altro flilc , altra forma , altra via tener ciaftuna ) non
ferbano parimente l'unità nella materia imprefa ad imitare . Né , per-
chè l’Epica fia via più grande , e più cofe abbracci , pensò mai , che le-
cito le fuffe il dipartirfi dalla medefima ragione , Nè certo i Coloffi in
queflo da Pimmii fon differenti . E qual' arte, quale fticnxia, qual difci-
plina fi trova , ( non l'Architettura, non la Miifica , non la Pittura, non
la Scultura , non la Mihxia , non la Medicina ) nella quale chiunque^
s’efcrcita , non t'ingegni di feguire le vefUgie degli antichi , e colui fia
più lodato , che a quelli ne va più da priffo ì Solamente la Poefia pre fu-
mé ne' noflri tempi quel, che in lei da fav) fu fempre biafimato, nè man-
ca , chi ne la tenga più bella e miglior , che mai . Ma ragionevolmente
in ogni Poema una fola principal faccenda, la qual fia perfetta, e di con-
§ ve-
Cfie rArcePoe-
cica non è tiii
di una iu ogni
rampo.
Dalla Verici.
Dalla Natura.
Dall' Idei.
Dalle Arti.
Dall'Unità del<
la maceria in_«
cofe diTcrfc!
Clic fi dee (è-
guir la via di
Omero , e di
Virgilio , in_»
piciider'ua fog-
getco.
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9 Di'fcfa dall|
cfenii’lo di «Ieri
Poeti , ed
fin di Pione.
Che Dione non
difhnlé laScoiia
dalla Poefìa.
Che gli fcritto*
ri di Scorie fa-
volefe nonlòiio
Poeti £pici.
Che •! vulgo
chiamaci Poeti
coloro, che fcri-
»ono ili verlì.
Che nè Epici,
né Eroici , Ro-
ttiantatori lìpof-
fan ragionevol-
mencechiamare.
34 DELLA POETICA TOSCANA
venievte imprender fi conviene ; perciocché, e per tutte l'arti,
e per tutte le feien^ic cercando, non troverete opera fcritta,la quaH abbia
più di un /oggetto, fotta il quale fi contenga tutto quel, che in lei fi trat-
ta, cd al qual tutto fi dirixxi > tome ad unico oggetto di quella fcrittura.
Vesp. Non per contraddire al parer voflro, le cui ragioni, mi par, che con-
chiudano', ma, per maggior chiaregga del vero, di quefla cofa vi dimande-
rò; come la regola, che ci diede Ariflotcle, ed Oragio confermò, convien,
che fila vera ; fe quel, che fcriffe l'Eraclcida, e quel , che compofe la T e-
feida , e Papinio , che fé l'Achilleida , ed Ovidio , che narrò le mutazio-
ni degl' Iddii , degli uomini , e delle cofe , da tutti già Poeti fon riputa-
ti ì An%i Dione Crifoflomo Filofofo eccellentijfimo riprende Omero :
perciocché , fertvendo l Hiada ,non cominciò da principio a narrare la
guerra Trojana : onde egli più quel , che fé la picchia Iliada , e quel,
che fcriffe le cofe Cipriane , loderebbe . Min. p’cdete quel , che attribui-
te a Dione Cnfoflomo , altro Autore non abbia ; conciò fujfc cofa che
quegli fcrivejje in favor di Omero , e da Platone il difendejfe . Ma , chi
che egli fi fujffe, mojìrò di non ben fapere, che cofa i la Poefia ; né in che
dalla Storia fia differente . Io ben vi concederò , che quelli fcrittori , i
quali voi dite ejfer pojìi nel numero de’ Poeti , fcrijfero Storie in verfi ;
ed Ovidio nelle mutazioni fece una ftoria favolofa : perciocché ragunò
tutte le Favole , tejfcndo l'una dopo P altra nella narrazione con ordino
tneravigliofo , e via più acconciamente , che fatto non aveano tra’ Gre-
ci quei , che ferine in profa a leggerle ci diedero : onde come quelli non
perciò furon Poeti riputati , coti anco quefli tal nome non dee meritar-
ne ; fuome ancora no 7 merita , perciocché fcriffe i Fafìi . Ma non affer-
merò mai , che nelle dette opere loro fia l'Epica Poefia : perché adun-
que Poeti fe nc chiamano ì II vi dirò: sì perché il vulgo tal nome attri-
buifee a tutti coloro , che fcrivono in verfi , o trattino di Agricoltura,
come Firgilio, ed Efiodo ; o di Afirologia , come Arato , Manilio, e Pan-
tano ; 0 di Medicina , come Nicandro ; o di cofe fatte in guerra , come
Jifuinto Calabro , GiovanxeZ‘ > Italico , e Lucano : c sì perchè di
lumi Poetici l' adornano , e v’aggiungono cofe finte, come fé Virgilio nel-
la Georgica, narrando la Favola di Arifleo . E tutti quefit tali , Epici,
com' io dijji ne' ragionamenti Latini del Poeta , fono chiamati . V eìp.
0 ftar non potranno in qiiefto numero i Romanzatori ; poiché fcrivono
flcrie favolofe ì Min. Fate , che fe ne contentino coloro , che prefuii-
tuofamente ad Omero , ed a Virgilio in molte cofe l'ArioJio antipovgono,
E nel vero nè di quefio , né di quel nome , mi par , che fi poffaiio ragio-
nevolmente chiamare : concioffiacofaché or quefii , or quelli fi mettano
a fe-
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LIBROPRIMO. 55
t feguire or ne vadano per la via nc dagli uni » né dagli altri tenuti :
perciocché , come i puri Epici , narran cofe di molte perfone e di mol-
ti anni » come i veri Epici , che fono Eroici nominati , ufano le ricono-
fcenge e le peripegie , e dipingono i cojhmi e gli affitti , e fanno di
alcuno elezione , il quale abbiano fopra tutti gli altri a lodare , e con
molti Epifod) acero fcono il Poema , e come elfi propriamente hanno in co-
flamanxa » interrompono fpeffe volte il corfo del dire , cd intralafciano !ì!!J
quel i che trattano , di una parte in un altra faltando , e poi il ripiglia- Nariauone.
no, tornando là , onde s’eran dipartiti . Il che fanno , e quando il tempo
il concede, e quando il rictifa . Concede il tempo, che narrata una faccen- Quando Ha leci-
ia a narrare un' altra fe ne vada altrove in quel medcpmo tempo avve- tralafciar una
nuta , e fi ritorni a procedere innany mila narrazione delle cofe intra- nj,raj-„e y,,’ al-
lafciate ; ficome di fopra ft é detto , che fa P Epico non fen^a contente^: .
•ga deW Uditore per la varietà delle cofe narrate , che naturalmente di-
letta . Ma non concede, che imprefa una battaglia, o cominciata una tem-
pefla , 0 qualunque altra cofa , nel meglio s'interrompa , e quando più fe
n'attende il fine ,ft tralafci per trattar di alcun’ altra faccenda , la qua-
le ad altre perfone , in altra parte, net medefimo proceffo di tempo avve-
nuta fta , come hanno propriamente in cofìume i Romangatori fenga ri- ^
guardo di ciò , che ’l tempo ricufa , e del dtfiderio , che lafcian negli ani-
mi degli afcoltanti angi molcjìo , che dilettevole : perciocché a ninno ra-
gionevolmente dee piacere, che alcuna cofa interrotta gli fta , quando piti
vii diletta . Nè trovo effer vero , che l’ attenzione più fe riaccenda , ma OhJej-i'one dall’
più toflo fe ne fpenga : conciò fta eh’ ella fe n’infiammi col dipo d’intcn- Auenauone.
dcrne il fine , non quando ft tralafcia la cominciata narrazione per un’ RiTpofta.
altra ; ma quando per molti accidenti a quella fìeffa materta appartenen-
ti s’indugia la finale efccuzjone . Nè , fe ciòfuffe vertù , P Epico il fug-
girebbe ; perché egli fta ad una fola principale faccenda di un foto inten-
to . Che , benché egli non fta Epifodico , ftcome il Romangatore ; pur nel
fuo Poema tanti Epifod) interpone , che , fe ciò vizio non fiiffe , talvolta
tifarlo vi potrebbe : ficomc potuto avrebbe Virgilio lafciar Turno rac- EffmpIodiViV«
(hiufo dentro al forte de' T ro)ani, e pafjarfene al conftglio, ed alta rau- 2““®'
stanza degl’ Iddìi , e poi tornare a liberar T urno non fenza danno de’
nimtei ', fe quefìo tralafciamento ftimato aveffe , che ragionevolmente
doveffe dilettare , Pufo del quale anco in altri luoghi^ l’occaftone mofìrar-
gli potea . Ma di quefìa materia per avventura un altra volta parltre-
mo . Ora , fe vi piace , tornando colà , onde ci fiamo partiti , chiede- “1
te quel , che intorno alte cofe intralafciate faper vi accade . Vesp. Poi-^ Epico.
che a far più bello , e più ricco , e più grande P Eroico Poema , lunghi
fi l efM-
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DELLA POETICA TOSCANA
Ove fi a luogo
3gli EpiTodj.
II {oggetto , e
fòmma della Fa-
vola f come fi
dercerna dagli
Epifod) .
Soggetto deir
fneida ridotto
a Favola di uiu
faccenda.
Epilbdj.
Soggetto de’
Trionfi del Pe-
trarca confide-
rato in tre mo-
di .
Primo Modo.
e fpc/fi Epìfod) fono richiefli, mi farà molto a grado d'intendere $ we lo-
ro cjfer debba luogo . Min. Come gli Oratori non in una fola parte, ma
nondimeno fpccialmcnte nel cominciare , e nel narrare ufano vaghi di-
feorfi , che da loro fi dicono digre(ftoni,per dilettare, o per ornamento del
dire ; così i Poeti, per arricchire la Poefia , e toflo dopo il principio , e
nel narrare , e nella fpoftTjone fleffa dell* Favola gli Epifodj intrapon-
gono , i quali come dalla Favola fi difeernano, e con lei fi adattino, con
agevolcT^xa vi accorgerete , fe , quali fieno le cofe a deferivere iniprefe
conofeerete , e quali ancora le intrapofle , e le aggiunte . Benché quel ,
che vi fi aggiunge, fegria talvolta il fin della Favola ; dal qual dipende ,
come neWOdiJfea, quel, che ne tnen dopo Cuccifton de' Proci ; e ncU'Ilia-
da quel, che feguita la morte di Ettore. Ed acciocché tutto vi fia chiaro,
prendete ad efporre univerfalmente , ed in fomma quel , che nella Favo-
la fi contiene ; e quel , che di fuori v’introducete , intraponetelvi o toflo
dopo il principio , o poiché cominciato avrete la Favola a comporre .
Vesp. Come il foggetto del Poema fi potrà fommariamente confìderare ì
Min. In quefto modo . Vn Signor valorofo, ( per dir delCEneid* Virgi-
liana , la quale é notifflma exfandio a barbieri ) andando, per trovare u
fuoi nuove abita-gioni, ed ottenere nuovo dominio , da Giunone perfegui-
tato , nel viaggio molti danni foflenne : al fine dopo tanti , e sì lunghi,
e sì gravi affanni , che in mare, ed in terra fofferfe , in Italia pervenne ,
ove fatta una pericolofa , ed afpra guerra con i Rutuli , e memorabil
vendetta del nemico, a fe, ed a' fuoi nuovo Regno acqitiflò. ^^eflo é pro-
prio foggetto di quel Poema: perciocché il principio della Favola é, quan-
do da Sicilia dipartendoli Enea, fu da grave , e terribil tempefla di fubi-
to fopragiunto ; il é, quando giunto nell'antico Laifio ebbe guerra
co’ Latini', l'eftremo é, quando uccifo avendo egli Turno, diede fine a quel-
la guerra : tutto l'altro vi s'intr apone , o vi fi aggiunge, per far l'opera
più grande, e più leggiadra , ficome difopra fi è detto . V esp. Non é da
dubitare,che verifjmi efempli dell’Epica Poefia non fieno i Poemi di Vir-
gilio , e di Omero . Ma del Petrarca i T rionfi , e di Dante le terze rime
perielio a quefla regola ridurfi ì Min. Porieno agevolmente , qualun-
que Cinten%ion loro fifiiffe : perché , fe poniamo il Petrarca in laude di
M. Laura aver prefo a deferivere la vittoria , la quaC ella ebbe di dimo-
re , e confegucutemente la fama e la gloria , che le ne feguì ; di quefla
una faccenda quella Favola farà imitazione , nella qual finge, che trion-
fato avendo Amore di tutto il mondo , s'apparecchiò di eembatter con
quella valor of a Donna , di lei credindofar quel , che di molti e molti
altri uvea fatto , e combattè, e fu vinto e prejo ; opd’ ella ai lui trwn-
' • • ■ fò -
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L I B R O P R I M O .
fò con fomm' onore . Il che egli in quei verfi propofe di voler, come prq-
prio foggetto di quel fuo Poema , trattare :
Materia da coturni , e non da Tocchi ,
Veder prefo colui , eh' è fatto Deo
Da tardi ingegni , rintuzzati , e Tciocchi .
Ma prima vb Teguir , che di noi feo ;
Poi feguirb quei , che di altrui ToBcnne ,
Opra non mia , ma di Omero > o di Orfeo
Ove tutto quel , eh’ egli dijfe di Amore prima , che quel fi apparecchi di
combatter con Madonna Laura , non è della Favola , ma Epifodio , Il
principio di quella faccenda i :
Non con altro romor di petto danA
Duo Leon Aeri , o duo folgori ardenti . lì mexp^o i ;
Legar il vidi , e farne quello Arazio . Il fine :
Così giungemmo a la Citth Toprana .
Cioè il principio fu la Battaglia, il me^Xp la Vittoria, il fine il T rìonfa
^el , che fegnita , alla Favola fi aggiunge : perché tornando Madonna
Laura per quella vittoria gloriofa, Morte come mvidiofa le venne incon-
tro } dal cui mortai colpo, perché fpenta la gloria di lei non fuffe, la Fa-
ma la difefe . Ma ingegnandoli il Tempo di vincer la F ama AaW ingiuria
eforxa di lui l'Eternità fcampa, e falva la vera gloria, di cui la fua di-
vina vertù degna la facevano . Ed in narrarci , come delP umana Vita
la Morte, della Morte la Fama, della Fama il T empo,del T empo P Eternità
trionfi , fa beltijfimi Epifod) . Dir fi potrebbe ancora , che 7 principio
della materia é il Trionfo della Caftità j il mexxp lo Fama , che quaggiù
di quel Trionfo fi acquijla J ed il fine la vera gloria , che nell' Eternità
fe ne le riferva . Ed in quejìo modo i T rionfi di Amore , e della Morte,
e del Tempo farien cofe aggiunte, ed intrapofle ", ma certo alla faccenda,
la qual fi tratta , convenienti . Laonde vedete degli Epifod) parte girne
innanzi alla narrazione della Favola , parte feguirla , e parte intraporfi
nel mezzo • Ma per avventura più conforme all’ intengion del Petrarca
farebbe tl ridurre tutti i Trionfi fatto una vifione , della cui Favola
il principio fia la battaglia di Amore con Madonna Laura , e la vitto-
ria , che coflei riportò di lui ; il mezxp Pafialto della Morte , la qual,
vincitrice effendo già della mortai vita di lei , rimafe al fin pur "tanta da
quella per la fama , che di fe lafciò ", il fine la Giona apparecchiatale in
premio delle divine fue vertù nell' Eternità , che 'I T empo, e tutto vince.
Laonde farieno Epifod) il T rionfo di Amore , come quel , che prima
av-
Favola ;
EpifodJ;
Secondo Modo,
Favola .
Epifod; .
Xeno Modo;
Favola ,
Ffiihdji
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Soggetto delle
TciJc Kin.c di
Dante.
Favola .
Epifcd; .
DirpofÌMone.
1 Di Favola.
» Di l'oema.
Vertù Foetic.i
cnmnciar dal
r e/*o , o pur
dal hiie , con:e
s'tiueiida.
j8 DELLA POETICA TOSCANA
eijTJtrnc , cd il T rionfo del T empo , come di ciuel , che ft jne, e vince U
Tania de' mortali', ma non può tanto, che AalC Eternità vinto non riman-
da, e tutto (jucl , che ft narra in dimoflrare coloro , de' quali fi trionfa, e \
quei , che Trionfanti acccmpapnano . Vbsp. Come innanzi ci rcchere- 1
mo la Favola di Dante ; acciocihè , quanto non é di lei , chiaramente ft
cor.ofca ì Min. Come altramente , che in qticflo modo ì Z'n Prode uomo,
e valorofo avvedendofi della paffata vita a' vi%) fep^ctta , ed in quanto
pericolo, ed in che tenebre ft trovava, cjuafi nd mtrrr^o dep^li anni fuoi di
ufeirne fi difpofe , Laonde col chianjfmo lume dell’ umano intelletto ft
pene in via , e vejìito dell'arme delta ragione con i vi:^i combatte , ed al
fne abbattendoli fe ne libera, e con la divina luce mirando là, ove diri^r
^ara il cammino , vittoriofo e puro , e netto con le ale della contempla-
’Zjore al Paradifo, ed al Regno de' Beati ne vela . T ulte l'altre cofe, non
è da dubitare , che non fimo Epifod) , de’ quali quell’opera più di ogni
altra abbonda ; perciocché il dcfirivere le cofe detP Inferno prima , che :
per ufeirne in cammino ft metta ; e ciò , che vede nel Purgatorio prima ,
che fi purghi', e quel , che truova nel Paradifo, dappoiché a quella glori*
pervenne j tutto fuori della Favola convten,chefi ponga, ma feco sì bene
adattato, che certo par, che fta parte di lei . Laonde il principio dell'ope-
ra farà la battaglia di lui con i . Il mev^o, la vittoria,e la ptirga-
Tjcnc, Il fne, la notitela delle cofe divine, la qual vera gloria è riputata.
Vfsp. eie cofa é quel , ch'io nelle fcitole da' primi anni intefi dire effer
Tcrtù Poetica, il cominciar dal mev^o,o pur dal fne a narrarci Conciof-
faccfaihé detto avendo voi , la Favola effer' imitagtohc di una faccenda
intera e perfttta , la qual' abbia principio, mevjo, e p.ne ; io non veggia
potei f buon’ ordine ferrare in quella Poetica imitax,'one , nella quale il
» (X:^o,o pur il fne della faccenda principio della Favola divenga . Min, j
E mi par, che voi veggiate affai dirittamente. E nel vero da riprender fa-
rebbe qiicfta fenten%a,dove quella fanamentc non s’iiitendcfc; periiocchi
aicorgindofi i Gramattci , che delle cofe fatte in dieie anni a 7 ro)a, non
prej'c altro a cantare Omero , come proprio foggetto , fe non quel , che
nel dciimo , ed ultimo avvenne , dappoiché yji bilie con /igemrnnone fi
adirò', né delle cofe ad Enea in fette anni avvenute, Fiigilip,jc non quel,
che tgli nel fettimo foftenne , e fece ; difero , dei Fotti dall ultime ,9 |
dalle mc7,7ane cofe cominciano . Bla non perche nell’ultimo anno avven- ♦
nero quelle cofe , c}fi le prcfiro a fcrivcre ; ma fciché di tutte furon le I
più chiare, e le più degne di effer def inite . Oltrcauiò, ftrikc fi avvid- I
dero nel n.evgto dell' opera narrarfi quel , che puma tra accaduio , non j
effer ciò vi%io , m a vertù giudicai ono ', cd avtnao riguardo , non all*
Fo-
-
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LIBRO PRIMO.
S9
pAvoU, dclLi qiul gtà non è da creder , che flimaffero prima il a
pur' il fine, ihc ’l printipio trattarft,ma più tojio a tinto il Poema , del
quale è parte così l'Epifodio , come la Favola , differo , che 7 principia
di quello fono P ultime cofe , o le mex^ane . Vnsp. In qual modo narra Differenia tra
il Poeta quel, che nella Favola fi contieneì Min, Non qual’ avvenne, ma
come polfibil fu, che 0 verifimilmente , o neccjfariamente avveniffe;
pefciocchè tra PIflorico, e lui è quejìa differeuxa ; perché Plfìorico narra
le cofe I come fono avvenute , colini , come convenìa , o par verifimile ,
che doveffero avvenire : non già perchè il parlar dell'uno fia con tempo,
e con mifura certa riflretto , e legato ; dell'altro libero , e fciolto : per- t NarranJa
ciocché, ancorché in ver/i le cofe da Titolivio, o da Salu/lio narrate feri- «oiiqual'avven-
vefft ; Storia pur , non Poema farefti . Laonde la Poefia é via più nobil conveniva ,ch«
cefa della Storia , e più eccellente : conciofiiacofaché ’l Poeta l'univerfa- avvemile.
le, ed il generai deferiva, non già il particolare; ed intendo la cofa allo- jf ^eiierair'iLji
ra generalmente trattar fi, quando fi narra quel, che dire,o fare alla per- non il parck».
fon* fi convenga , il che far' il Poeta chiaramente fi vede , imponendo i •
nomi ; e particolarmente narrarfi, quando quel , che Giovanni, o Marca
fojferfe , ofece , fi ferivo . Onde il Poeta a guifa di Filofofo riduce la
cofa al genere , ed alla natura univerfale ; Plfiorico , ficonie l Oratore ,
quando tratta le caufe , al particolare defeende . Ma , come l'tiniverfile
fi tratti, il Comico più di ogni altro ve 7 dimojìra; il qual dietro andati- ge i nomi con-
do al verifimile , forma i nomi , come la perfona , e la cofa gli richiede :
perciocché Terenxjo efpreffie in Pamfilo il giovane modejlo,che ami ver- cujmente-» k
gognofamente; in Efeino, il liberale, ed audace; in Mix“>ne,il veechio di Comico.
natura benigna, e cortefe; in Demea, l’afpro, ed avaro; in Davo, il fervo
efiuto; in Sofia, il fedele; in Siro, l’infedele, e nializiof*- £d il nojiro Boc-
caccio alle Ninfe , ed a' Paftori pofe i nomi alle perfone conformi , Ma .|
benché l'Epico , ed il T ragico Poeta ufino i veri e conti nomi , non però e l’Epico, ufanr
dal genere , e dalla natura univerfale fi dipartono : perciocché in Zlìiffe, "®j"‘ ’
Pafiiito, ed accorto Semide»; in Enea,il magnanimo, e pietofo; in Latino, v,f p umverlà-
i7 Re vecchio, e di fomma grarjità; in Nefinre,il prudentiijimo; in Achil- le .
le , il giovane iracondo , ed animofo ; in Turno , il feroce , e troppo alla
fori* di Amor foggetto , deferivono . Sicome in Laura il Petrarca la-»
bella pudicizia dipinge; Dante in Beatrice la divina vertùdi altrui bea-
tificare ; io in Maria la vera belkxxa , ed il donnefeo valore . Vtsp. Che l’Epico ufa
Come dicon' alcuni , che l'Epico ufa pochilfimi veri nomi ì Min. Io non «cH*
so per qual cagione. Ma certamente diricn menzogna , Je lutcnaejjcro ^
delle perfone , le quali finn della Favola tolta dalla Storia : couciofiìa-
cofaché , di quelle i nomi tutti fien veri appo Virgili» , ed Omero . Cotrte
che
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F.femplo di Vir-
gilio.
Di Omero.
Della meravì-
gliB, chec ne-
ecfìaria.
Cofe meravi-
gliofe .
1 Ragionevoli
per lorcoiigiiiii-
vione .
1 Fortunali.
S l'er voler di-
vino.
Efemplo di Vir.
E'ito, _
Del Petrarca.
f ine roeiavi-
gliofo di Favola
I Niiferabik.
a t«lit« .
4® DELLA POETICA TOSCANA
che dell’ Epifadiche molte peti finte -: perciocché nell" Etieida Enea ] An^
chife t Acefie , Afcania , Bidone , Turno , Latino > Lavinia , Evandro^
r aliante, Mexenxio , ed altri nomi pen veri e conti ; e nell'Iliada Achil-
le , Agamennone , Menelao , Nefiore , ZHiffe , Diomede , l’uno e l’altro
A]ace , Idomcneo , Patroclo, Antigono, Calcante , Ettor , Paride, Pria-
mo , Eleno , Antenore , Refo , Sarpedone , Glauco , Elena , Androma-
ca , Ecuba, Polifjena, Capandra, ed altri non pochi , come troverd chia-
ramente, chi leggerà le Storie de' Greci e de' Latini . Per la tjual cofa »
cjuel , ch’é proprio della Poepa, tornando', diciamo , eh' è manifiefio, con-
venire al Poeta, che pa più toflo di Favola, che di verp compoptore, co-
me a colui , a cui propriamente il fingere, ed il pingere con la penna s' ap-
partiene . Diping' egli le faccende, le quali, come che veramente pen fat-
te, non però in defcriverle dalPuficio fuo fi rimuove ; conciò fia che mot-
te cofe avvengano , com’ è veripmile, o neceffario, che debbano e poffano
avvenire ; quali è richieflo , che fieno gli atti , che ’l Poeta imprende ad
imitare . E quefli {qualunque fia il fin loro,o trifio,o Itelo) ni dolor mai,
né allegrtgxa , nè /pavento apporterieno , fe di loro negli animi degli
uditori meraviglia non deflaffero . Meraviglianci di quelle cofe , che
oltre alla nofira opinione accadano , maffmamente dove elle sì attamen-
te pen congiunte , che tunapa)a dopo l'altra ragionevolmente feguire :
concicfiìacofaché quejie pen di meraviglia più degne di quelle, che a cafo,
0 per fortuna avvengono : perciocché delle fortunali quelle fpecialmente
ci fanno meravigliare , che o per divino configlio , o di lor proprio mo-
vimento crediamo avvenire . ,^al fu , quando in Argo la fiatua di Mi-
•^io cadendo tolfe a colui la vita , che a lui già tolta Pavea . Il che ,
comeché per fortuna avvenijfe , non però vanamente, ma per divina di-
fpofiigione, 0 fiudiofamente per punire il nimico, par, che fegui/fe . .^el-
le cofe adunque, che oltre ad ogni fperanga , cd ogni opinione ; quelle,che
per volontà d'iddio , c per defiino sì meraviglhfamente accadono , che
tiina par, che penda dall'altra, fanno le Favole più leggiadre; come av-
venne al Virgiliano Enea, che le forge T ofeane con le T rojane contro a'
Latini s'accompagnajfero , quando egli ciò in modo niuno fperava , ma
in grandi/fimo pericolo fi trovava . Nè fenga voler divino parve , che
Porribil cafo di Amata feguijfe , la qual ( perciocché alla difpofigion fa-
tale parca , che contrafiajfe ) n’ebbe notabtl pena . J^al meraviglia fu
quella appo il Petrarca , che dalla vertù di una leggiadra donna vinto
e prefo rimane ffe colui , che tutto vince , quando egli già , come fi finge,
di tutto il mondo avea trionfato i Laonde , perciocché le cofe , che U
Favola contiene, fono e dolqrofc, o liete , il fin loro, acciocché fia mera.
viglio^
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L 1 B R O P R I M O.- 41
vigliofo, convitti j che o miftrabile, o felice fi flimi . É gli itti delle fH- Ordini Mirabi-
tniche fer fotte, come che pajar.o da prima afflitti e peritolo fi, ed alteflre- ** • . .
mo lieti divengano, e l'cfìremo delle Tragiche operazioni infelice fi di- ncolofo^'fii^
r/ioflri ', nondimeno le cofe degli Eroi dopo molti affanni , e dopo molti lieto .
colpi di contraria fortuna riefeono con fomma felicità di color ode cui lo- tonfine
de fi fcrivono, ma con eflrcma infelicità de' nimici . Ma, benché ad ogni » ^lijlo per fc-
Eoeta fia richiefio ildeflar meraviglia negli animi degli Vditori , pur • l‘i^— j
ninno il fa meglio, né più , che l'Eroico ; nella cui Poefia molte cofe ma-
ravigliofe ci fi moflrano , le quali nella Tragedia , che di ciò fopra ogni Che l’Eroico
altra fi gloria , dove a vedere fi deffero , rider più lofio ci farieno , che y"p[j”pf^"’Yhé
meravigliare , Potrefle le rifa tenere, fe nel Teatro vedefìe Achille gir- , ’
ne dietro ad Ettor volto in fuga , e col ciglio vietare , che ninno il fcri-
fea , temendo per avventura, che alcun non gli prevenga a quella gloria
tenfeguire ì J^tufio atto medefimo leggete nell’lliada di Omero , e mera-
viglia grandiffma n avrete . Ma di qualunque perfona l’Epico fi vefla ,
o qualunque cofa egli narri, a ciafeuna perfona, ed a ciafeuna cofa le pa-
role, i fentimenti , i verfi, e le forme del dire adatta sì bene , che degno
di fommo onore , e miracolofo appare . Nè punto fi dubita , che le cofe Effetto dì Meu
mirabili non dilettino meravigliofamcnte : perciocché ninno accrefeereb- «viglia è diJet»
he con le parole , né amplierebbe ciò , che di nuovo e di mer aviglio fo agli '
orecchi de’ mortali apporta ,fe non fi crede ffe dir cofa, che fia molto pia-
cevole e gioconda . Ma , perché e delle cofe , e delle parole nafte la me- Cagioni di Mc-
raviglia ; quelle cofe mirabili riputiamo , che non vanamente fon finte, '
ma prudentemente , e mirabilmente trovate , e con ordine degno di me- Ordine , '
raviglia difpofle e locate , e si ben congiunte , come fe l’una dall'altra
diptndeffe . E quelle parole meravigliofe ftimiamo, che con fommo giudi- Parole. ;
do fono elette , ed ottimamente ordinate , e fentenziofe , e di grave e
dolce fuono, e con belliffimc figure di parlare , o proprie, o traslate ch'el-
le fi fieno , come veder potete nell'opere di Omero , e di Virgilio , e del
Petrarca , e di Dante, piene di leggiadriffme invenzioni, e di ornamenti
del dire . E bencìsé fogliano mentire i Poeti , per meraviglia negli animi Mentirei»,
altrui generare ; nondimeno fingono, e trovano quelle cofe, le quali fi ap- per generar me-
provino; chi mai fi meraviglierà di quel, ch’egli non approva ì Ma, come
fi debba mentire , quefli fingulari Autori , i quali io nomino fovente , e
chiamo in teflimonianza di tal dottrina , il v’ infegneranno . Trovafi un.
modo di approvare , nel quale il parer deW umano intelletto s’inganHs'!
perciocché , come che alquante cofe tra loro fien talmente congiunte, che,
fe l'una avviene , è neceffario , che l'Atra ne fegua , ficome veggiamoi
alt apparir del fole ncceffariastente venirne il giprno j nondimeno aU r
F * quan-
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41 DELLA POETICA TOSCANA
quante altre ne fono, che, benché fogliano fenica necejfità innauxi,o dopo
alcuna cofa avvenire , pur raltifflmo loro conteflo , e la fomigltan^a del
•vero , e la vertù del mentitore parer le fa fimili a quelle, che necejfaria-
mente accadono . Ingannaft adunque il noflro intelletto, ov' egli delle co-
ft , che avvengono , quejìa differtm^a non conofea . Ma laude grande è
del Poeta , che alle cofe fìnte acquijìa mirabil fede . Vbs». Affai chiara-
mente dimofiralo m'avete , come empia il Poeta altrui di meraviglia .
Ma perchè nelle Favole non poca varietà veggiamo , util cofa fa , che ,
quanta e quale ella fta , ci fi dichiari . ^t^ante adunque fono le parti-
Tre Partigloni S'®"' Favole ì Min. T re : la prima è , che alcune di loro fono di
di Favole.^ una fola maniera , alcune di doppia e mijla . Di una fola maniera fono
iò«ed?Favole” s' introducono varietà di perfone difjìmili, né diffe-
f)?"una màflie- renti fini di cofe vi fi contengono, quatè l'Jliada di Omero . Mifte e dop-
ra . pie fon quelle , nelle quali o dijfomiglianti perfone introdotte troviamo ,
qual'è POdijfea , thè non pur' e buoni e rei, ma oltre a' Semidei , Paflori
amora, ed uomini vili introduce ; overo avvenimenti da quel, che la ra-
gion della Favola richiede, diverfi ', qual farebbe, fe ’lfine della Trage-
dia lieto e felice, della Commedia miferabil fuffe , o Puna e Paltra diver-
fìtà, cioè delle perfone e delle cofe ; quaPè la Satirica T ragedia,cbe con
gl'lddii,e con le perfone gravi intrapone i Satiri, ed i Sileni,e con la gra-
Seconda Parti- *''/® • FP altra partigione è , (he, perciocché
«ione di Favo- le fat.cende, le quali imitiamo parte fono implicate e compofie, parte fem-
j, .. plici, tali ancora convien, che fieno le Favole, che di loro componiamo ,
a Com^/U, ed Semplice io chiamo quella , eh' offendo una giunge alfuo fine fen^a rico-
iiDPlicaca. nofcimcnto di perfona, o di cofa alcuna, e fen^a veruno inopinato,e con-
itienro trario al creder noflro, avvenimento', ed Implicata quella , a cui l uno , o
Per riconofei- pur [uno e l’altro s’aggiunge talmente , che fi conofea o per neceffità , o
”n"n“ A •- verifmilmente dalle faccende fìeffe venire . Intendo per [ avvenimento
irento in^m^ inopinato quella ««rdj'iow di fortuna , la qual fi fa , o dolorofa , o lie-
to, e J'eripeaia. (a , ch’ella fi fia ; quando altramente , che da noi fi fperava e credeva,
la faccenda riefee , ficeme par neceffario, o verifimile . Chiamafi da' Gre-
ti Peripezia, c propriamente ne'trifii e miferabili accidenti, come avven-
Efemplo di So- ne appo Sofocle a quel meffo, il qual venendo ad Edipo con opinion di ap-
focle. portargli felice novella , e per liberarlo dalla paura di congiungerfi car-
.nalmente con la madre , dimofirandogli, chi veramente egli fuffe , operi
Pi OflierV' quel , eh’ egli non penfava . Ed appo Omero i Proci (mentre nelP altrui
tafa attendono a magnifici conviti, e fi ridono di Vliffe , il quale riputa-
vano mendico e pellegrino, ed a T eternato infidie pongono , ed inganni )
fono da quelli Htcifi , quando /e»j;4 di di punto temere effi penfano , che
• ■ — ficura
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LIBROPRIMp.
/ìcur* e lieta -dita menar poffano . Ed il Petrarca dove, e (juando f^li pa-
rca, che potejfe andare ficuro e fenxa fofpetto de' colpi di Amore, ft vide
ferito, e prefo da lui. E nel Trionfo della Caflità, come avea di tanti Id-
dii trionfato , così /limando Amore di dovere agevolmente di Madonna
Laura trionfare , contro la opinione fua , e del Petrarca , che fperava la
vittoria , ond.' effer fuole , ft trovò vinto da lei . E per lo riconofcimcn-
to intendo, come la voce Jìejfa ne 'nfegna , la riconofcenxa di quelle per-
fone, i cui fatti fi trattano, o che a benivolenga, o che ad odio fi dirigxi.
Riconofconfi coloro, i quali fono flati altre volte conofeiuti da noi, o pur
de' quali alcuna cofa ci è nota, ancorché mai veduti non gli abbiamo", ma,
chi ften quelli, td prefente non conofeiamo, Riconofconfi ancora molte co-
fe, e fpecialmente quelle, che alcuno abbia fatte,o patite . E quella rico-
nofeen^a è più mirabile,alla quale fegue il meravigliofo,e molto dal pen-
Tjer fiofiro lontano, avvenimento-, di che vi farà efemplo l' Edipo di So-
focle,e CAndria Terengiana . Fafft il riconofeimcnto tal volta fenga vi-
cendevole riconofeenga , ftcome è riconofeiuta Vliffe dalla fua Nutrice
ueWOdiffea , la quale egli ben conofeeva . Tal volta con vicenda, quaP
é , quando da Orefle Ifigenia è riconofeiuta per la lettera da lei fcritta,
ed allo 'ncontro ella per altri fegni lui riconofee : concioffiacofaché molte
maniere ft trovino di riconofeere altrui, delle quali parte fono fenga arti-
ficio, e parte artificiofe . Sengf arte fona quei riconofeimenti , che fi fan-
no per certi fegni, o naturali, o pur venuti di fuori . 1 Giganti per quell'
armi , con le quali ft diceano effer nati , fi riconofeeano . E T iefìe per la
flella, che fiffa, ed ifcolpita nel corpo portò dal materno ventre in quefia
luce de' mortali . Sono accidentali fegni , e di fuori venuti , o che fieno
impreffi nel corpo per qualche accidente , quali fono le cicatrici ; o che fi
portino come ornamenti , quali fono le corone , i cerchielli , i monili , gli
anelli , e fimili cofe , delle quali fi adornano gli uomini , o fi gloriano ,
qual fu il noderofo baflone, e le fpoglie del leone, che Alcide portava^.
Vli/fe, come potete aver letto nelP Odiffea , fu per la cicatrice da' Pafìo-
ti , e dalla Nutrice riconofeiuta ; ma da' Pafìori , perché ft moflrò loro
il fegno della ferita , acciocché per quello il riconofcefjero , e dalla Nu-
trice inopinatamente : il che affai più diletta . Artificiofe riconofeenge
fono quelle , che dalla Favola fleffa vengono , maffimamente , dove con
l'inopinato avvenimento fi congtungano : di che, detto abbiamo , effervi
efemplo l Andria di Terengio , e l' Epido di Sofocle , cioè, quando in
quella Commedia Glicerio ft riconofee effer figlia di Cremete, ed in quefia
T ragedta Edipo avere uccifo il padre , ed tffergli mogliere la madre .
Né f ono feng' arte quelle cofe , che dal Poeta fi fingono , qual fu la lette-
F z ra'
Del Petrarca.
Del Riconofci-
mrnto , e fue^
maniere.
I Di Perfone.
a Di Cofe .
Riconofeimen»
to .
1 Senra vicen-
da .
a Con vicenda.
Ricoooicimen-
to .
1 Sene’arte per
fegni nacuraìi.
Accidenuli.
a Riconolci-
memq arci/ìdo-
fo .
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<^alì Rìconc>
fcirnentì fieno i
-piò degni .
Tetta Pjrtigi(v
ne di Favole,
1 Pacetichr.
t Morate,
Partigìone di
Favola ,_come
corpo intiero in
molte parti,
1 Le^'amento,
: Scioglimetico.
Efemplo di Vir.
gilto.
Qual debba ef-
ftre lo Scio^li-
mcntOt
44 DELLA POETICA TOSCANA
ra i'Jfigenia , o quelle , che tidenduyO mirando la memoria rimordono,
come avvenne ad Vlijfe, il quale udendo cantare le cofe fatte nella Tro-
iana guerra , per la rimembranza di quelle pianfe , e fu ricanofduto .
Nè anco gli argomenti , ficome appo il Soffia Polide , Orefie argomen-
tando avvenirgli , che fuffe egli facrificato , per defiinò fatale dcll'Aga-
menonia famiglia , perciocché la forella era fiata facrificata , fu da Ifi-
genia riconofeiuto , Speffe volte le cofe fatte per chiari fegni fi ricono-
feono , ficome ncll'Ecira T erengiana per Panello fi trovò , che Filomena
era fiata pregna di Pamfilo, e ch’era figliuol di lui il parto di lei. De’ ri-
conofeimenti, come gli artificiofi a quelli, che non hanno artificio, fi anti-
pongono', così degli artificiofi quelli fono i più lodati , che nati dalla fief-
fa Favola con la fomiglianga del vero generano pii di meraviglia : per-
ciocché ha molto del verifmile quel, eh’ all’F.dipo di Sofocle avvenne ; e
quel, che alla Terengiana G licerlo', e che Ifigenia lettera mandar volejfe.
Dopo quefii fi commendano quelli,che fi fanno per qualche argomento. Ol-
tre a quefie due partigiani é la terga : perciocché le Favole, parte dipin-
gono i cofiumi , parte le pajfioni ; onde quelle dagli antichi Scrittori Pa-
tetiche, quefie Morate fi chiamarano, delle quali ragioneremo affai me-
glio, quando a quella parte verremo, che agli effetti dell'animo, ed a'co-
fiumi s’appartiene . ^wfie fono le partigiani delle Favole , per le quali
chiaramente la varietà loro fi conofee . Ma tutto il Poema ha due prin-
cipali parti fi'una Legamento fi può dire,V altra Scioglimento; fiami le-
cito,a figttificar nuove cofe,nuove voci trovare: perciocché legato e con-
giunto io dico tutto quello, che fi contiene dal principio infin, che a mutat
la fortuna fi cominci, con la mutazione della quale fi dice, che la Favola
fi fiioglie: Laonde il più delle volte parte di ciò,ch’é nella Favola,e quafi
tutto quel, ch’é fuor di lei, il legamento contiene’, tutto l’altro lo fciogli-
mento : ficome nell'Encida il legame farà infin , che T urno vegga i Ru-
tuli,ed i Latini rotti. Quindi feguì, che a Turno mancò l'ajuto di Ama-
ta, la qual di propria mano s’uccife, il foccorfo di Giunone, e della forel-
la,e di tutti gl'Iddii, ed ultimamente la vita fieff a. Ed avrà cura il Poe-
ta, che lo fcioglimento della Favola da Icifieffa proceda : concioffiacofa-
ebè fta biafimato colui, che per dar fine alla fua Favola s'ingegna di tro-
var cofe frane', qual fu appo Euripide la fuga di Medea col carro del So-
le : perciocché a fimili invenzioni il luogo é tra le cofe , che fuori della
Favola fi pongono, qual'é quelyche altramente non potrebbe in notizia de-
gli uomini pervenire , o perchè egli avvenne già molti anni addietro , o
perché abbia dappoi a venire: conciò fia che né quel, né qui fio conofccre
fenza il divino ajuto fi poffn.M* in (omporrt la Fjvela porfi dee mente,
e veder
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L I B R O P R I M 0/
e veder bene, che tutta a fejhffa convenga, e di ogni parte d fe medefìma Quai; debbano
rifponda, né in lei ft dicali cofe tra loro contrarie , né differenti, o che in eller tutte 1^
modo ninno dar poffano infteme; perciocché farebbe da ridere , fe al capo
dell’ uomo il collo del cavallo agojungeffe il pittore, ed il corpo di penne
vejiiffe , e dipinto avendo il volto di una bella donna , quella figura in
brutto pefee terminaffe. Vesp. Io ho bene e diflintamente intefo quel, che'
iella Favola dirfi convenia . Ora di fiderò, fi tratti dell’ altre parti effen-
esisti della Poefia , e prima de' Coflnmi . Miw. Z)e’ coflumi non ho a dir- De’ Cofliunì.'
vi qui punto di quel , che i Filofofi ne ferivano . Ma per quelli intendo ^ ^
tutte le difpofixioni dell’animo , e della mente : perciocché , come ciafeu- ’
no alla vertù , o pur al vix,io s’inchina , o per natura , o per cofluman-
%a ; così egli bene , o mal coflumato é tenuto : e qual’ é il fuo coflume ,
tal’ é riputato , e fi dice effer buono , o trifto . Laonde in quejio luogo pU
gliamo per li coflumi gli appetiti , ed i proponimenti , e le difpofixioni
dell’ animo , che forgono dal fonte delta uatura,e da qualche noflro fludio
prcndon forma , ed aumento dalPufan%a J ei il defcriverli non é altro ,
che dimoflrare , qual fta naturalmente difpofla, e creato colui , le cui fac-
cende con le parole imitiamo ; o qual fila il proponimento , l'elezione , lo
fludio ,0 la confuetudine , ola coflumanza di lui . Ma , perché degli af- Affetti <Ji di»
fletti altri fono impetuofì, e gravi, e pungenti -, altri piacevoli , e foavi, maniere. ^
e leggieri , da' Rcttorici Pafììoni quelli fi chiamano , e quefli Coflumi . * ’
’^iufli vogliono ad acquiflar benivolcnzu , o perdono ; quelli a deflare
odio , ira , invidia , timore . ^mJìì raccomandano , pregano, ifeufano,
appagano ; quelli turbano , comandano , flofpingono , infia umano . Io
ftime, tra i coflumi, e le paffioni effer quella differenza, la qual’ é tra gli p;ffjrenia tra
abiti dell' animo , ed i turbamenti . ,^elli flanno , quefli muovano . Coftumij c l’af»
Quelli nafeono dalla natura , e per tufanzo , e per l’ammaeflramento, '
e per lo fludio vengono crefeendo ; quefli fi deflano da qualche forza ,
che di fluori procede . E per dirlo più breve , quelli fono moffi e fufeita-
ti da quefli . Laonde quelli flati , e quelli abiti delP animo , per i quali
all’ ira , alla manfuetudine , all’ odio , aW amore , all' allegrezza > al
dolore , al timore , all ardimento agevolmente c'inchiniamo , io chiamai
coflumi ; ficome nomino paijioni e turbamenti dell' animo , gli atti ds\
medefimi affetti , quando n'adiriamo , ufitamo pietà , odiamo , amiamo,
n'allegriamo , ci dogliamo , temiamo , prendiamo ardire . E così l’imi-
tazione de’ coflumi vale a dimoflrare in atto , overo in parole , qual fia ^
tappetilo , l'abito , la difpofizione della mente , la conjuetudine , l’am-
macflramento, la creanza, lo fludio di ciafeuno. E la pittura degli affetti
non che a lignificare, quali ficn quelli in ciafcuno,ma a fiifcitarli anco in
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4(5
DELLA POETICA TOSCANA
^ <lueflo in due modi , o piacevolmente , e con dolcexx>t ; o pur
itavemente , c con empito , fecondo che ne fono, come s'é detto , due lo-
i Patetico. ro maniere, tana degl' incitati, e l'altra de' benigni . Il modo piacevole,
e foave i Retorici nominano Morale, e vogliono, che alT imita%iont de'
coftumi s'appartenga, oltre che per quella fi dimoflra , come detto abbia-
mo , qual fia coflumato e difpoflo ciafeuno . Il grave , ed impetuofo , ed
ardente , da loro Patetico é chiamato . Laonde avviene , che un medefi-
O>nome. e paf- ,no luogo cd il coflume , e la pajftone dimoflri : perciocché nella madre
wn.»iunti Eurialo i verfi FirgiÙani chiaramente deferivano il cojlume della ma-
dre , ed il turbamento , il qual" altrui muovere a compajjione dovea ; ed
in Pirro, ed in Me%enxjo così l abito di uri animo empio e crudele, come
'Patto inumano, che fa loro odiofi , e degno altrui di compaffione appo gli
orecchi di chi P ode , non che innanzi a gli occhi di coloro , che il videro.
Vesp. So vi pare , dimoflr atemi diflintamente Pana e P altra imitae^ione.
Maniere di co- e con gli efempli. Min. Il farò volentieri. Ma prima non è da tacere,che
Ìa'lo °va* debbiamo,quali fiano gli affetti, ed i cofiumi di ciafeuna età;qua-
l?cti . * ° ciafeuna fortuna,quali di ciafeuna gente,di ciafeun paefe, quali della
natura, e dello ingegno di ciafeuno ; quali di (iafeuno fludio, e di ciafeuno
ammaeflramento', quali al fine di ciafcuriarte,e di ciafeuna facultd.V tsv.
De’Coftumi fe- affetti a quaPetà fi convengonoì Min. I Giovani fono di lor natu-
oondo l'ccd . ra lafcivi,diffoluti,larghi nello fpendere e nel donare,ambi%iofiidf‘icondi,
G*iovane*™ in^iNrio/t, arditi, magnanimi, bramofi pià delP onore,che dell'utile, difi-
derofi di far briga, vaghi di tensione, f empii ci, vergognofi, prefli a crede.
re,incitatiffimi alPappetito di ciafeuna cofa,mutabili,{perchè,come ejfi to-
fto s'infiammano , così agevolmente il difiderio fi raffredda , e cangiafi la
voglia)dati alle fefle,ed a'conviti,ed ad ogni varietà di piacere’, pronti ad
altrui fchernire, e beffare’, pieni di prefunxjone, e di foverchia fperanxfi',
{onde fi credono fapere, e poter tutto ’,e fi confidano di poter qualfìvogUa
gran fatto confeguire ) accefit forte dal di fio del -uincere , ma prefliffinti a
perdonare i poco intenti a penfare del futuro ; mal proveduti, ed incauti,
a Coftiimi dì Allo' ncontr o i Vecchi fono cauti,a-wifati,timidi,di poco animosi poca fpe-
Veethio. ran%a,avari,moderati’,pÌH di confervare,che di acquifiare ftudiofi’,più dell
utile, che dell' onore difiderofi ; tanto pià di vivere difiofi , quanto meno
avanzar loro della vita fi accorgono’, inchinati all'ira, la qual' in loro è
brieve,ed inferma’, tardi a credere, poco incitati a gli appetiti, ignudi di
vergogna, prontiffimi a lamentar fi, prefii filmi ad accufare e riprendere al-
trui,a lodare fe fiefii,a narrare le cofe paffate,abbondantifiìmi di parole. Ma
j Coftumì di come tra la VccchiezZ<t e Gioventù é pojla l'età Virile , così partecipa
Vinle età. j,- quel, che alluna ed all'altra fi attribuifee, e ne' loro eccejfi ferva il mo-
do >
LIBROPRIMO. 47
io td il mexxPt f modcflamcnte fi porta. Vesp. Dichiarato ih' avete com~
fintamente gli affetti, ed i coflimt di ciafcuna età', ditemi, quali fien quel-
li, che fcguitano la Fortuna ì Mm.La Nobiltà fa gli uomini fuperbi, di-
fiderofi di gloria e di onore, difpregutori non che degli ofcuri e vili , ma
eziandio di coloro, che nuovamente per loro vertù chiari, ed illuflrt fi fo~
no fatti,e fimili a quellt,che principio diedero alla chiarella, per la qua-
le e(Jì rifplendono, e non per loro ftc(Ji . La Ricchejptfl rende enfiati ed al-
tieri,come fe in lei pofta fuffe la felicità dell’uomo: ionciò fìa che la vul-
gate opinione di fommo pregio la tenga , perciocché alla maggior parte fa
mefliere l’ajuto de' ricchi ; de’ quali fi veggono quelli effer piggiori, che
pià nuovamente fi fono arricchiti . Che direm de’ Potenti ì Non fi mo-
flrano in loro i medefimi affetti pià chiaramente , e di miglior maniera :
perciocché eglino, quanto più fono ambi'Ziofi, tanto fono più onorati, e di
animo più forte ed alto ', ed a quelle cofe più intenti, che più di grande-^^
vta,e di fplendore apportano , E ,fe pur fanno ingiuria talvolta , non la
fanno in quelle cofe, che poco montano, ma tulle grandi , Di coloro,a cui
la fortuna é sì favorevole ^he Fortunati fi ne chiamano, quando alle ric-
ebe^^ loro,ed agli altri beni,che vengono di fuori, fi aggiunge la felici-
tà di aver buona ed abbondante famiglia,e la for'Za e la belletjfl del cor-
po,e la fanità, non é dubbio, che non in maggior fuperbia fi levino,e me-
no abbiano d'intelletto e di ragione . Tra quali quel filo appare di
bene, che fommamente Iddio riverifeono, e da lui riconofeon' aver quella
felicità, della qual fi godono . Diverfi da quefli , convien, che fieno i co-
fiumi di coloro, che non fino fortunati, né potenti, né ricchi , né di nobil
fangue . Vesp. fieno i coflumi delle na%ioni , e delle genti, e delle
Città, quali ancora le nature , e tufan%e, e le cofiitu%ioni, io non vi di-
mando, che mi dimofiriate: perciocché io so certo,che a' Filofifi mi man-
derefieu ragionevolmente, come a coloro f quali della Repubblica firivett-
do abbondevolmente ne ragionano. Min.AV io faprei mandarvi a miglio-
ri , ni altronde meglio imparar fi potrebbono. B nel vero convien, che fi
fappian bene : conctoffiacofachi molto importi , fe Greco , o Barbaro fia
quel, che parta. Attico, o Latedemonio, Ateniefi, o Spartano . V«sp. Né
anco vi dimanderò , quanto fien vai) gf ingegni umani , e quanto i loro
proponimenti diverfi ; perciocché darmene certo e finita numero non po-
trefie . Min. Come di eofa infinita certa regola vi darei ì Ma per voi
medefimo agevolmente Cintenderejie,confiderando, che degli uomini altri
fono più umani , e più amorevoli ; altri più crudeli , e più fen%F nrnore',
altri più feveri,ed aj'pri ; altri più piacevoli,e benigni', alcuni più di glo-
ria , alcuni più di ricchc^^'^^a difideroji, e tutti i fuoi ptnfieri a quelle cofe
De’Q)ftiimi fe-
coikIo la Forti!»
Ila .
I Coftume di
Nobile.
E Coftume
Ricco.
di
3 Co/tunve di
Poceiuc .
4 Coftumì
Fonujia(.o.
dì
De’CoHumi fc;
condo
Nazione *
Geme ,
CicU .
Do’Coflumi lé-
condo la natu-
ra , e ringegnp
di cialcuitQ.
aa-
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De'Cofliimì fe»
conilo l’arte , e
inofeflìonc .
De’Colhjmi lé-
condo il paren-
tado, ed amict-
tia ,
Quattro cole-»
lichielle a’C'o-
ilumi.
4
1 Bontà ^
a Convenevo-
lezza.
$ Somi'elianix
4 Egualità .
li«l Decoro,
48 DELLA POETICA TOSCANA
ciafcuno diri%^Xjt,dd dejìderio delle quali è tirato . Nè dubita alcuno, che
ad altre arti , ed ad altre profefficni , altre eofe non fi richiedano : con-
cicjfiacofacbè i Medici) gli Avvocati) i Cavalieri) i Mercatanti) i Lavo-
ratori ) tome nell’operare , coj» nel parlare ancora ejfer differenti fi cono.»
fcano . Vesp. Ma non lafcerò di quefto dimandarvi: quai coflumi,e quali
affetti a ciafeuna maniera di perfona fi convengano . Min. Chiaramente,
ve riawederett)fe conofeerete, come il padre, come il figlio) come il ma-
rito) come la mogliere, come il frate) come la forelk) come famicO) comi
il nimico, come qualunque altra fitmil perfona nelC animo fi dtfponga,e qual
divenga^ che cofa affetti. V esp. Come s'intende quel, che diffe Ariflotele,
che intorno a' cofiumi fono quattro cofeda confiderare,la bontà, la conve-
, itcvoleT^%a,la fomiglian%a , e t egualità ì Min. Come altramente ì fe non
che è da vedere prima, qual fia la bontà di ciafcuno genere ^ cioè delfetà,
del feffo, delta nazione, della fortuna : perciocché , quantunque la Donna
fia piggior delL uomo , e la fervil fortuna del tutto faccia trifio e cattiva
altrui’, nondimeru di quellafinquanto ella è femmina,la vertù confifte nel-
la pudicixia, e nella modefiia’, ed inquanto è mogliere, nelCamorc, e nella
fede di lei verfo il marito fingulare , e nelffcrvar diligentemente la roba
di lui ; ed il Servo è laudato, e buono tenuto per la fua diligenza , e leal-
tà nel fervigio del padrone . Conofeefi il buon cofìume , ed il trifio dagli
atti) 0 dalle parole ; perciocché, come s'é detto, gli atti,o le parole dichia-
rano , qual fia il proponimento e la difpofìrjone dell' animo di ciafcuno.
£ qual fi dimofira effer l'animo, taf effer diciamo il cofiume. E' da vede-
re ancora quel, eh' a ciafeuna perfona fi conviene : perciocché alf uomo fia
bene f effer virile , e terribile , ed eloquente , ed itfilofofare ’, ma non fia
bene alla Donna , la cui laude é pofia nell’ onefià , e nel filem;jo , e net
governo della famiglinola , e della cafa, fuori della quale non è cofa, che,
a lei s'appartenga. Dappoi guardar debbiamo, che fempre fia di un modo,
e filmile a fe fieffo ; e qual dagli altri s'é finto , o da noi s é cominciato «
fingere , che fia , tal fempre fi dimofiri per tutto il Poema . Nè »»e«a
fervar convienci fegualità : acciocché fe introduciamo alcuno mutabile,
cd incollante , e dijfmile a fe fieffo ; qual fi vede effer Demea appo Te-
renzio , taf apparir’ ugualmente il facciamo : perciocché non fi mofire-
rebbe egli uguale fempre nelf incofianza , fe in una cofa collante e fimile
a fe medefimo per tutta f opera appariffe , ed in un'altra diffmile, cd in-
collante . Laonde di quefie quattro parti , come la bontà e la convenevo-
lezKP proprie della perfona generalmente confiderata ; così la fomi-
glianza, e l'egualità del tale particolarmente . E perciocché di loro nafte
il Decoro, di chefiabif e falda fondamento é il ncccffario, ed il verifimi-
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L I B R 0 P R I M 0. 4P
le'i comi nell' imitazione delle cofe fleffe, cosi nel notare i coflumi fervar
la qualità della perfona y ed aver riguardo al tempo » ed al luogo ci con-
viene y fecondo che richiede la neceffità y o pur la fimilitudine del vero :
conciofjìacofachè tal ciafcuno finger ft debba , qual convenia , ch'egli fuf-
fe iO qual creder ft dee , ch'egli fu \ e certamente qual' il proponimento,
e lo fludio, e la cojìumanzay e la vita di lui richiedeva, ch'egli fuffe . Nè,
perciocché io dico doverfi la bontà del cojlume confiderare , intendo , che
il trijìo non s’abbia a notare . Anzi non pochi trifii , non pur nella Com-
media y ma nella T ragedia , e nell' Epica Poefia s'introducono ; ma ri-
prendOy che trijìo ft fìnga alcuno, ove non è da credere, né convenia, eh'
egli tal fuffe . Chi crederà mai, a chi dirà, che convenia,che Menelao così
nalvaggio, e così contrario al nipote fi mofìraffe, come nell'Orefìe di Eu-
ripide s'é finto ì Né convenevol fu, ma difditevole il pianto di Vliffe nel-
la Scilla : perciocché, dovendo egli moftrarfi di animo forte e virile, come
a magnanimo Scmideo fi convenia,pianfe in gtiifa di vii femminella.Difdi-
tevole ancora fu il dir di Mcnalippe, ch'effendo femplice fancÌHlla,ragio-
nò mafchilmente, e come s'apparato aveffe Filofofia. Riprefa é Pincoflan-
Za d' Ifigenia nelP Aulide , la qual femminilmente , ed in guifa di timida
verginetta fupplicato avendo , che tolta la vita non le fuffe , poi can-
giando parere con animo mafchile e pronto per la falute di tutta la Gre-
cia s'offerfe a morire . Vbsp. Già veggo gli cfempli della malvagità non
«eceffaria, né credibile , e della fconvenevolezzft , e dell' incofìanza . Ma
come Penteftlea conduce un' efercito di Donne in ajuto di Priamo, e com-
batte con Achille appreffo i Greci Poeti , e fpecialmente nel Poema di
t^into Calavrefe; e Camilla nell'Eneida in favor di T timo prende l'ar-
mi contro a' Trojani ; e ne' Romanzi Marfifa , e Brandamante, e mol-
te altre ft mofìrano effer valorofe guerriere, fe l'effer coraggiofo, e Pefer-
cizjo della guerra alle Donne ft dtfdice ? Min. Negar non ft può, che per
fe al feffo femminile fconvcnevole non fta quel,ch'é proprio del mafchile.
Ma per accidente , e particolarmente fi per dono ifpezfal di natura , e
sì per lungo fludio può nelle Donne quella vertà , e quell' efercizio fiori-
re y che negli uomini é più lodato , come ft legge nella Regina Ifabell*
di Spagna , e nella Regina Maria forella di Carlo ,^into Imperadore
alt età noflra chiaramente fi vede . Anzi difputano alcuni , e s’ingegna-
no di provare , quelle dalla natura effer create non meno , che gli uomit
ni y agliflud) delle cofe onorate ; ma ( perciocché non può uno far tutto,
ed in ogni ben' ordinata Repubblica convien , che 't governo delle cofe fi
comparta ) t umana prudenz<t , attribuendo a ciafcuno quel , che più gli
convenia, moffa dal timore dell' infamia^he 'I coflumar con altrui parto-
Q fin
Che *1 decoro
riguarda.
A Perfona .
A Tempo.
A Luogo.
Colè da /ùggr.;
re per ferrar’ il
decoro .
I Malvagità I
Error d' Euri-
pide .
» Sconvenevo^
lezza.
I Inconzini;
Dimauda i feS
dUUice ilio don-
ne quel, ch'agli
uomini fi attri-
buifee , cornea
prendono 1* ar-
mi >
Rifpofia .
Efemplì dì
Donne raloro*
fc ,
EfempU dì Af-
fètti ,
Del Padre.
Delia Madre.
ijel FìgLo
Del FMioiMa*
rito, e Padie.
DclJfc Figlia , c
Madie .
Dello Spofb •
della Madie, e
Mogliere .
Dell’Amante.
Dell’Amico.
JO DELLA POETICA TOSCANA
rif fuole, aver' introdotto quefìo coftume^be alle Donne folamente la cu-
ra ddìa cafa fi commcttejfe, ed agli uomini il pensiero di tutto quely eh' è
fuor di lei, fi lafciaffe. Laonde, come che naturalmente a quello non difcon-
venifie, quel, che a quefli è richieflo‘, nondimeno {perciocché l'ufanxa il fa
fconvcnevole,dove da lei ciò fi conceda; qual fu nel Regno delle Ama.'i^xfi’
ni, e ne' tempi del Re Latino in Italia, e qual dappoi in Africa, ed in Ifpa-
gna, ed in Francia s' è veduto, e fi vede ancora ) non par, che attribuire
a fconvencvolexx<t fi pofja . E chiunque oggi filofofare , o pur armeggia-
re aleuna Donna faceffe ; con la fama, e con l" autorità degli fcrittori di-
fender fi potrebbe . £’ il vero, che, benché a femmine di bajfa, o di me%^
%ana fortuna ciò fia difdicevole ; non però fi difdiee a Donne grandi , ed
illuflri , ed allevate ne' reali palazzi , alle quali è lecito il cofìumare con
gli uomini , ed il ragionare-, ed a quelle via meno , a cui fervono Caflel-
la, 0 Città, 0 Regni . Vesp. Ora é il tempo di darmene gli efempli , che ia
prima ne dimandai. Min. ^^efio è il luogo di foidisfare a quel,chc allo-
ra chiedefìc . .^al fia l’affetto del padre, Virgilio ve 7 dimoflrò , quan-
do diffe , che tutto il pensiero del caro padre era in Afeanio . .^al della
madre , il medefimo Poeta nella madre di Eurialo il dipinfe, quando ella
intefe il mtferabil cafo di lui ; e vide , che i nemici ne portavano il capa
fiffo neir afta : ed io nella Canxpne , O cieco Mondo ,
con la qual piango la morte del Sig.Marc' Antonio Colonna là, dove io dico:
Vedi colei , che con la voce altiera
Piagne Ajuarciando li petto , e l'atra gonna .
,^al del figlio, in Laufo figlio di Me^en-i^io quel Poeta fteffo il defcrijfe,
quando egli vide ferito il padre, e per difenderlo, ammortali colpi di Enea
fi contrapofe . ,^al del figlio , del marito , e del padre, in un fola Enea
Cefpreffe , quando quel vide cader morto in terra il vecchio Re de'T ro-
)ani . ^al della figlia , e della madre , da me fi mofirò nel Sonetto^,
Mifcra figlia , e Iconfolata madre ,
nel quale fi finge Italia parlare . J^^al del nuovo Spofo, Virgilio in Co-
rebo ce 'I reca innanzi agli occhi . J^al della madre , e della moglierCt
il Petrarca il dinota nella comparaxjone , che fa nel Sonetto ,
Nè mai pietofa madre al caro figlio ,
Nè Donna accefa al fuo fpofo diletto :
nel qual chiaramente dimoflra il coflume delP amante Donna ; benché de-
gli affetti dell'amante fiien piene le Rime di quel Poeta, e di tutti gli altri.
^al fi dipinga Pamico, apertamente il Mantovan Poeta in Nifo , ed in
Eurialo ce'lfa conofeere. E, qual egli divenga per qualche altrui dtfpie-
tato cafo , io credo averlo deferitto in me jleffo nella Cannone, O cieco
mon-
\
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L I B R O P R I M O. yi
mondo , mila quale ho detto piagner fi da me la morte del Sig.Marc’ An-
tonio Colonna . ^al fìa l’affetto della forelta, quel FirgiliOf che io nomi- Della Sofella.
no tante volte, in J ut urna ce ’l dà a vedere. ,^al del fratello, il Bembo F«k11o.
in fe medefmo l'efprtffe, piangendo la morte del frate nella Can'gpne ,
Alma cortefe , che dal mondo errante .
Vssp. Abbondevolmtnte chiaro fatto ci avete, come gli affetti, ne’ quali Affé»
i coftumi fi contengono , ne fi rechino ejprejji innanxj agli occhi ; degli turbano . *’
altri , che turbano [ animo gravemente , attendo , che ragioniate , come
fi deferivano .Min. Deferivonfì molto bene, ove fi dimojìri alcuno acci-
dente, per lo quale sì turbato t animo apparifea, che gli altri ancora nel-
la medcftma paffone fe ne fontano tirare . Il che farà il Poeta , fe le cofe
per fe gravijjìme, quali fono i duriffmi colpi della Morte , o della Fortu-
na, fi moflrino via più gravi, come fi vede in quel mio Sonetto ,
Vaghi augellctti , che per bel coftume ;
ove riputandofi felicità il dogliofo , e miferabil cafo di Ceice,e di Alcione,
che in augelli fi trasformarono , quanto era grave lo fiato di quel , che
parla i V*$p. Non vi rincrefea di ragionarne più largamente ; percioc-
ché effondo paffioni dell’ animo f amore , Podio , la paura , la confidanga. Quali fiano le
la manfuetudinc , Pira , la sfacciatagine , la vergogna , la mifericordia, .
lo fdegno , Pinvidia , e le parti di lei , inutil cofa nonfia il dimofirarci ,
come ciafeuna di loro fi tratti , Min. 7o qui non dirò quel , che so effervi Come (ì tratti
più chiaro , che la luce del fole , come fi diffnifeano , e d'onde nafeane : ciafeuna Paflio-
(onciò fia che tl vofiro Arifiotele v’abbia l’uno e l'altro infegnato . Ma ‘
non vi farò fcar%p di alquanti efempli per noti'gia di quel , che mi chie-
dete , E per cominciar dall’Amore , voi fapete , che l’amante antipone a i Dell’Amore.
fe medefimo la perfona amata . J^efio efpreffo vedete in quel verfo ,
£d ho in odio me ftelTo, ed amo altrui . Ed in quefio, ^
Che oiTefì me per non offender lui .
Ed in quel luogo »
Debito al mondo , c debito a l’etate ,
Cacciar me innanzi , eh' era giunto in prima ;
Ne a lei torre ancor fua degnitate .
E perché , come fitamo dalle paffioni agitati e moff , così or lieti , ór trifii
ci mofiriamo’, vedete, come il Petrarca allegro fi mofira del ben delP ami-
co nel Sonetto ,
Amor piangeva . ' E nell’ altro i che feguita ,
Piii di me lieta non fi vede a terra
Nave dall’ onde combattuta , e vinta .
G z Come
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yz DELLA POETICA TOSCANA
Cmt per la perdita delf Amata Donna fi contrijla f e fi lamenta ,
Oimè '] bei vifo , oimè *1 foave guardo .
ìE per la lontananza ,
Ogni luogo m’attriila > ov' io non veggio .
^ come per la prefen^a fi rallegra »
Volgendo gli occhi al mio nuovo colore .
Il che apertiffmamente dichiara nella Can^pne ,
Gentil mia donna io veggio .
E nel fecondo libro delle mie Rime trovarete chiari$màniente deferitté
quel , che operi la lontananza ; e quel , che la prefenza nelt Amante •
a Dell'Odio. Contrari affetti, convien, che daW Odio procedano : del quale i proprio
il mai non perdonare , cd il difiar il danno , e la morte altrui, come ap-
pare in Sofoniiba , la qual dice ,,
Ma ferma fon di odiarli tutti quanti
E ficome quelle cofe amiamo , che ci dilettano , cosi quelle , (he ci fonò
dannofe odiamo . Il che vi fi fa chiaro in quei Sonetti ,
La fera difìarc , odiar l’Aurora .
Io amai Tempre , cd amo fòrte ancora .
Io avrò Tempre in odio la feneilra .
3 Dell’Ira i DelC Ira , che diremo altro , fe non che offendo ella appetito dell' ingiuri
ria vendicare , la quale riputiamo a noi farfi , ove altri n' offenda , oci
difpregi j allora n'adiriamo, quando difideriamo la vendetta dell' offefai
qual è ,
Per far' una leggiadra Tua vendetta •
0 del difpregio ,
Che folca difprezzar Tetate , e l’arco ^
'Quanta fuffe lira di Amore deWeffer vinto dall oneflà di Madonna Lath^
ra, fi dipinfe leggiadriffimamente in quella comparazione ,
Non freme così ’l mar , quando s'adira .
'guanto ad ingiuria fi recaffe il T empo il non poter la fama de' mortali^
ofiurare , e feeo fe n' adir affé, chiaramente s'efpreffe ta quelle parole.
Ingiuria da corruccio , e non da fcherzo ,
Avvenir quello a me , s’ io folTe in Ciclo ,
Non dirò primo , ma fecondo , o terzo .
ferciocchè , quanto è maggiore la perfona offefa , tanto più giuda par
Pira , e tanto più convien, che fia grande , E nafee , come vedete , dalla
tìputazion di noi deff; perciocché, riputandoci noi degni di qualche bene,
« di qualche onore , filmiamo farcifi torto , dove noi confegmamo : con-
ciof-
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L 1 B R 0 P R I M O; '
iioJ}i.ìeefath^ t effìcrcene paja iifprex^ati . Alflra fi contrapone U Matu- ^ j>ei^ Man^
fuctudine , la quale acqueta il furore t affretta il difio della vendetta , e juetudine > che
nelt animo genera fofferen%a. E di lei cagione èTumil preghiera, il cbie-
ier perdono , il riconofcer' il fallo', l’afflitto fiato di quel , che viene a cvttume,
mercede , dicendo Madonna Laura appo il Petrarca ,
Poi fé vinco ti vidi dal dolore ,
Drizzai *n ce gli occhi allor foavemente
E l'umano e pietofo parlar del medefimo Poeta operò , che Sofonisha di»
ceffe, .
Coflui certo per le gih non ini fpiace .
ed acquifiar pietà appo Dio gli poteano quelle parole j
Alto Dio , a te divotamente rendo
Pentito , c triflFo de’ miei si fpefì anni . B
Ch’ io conofco il mio fallo , e non lo (culo .
Seguita , che ragioniamo della Paura , la qual' effer fi dice Pafpettar il j Della Paiua«
male, eh' é da prejfo , e minaccia ; e ridurre a memoria il futuro difpia-
cere . Laonde quelli , che temono , nell'animo fi turbano talmente , che
f enfiano fioprafiar loro qualche danna, il quaP abbia forr^a di contrifiarli.
Jt che avviene , fie agevolmente fi credano poter ricevere offefia ; fie tal
riputino il male , che con agevole%%a poffa lor fiopragiungere ; fie fiimino
effer da preffo quel , che gli abbia ad offendere ; fie avvifino a lui coma»
dità di nuocere non mancare . ^efia paura chiararnente efipreffa trova»
rete in quel Sonetto ,
Io temo si di begli occhi ralTalco 2
1a cofe , che ci generano timore, fiono i mali, che ci fioprafiatmo , gli fide»
gni. Pire altrui, la nimifià, la iniquità , la potenza de' nimici , la nofira
infermità , la propria debole'T^'ip, il difetto delle ricche^Xf » degli amici,
e di tutte quelle for%e , che ci affeurano . Onde quefii Sonetti lignificano
il timore del Petrarca ,
La vita fugge , e non s'arreffa un’ ora
S’Amar nuovo conliglio non m'apporta 2
lo pur’ afcolto, e non odo novella .
Pace non trovo , e non ho da far guerra 2
Amor , che nel penzier mio vive , e regna 2
ed altri non pochi , i quali legger potrete in quel Poeta 2 E con le mede»
fitme cofie , con le quali il timor nofiro dimofiriamo , negli animi altrui
paura generiamo , fìcome in quefii miei Sonetti ,
Anima bella , che ’l bel petto reggi . ^
Quanti dai Tago Ifpano a l'Indo Idafpe .
. . f
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S4 DELLA POETICA TOSCANA
6 Della Con/!- ?<**'’<* ^ contraria la Confidanza , coti convien , che venga
daiwa . da cofe contrapofle a quelle, che creano timore', e quelli, che fi confidano,
difpofti fi veggano altramente da coloro , che temono : conciojfiacoj'acbi
noi ci confidiamo , o perchè crediamo aver prefi nti le cofe a noi buone,
e falutevoli , e che fiecuri ci facciano ; o perchè filmiamo efferci loruane
quelle , che danno , o pericolo , o timore ci apportano . Pieni di tale af-
fetto fono quei Sonetti ;
Quando v’odo parlar s) dolcemente .
Ite caldi fofpiri al freddo cuore . E quefia ballata ,
Di tempo in tempo mi lì fa men dura ;
Che direte di quella Cannone del Petrarca !
O afpcttata in Ciel beata , e bella . E di quefia nofira ?
Padre del Ciel , che tutto muovi , e reggi .
Hon trattan di quelle cofe, che fcacciano le paure, e defiano gli ardimen-
. . ti negli animi di coloro , a cui fi diriz\^no i Ala in quei Sonetti fi vede
chiaro l'uno , e l'altro affetto :
Quando il voler , che con due fproni ardenti .
Che fai alma ? che peni! ì avrem mai pace ì
Quefl’ umil fiera un cor di Tigre , od’Orfa. Ed in altri,
‘biffai di quefie pajfioni s'è detto ; diciamo dell' altre, fe vi piace . Vesp.'
-Ala che altro piacer mi può al prefente ì feguite pur voi : perchè io altra
non attendo , Mitt. Tra gli altri affetti , de' quali ci refia a dire , ne fi
7 Della Miferi- incontro prima la Mifericordia , la qual dicono cffer cordoglio , che
cordia. dell' altrui miferia fentiamo, quando altri a torto la patifee', e crediamo,
o noi fieffi, 0 pur^ alcun de'nofiri in lei poter altresì cadere, o pur in qual-
che altra filmile infelicità ; o perchè ci rechiamo a memoria il medefimo,
0 fimil mate effer talvolta a noi fieffi , over ad alcun de' nofiri avvenu-
to’, o perchè il futuro temiamo^ Onde il Sofocleo Tefeo ,e la Tirgiiiana
Didone impararono di dar foccorfo agli afflitti dagli affanni, e danni torà
avvenuti ; ed il cafo di Alafiniffa , e di Sofonisba moffe il Petrarca tal-
mente , eh' egli diffe ,
Pien di pietate era io penfando il brieve
Spazio al gran fuoco di due tali amanti :
Parcami al fol aver’ il cuor di neve .
* DelIoSdcgno. mifericordia s'oppongono lo Sdegno , e P Invidia : perchè Vuna e
l'altra paffione è dolore , che deW altrui felicità fi prende : ma con quefia
Diffèrenaa tra fdegno viene dalla felicità di tale , che indegno ne fia\
fdegnoi ed invi- e l'invidia dal bene de' nofiri pari, o de' fimi li a noi. Laonde così lo fde-
• gno, come la mifericordiaf da’ buoni cofiumi deriva', c l'invidia da'trifii,
e rei:
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LlBRaPRIMO.
e rei ; lo fdegno i nttribuifce anco a gr Iddìi ; l’invidia nikn luogo ba iù
loro . E coloro, che {degnano la prosperità de' cattivi, ed indegni, fi ral-
legrano della felicità de' buoni . abbiamo a fdegno di vedere negl inde- Cagioni di
gni non già i doni dell’ animo e della natura , quali fono le vertà, Pejfer «oo ,
ben nato , la bellexX<^ del corpo , e la fanità-, ma quei beni, cbe alla for-
tuna s' attribuì fcono , coni è la ricche%xo, l'onore, la degnità , la poten-
za . Z>i che indegni fiimi amo gli uomini vili, e t ignudi di verti , e colo-
ro , che non gli ufano bene', quali fono i fuperbi , ed i difpregiatori d’al-
trui ; nè ad ogni uomo ogni maniera di cofe fia bene ; ma tal fi conviene
al magnanimo e gagliardo , che al giufio e modefio fi difdice , come fon
tarmi . Onde indegna cofa è tenuta il dare ad alcuno quel , che non gli
fia bene, majfimamente quando altri il meriterebbe : perchè ragionevol-
mente par , che A)ace fi fdegnajfe , veggendo ad Vlijfe darfi l'armi di
Achille, delle quali egli era più degno . £ la difagguaglian%a delle perfo-
ne genera fdegno, quando l inferiore contende col Superiore ; e quando al
vixjo fi dà quel , che per vertù degnamente s'acquifia . Ed il prendere
fdegno è proprio di coloro, che veggono onorare gl’ indegni di quelt ono- Perfone ; che
re , al quat efjì meritamente pervennero ; e de’ fav) e buoni , i quali co- prendono fdo^
tiofcono il diritto e l onefio , fe avvien, che altrui fi faccia torto ; e degli •
onorati e grandi , fe a qualche degnità gtinferiori fenica merito di valo-
re s'innahjmo-, ed ultimamente di tutti coloro, che degni di quelle cofe fi
{limano , delle quali indegni gli altri riputano . Sigmficatrici di grave
fdegno, nato dalla indegnità dei luogo e de’ cofiumi delpaefe , fono quel-
le parole del Petrarca , Efemplo I
Per non veder ne’ tuoi quel , ch’a te fpiacque. Ei
In tutte l'altrc cofe affai beata ,
In una fola a me (lelTa difpiacqui ,
Che in troppo umil tcrren mi trovai nata T
^^t^anto fdegno , che dalP altrui vi%to proceda, dttnofirano alcuni Sonetti intende quei
del Petrarca , e quefio mio , contro la Corte
Donna , che di beltà ne ìai tant’ alta .
Dopo quefla pafiìonc feguita l' Invidia , la qual’ è ( come detto abbiamo ) ^ Dell’Invidia.
dolore, cbe fentiamo del ben de’nofiri pan , o de’ fimili a noi , o che tali
ften riputati , ancorehè fuffero in qualche parte inferiori, fenica che della
loro felicità danno alcuno riceviamo : perchè invidio fo è quegli, a cui
dispiace di vedere in qualche profpcrità di fortuna , o pur in qualche ec-
cellen\a di natura colui , che non gli nuoce . T al' effer fuole, chi motta
onore, e molta Laude ha confcguilo , quando vide alcun’ altro per li pro-
pr) menti innal7,are', e chi fi fiudia di acquifiar ne, quando intende,ej}ervi
• altrui
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DELLA POETICA TOSCANA
iiltruì pervenuto . T ali fono coloro tutti, che tra loro contendono, ó fono
daW ardente fiudio , o dal difiderio delle medcfme eofe accep . Onde il
^ Tetrarca :
Quanta invidia ti pono, avara terra i Ei
Io era un di color» cui piii difpiace
De l’altrui ben » che del Tuo mal » vedendo
Chi m'avea prefo in libertate » e ’n pace .
iPd a coloro , i quali agevolmente ielle fatiche loro cogliono il fruttò |
hanno invidia quelli » che a gran pena , o pur non mai pervengono a cii^
thè difiderano . Di quejla invidia tinto il Sole parlava i
Or convien » che t’accenda ogni mio zelo
SI » ch'ai mio volo addoppi l'ira i vanni ',
Ch’ io porto invidia agli uomini » e noi celo l
E come delt altrui felicità l'invidiofo s'attrifla, così dell'avverfltà feu^i
dubbio convien , che t allegri , ficome ci fi dimoflra nel Sonetto »
O invidia nemica di vertute . In quel verfo ,
Del mio ben pianga » e del mio pianger rida .
ìb OtUaCelo* ^ *W»o a mano con l'invidia ne viene la Gclofìa , la qual non é altròi
fa , che cordoglio ; o perciocché altri fi gode di quel , che tu brami; o per fo-
fpetto, che altri nell Amore, o nella pojfejfione della cofa amata non ti fiò
preferito, ficome da noi leggiadramente s'efprejfe in quei Sonetti :
O gelolia d’ogni mio mal prefaga .
O geloha , che’ miei diletti ai fpenti .
Poiché la voftra angelica bcltadc .
il DelI’Emula- E>alt altro lato mi fi fa incontro la buona invidia, che latinamente Efflu-
aivae , lazione fi fa nominare ;ed è certamente dolore , che nell" animo fi fentA
del bene altrui , quando il difideri , e penfi potere , e dover confeguirlo;^
non perché altri il po/fede » ma perché tu non Pai . ^infia infiamma gli
uomini allo fiudio della virtù , quefta nelP amor della^oria gli accendcp
quefta a gran degnità gli conduce . Di quefia parlano quei verfi »
Lei non v’invidio , c fuc dolcezze rare »
Se non quanto da voi fon’ io divifo . In quel mio Sonettòi
Donne mie care » che sì liete , e {belle .
I» D«1 Difpre- ^ lei fi contrapone il Difpregio : perché , come a' beati e gloriofi invi-
zio . dia portiamo; così gl'infelici, e coloro, ne' quali ninna cofa degna di me-
raviglia rifplcnda , difpregiamo . Laonde appo Virgilio, quanto d’invidia
Drance a Turno portava, in tanto difpregio egli era da lui tcnuto.Scgui-
1} Della Ver* ta poi la Vergogna, la qual altro non é , che molefiia di animo nata di fo-
Cofin* 1 . fpetto, che non ci s'attribuifea a difonorc, ed a colpa il malfatto; o quel,
che
1
l
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E I B R O P R I M O*' S7
tke fi fa, 0 purè quel, che fi farà . Contraria a lei é la Sfacèlaìaggine, U
qual' è in eoloro , che non hanno qucfto timor d'infamia, nè queflo fofpet-
to, ni quefto difpiacere . ZH quelle cofc ci •vergogniamo , le quali offender
poffono la riputao^ione ,e la fama nojlra , o di coloro , de' quali noi cura
abbiamo , dove a noi darfene debba la colpa . Di generar tal vergogna
jtegl’ Italiani s'ingegna il Petrarca , dicendo :
Volita merce , cui tanto fì commife ,
Voftrc voglie divife
Guaftan del mondo la più bella parte I\lella Contiene ,
Italia mia benché ’l parlar fìa indarno .
'Ebbe vergogna quel Poeta delle fue giovenili vanità in quei ver fi i
E del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto .
E vergognali d'aver taciute le lodi di Madonna Laura nel Sonetto :
Vergognando talor , eh' ancor fi taccia .
Deferivefi la Sfacciataggine io quelli otto Sonetti da me fcritti,e tolti dal
Vangelo contro la farifaica Jpocrifia , de' quali è il primo ,
L’empia nemica de la vera fede .
Molte fono le cofe, delle quali vergognarci debbiamo Epercìjè soefferi
vi tutu manifefte, qui non ne farò parola', ma ,fe alcuno altro farà, che
notiTja averne voleffe, nel mio Poeta d'una in una tutte leggerle potrà
Ed in fomma tutto quel , che biafimo , e infamia ci può dare , a vergo-
gna recarci debbiamo , ed allora più , quando n’avviene in prefent^a di
coloro , il cui cofpotto ci fa arroffire . j^ali fono tutti quelli , i quali
degni di riveren:^a, e di onore, e di meraviglia fiimiamo , e da’ quali noi
effer lodati , ed onorati , e pregiati difideriamo ; e quelli ancora , i qua-
li temiamo , non abbiano a dir mal di noi o ragionando , o fcrivendo .
Anxj il timore, che a cojloro non fi riporti di noi cofa, che brutta e bia-
fimevol fia ,i cagione , che vergognarci faccia la prefentgi di quei , cha
riportar loro il noflro mal fatto , o mal detto porieno . Laonde , perché
tra loro fi portano riverem^a gli amanti , l'uno fi vergogna nel cofpetttt
dell altro , come nelle Rime da lor cantate troverete . Ed i vergognofi,
come fuggono il difoneflo , e’I difdicevole , così volentieri alP onefta,
ed al dicevole s’appigliano : dicendo Amore appo il Petrarca , •
Da mill' atti ìnonelH l'ho ritratto ,
Che mai per alcun patto
A lui piacer non poteo cofa vile j
Giovene fchivo , e vergognofo in atto J Et in penzief ?
’^efle fono le paffoni , che la mente turbano , e tali fono le cofe , chi
V animo gravemente ti muovpno , ficome Arifiotele ce l'infcgna . Vssp.'
a ‘ '
14 Della S£io*'
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I luoghi,
k Paflioiii
vano .
Efem^li ;
L’AhitQ i
58 DELLA POETICA TOSCANA
onde Moflratmi per nome i luoghi loro , e come fe ne deriv ino . Min. Il farò
deri- volentieri , ancorché io fappia non effervi to' luoghi nafcojU , i quali fo>
no l'Abito, la Difpoftgione, la Fortuna, t Età,l‘ Amicizia, U Parentela, e
I altre cofe alla perfona attribuite ; e parimente , il Tempo, il Luogo , la
Cagione, il Modo, la Materia, il Simile divifo in tre, cioè nella Immagi-
ne, nella Compar anione, e nello Efemplo; e la Differenza, il Contrario, la
Compararjone del più, del meno, e del pari . Come da quejìi luoghi, qttafi
da fonti gli affetti fi derivano, il vi mofirerò con quelli efempti,che pri-
ma innanzi mi fi faranno fenza riguardo , che dalle Rime del Petrarca ,
0 di Dante , 0 dalle mie fi prendano , E vi bafierà , che la cofa per loro
s'intenda. Vesp. Perchè noi Anzi con li voflri fcritti più chiarezK,a
darmene potrete , come colui , che fiete certa, con qual' arte compofii gli
abbiate . Min. L'Abito adunque , acciocché dall’AbitOi cominciamo , di-
pioftra meraviglia nella Canzone ,
Chiare , frefehe , c dolci acque 1
Così carco d’ obblto . Ed in quella mia i
Mirando un giorno .
£ mentre incendo a rimirarla fìfo
Tutto da me divifo .
furore , e Difdegno , nel T rionfo della Caflità :
Tanto Amor venne pronto a lei ferire . E
Quand' io ’l vidi pien d’ira , e di difdegno .
Ira , e Dolore , nel 1 1 1. Can. dell'Inferno :
Ma queir anime , eh' cran lalTc , c nude
Di che fi genera Odio e Sdegno negli animi altrui, ed Iracondia, nel me-
defìmo Can.
Caron Dimonio, con occhi di bragia '
Ed infaziubile Ingordigia , nel vi.
Cerbero, fìera crudele , c diverfa .
Superbia furiofa , nel xiv.
Chi è quel grande , che non par , che curi .
Allegrezza di animo sbigottito , nel i.
. E come quei , che con lena affannata
Modeftia di vergognofo , nel medefimo Can.
Rifpofi lui con vergognofa fronte .
Compaffionc, nel v.
E caddi , come corpo morto cade. E ’/ Petrarca nel Sonetto,
Quella umil fera, un cor di Tigre, o d’Orfa. E nella mia Canz-
Alma Rcal.
Sici-
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L I B R O P R I M
Sicilia tutta un lagrimofo nembo
Ia Difpoftxjone foi del corpo apporta dolore a' rigkirdanii, nel Sonetto':
Poiché mia fpemc , &c. ’
E fuggo ancor cosi debile , c zoppo
£d in quel mio . Felice pianta ,
Arde pungendo , e fuor del petto fvelle
E nel XXXII. Cun, dell'Inferno :
Ogni una in giù tcnca volta la faccia t >§
Pofcia vid’ io mille vili cagnazzi .
Miferabilc ancora è quella difpofrjtione dell'animo nella mia Can%pni,
Alma Reai,
L’aria non è si tencbrofa , e trilla i
Qual’ è ’l mio cuor fcnza la bella villa Ed
Or , che n’è lunge , quanto veggo , e fcerno ,
Tutto mi fcmbra un dolorofo verno . Ed
Ah privo di quel ben , eh' era qui meco ,
Mi Ilo mifero e cicco .
Zo Studio della vertit muove anco a pietà , pcome nel T rionfo della Ca-
fiità : I dico Dido ,
Cui Hudio d'oneHate a morte fpinfe
Similmente la Fortuna :
Amor quando fioria . E
Mia benigna fortuna , e ’l viver lieto T Ed
O rara al mondo, c mifcrabil forte . £ nella Can%. Italia mìa.’
FaHidirc il vicino (volgo.
Povero, c le fortune afflitte e fpartc.f nel Sonetto Quand’ io mi
Ch’ io porto invidia ad ogni cllrcma forte .
Nè vai poco l'Età a generar compajfione , quaf è nel mio Sonetto ,
Volgi in qua gli occhi ,
Cadde collui , quando il nollro giocondo
Lieto fiato comincia ad elTcr caro . E nel primo Proteo }
Quella piangendo pargoletta , e nuda ,
E nella Cannone del Petrarca , Spirito gentil .
E ’l vulgo inerme
De la tenera etate , e i vecchi fianchi l
Nè meno il Sejfo , ' .
Le donne lagrimofc
Muove tal volta ad ira il $effo con l'Età ;
Or vedi Amor , che giovenctta donna i
H z Che
La Dìrpolìzio*
DC .
Lo Studio.
La Fortuna,
* 1
L’Eci;
liSehOi'
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1 dell
Amicizia, e del'
la Parencela .
La IVuria ,
il LuoS9 >
Il Tempo;
Cagione ?
llMod4l
Jo DELLA POETICA TOSCANA
• Che iireiH de' legami iella Parentela , e delt Amiflà ì quanto firingono.
• to' nodi della pietà J Nel T rionfo della Morte , (Ciel .
Altri so, che n’avri più di me doglia. £ nella Can%. Padre dei
Donne, figli, parenti, amici, e frati . £ nel primo Proteo ,
Le poverelle , & infelici madri .
'^anto con ira, e con difdegnoì Nella medeftma Cant^. Padre del Ciel.
Non ha si fermo , e caro nodo il fangue .
£(Z Patria ancora defla gli /Icjft affetti . Nella Cannone , Italia mia :
Non c quello il terrea , eh* io toccai pria ì
Ni fa chi dubiti , che 'I Luogo non vaglia molto a dejiar le medefime
paffioni . Di che , s'egli non ha cofa, che a religione s'appartenga, faran
quefli efempli , Nella Catt'^one , Italia mia :
Vollre voglie divife
GuaAan del mondo la più bella parte £
Mira nel tuo felice almo paefe . Nella Can-g. Padre del Ciel .
3Wj, s'egli fta [agro, cerne muova a /degno, in quei verfi chiaro il vedrai,
£ non vi caglia ,
Che ’l fepolcro di Crido è ’n man di cani .
Come ftgnifìchi allcgrex^a, in quefli, che fon del mio Proteo fecondo ,
£ per gli altari intorno
Le calle donne con le mani al Cielo
Z>al Tempo fmilmente la paflione fl fa più grave, quafé in quel mio Sóni
£ mi par grave , il giovcnilc afpetto
Aver cangiato ai variar degli anni « Ed in quefli del Petrarca.
Tcnncmi Amor anni vent’ uno ardendo . £
Tutta la mia fiorita, e verde ctate. £ negli altri, che fcguitanol
óve la lunghcT^x^t del tempo accrefee tafetto , ficome la brevità nella
Can'gtne , Standomi un giorno .
Breve ora opprefle , c poco fpazio afeonde
L’altc ricchezze a nuli’ altre feconde .
,£ tanto più , quando i inopinato , qual’ è :
Tempo non mi parca da far riparo . Nel Sonetto f
Era *1 giorno , eh’ al Sol fi fcoloraro .
Ove fi nota il Tempo a Dio conflagrato . Né meno dalle Cagioni ,
Tacendo, amando quafi a morte corfe . E,
Che di vollro fallir morte fodene . £
Cosi di ben’ amar porto tormento. £
Che per amar’ altrui , odio me deflb .
^odo ancora fi trae l'affetto :
Cela-
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L I B R O P R I M 0; 4t,
Cclaramentc Amor l’arco riprcfe ,
Com’ uom , ch’a noccr luogo , c tempo afpctta ^ £
Poi repente tempefta
Orientai turbò si l’acre , e Tonde ,
Che la nave pcrcoflTe ad uno fcoglio .
f Ja//a Materia^ nella qml fi vede, con qual f acuiti, Con quale
to la cofa avvenga :
Parte prcfi in battaglia , c parte ucci/ì ,
Parte feriti da’ pungenti (Irali . £d
Io piango , ed ella il volto
Con le fuc man ra’afciuga,e poi fofpira.1? nel $ .C4n.iclt: Infermo:
Quivi fofpiri ) pianti , ed altri guai
l^onavan per Tacr fenza Beile .
il padelle volte con la materia il modo fi congiunge.J^ ddl'Efernplo,
£d è queBo del Teme ,
Per piò dolor, del Popol fenza legge ,
Al qual , come B legge ,
Mario aperfe si ’l fianco . Nella Canr^. Italia mia JS
Che prò di tanto , c si diverfo Buolo
Al Re di Siria , e di si gran Tefauro ì
Ter defiar' ardimento, e virtà negli animi Agghiacciati, e dubitofi. Nel^
la Canxpne , Padre del Ciel ,
Quattro famofe feBe .
Ter render graxie.Nella Can-^one, Alma,cd antica niadre. Dalla Com^
parai^one, nel Sonetto, Volgi in quk gli occhi, per generar compierne,
Quafi un bel fior , che fpentu in terra languc .
E nel T rionfo della Caflità .
Com’ uom , eh’ è fano , e *n un momento ammorba . £
Qual ph'i diverfa , e nova
Cofa fij mai in qualche Branio clima ;
Quella, fc ben fi Bima,
Piò mi raflèmbra ; a tal fon giunto Amore :
Dalt Immagine , per muovere a compajfme. Ne’ Sonetti;
L’ Immagi n Donna .
Alto , vago , foave , empio penziero T
Tornami a mente . E nella Cantone ;
Alma Rcal.
E perch’ io pianga con piò larga vena ,
Amor con la memoria allo ’ntcUctto
Mch
Ia Maceria »
L’EfempM ,
^ Compaq
tme.
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6z DELLA POETICA TOSCANA
MoHra i piacer da lui nel cuor deferitti. £ nella mia Can^ené,
, Mirando un giorno.
Ancor qui mi riluce
Nel cuor Timmagin di quel vivo Sole
£e vifìoni ancora della Can:;one, Standomi un giorno.^ di quella mia.
Mirando un giorno. E di qucjl' altra, Liete, frcrche, e dolci ombrc>
quelle flange ;
Sovra le verdi fronde • E
Di quel felice feno .
La Differenia. Comprendono immagini da generar pietà. Dàlia Differemi^a, nel Sonetto)
Fcrch’ io t'abbia guardato di menzogna
A mio podere , ecl onorato aflai ,
Ingrata lingua ; già perb non m'ai
Rcnduto onor , ma latto ira , e vergogna
La diffimil Por- Il che vale a far odiofo . Dalla dijfimil Fortuna, per defiare eompaffione]
• O fortunati , fe '1 primiero lume .
Ma s’io mi parto dal mio vivo Sole . Nel Sonetto ,
Vago augelletto.
Dal Contrario. Dal Contrario ,
S' il dilli mai , &c.'
Ma s’io noi diffì.
Dal Pili al me- P"'* tneno , a dimoflrare , quanto era dogliofo quello fato :
no. Che fìa dciraltre , fc queft’ arfe , ed alfe .
Se la Morte non perdonò a lei, quanto meno all' altre di minor’ eccellen
“Za perdonerà ì E
Ch’ appena ofo penfarne .
Se non ofà penfarne , quanto meno ardifee di parlarne ì E
Ch’ io no ’l so ripenzar , non che ridire .
Dal Meno al Dal Meno al più, nella Can%^. Alraa,cd antica madre, per render graye,
più . Che nome avrà collui
Vie maggior di colui ì
E nella Cc«5C. Spirto gentil , per muovere a pietà, ed a vendetta ,
Quanta gloria ti fia ,
Dir ! gii altri l’aitar giovane e forre ;
Quelli in vecchiezza la fcampb da morte
Ed a fignifcar lafor%a iT Amore ,
Ch’ ancor, lairo,m’uifiamma
Eflendo fpenta ; or che fca dunque ardendo ì B
Che farei dunque gli occhi fuoi guardando i
Dal
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l li
L I B R O P R I M O. 6j
Dd Pari, per compaffione, e pietà trovare : Dal pj,; .
S’onelto amor pub meritar mercede . E
Cefare, poi che ’l tradicor d’Egitto . Ji
LafTo , non a Maria , non nocque a Pietro
La fede , ch’a me fol tanto è nemica .
■}l che odio all'amata Donna acqitiflar dovea: perciocché fe d quelli giovòi
la fede, a lui parimente giovar dovea. Dal diffinire, e dal deferivere an- La
cora trarft l’affetto fuole j ficomc là, dove dal Petrarca fu diffinita, e rfe-^
fcritta la morte dell" amata Donna :
Occhi miei , ofeurato è 'I noftro Sole '
Che altro era agli occhi di lui il morir di lei, che perdere il fuo Sole ì Ed
Or' ai fatto redremo di tua polTa. E
Lafeiato ai Morte fenza Sole il Mondo . Ed
Invide Parche, s) ripentc il fufo
Troncane , ch'attorcea foave , e chiaro
Stame al mio laccio ; e quell' aurato, e raro
Strale , onde Morte piacque oltra noftr’ ufo
E da me la dipartita ,
Tu mi lafciafti il Ciel voto di Stelle . Nella Cau^. Alma Rcal.
£ dall'Opinione ; ftcome in quei Sonetti , L’Opinione,
Qual paura ho .
Solca lontana .
O mifera , ed orribil vifione
In dubbio di mio (lato .
0 dolci fguardi .
1 pur afcolto .
Ben fapev’ io , che naturai conllglio "
E maffimamente , quando l’accidente trapaffa la noflrà ìredenga qual’ti
Che ’n Dee non credev’ io regnafle Morte •
E dall' ampliare, ed ingrandire , qual' è :
Togliendo anzi per lei fempre trar guai
Che cantar per qualunque , c di tal piaga
Morir contenta , c viver in tal nodo .
'J^anto dolore apportar dovea la Marte di colei , per cui lo trarfempri
L’AmpIiire, fe
rAccrcfcere,
guai era pià dolce , che per qualunque altra cantare ì E
Ch' io porto invidia ad ogni cifre ma forte .
'guanto miferabil fopra ogni altra effer dovea la fortuna di colui , thè ad Cofe dà ttsùi‘
ogni e/lrema forte invidia portava ì Ma perchè io mi vado in quejìa ma-
teria dilatandoìpoiché in altra parte trattar fi conviene, conte ampliamo, ’
licen-
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<S4 DELLA POETICA TOSCANA LIB. i:
licentìà « noi fleffi concediamo di Uberamente parlare , n'adiriamo , fdé~
gniamo , minacciamo , abominiamo, preghiamo , riprendiamo , perfegui-
tiamo, gridiamo, ci meravigliamo , ne lamentiamo, deliberiamo, dubitia»
mo, innanttj agli occhi rechiamo, dal propofito rimoviamo , dijfmnliamo,
tacciamo , come tutte l' altre forme del fcntimento, e del dire a ftgnifica^
( ^i^onclufionej ft * movimenti delf animo uftamo . Già credo , Signor mio caro, lunga^
del Ragiguarc, mente , per quanto il modo mprefo a tenere in queflo ragionamento mi
concedeva , aver trattato della Favola , e de’ Coflumi , e degli Affetti
•' Due altre parti delt Epica Poefia rimangono , delle quali meglio in <U-
fparte e feparatamente ragioneremo , Vesp. Volete voi dire il fentimen»
to , eie parole . Min. Dt quefle due cofe appunto intendo : perciocchi
delP altre parti della Poefta trattaremo , quando della Scenica , e dell4
Dilpofiiione di Melica ragioneremo . E , perciocché oggi s’é detto affai, fe vi piace, pri-
queU '•’e. ma di quefle due maniere di Poefta il ragionare , e poi del pentimento c
NC aragipnarc, p^yoU rifervift a domane . Vesp. Ancorché udendo io , mi fia piit
accefo d’intender toflo ciò, che di quefla materia trattar ft conviene', non-
dimeno sì per dar ripofo a voi , e sì perché il prefente ragionamento non
trapaffi quei termini , oltre a quaU gir non fi può fen%a altrui faflidire ,
'volentieri confento al parer voflro . E , perciocchè’l Sig.Angelo Coflan-
<go, ed il Sig. Bernardino Rota, ed il Sig. Ferrante Carafa nulla meno di
. me fono del voflro Poeta fludioft, e deftdcrano con voi ragtonare,darò lo-
ro il mio luogo . E qui , com’ oggi tacendo effi flati fono intentamente ad
udire ; così io ci farò domane intento,e tacito uditore. An«. lo domande-
Sceuica . rò della Scenica Pocfia: perciocché a’ noflri tempi molti ne ferivano fen-
Melica . arte. RtK.Ed io della Mclica:perttocché inftn' a qui da niuno s’é fcrit-
to perfettamente, come il Melico Poema compor ft debba . Fer. Ed io del
bciitimento.' fcntimento , e delle parole : percioccisé in quefle due parti priniipalmente
Paiole I conflfle tutto lo flile', del quale, fapcte,che gli antichi Rettoria fecer mol-
ti libri . Min. Che far pofs’ io , né debbo , fe non prefliffmamente ubbi-
dirvi ì Domandatemi pur voi di quel, che a trattare fi riferva, come vi
parrà , ed io di rifpondervi m'apparecchierò . Piaccia al divino Amore ,
il qual’ é il vero Apollo de’ Poeti, di fpirami vertù da potervi foddisfare.
U Piiie ^cl Primo Libro della Poetica Tofcaoa
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DELLA
POETICA TOSCANA
DEL
SIC. ANTONIO MINTURNO
SECONDO RAGIONAMENTO.
ANGELO COSTANZO , E 'L MINTTJRNO.
H E cofa. è la Scenica Poefta ì Min. ImitaTjone di
cofe, che fi rapprefentino in Teatro, fotta una rna~
teria intera , e perfetta, e di certa grandezza com-
prefe : la qual fi fa, non fempliccmente narrando,
ma introducendo pcrfone in atto , e in ragionamcn-
to,e con dir foave, e dilcttcvolr, nè feaga canto, nè
fenxa ballo, cioè, or con una fola di tutte queflc tre
cofe,or con duc,ed or con tutte tre infieme\nè fenga
apparecchiamento alla qualità di ciafeuna materia conveniente , per di-
lettare a'riguardanti con profitto . Ano. Di quante maniere fono le cofe,
che ne' Teatri fi rapprefentano ì Min. Di tre ; perciocché parte ne fono
gravi, e rare, e di perfone principali, e grandi, ed illttfiri, le quali prende
ad imitare il T ragico Poeta ; parte meg^ne , e comuni , e di perfone,
che vivono in contado, o pur' in Città, ed attendono a' coltivamenti della
terra, al foldo, alle mercatangie, ad altri fimili guadagni, le quali il Co-
mico come propia materia deferive . Parte umili, c bajfe,e da ridere,e di
perfone degnijfime di muovere a fare gran rifa,le quali il Satirico ci rap-
prefenta. Ano. Adunque la Scenica Poefita fi parte in tre ì Min. Tre ap-
jiuiito jotio le parti di lei, delle quali Tragedia la prima da tutti è nomi-
nata', la feconda Comnicdia;/4 ter%a dagli antichi Satira fi diffc.\Kc..Di
quelle, qual fia ciafeuna, domanderò poi dijìintamentc . Ma ora difidcro,
mi fi dichiarino t altre particelle della diffinigione . Min. Per voi fieffo
chiare le vi farete,fe a memoria vi riducerete,)cri nel ragionare effere fia-
to detto, che ’l Poeta Scenico è differente dal Lirico, e dall'Epico nel mo-
do dell’ imitare: perciocché il Lirico narra fempliccmente, e fenga deporre
la fua propia perfona , e C Epico or la ritiene, or la depone, parte fempli-
cemente narrando, parte introducendo altrui a ragionare . Ma qiicfii, del
quale ora parliamo , dal principio infin’ alP eflremo è veftito deli' altrui',
ficomc nelle Tragedie di Sofocle, e di Euripide, delle quali già nofire al-
quante per t opera e fatica del Dolce, e delt Alemanni, due chiariljimi or-
namenti della nofira lingua, fi fono fatte, e nelle Commedie di Tcren'Zjo,
t di Plauto potrà ciafcuno vedere . E la piacevolet^'^a, e foavità del dire
1 non
Dtlla Scenica
Poefia .
Diffini'zioiie_>
della Scenica.
Materia Scem'-
ca di tre ma-
niere .
1 Grave .
a Comune.
I Balla .
Specie deIIa_J
Scenica_i> fona
tre .
1 Tragedia .
a Commedia i
3 Satira .
Modo Scenico,
ond’ è dilieren-
ce dal Lirico ,
ed Epico .
Tragedie tra-
dotte dal Dolce,
edairAiemamii.
Soavità Scenica.
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66 DELLA POETICA TOSCANA
Dal Suono.' «oh pur viene dal fuono,e da tempi delle parole fotta certa legge di ft!la~
Da’ Verfi . ^ dal canto ancora, che con li ver fi, e con le rime
Dal Canto . s'accompagna-, e nella Comica, e nella Satirica Pocfia fpecialmente dal fe-
Da Moto . fievole motteggiare. Asa. Adunque il dir libcro,e fciolto,chc FroCichia-
Che la Corning miamo, ed oggi tifiamo nelle Commedie, rimarrà fuori della Scenica pia-
vére^in%érfi* canti, e di leggiadri motti
coiitio alli Mo- conditi procede . Min. Così é per certo . Né quefta ufanga di fcrivcre in
itemi . Profa la Commedia , nuovamente introdotta da’ngegni , non dirò ignari
del vero ftile, che in qitefla Poefia tener fi dovrebbe, ma poco atti al verfo,
Opiiiiont de’ mi s'è potuto mai dare a credere, che fuffe buona. E difpiacemi,che tab-
daM fn dueRal hiano feguita uomini dotti , e nello fcrivere pregi.iti , tra' quali fiete
gioui . • f^oi , Sig. Angelo , e Sig. Bernardino, che dopo tante , e sì belle e vaghe
compofinfioni in verfi , e in rime , avete quefio modo nel far Commedie
fervalo. Ano, lo ho riputato infin a qui lo ‘nventore di tal' ufanga mol-
I Ragi'orte, che to giudiciofo per due ragioni . L'ima é, che 7 tener qiieflo Jìile , nel quale
}fa ^neìii ^ comodamente , ed attamente dimoflrare , dove
proli ch’è più ciò dagli antichi Scrittori , da' quali efemplo prender dobbiamo , ci fu
comodi a fi. conceduto, {limar fi convenga ben fatto . Ma voi medefimo nell' altro ra-
aien*^,^* * gion.xmcnto ci dicefle, la Poefia non cjfer più del verfo , che della profa ;
ed alquanti degli antichi, nel numero de' quali fon pofii Sofrone e Scnar-
I co , avere in quella poeticamente fcritto . Nè dubita veruno , che 'I par-
lar libero , e fciolto de' legami delle fillabe , e de' piedi non fu più co-
* Rag^one, che modo , ed atto a fignificare i noflri pensieri • L' altra è , che a cofe ca-
a^°ano'U'r°fiV ^ quelle, che nella Commedia fi trattano, e fi rcca-
mili alla jpròf^ innanzi agli occhi, è richieflo il dire più fitmile alla profa,chc al verfo.
come i (binici 11 che apertamente appare nc'Comici Latini , i verfi de' quali , eome che
* con certa mifura fifaceffero, nulladimeno fono tali,che a gran pena d.ilU
profa fi conofeono . E benché quelli aveffero di verfi maniera tale , noi
(perciocché non l abbiamo , concio(fiacofaché il dire in rima fia molto dif-
fimile alla profa) trovar' a lei fomigliante parlare, altro che lei {lcffa,non
a Ragione dall’ polfiamo. Dappoi, perché la pruova è maefira delle cofe, trovando noi più
£/perienza. gragia,e più leggiadria nelle Commedie fcritte in profa,che nelle fatte in
verfi, più di queflo,che di quel modo doverfi quelle fcrivere giudichiamo.
Rifutaiione-» MiN.J^f^f ragioni,e qiicfii argomenti fono di tale apparenza, che, fe non
eoment^” /cwopre lo 'nganno in lei nafeofìo , agevolmente porieno far concluftone
Che ’l giiidicio buona, e degna d'effer tenuta fufanxa, da me biafimata, riputare .
degli Antichi fi Ma io non crederò, che voi {limiate più giudi ciofi i Moderni, che gli An-
debba preporre tiebi nelle cofe da loro trovate , e fatte perfette . Ano. Non certamente.
ìA.iv.An%i,quei Moderni fio m'avvifo,che da voi fi tengan di laude più de-
* " g”i>
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_v X
LIBRO SECONDO. «7
gtti, tht più fanno gli Antichi imitare, e più loro s’ appreffano'. Attó.Certò
sì.ìAts.fl che agevolmente troverà vero, chi per tutte farti, e per eiaJ
fcuna dottrina farà difcorfo, cominciando dalla Poefta, della quale or qui
ragioniamo e fegiiitando poi per la T eologia , e per la Filofofia , e per
tutte le parti della Matematica', e difeendendo alla Pittura, alla Scultura,
alla Fabbrica, ed a ciafeun' altra meccanica f acuità. Ano. Non poniamo
il tempo in ciò dimoflrare : perciocché non é da dubitarne .Min. Poiché
il giudicio degli Antichi é migliore, e più degno, che appigliarci a lui dob-
biamo , e ( benché di alquanti nc tempi loro la Poefta fuffe in profa, non
però mai fi retò in T eatro , né fi rapprefentò cofa noA deferitta in verfi)
perché noi non ci pentiamo di c/fcr prefuntnofi , ed arditi di tener' altro
modo nel far le Commedie Ano./o non poffo dir' altro. Ma non so, come
dalla nuova ufantA partirmi debba, fe io non odo rifpofta agli altri argo-
nienti , che mi foddt sfaccia . Min. Fero è , che alle cofe comuni e baffe ,
quali fono quelle delta Commedia, e della Satira, non é richiefio il parla-
re così vago , ed ornato , e numerofo, e pieno di armonia , come gli altri
Poemi tl richiedono. Ma non però tale, che fita fciolto di ogni mifiira di fil-
labe,c di piedi, e fenga veruna leggiadria: con ciò fuffe che gli 'nventori
di quefìe Poefiie conoftendo , quanto più diletti il verfo , che la profa , e
intendendo di dilettare a' riguardanti con profitto , cominciato con verfi
étvefjiro a dcfcriverle, non grandi, e rotondi', ma fimili a' ragionamenti,
che vulgarmente fi fannote tutti gli altri, che dappoi fegiiirono,non fi fiif-
fero mai dal medefimo fitte dipartiti , come coloro, che vedeano le profe
non aver tanto di piacevolegga , che a confeguire il fin della Commedia
bafi.i(fe . Laonde fecero elegioae de' verfi, che da fe fhjfì vengon fitti nel
ragionare . Né , perché le rime fieno dal parlar comuuc molto dijfcrenti,
non fi troverien verfi nella noflra lingua a quello fomig'ianti.Di che av-
vedendofit alcuni fecero la Scenica lor Poefita in verfi nudi , c faig^t con-
fonangc, i quali Sciolti chiamarono. Altri in quei verfi,che nc' ragiona-
menti pjfiorali usò il noflro Sannagaro : c perché fomigli.ino a quei, che
Latinamente Dattilici fi chiamano , perciocché volubilmente e con velo-
cità corrono, come fe fdrHcciolaffcro,SdtucciolìTofcan.Viiente gli nomi-
niamo. Parvà,ch’al Poema,il qual nel Teatro fi rapprejcnti,tal maniera
di rime debba convenire, e ciafeun di noi fe n'abbia a contentare ì Ano.
Jo per me infin'a qui non One n'acqueto : conciojjiacofaehé- quelle abbiano
■certe mifurc,e certi tempi,che finga mutagione alcuna fcrv.ir ci convie-
ne. Il che é molto dijjimile al dir comunc,nel quale niuua'ccrtcgga di mi-
fura,nà di tempo ferviamo.hAtu. Fediamo adunque,come qir.iUhe maniera
di virfi a quefia Poefita conveniente trovar fipojfa. Ano. Tanto é il difi-
• ■ li ^ derio,
Rìfittazione del
fecondo Ajgo-
mcnco .
Che la Conime.
dia fi può feri-
verc in verfi fi-
mili a' Ragio-
namenti .
Due maniertj
di verfi trovati
per la Comme-
dia .
I Sciolti .
* Sdruccioli.
Rifutarìpne di
t]ut(le due ma-
niere .
De’rtrfi Tofea-
ni in generale.
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5»
DELLA POETICA TOSCANA
di Ver-
ri , per numero
di miabe .
Rotti di VII.
Interi di xt.
Rotti di V.
Efemplo di
Dante •
ConfbnanteJ
nella Terra-»,
Quinta, e Setd-
ma .
Efemplo delPe.
trarca .
Riempio del
Cavalcante.
Rotti prodotti
dalle-» Confo-
nenie
Di Tre ,
Di Cinque ,
Di Sette.
derie, il rjHaU me riavete neliattimo generato, che da me nulla pià fi di-
fiderà. Mis.Di quante maniere trovate i ver fi ne' Poeti della noflra lin-
gua ì Ano. Di due ,per quanto mi fowiene di aver letto nel Petrarca r
tuna è de’rotti, che nella fettima fUlaba fi termina : [altra i deg[ interi,
e perfetti, che nell' undecima fi pofa . Min. Non avete voi letto verfi dì
cinque fillabe nelle rime di Dante ì Ano. Lafciate me ’l rechi a memo-
ria ; sì bene in quella Cannone ,
Pefeia ch'Amor del tutto m'ha lafciato .
Non per mio grato }
Che flato non avea tanto giojofo .
Min. 7» quella ancora nella fillaba confonanxa trovate ,
Non per mio grato ;
Che flato .
Nelle Cannoni del Petrarca ancora leggete confonan%e nella tcr%a , e
nella quinta: ficome nella Catrgpne , Verdi panni .
Sì bella . Rappeila . Rubella , &c. E
Seco mi tira . Ogni delira . Orgoglio & ira , &c.
E per ciafeuna delle flange in ogni terga l'ima , e in ogni quinta l’altra
di quefle confonange vedrete . E nell' ultimo verfo per ciafeuna flanga
della Cangone ,
Vergine bella ,
T roverete la quinta rifponder nelfuono con l'ultima del precedcntetcom’i.
Soccorri a la mia guerra ;
£cnch’ i fia terra , e tu del Cicl Regina .
Sicome quafì per tutta la Cangone ,
Mai non vò piìi cantar , coni' io foleva .
La fettima del feguente con l'ultima dì quel, che ne va innanrj, s’accor-
da . Ed il Cavalcante nella Cangone ,
Donna mi priega ,
Zisò nella terga, e nella quinta confonangs , come vedete in quefli verfi,
£ qual fia la virtute , c la potenza ,
L’cfTcnza , c poi ciafeun Aio movimento,
£ ’l piacimento , che ’l fa dire amare .
E fè l'ultima con la terga due volte diverfamente,e con la quinta due in
un modo, ed altrettante in un’ altro per ciafeuna flanga confonare . Ano.
Attendo la concliifione , che di quefle confonange intendete d' inferire ,
Min. La concluflone fard queflatCbe del verfo d'undici fltlabe far poffla-
mo verfi rotti di tre fillabe, di cinquc,e di fctte;perciocchù,fe la confonan-
ga, cb’i nella quinta, e nella fettima fi truova, fu cagione, che fi faceffe-
ro •
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LIBRO SECONDO. «p
►a , e di cinque ftllabe , e di fette i verfi ; U medeftmtt, la qdaP ba luogo
nella terga, può fargli di tre. Di quelle nafcer potrebbero tre altre maniere
di verfi. La prima di otto: perciocché tanto é quel, che fcgue dopo Li ter-
ga fillaha . La feconda di fei, quanto è quel, eh' avanga tolte le prime cin-
que ftllabe . La terga maniera di quattro : perchè tanto è lo fpagio da
fette ad undici . Ed, acciocché meglio quel, ch'io dico, s' intenda, pivliamo
quel verfo del Petrarca ,
L’afpetro facro de la rcrra voflra .
E facciamne tante parti, quante far ne peIJiamo : conciofjiacofaché altret-
tante maniere di verfi, mi par, che quejìa nojìra favella ricever poffa,
L'afpctto
Sacro de la terra voflra .
L’afpetto facro
De la terra voflra .
L’afpctto facro de la
T erra voflra .
Sei maniere di verfi rotti fono quefle: la prima di tre, la feconda di otto,
la terga di cinque, la quarta di fei, la quinta di fette, la fefla di quattro.
Ma, fe riguardando agli accenti, da' quali il tempo, ed il fuono del verfo
procede,come al fuo luogo diremo,ci piacerà il verfo variare-, ficome dall'
accento della feconda fillaba nafee il primiero modo , dalt accento della
quarta il tergo, dall'accento della fejia il quinto, ragion é bene, che dalf
accento delP ottava ne venga un di nove , qual farebbe :
L’afpctto facro de la terra .
Di tutte quefle maniere quattro fono certe , ed ufate dagli Antichi : per-
ciocché nelle Cangoni d' eccellenti ffmi Poeti moflrato abbiamo, la terga ,
la quinta,e la fettima aver confonanga. Il che non farebbe, fe'l verfo in
tiafeuna di quelle terminare non fi poteffe . E di otto fillabe molte Can-
gonette compofle troviamo , qual' é quella del Serafino vulgate , di
dottrina ignudo certamente , ma ingegnofo Poeta .
A ai ) chi non ridelfe
Di una sì deforme vecchia ,
Che per bella ogn’ or fi fpecchia
E qucfla,fe la memoria non m'mganna , del Capajfo, che non und volta
i'é udita in quella Città cantare ,
Con bonaccia entrai nel mare .
7 tre altri modifarfi nuovamente potrebbero per le ragioni fopradette.Di-
co di quattro, e di fei,quanto è lo fpagio dalla fettima, e dalla quinta in-
fin'all undecima fiUaba, e di nove per la ragione dell accento , T utte que-
fic
Rotti prodotti
da quel, die fe-
gue la Coufo-
nan?a
Di Otto,
Di Sei ,
Di Quattro;
Elèmplo d’in-
tero.
Rotti di Sei
maniere ,
Di Tre,
Di Otto ,
Di Cinque i
Di Sei ,
Di Sette ,
Di Quattro.'
Maniere^ di
Verfi dagli Ac-
centi di Nove
ancora .
Quali maniere
fiaiio ufare da-
gli Antichi.
Nuove maniere
di verfi, atti al-
la Commedia.
Di. Quattro, di
Sei , di Nove.
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70
DELLA POETICA TOSCANA
\
Eièmplo .
Quali veifi (ìs-
iin più atei alla
Commedia.
fle maniere di virft, come quelle, alle quali manca il numero perfetto, (e
ciò, perchè il verfo dalla profa chiaramente fi conofea ) nella Commedia
riceverei, e quelle pià fpejfo, che fono più lunghe. Nè rifiuterei il verfo
Di dodici, troi di dodici filtabe con t accento fopra quella , che ne va innan-zj all'ultima,
vaco dagli „j'gio „on già da' noftri , per quanto me ne fowiene ; ma da Giovan di
giiuoli. Mena in lingua Spagnuola , e in quella compofizione , che fi dice Arte
maggiore: qual farebbe, giungendo una fillaba allintero e perfetto verfo,
Nocque ad alcuna relfer cotanto bella . O,
Quefìa piu d’altra leggiadra , c più pudica , 0,
lo vò piangendo , e de| mio pianto rinafeo .
E , perciocché niun verfo piu di queflo è fomigliante alla profa , nè pi ài
fpejfo occorre nel ragionare , lui della Commedia il più degno terrei , E
quella proporzione ha queflo col verfo d'undici fillabe, che quel di quat-
tro con quel di tre ; quel di Jei con quel di cinque; quel di otto con quel
di fette. E come i ver fi di tre, e di cinque, e di fette, e di undici fono piùl
Qiialiti di Verfi molli, e più vaghi; così quifli di quattro, e di fei,e di otto, e di dodici pii^
I Molli . afpri. E come quelli alle Canzoni più fi convengono ; così qnefti
^ Aftn • ^ ragionamenti, a’ quali ancora quel di nove fla molto bene, e
Che ciafcim-r ciafeun di loro può ere fiere, e mancare una fillaba nel f ultima voce, ancor»
Vei fo può di cfjc non crcfia,né manchi di tempo.Crefie di una fillaba lo fdrucciolo;man»
uiiafillaba,^ae- q„cfche nell'ultima ha l'accento. Ma, ficcme. nello fdruccioto due fil-
eVre*.’ labe vagliano per una, così in queflo Cultinia vale per due. Né richeggia
Rime non fi ri- in loro cottfonanza aUuna,{perciocchè io m',ivvifo,che al ragionare fi dif-
cliicdoiio alla-» fg,jycnga)ma folarncnte di fillabe numero determinato con quellarmoni*
Conimc la . pQttica, che dal ftiono, e dalla compofìzione delle voci, e dagli accenti a
ciafeuna maniera di verfi richiefli, ridonda: ficomi nell'altro r.igionamen-
to dimoflreremo. Ano. Fiacemi affai di aver’ ogg' imparate quefle nuove
maniere di verfi, le quali io /limo poter molto alla Scenica Poefia fcrvi-
rc.yiìti.Vfiamle adunque, infin che venga, chi altre ne fappia trovare mi-
RifiitaWone-» gliori. E, fi più grazia,e più leggiadria nelle Commedie fcritte in profa,
del Terzo Ar- [he nelle fatte in verfi trovate;attribuitelo al Compofìtore,che non fippe
^Oie'’l°difctto gufilo flilc,che loro fi convenia. Ano./o non contenderò,onde il di-
yrocede-» dal fetto,che manifcftamente apparifee, proceda; nè figuirò a dimandarvi qui
Compofitf're. rnodo,nel quale quifle maniere di verfi ufar dobbiamo, {perciocché ben
dine alurpalti vcrrà,quando mi converrà dimandarvenc) ma tornerò ad intender quel,
della ditt nuio- [he della dijfinizione rimane a dire. E, perché già jiri diccfic,che la Sce-
• yiica Poefia ne' prologi,e ne'ragion.imcnti ufa le parole folamcnte;ma nell’^
entrare del coro cantando balla, e finzo balLtrc nel fine di ogni atto can-
ta,altro che ncll'eflremo, nel quale, benché ballando fi parta, non però fa
can-
by Go
LIBRO SECONDO. 71
canto alcuno : non dnitanderò, come s'intendano quelle pariicelle nè len-
za canto, nè fcnza ballo; nè come quelCaltre fotto una materia intera
c perfetta, e di certa grandczza;ptr«offW nel ragionamento di jeri ci
fi fecero manifefle . Ma diftdero, mi fi dimo/ìri, quanto convien , che fia Divisone di
grande la materia dallo Scenico Poeta imprefa a trattare,c qual fta Cap-
parecchiamento a quefla Poe fta conveniente , e quale il diletto , e 'I prò- no alla &enica.
ftto, che fe ne riceve; conciò fta che fole quefle tre cofe ve ne reflino a di-
chiarare . Min. // dilettare ,e‘l far profitto è fine comune, ed univerfa-
le di tutti li Poeti, come Ora^jo ne 'nfegna. Ma come diletti, e faccia pro-
fitto ciafeun Poeta, quando di ciafeuna Poefia tratteremo , fi dimofìrerd.
£ benché P apparecchiamento fia propio della Scenica ; nondimeno , per-
ciocché quella è divi fa in tre, qual fi richeggia a ciafeuna delle tre parti,
allora meglio fi cono feerà, quando di ciafeuna di loro particolarmente ra-
gioneremo. Rimane adunque, che rifervando il trattar di quelle due cofe
ai fuo luogo e tempo,io vi foddisfaccia al prefente nella di manda, che fati'
avete della grandexx* della Scenica materia. Aua.Tanto appunto rima- Della grande*-
ne . Min. guanto fender fi debba l'atto delle cofe, che come propio fog- “ della Sccnìr
getto quefla Poefia comprende, e quando finire, non s'appartiene a Sceni- ”
co Poeta di con certa legge determinare; perciocchè,fe nel T eatro s'avef-
fero cento Tragedie^ cento Commedie a rapprefentare, (il che, ferivano,
che avvenne già ) non é dubbio , che ad ora di ampolletta rapprefentarfi
iovrebbero\ficome il tempo del dire agli Oratori,ed Avvocati fi compar-
tiva, quando eran molti, a' quali in unaflejfa lite dir conveniva. Ma ri- Quanto tempo
guardando alla natura delle cofe, l'atto loro intero e compiuto, convien, comprenc^ il
che fi fenda, infin che ne fegua mutazione difortuna,o di felice, ed allegra
»B miferabilc,e dolorofa’,o d'infelicc,e dogliofa in lieta, ed avventurata. E
chi ben mirerà nelf opere de' più pregiati Autori antichi, troverà,che la
materia delle cofe addotte nella Scena in un dì fi termina,o non trapajfa la
fpazjo di due giorni', ficome dell' Epica più grande e più lunga, s'è detto,
che non fila più di un anno . Ano. .^anto tempo daremo alla rapprefen- Qaanro tempo
iasione di quefle cofe,poichè la materia loro non trapajfa lo fpat^io di due fi dia alla Rap-
giorniì Mlis.Non meno di tre ore, nè più di quattro; acciocché né la trop-
pa brevità taglia la belle^X.^ all'opera conveniente,e lafci foverchio di fi-
derio nella vagheT^a degli afcoltanti',nè anche la troppa lunghex^a privi
il Poema della pia propor7jone,e di leggiadria lo fpogli,e partorifea mo-
leflia negli animi dé riguardanti. E nel vero il giudiciofo Poeta dee mifu-
rare il tempo con la materia delle cofe,che fi rapprefentano sì, che più lo-
fio difidcrio di voler l'opera più lunga , rimanga in quelli , che l afcolta- .
no, che noja di aver troppo dimorato ad afcollarla. Ano. Già compiuta-
men-
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Parti della Sce*
Dica .
Parti di qualità
tistiiziiji, Ac-
cidentali.
Parti efsenriali
dfla ^».cnica.
Con n'imi .
Pui''ie .
Che ’I Genere
Stcnito confì-
lle nelle fi ecie.
Patti scciden-
tali , cioè £i i-
ludj ,
Patti de!Ia_>
Qnantifà .
j T'io.'opo .
1 Kag-onanien-
to .
S Coro .
4 Uicita .
Càieitone del
Coio .
Rlfi'cfla .
j£ DELLA POETICA TOSCANA
intendo la difftnixione della Scenica Poefta . Ora ditemi , quante
fono le farti dello Scenico Poema, acciocché P arte , che nella compofirja-
ne di Ini farà da fervore, meglio fi conofeaì Min. Rifpondcrowi,come
]cri al Sig.Veffafiano rifpoft , quando mi domandò fimilmcnte delle parti
dell' Epico Poema, che non fono di una manierai concicffiacofaché alquan»
te della qualità ne peno', alquante della quantità, cioè del corpo dell’ope-
ra.E perché la qualità parte é dell' effcnxa,e parte è delP accidentepe par-
ti ipcnipali di tal Poema fono fei , la Favola, gli affetti, o CoPumi, che
dir ci piaccia, i Sentimenti, le Parole, i Canti,c P Apparecchiamento.Del-
le quali quattro, perciocché fono di ogni Poema,non ripiglierò adiffinire,
ed a dimofrare, quali elle peno, avendone già detto a bafanxa jeri nel ra-
gionare dell'Epica Poepa,e tutto quel, che particolarmente fc ne conver-
rà parlare , fe ne dirà là , dove diPintamente di ciafeun Poema Scenica
ragioneremo, al qual luogo ancora riferveremo il parlar dclCanto,e dell'
apparecchiamento, fe vi piace. hnc. Perchè noi E ragionevolmente: per-
ciocché la Scenica Poepa tutta nella T ragedia , nella Commedia , e nella
Satira p truova,come genere in ciafeuna fua fpe%ir,nè da quelle realmen-
te fcparata p vede, come che intender p poffa. Sicomc l'animale è nclPuo-
mo, nel cavallo, nel leone, e in ciafcim' altra maniera di animale', né fcpa-
rato da Uro altrove Par potrebbe,chc nello 'ntellctto, o pur nella idea di
Platone, ove occhio mortale non giunge. Arte. Delle parti dcll'accidental
qualità io non vi dimanderò : conciopiaeofachè mi ricordi bcne,che voi di-
mandatone )cri dal Signor Pcfpapano rifpondcPe,effcr gli Epifodjp quali,
piotile la Favola, fono imitaxioni de' fatti e detti altrui , e p vePono de'
rnedeprni ornamenti, e p adornano dc'mcdepmi colori, cd al medepmo pne
fi dirixx.^no. E perché le Sceniche faccende non fono più, che di une,o di
ducgiorni,e p pudiano digiugner topo al pne per foddisfare all' impax>cn-
%a de' tignar danti, che foPener non poPono il dimorar lungamente,e molta
nel Teatro', non conviene, che peno così fpcpi,né così lunghi in quePa, co-
me nell'Epica Poepa , che può comprender coje avvenute in un' anno , e
molte altre di fuori addotte, per far più grande il Poema c più ricco, ma
pochi e brevi. Dimandavi, quante, e quali peno le parti, che fanno il cor-
po del Poema. Min. Facciamle quattro, poiché tante le fece AriPotcle, ed.
inpeme con cj(7ò/tt/ProIogi, Ragionamenti, Cori, ed Ufeite nominiamle',
e'I dimoPr are, quali elle peno,riferviamci inpn,che verremo a trattare,
quale pa ciafeuna delle Sceniche Poepc ; pcrciociht ciafeuna di loro ha i
fuoi Prologi, i fuoi Ragionamenti, i fiioi Cori,e l'Vfcite fue. Ano. Come
i Juoi Cori,Jc 'I Coro nella Commedia non ha liiogoì ìs/Us.Non potete ne-
gare f che l'antica e prima Commedia non gli avejfe , come che la nuova
non
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LIBRO SECONDO. 75
roti gli ahhi.t, la qval nondimeno in lor vece canti e filoni di pive intra- Ti attem'mfntì
panca', ftcotnc a dì noflri vi fi tramcx^ano mtiftche, e giuochi, ed altri pia-
cevoli trattenimenti, acciacchi, finito l uno degli atti, l'Vditorc fi tratten-
ga, e fta paxientc ad affettar f altro, che ne vien poi . Ano. ,^anti fono Qu^aiui fieno
gli atti della Scenica Ì’ocfiaì Min. Cinque. E fi é loro qucflo numero pre- E** Atti.
fcrittn da' Poetici niacflri,chc nè più,né meno effer potranno. Ano. Perchè
ri più, ni meno ì Min. Perchè, fe fuffer meno di cinque, la conipofxfone
farebbe imperfetta ', e , fv più , troppo crefeerebbe . Ed, acciocché meglio
s'intenda quel, che io parlo, fe non v'i noja,dirò, donde venne l'origine di v
quefla Pocjì.t. Ana.Anxj ci fora moto a gjaJo.Min.Tutti affermano, che Origine della_j
così la Connnedia c la Satira', come la Tragedia da' facrifìcj ebbe prin- Poefia.
cipio : perudeebe in quelle fife , nelle quali a Bacco il capro gli antichi
facrifitavam', lafchicra de' giovani dedicati a cantare le divine cofe , la
qual fi dice Coro,/p.i:^/.i«rfo intorno all'altare cantava il Ditirambo, cioè,
quel canto , che le lodi di Bacco comprendeva . E 7 medeftmo Coro fai- Fcfie di Bacco,
landò per gli otri pieni di vino,ed unti it , che agevolmente per quelli fi
fdrucciolava,c fiherxando,piacevoli motti in t;c>-/;,c/je Fallici eran chia-
mati, diceva’, ed or quefìi, or quelli mottcggi.indo mordeva . Fallo chia-
mavano l'immagine della malihil parte del corpo um.mo data dalla Na-
tura al generare , la qual fatta un tempo di fico, e poi di porporina pelle,
portavano quei giovani parte tra le cojcie, e p.trte legata al collo. E, fi-
come a coloro, che cant, ivano, in premio fi dava il capro', così a quei, che preHiio dcIC.in
fallavano talmente, che non cadeano,il vino.L.wndc da Ditirambi la T ra- tare, del Saltare. •
gedia , e da Fallici la Commedia e la Satira ebbero principio , o pure aii-
v>(nto:tt'»c/ò fia thè quella ne vada dietro alle cofe gravi ; quefle alle fc-
fitvoli,cd allegre E di tutta la Scenica Poe fia l'origine altri a Greci della Quali Greci fie-
Dorica naxiouc',altri agli jdtinicfi attribiiifcono; perciocché i Dorici Sici- prin» Au-
liani hanno Epicarmo da Megara, e Formo Sir. utifano, autori della Com-
media più antichi di Chionide e di Magnete, che furon Attici . Eli Pelo- Òonci,
ponncjt fi gloriano di Epigene Stcìonio della Tragedia antichiffimo fcrit-
tore. Il che prov.n.o,cd affermano per le voci della Dorica fivella, nella
qual Draiiia la Puvolaji chiama', e Coma, onde viene il nome della Com-
media, la Fitla . Jj.iil'altra parte gli Atentcft come le fefie di Bacco, e li Ragioni degli
facrifìc), così quefle I ocfie,contcndono,ihe neW Attua fi trovaffero; per- Atcniefi.
Ciocché il Coro nel canto , nel quaC egli Sacco lodava , il mifer.tbtl cafo
ancora d' /caro, e di Engoiic figliuola di lui piangeva. Per la qual cofa la Accrefcìmento
Scenica Poifia,da prima effendo tutta pofia n.l Coro,il quaf or cantava in
lodar Bacco, e tu piangere alcuno meravigliofo accidente', or ffievol- nxiuiiutscìdoc-
mciitt motteggiava in mordere altrui, {perciocché era molto imperfetta ) «»•
K co-
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Perfezione di
cinque Atei.
I Piiiicipio .
X Aurncnco .
j Srato .
4 Cadere .
5 Pine .
Dininzione de-
gli Atti .
Modo di concv
feere il princi-
pio, e ’l fine di
cùfetm’Acco.
Dllh'nzioiie di
Scene,
Diffiiiizioii!-.»
deirAtto.
DiffércnM tra
'Atto, e Scena.
Che la Scena è
parte non inte-
ra, né principa-
le.
Pelli Trise*
dia ■
Che cofa Ila la
Tragedia,
74 DELLA POETICA TOSCANA
cominciò a venire in perfezione con fottrarre al Coro alquante perfoné^
che ragionaffero . Onde prima fe ne fottraffe una, che rifpondeffe , dappoi
un altra, poi la tcrzo:al fine crebbe tanto la materia delle cofe rapprefen-
tate,cbe a cinque Atti pervenne, c quivi fi fette; conciò ftifTe che a tutt'i
fav) pariffc quefio numero perfette, e ragionevolmente , che , come nella
vita, così in ciafeuna compiuta operazione de' mortali vegliamo il prin-
cipio,lo Aiimento,lo Stato,il Cadere, c 7 Fine. E credo,che ‘titcndefjc Ari-
fìotelc,effer tutte quefìe parti richicfìcin qucll'una faccenda, la qti.ile pren-
de il Fotta a deferivere; acciocché intera e perfetta fia, e di conveniente
grandczZ^'Aìio.//o ben' intefo, perchè di cinque Atti, nè più, nè meno rf-
fcr debba ogni Scenico Poema ; ora de fiderò, mi fi dimo^ri la via,c la ra-
gione di tutti gli atti fcparare.c di conofeere l'uno dall aln o', aiciocthè fi
fappia,ove,e come ciafeun di loro finifea. Min. ,^atido ninna delle per-
Jone,che recitano, farà in T catro,o quando ciafeuna di loro farà in filcn-
ZÌo,e darà luogo al Coro,o pur' a chi nella nuova Commedia terrà il luo-
go di lui, che fi rivolga a' riguardanti,e fola da loro udito fìa,allora dire-
mo,che l'atto è finito . La venuta poi di alcuna perfona o fola, o pur con
altra accompagnata dopo il fìlenzio, o dopo la partita di tutte quelle, che
recitavano, fa^principio all'atto, che feguita', fiiome fa principio a nuova
feena la venuta di nuova perfona prima, thè tacciano, o fi partano tutte
quelle, che ragionano.il che meglio s’intenderà là, dove diftintamcnte del-
la Tragedia,e della Comnicdia,e della Satira parleremo, ANo.G’id è tem-
po, che di ciafeuna di qiiefle Sceniche Poefie particolarmente vi dimandi.
Ma prima generalmente io vò,che mi fi diffinifca,cbe cof.i è l'Atto. Min.
Fgli è una parte intera, e principale di tutta la Scenica faccenda, l,t qual
fi termina col filenzfo,o con la partita di tutte quelle perfonc,che nel Coro
non fono,e mentre quella fi tratta, niuno parla co' riguardanti. Ano. Non
è ciafeun ragionamento, e ciafeuna feena intera parte di quel,che in Tea-
tro fi rapprefentaì Nim.Parte sì; intera, non vcggiò,cbe dir fi convenga.
Ma, fe pur in qualche modo intera fi dirà, non però intera e principale t
conciò fia che cinque parti folamente fien tali,cheatti fi chiamano. Ben-
ché nel vero tutta la Favola fia uno atto ; concioffiacofachè ciafeuna Fa-
vola di quella Poefita Drama Grecamente fi nomini,la qual voce null'al-
tro,cbe Atto fignifica, Ana.Poichè dimoflrato ci avete quel, eh' è comune
ad ogni Scenica Poefia ; dichiarateci il particolare , e 7 propio di ciafeu-
na, e prima dijfiniteci,che cofa è la Tragedia, Min. Ella è imitazione di
cofe gravi, e notabili fatto una materia intera e perfetta, e di certa gran-
degZ^ comprefe;la qual fifa con foave parlare,e talmente, che le parti di
lei ordinatamente fi pongano , e ciafeun' abbia il fuo luogo nè femplicc-
• men- •
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LIBRO SECONDO
7J
mefite ìhirrando, m.t introducendo in atti , e in parole altrui sì, che fe ne
defti pietd,e [pavento a purgar l'animo di fimili paffìoni con diletto, e pro~
fitto di lui. Atir,. Fateci chiare tutte le parti,della difJini't^ione.MtN.Della
imitatione affai nel ragionamento di )eri fi dijfe, nella quale così tutta la
Poefia,come ogni arte di pingere,e di fculpire fi contiene; la materia del-
le cofe, come fia una, e intera , e perfetta, e di certa grandcx,xa, compiu-
tamente fe ne parlò nel medefimo ragionare , come di cofa in ogni Poefia
richiejìa; ed oggi della grande-zg^a s'à parlato a bafìanga . Ma, perciocché
ogni compiuta faccenda ha il principio , il mez^o ,e’l fine , fteorne )cri
fi dimojìrò ; non folamente quanto fi debba prolungare , ed ove abbia a
finire', ma onde fìa da cominciare , conftdcrar fi conviene . E Veramente
colui bene comincerà a trattare alcuna faccenda , che di là farà princi-
pio, onde fi converrà', nè prenderà a dire dall cjìreme cofe', né anco andrà
dietro alle molte lontane, e rimote. Ano. Fate, che bene intendiamo que-
fto,che voi c'infegnatc . Min. Poiché noi Tragico Poeta non abbiamo,da
cui certi cjfer pojjiamo di vero efcmplo prendere, avrò ricorfo a' Greci, e
tra quelli a Sofocle , come a colui , al quale in quella Poefia la palma fi
diede , e in una delle Tragedie di lui Antigone chiamata , sì per effer
quella una delle pii eccellenti, ch'egli fcrivejfe, e sì per ejfer fatta noflra
da Mejfsr Luigi Alemanni, ( // cut fiile c ingegno merita fomint laude) e
talmente fatta noflra, che dalla Greca non fi conofeerebbe , fe la favella
nonfuffe diverft : perciocché quei medefimi lineamenti, quella meiefima
figura, quel medefimo volto,quei medefimi lumi, quei medefimi fentimcn-
ti, quelle medefimc membra, quella medefim i difpafizionc , che in quella
veggio, in quefla ritrovo. NelC Antigone, dico, di Sofocle fatta già noflra
per la vcrti dell' Alemanni, m' ingegnerò di quanto ho detto, e di quanto
dirò dimoflrare. Ano./o fento grandtjfimo piace-, ■e,intendendo,queflaTra-
gcdia effer talrncntc fatta noflra , che certi effer poffiamo di aver nella
T ragica Poefia vero efcmplare, il quale dobbiamo imitare. Dimoflratcci
adunque in quefla quel, che c'infegnate. Min, Coufideriamo prima il [og-
getto della T ragedia in queflo modo. Zhia valorofi donna cuopre di ter-
ra il morto fratello contro al bando fatto dal nuovo Re de' T ebani , il
qual comandato avea [otto capitai pena , che ninno fuffe ardito di [atter-
rare quel fratello di lei. Trovandolo ella poi fcoperto,c volendolo di ter-
ra ricoprire, è prefa dalie guardie di quel Re , e condotta innanzi a lui è
fatta chiuder viva in un fepolcro. Il che intendendo il figlio di quel Re,e
fpofo, e innamorato di quella giovane, pien d'ira e di [degno ne va per li-
berarla, c trovandola da fe fleffa impiccata,fi uccide. Di che la madre di
lui prende tanto dolore, ch'ella mcdcfima di vita fi fpoglia,e 7 crudo padre
K z tardi
Dichiarazione
della dilhiiizio*
ne .
Onde (ì debba
cominciare , ed
ove finire .
Sofocle Tragi-
co ccLellente.
Antifone Tra-
gedia di Sofo-
cle ben tradot-
ta dairAlemaii,
Efemplo pro-
polio dell’ An-
tigone, come di
perlétta Trage-
dia .
Soggetto , e-»
Ibmma deU’An-
tigoiie .
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Arjifiv.10 di So-
Hii-lc nel fog-
^(■aoddrAiid-
goiic .
Dichiaraiione
dell' altre parti
della diffiiiizio-
ne .
Uficio di Tra-
gico .
1 lufegnare .
X Dilettare .
3 Muovere .
Come infegni
l'umana condi-
zione con la_f
IT lira? ione della
Fortuna.
Come dileiei.
Come muova a
meraviglia con
ifpaveiuoie pie-
76 DELLA POETICA TOSCANA
tardi pentito ne rimane in tenebre , e pianto , Xon cominciò cofìiii dall'
ajfi'dio pofio dagli Argivi a’ T el/ani , 0 dalla battaglia de' due fratelli ,
mila fjiiale l’un l’altro uccife, [perchè il Re Creonte fa Eteocle,il tjual'era
un de' fratelli morti, onoratamente fcpl>cllire',r vieta, che Polinice, il qua-
le era l’altro,fi fottcrri) ma dalla fepoltitra, che diede Antigone a Polini-
ce contro al bando del nuovo Re ; di che feguì la miferabil morte di lei,
e di Emone figlio di Creonte , e di Euridice madre di lui , e 7 dolorofo
pianto del padre . Vedete , ch'egli prende a rapprefentare accidenti avve-
nuti non in più fpagio, che di due giorni . Ma, fe cominciato aveffe dalC
affedio , 0 dalla battaglia , faccende di più lungo tempo imitato avrebbe.
Ano. Seguite a dichiararci il rimanente della diffinixtone. Min. Già po-
tete conofcerc,che Pimitagione delle cofe gravi e notabili,e la purgarjone
degli affetti fanno qticfla Poefia dalla Comica , e dalla Satirica differente:
e, come le cofe gravi e notabili fono materia di lei, così la purgaxione de-
gli affetti é quel fine, al quale tutta fi dirizgt.a. Ano. Della materia e del
fine, diftdero, mi fi ragioni più lungamente, e prima del fine. hAiu. Allora
intenderete, che cofa fia tifine della Tragica Poefia,quando avrete intefo,
qual fia tuficio del T ragico Poeta ; il qual non è altro , che dir talmente
in verfi,che infegni,e dile'ti,e muova sì, che delle pafjioni abbia a purgare
gli animi de’ riguardanti: perciocché, altra eh’ egli,ficome ogn' altro Sce-
nico Poeta, fi dice infignare, quando in Teatro il fuo Poema rapprefenta',
nondimeno ci reca innanzi ocihi l'efcmpto della vita , e li cofìumi
ejpreffi di coloro, i quali ava»X;‘ndo gli altri nelle grandexp^e , e nelle di-
gnità,e negli agi della Fortuna, fono per umano errore in efìrema infelici-
tà caduti ; acciocché intendiamo non doverci nella profperità delle (,ofe
mondane confidare, e niente efjer quaggiù di sì lunga vita,nè sì flabtle,chc
non fia caduco,e mortale', niente sì felicc,che mifcrabilc', niente sì grande,
che baffo , e infimo non poffa divenire. E veggendo in altrui tanta muta-
Xion di fortuna, guardarne fappiamo,ihe viun male inopinato ci avvenga-,
e , fe alcun male ci avviene,[conciò fia che la nofira natura fottopofla fia
tanto al male , ch’egli fpeffo ci mulefia) fappiam/o con animo paxiente fa-
flenere. Il medefimo Porta ancora, oltre alla pi acrvolexpxE verfo,e de-
gli ornamenti del dire,col canto,e col ballo,c con l'apparecchiamento mol-
to diletta ; nè cofa ci rapprefenta, che non piaccia i né fenxa diletto muo-
ve:ma con empito di parole,e con grave pefo di fentimcnto defla nell’ani-
mo pafftone, e inducelo a meraviglia, così fpaventando, come a pietà mo-
vendo . ^al cofa è così T ragica , come il muover altrui ì E che muove
tanto, quanto il terribile, e mifcrahile , e inopinato avvenimento,qual fu
la crndel morte d' Ippolito , la fiera e compaffionevolc rabbia di Ercole ,
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LIBRO SECONDO.
77
Tìnfelice tCiUo di Edipo ? Ma con tutto ciò (jurfto [paventò t e qttefìa pie-
tà di [miti pafjìoni dilatrvohncntc ci pnrpa , perché nulla più raffecna
r indomito furor della noflra mevleipcrciorihì niuno è sì vinto da^li sfre-
nati appetitiyche, fe dalla paura e dalla pietà dell’altrui infelicità fi muo-
va I non purghi f animo de^li affetti , i (juali di quello infelice flato fono
cagione ; e la rimembranza degli altrui gravi caft non foìamente ci ren-
de più pronti, e più prefìi a p'%ientemente i noflri fopportare, ma più fav]
ancora, e più avveduti a fomiglianti mali fuggire . Né più for^^ avrà il
Tifico di fpegnere il fervido veleno delf infermità , che ’l corpo affligge,
con la velenofa medicina", che 7 Tragico di purgar l'animo delle impetito-
fe perturbazioni con t empito degli affetti in ver fi leggiadramente efprefji.
E ,fe la Mufica col canto delle parole ne' facrifìcj fumana mente purga-
va, non potrà altrettanto f armonia del Poeta ì Confideriamo poi fefftre
avve"Z'^ nvverfttà quanto poffa a portar lievemente i cafi umani',
e quella fatica , alla qual ciafeuno s'avvczZUs quanto agevolmente fi fo-
ftenga . Or fawezg^arci alle pajfioni no» più agevole ci farà la fofferen-
Za di quelle ì Né , perché le T ragiche Favole ci muovano fanimo , e ci
perturbino', quanto più fpeffo fliamo ad udirle,tanto più le pafjìoni aumen-
tiamo. An7j, fe cofa accade, che graviffimamente perturbarci debba, leg-
gierifjimamcnte la portiamo , come piaga antiveduta , la qual convien ,
che, quando fi riceve, men doglia; perciocché niun male inopinato avvie-
ne a colui, che s' avvezza a wuoverft per tanti e sì rari accidenti altrui.
Oltre a ciò,fe l'efercitarfi alle fatiche ci rende i corpi più atti a [offerir-
le fenz affanno, ed a quefio fine f antiche leggi, e li cofiumi di Creta, e di
Sparta fi dirizxgttano ; farà fuori di ragione , che udendo e mirando noi
fovente ne' Teatri quel, che forte ci perturba e [paventa , l' animo nofiro
Fine della Tra-
reJia é puitjar
dilettevolmente
l'animo dcKt_»
pallloni , recoii-
do Arinotele.
Che gli altrui
accidenti c'infe*
giiino a fuggi-
rc,o a fopporta-
r' il male .
Opinione di
Platone , che le
Tragiche-» per-
turbazioni au-
mentino le paf-
fioni .
Kifutazione»
impari di foflener lievemente i colpi della fortuna ì Laonde è da tenere, (^ome I iVa-
niuna dottrina ritrovar fi, che tanto abbatta la paffione delf animo, quan- gedia abbatte le
to fa la T ragica Poefia; conciò fia ch'ella ci rechi dinanzi agli occhi non P*lfioni dell'
ejfet cofa,la quale a-vvenir non poffa,e chiaramente fumana condizione ci
rapprefenti in guifa di lucidtffimo fpecebio ; nel quale chi vede la natura
delle cofe, e la varietà della vita,e la debolc%gza delf uomo, non fe naf-
fligg^, quando quefle cofe nel penzioro fi riduce; ma far volendo uficio di
favie,ne' cafi awerfi avrà da poterfi in tre modi confolare. Tr/mn, per- confolazione.
cbè lungo tempo avrà ponzato potergli quelle avverfità avvenire'fil qual j^J^***’ Antive-
penzicro é [opra ogni cccellentiflìmo tkuedio da poter la mente di ogni ^
fttolcfiia liberare . Dappoi, perché intende gli umani accidenti convenirfi ^ [jall’umana_;
fortare.Vltimamente, perché conofee non effer male altro, che la colpa’, «^condizione.
iovtrghfi a colpa attribuire quel , che dall^ volontà di lui non procede. 3 ^all’Innoceni
Ano. ’
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?8
juELLA poetica toscana
Conduflone del Ano» ejucjlo voflro difcorfo io comprendo , che voluto ci avete dime-
tiiic Iragico. Jlrare non folamcnte effer vero , che la Tragedia con diletto purga l'ani-
PIO delle pajjioni , fecondo che Ariflotele fìimhi, ma falfa dovcrfi riputare
l’opinione di Platone , che perciò quefla Pocfia biafiniava , perchè empie
l'animo di perturbazioni. Min. Appieno avete tutto intefo. Ano. Poiché
palefe e chiaro fatto ci avete il fine del Tragico Poeta , dichiarateci y
hfatetU Tngi- qual fia la materia di lui. Mis, Non è da dubitare, che non fia magnifica
i vfotie ilhiftri comprende perfone grandi e tlliiflri , e cofe meravigliofe
^ (loie notabili! e notabili: perciocché egli li cafi antichi de' Semidei ci rapprefenta, e le
Ipaveiitcvoli , cofe da loro fatte e fofferte ci deferivo', non tutte già, ma quelle folarnen-
ebbero fpavcntcvole e miferabil fine. Ma, perche in quefla cc-
iiilcatrofipio* celiente maniera di uomini parte ne troverete buoni, e parte rei , e parte
oucoiio . dell'uno e dell'altro partecipi, né per vertù fopragli altri,né sì viziofi,che
la colpa dell'infelicità, con la qual fono dalla Fortuna feriti , lor tutta fi
debba attribuire',non è ragionevole, che i buoni,o puri rei in qualthe av-
1 Peifoiie ver- verfità c.tduti fi rapprefentino in Tcatro;perciocchc non pur fi difdicc,tna
tuolc aillitte CI ancora indegna,cd abbotnincvole fi fìima il recare nell'altrui col'pctto
Iiiovcrebbcio a t • n- j j- . ■ n • r .< r ■
, coloro , co cjjendo di ottimi cojtnmi, e di Jomma verta ornati, fi trovino
da' colpi di qualche triflo ed orribil cafo battuti ; conciojjiacofachc più
fdegno apporti, che fpavento, il qual' a quefla Pocfiia principalmente è ri-
ihitflo', e più degno fia di beflemmia, che di compajfione : perciocché pro-
piamente compajfione abbiamo degli afflitti , che non fono del tutto fuori
X Ferlóne catti- di ogni colpa', né però tali, che quella infelieità meritino . Nè compaffio-
ve non lono de- fievole fi tiene il male,che avviene a' rei', come quel, che in guijà di giu-
£iie di piua . pena, par, che toro avvenga: concioffucofachè l infelicità di coloro, che
non la meritano, ci contrifli, e quella de' noflri pari ci^fpaventi. Ma,per-
ciocché noi fitamo diffomiglianti a buoni, nè a noi s'affomiglino i rei , nin-
na loro avverfità ci dee fpaventare . Sdegniamo .idunlfuc L'avverfa For-
tuna degli uomini per vertù chiari e perfetti , nè finga grandifflmo di-
Peifone nè in fpiaccre ', ma de’trifli c cattivi il male non ci par degno di pietà: pcrcioc-
tiitto buone, nè d'è meritevolmente flimianio effer loro avvenuto, come che umanamente
pie ’ocl Tug^ i/i/pùrc/d ; conciojfiacofathè i cafi imam umanamente fentir dobbiamo.
co . Laonde di quelli , che fono in alto grado di Gloria e di Fortuna , colui
da queflo Poeta fi rapprefenterà in Teatro,cbe non farà ottimo, né ccccl-
Icntifjimo per vertù , nè del tutto voto di lei, o pur farà più toflo buono,
che triflo J nè più per fua maligia, che per umano errore infelice divenu-
to , qual fu Edipo , Tiefle, Creonte . Per quefla mcdefima cagione non è
T ragica Fortuna quella, che di mi fero e dogliofo fa lieto c felice altrui',
perciocché non è cofa in lei , che fpaventcvole , o miferabil fia . Il che fi
con-
(.Jnall fiano
ciliTrafiici.
X Int'clici .
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LIBRO SECONDO.
19
canfeima ; perciocché del T ragico Poeta Piifìcio è d'indurre tZlditorc a
meraviglia . E meravigliofo riputiamo quello accidente , che muove a j Inopìniti.
compajfìone i overo fpaventa , ed allora più , quando vcrifimilmente fe-
giiendo contro ad ogni nojha fprranr^a , ed opinione avviene : perciocché
de' fortunali avvenimenti, ancorché da fe non pajono mollo degni di me-
raviglia, pur grandemente ci meravigliamo, quando o per divina volon-
tà , 0 (ludiofamente accadere gli flimiarao ; ficomc della (latua di Mirjo
s'è fcritto, la quale in Argo cadendo uccife colui, che Migio ttccifo avea,
ed allora fortunalmente lei flava a mirare . Ma coloro, a' quali quefli in- j Avvenuti ifa
fortun) meravigltofi avvengono , convicn , che fieno o parenti ed amici, eJ inu-
0 fenga nodo alcuno di parentela fra loro e nimici , o pur né quefli
quelli. Ma qual meraviglia, qual compajfìone farcbbc,fc l' un' inimico l'al-
tro Hccidejje, o fujfe già per ucciderlo ì Ben ci può tal cafo umanamente
difpiacere,ma non parer eompajfionevole. Ed a coloro,che né fono amici,
nè anco nimici, che può tra loro infelicemente avvenire , che fìa mifera-
bil cofa riputata ì Rimane adunquc,che quelle contrarie fortune meravi-
gliofe , e compafjìonevoli fi tengano , che fono degli amici, e de' parenti ;
qual'é y fe l'un frate l'altro, fc 'I figlio il padre, o la madre. Ce 'I padrc,o Eleniplf.
la madre il figlio uccida,o pur’ uccider voglia; perciocché fi finge, che Me-
dea uccida i figli, Orefle la madre, Polinice Etcocle , ed Eteocle Polinice.
E quefle Favole fono sì accette , c caramente accolte , che fenga biaftmo c^e d;fficilmcn.i
non fi poffono agevolmente mutare : conciò fia che pochi fieno coloro, de' « d mutano le
quali fimili Favole fi poff ano formare. Laonde convien, che fappiamo o no- j/ trovabili
vellamente ben trovare le cofe , che in Teatro vogliamo rapprefentare, dell‘al«c.
0 pure ottimamente ufare quelle, che gli antichi trovarono . Ed acciocché Modi da trattar
le cofe dette di quefla materia più chiaramente fi dimoflrino , c fpecial- faccende Tiagi-
mente il buon rnodo,che fcrvar dobbiamo in fimili faccende piene di com- ‘ ^ ‘
pafjione c di terrore , diciamo, che s'introduce, o chi fappia quel , che fa,
quando opera qualche fcelcratcg^a‘,o chi imprendendo non ignorantemen-
te a fare non mand’in efecnt^ione Cimprefa-, o chi ignorantemente operan-
do, poi rieonofea il mal fatto non conofeiuto prima da lui ; o chi volendo
uccider colui, che non conofee, poiché l'avrà riconofciuto,non l'uccida.Di
quefli modi l'ultimo par, che più di tutti gli altri piaccia a' riguardanti, ’
quahè nell' Ifigenia T aurica di Euripidc,quando la forella dovendo ucci- i
dere Orefle fuo fratello,comc il riconobbe, non pur fi guardò di ucciderlo, ‘
ma fi fludiò di falvarlo.Dopo quefìo è quel,che ne va innanxj a lui,quan- \
do fi riconofee il male ignorantemente commeffo,che,com'é meno biafime-
volc, COSI il riconofcerlo induce a ftupore. Il che s'è fcritto, che nella Fa- J
vola avvenne a T elegono figlio di VUffe, e fuori della favola ad Edipo ,
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8o DELLA POETICA TOSCANA
fgUo di Lajo; perciocché l'uno c l'altro uccife imprudentemente il padre,
3 Commettei'e e con fomm» difpiacer dcH'aniwo il fatto riconobbe. Dopo que!io,e quello,
il mais lludiofà. ^5 tenuto, quando fi commette non ignorantemente la fcelcrateTt,%a', ficome
4 Imprendere-* Medea , la quale fludiofamente uccife i figliuoli . L'ultimo di
(hiiliofameiite il tutt' i modi , e 'I mcn degno é riputato, fe alcuno imprende cofa, la qual
cummctterlo”"' abbia a fare : perciocché non è cofa men T ragtea, che la federa-
gine, majfmamcntc fe non è tale, che induca fpavento, nè muova a corti-
paffione', qual farebbe si federato, ed empio pcnxiero, come troveretc,che
Ertmplodi So- avvenne ad Etnonc , il quale nell' Antigone di Sofocle avendo moflrato,
focle. che in animo per foverchio dolore gji era caduto di volere uccidere il pa-
dre’,poi no ’/ fé; perciocché egli ragionando col padrc,c minacciando diffci
Se codei dee morir , non morrà fola .
A cui rifpofe il padre ,
Sei tu sì Òolto , che minacci '1 padre ì
luosrodi Sofo- B ’l narrando il cafo , e dimofirando con qual empito , per ferire
de dichiarato. Creonte, egli in vano fi moffe , dice ,
Emonc alquanto allor con gli occhi torvi
Riguarda il padre , c poi ienz' altro dirgli
TralFc l’.acuta fpada , e ratto il padre
Si mifc in fuga ; onde fu vano il colpo .
J^iefli ultimi verfi non fono nell" Antigone dell' Alemanni, credo, percioc-
ché altramente interpretò queflo luogo. Ma io,feguendo Anflotele,che cori
tintefe, ho voluto in queflo modo interpretarlo . Emone poi rivolfe tutta
Pochi hanno ** ^ fi tt'itccife . Laonde ( perciocché filmili caft pieni
dato foggetco di compajfione e di fpavento fono pochi jflmi’, né molti troviamo, che T ra-
allc Tragedie. materia a diano ) le medefime poche famiglie , anxf le medefime ca-
fe , le quali furon pochijfìme , fono figgettt di tutte le belle T ragedie in- ■
fin a qui fcritte . E, fe alcun' altra Icriver ne vogliamo, xonvien, che il
dolore, e 'I pianto delle medefime famiglie, e delle medefime cafe rinovel-
Che ’l Tragico Homo. Per la qual cofa il T ragico Poeta ritiene i veri,c conofuuti nomi:
ritenga i ' veri conciofiiacofaché dalla Fortuna , e non dall' Arte prenda gli argomenti
nomi f.iVole, che fcrive’, né, come il Comico, gli finge e forma, fe non ra-
e nc'le cofe'nu^ de volte: perciocché fi fon fatte T ragedie, delle quali in alcuna era un fa-
ve tal volta ne g pur due de' nomi veri e conti, in altre niuno. E certamente, quando
^"23* ggif nuove cofe ritruova', ficome Agatone mila Tragedia da lui chiama-
4a t ioti:, fingendo le cofe, finge anco i nomi. Ed Euripide «tV/’Ercole fu-
rtofo introduce la Rabbia, Lilfa da lui nominata.Ed Efchilo nel Prome-
teo la Potenxa, e la Boria. Né però mino i finti nomi, ove fieno ben fin-
ti, che Je fujjer veri , dilettano, ali» non cori riputeremo le Favole da noi
Aecet-
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LIBRO SECONDO. 8i
tccettttte f che flitriamo cfferci di poter nulla a9,giugntmji ] nè mutarne^
vietato’, nè di trovar nuovamente cofa veruna; (perciocché una fteffa Fa-
vola più Poeti dejiriffcro ,ficcme / Antigone Sofocle , ed Euripide ; la
Mtdca i mtdtfimijC Niofrone,e Carcino;l'E.àipo,c ’l Filoncta,Efchilo,e
Sofoclt)nè dille rnidtfime faccende Tragedie tante fatte farebbero, fe nul-
la aggiugnerfi alle cofe trovate, nulla mutarfene poteffe; nè fi Ufeerieno
i veri nona, che nella paria fi triiovano ; né p darebbe altr' ordine alla
Favola da quel, che alla feria fi è dato,fc dalle vifigie dello Storico di-
fartirfi non pottf 'e in quel, che da lui prende, il Poeta, il quale ordinerà
la fua compofixicne, comcgli parrà, che verifimilmente,o neceffariamen-
te fpavento e ccmpaffwne con meraviglia de' riguardanti feguirne debba,
ed ujerà dc'veri nomi, non dito due, o tre, (perciocché nella Ecuba Po-
lidoro, Ecuba, Polifft na,ZHtfe,T altibio, Agamennone, Polinnefore; nelP.^
Orede Elettra, Orife, T indaro,Pilade, Ermionc, Menelao; e nc/r Anti-
gone Antigone, IfMtne,Crconte,Emone,Tirefia, Euridice, non fono già
nomi pnti , e trovati nuovamente ) ma quanti ne fiimerà all' opera fua
convenire fen\a punto dilungarfi dall" univerfale, come nel ragionamento
di ieri fi dijfe. E quel negoT^o,ihc un de’ Poeti antichi trattò di un modo,
potrà, chi ne vien dopo lui,di un'altro modo miglior trattare. Né Favole
nuove trovate avrebbero i Moderni , fe nulla più loro fingere lecito fiato
fiiffe . E , come che rari fieno i foggetti degni di Tragedie ,pur fono tal
volta avvenute cofe, le quali a'T ragici di fcrivere nuova materia dareb»
hero; quali furono i caft delle due reine Virgiliane, io dico di Amata mo-
glie del Re LaXmo,e della Cartaginefe Bidone, Ano.Sc quel,cbe accade a
froae uomo, e da bene, ed ornato di fomma vertù , non ft dee in Teatro
rapprefentare,e più muove a fdegno,i he a compalfione; come Euripide in
pubblico lojpittoT ragicanunte recò Macaria figlia di Ercole, la quale per
la Jalute e per la vittoria de' fratelli all'oracolo di Apollo , che rifpofto
uvea no potere quelli ejfcr falvi e vincitori, fe prima qualche vergine non
ft fufe a Cerere facrificata, volentieri e prefiamente ubbidì,e lafciojfi va-
lontariamentt uccidere,cjfcndo ella pura e innocente fanciullaì E,fe non
è T ragica materia ciò , che dal nimico a viene , come appo il medefìmo
Fotta Hefo e le tufchii 7 rodane il Greco lor nimico ad eflrcma infelicità
eonaiifc',ed Andrumaca dalla mogliere di Neottolemo,e Moloffo dalla m,i-
tngna poco mancò, che uonfuf er crudelmente uccift;e lo flcjfo Ncottole-
tno per mano di Onfie fuo nimuo l.ijciò la vitaì!^tn,S èproptodel Tra-
gico Poeta quel , eh empie di meraviglia fpaventando , x> pure indticcndo
compafiotic; e quel, thè dal nimico riceviamo, non è slJpaventevolf,nè sì
rnijeraoti toja,UcUa *^uale meravigliarci Johbiatnoipercbc non è gran me-
L TdViz
Qual nnitHìo-
ne ricevono le
Favole accetta-
te.
Che di una me*
defìma faccenda
fon fatte n^olte
Tragedie , va-
riando
Nomi ,
Ordine,
Modo , ,
_ Che ffa lecito
il far nuove^
Favole.
pue obiezioni
dintorno alle-»
Pcifone Tragi-
che.
I Di Buouì in-
trodotti .
1 Di Nimicì ili-
trodotti ,
I RiTpoda ,
Che la Trago*
dia pura noo_i
an n ette i buo-
ni,nè i Nimici,
oia la doppia
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i Rifpoffa,’
Ok molte colè,
non per la per-
l'oiia , ma per fé
llclle fono milc-
revoli e meri-
vigUofe.
3 Rifpoda ,
Diìliiuione di
Fei Tona, che 6.
e che patiTce il
male .
Che ‘1 precetto
ha luogo nella
pci fona, che fa;
non in quella ,
che patifce.
Cafo meravi-
eiiortfnmoiqu.i-
do uno liello e
fi , e patifce.
Particelle del-
la Di fiìni alone
efpoHe .
Soave parlare.
Ordine .
Modo di narra-
re , introducen-
do
I|luHri I
liroi ,
Id -<li di Gentili.
Dove s’ intro-
ducano tal' Id-
dìi.
I Nel princi-
pio,pcr narrare.
_ a .'del fine, per
ifcioglier la fa-
vola .
8i DELLA POETICA TOSCANA
ravi^lìa, che CHn'immico l'Altro fieramente uccida ; e quel, che di male
avviene a'bueni, pii lofio apporta [degno e noja,che fpavcnto,o compaf-
fione, ficome provato abbiamo: non potete negare, che intendendo noi di
ciò, che propiamente la pura T ragedia richiede, non ftamo cofiretti a rac-
chiudere intra sì firetti termini la vera materia di lei. Ma, {perciocché fi
truovano T ragedie,le cui Favole fono doppie, come dappoi diremo,e mol-
te cofe accadono,le quali non a riguardo della perfona, dalla qual vengo-
no,o pur a cui; ma da loro fieffe,o per la novità, qual fu la morte di Ma-
caria,o per C atto pieno d'inumanità, qual f» il cafo delle mtferevoli Tra-
mane, creano gran meraviglia) potremo, fe vi parrà, dilatarla,e diffinirU
talmente, che chiunque patirà co fa meravigliofa,o perché [paventi, o per-
ché fta compaffioncvole,non ne fia fuori, né perché fia buono,né perché jia
nimico, 0 reo; perciocché, dicendo Arilìotele,che le belltjfime T ragedie fo-
no poche non per altro, fe non che a pochi avviene, che patifcano,o faccia-
no cofe gravi e terribili;ihiaro vedete, che nelle infelicità convien,che ri-
guardo s'abbia a chi patifce il niale;o pur a colui ,cbt'l fa. Edavendofì ri-
guardo a quello,the 'lfa,non é dubbio, che non fia vero il prccetto,ch'egli
effer debba amico e parente a colui, che morte , o ferite , o filmile afflizio-
ne riceve. Ma riguardandofi a quel, che 'I patifce, ancorché fia nimico, o
degno della pena ; non però il cafo del tutto é indegno di compaffione . E,
fe quel, chefa,à quel medefimo ancora, thè patifce, o fefieffo uccidendo,co-
me Emone,Euridice,e Giocafla;o fe fleffo affliggendo ,come Edipo;o perfo-
na a fe molto carj,quali fono i f>gli,come avvenne a Medea; la infelicità
è meravigliofiffima e degmffma di pietà.Or non vi parrà,cbc la diffinigio-
ne così dilatata tener dobbiamo 1 Ano. Né a me può parere J tramente ;
né, come credo,ad altrui. Min. Già della materia,c del fine delta'Tragc-
dia s'é detto a baftanza . Ano. Seguite a dichiararci il rimanente della
diffinizione. Min. Del foave parlare affai s’é ragionato nella generai dif-
finizfone della Scenica Poefia; e ne ragioneremo ancora , quando del Fer-
fo,e del Canto parleremo. DelPOrdine, nel quale fi hanno a locar le parti,
fi é, quanto baflava, nella medefima generai diffinizione ragionato ; e fi-
milmente del modo del narrare: concioffiacofachè non fcmplicemente nar-
ri , ma imitando e introdueendo a parlare Vomin' iUufiri ed Eroi ; e tal-
volta quelli , i quali da' Gentili erano Iddii riputati , che fpecialmentt
or ne'princip} s'introducono, quando in modo niuno , o pur non bene per
alcun' altro P argomento narrar fi poteffe, fìcone i»e/i'Alccflidc di Euri-
pide Apollo e Caronte, e nella Troadc Nettuno e Minerva ; ed or nel fi-
ne , quando Pefirema della Favola fuffe altramente malagevole a fpiega-
re , fiieome nelf Ordie j^oUo , nc/1' Aadromaca T etide , nell' Ifigenia
Fai-
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LIBRO SECONDO.
PtUade:e He//’Ippolito ntn comincia Vtntre,e Diana conchiudeì Trove^
rete ancora Tragedia , della qual* gran parte ha di quelli alcuno s che li ì In ci*arcuna_i
Gentili riputavano Iddii , fteeme Dionifto nelle Bacche . An'^i nel Pro-
meteo d'Efchilo il pià è degl'iddìi : perciocché la prefen^a delle divine
perjone rende la Favola più magnifica e più bella, e l'adorna di certa mc-
ravigliofa maeftd, che prende e ritiene gli animi de' riguardanti con fom-
tno lor diletto. Il che ninno fé meglio, né più fovtnte di Euripide. Né pc-
rò non ci convien guardare dal hiafimo , che venirne dall' ejfer in ciò fo- vci)^a_, n)tro-
vercbi potrebbe : conciojfiacofachi intervenirvi non debba alcuno Iddio, el’Iddn.
dov egli meflier non faccia . Farà la prefen%a di lui meftiere , o dove i Per interpe-
s'abbia a dir ciò, che per divino interpetre dhnojìrar fi convenga, fiiome .
i'i fatto talvolta nella narraxjone dell Argomento ; o dove s'abbia a far * *^*'^** '
cofa, che'l divino ajuto richeggia ,ficomc nel fine della Favola avvienOf
il qual' altramente non fi faprei/ , vare . Siavenc efemplo,quando ap*
po Euripide Diana parla a Tefeo, . liberare Ippolito dalla colpa, e rfar-
la a penero, e a Fedia . Nè già no., riceve i fervi , e l' umili perfone la Alcune perlone
Tragedia : perciocché tali fono i meffi ; e nrlC Ifigenia e nell' Edipo il bi- intioUot-
folco l'introduce . Ave. Ime fa abbiamo tutta la di(fiiii':t.'<^n^ della Tra- ' ‘
gedia ; nfta , che delle parti ditti ci ragioniate quel, che qui particolar- Parti. Tragiche
mente faperfene conviene ; percioethé , quant- c quali elle fieno, generai- dichiarate pai-
tnentc nella Scenica Poefia dimojìrato ce l'avete. Maii.Cominciattdo dal-
la Favola, ch'é la prima delle fei parti effenxtali, to credo, eh a memoria
agevolmente vi rechiate tutto quel , che col Sig.I'ifpafi.ino )cri ne ragio-
nai. Aso. Sì bciie.Mts.Ma,perehé delle Favole alcune [empiici fono ditte, ^faIMef‘e delle
alcune compofie c implicate; altre morali , altre pafiioitevoli ; altre d'iin con gli
modo lolo , altre doppie e mijie , delle quali nel ragionamento di )eri fi ^ ' *
dimojlrò , qual fìa ciafcuna : cggi altro non ne dirò , fe non che flavi l'e-
femplo della fcmplicc «t/i’ Antigone , nella quale , come che miferevoli Semplice.
fien gli aicidcr.ti ; nulla però vi fi riconofie , e nulla per ignorante vi fi
comruette.Dtlla con.pofia e implicata, quando ha folamcnte la Ruonofeen- Comporta per
, nella Elettra dt Sofocle , mila quale Orefle é riconofciuto dalla fo- » Riconolceuza.
fella jenr^a feguirne mutazione alcuna, che contraria fujfe a nò, che lon-
tra ad Egijio, td a Clitcnneflra fi manbinava . E , quando al Ruonojci- » Per Kieono-
tnento s’ aggiunge l'Avvenimento inopinato, nelPEéipo, nella qual T r— Iceiiaa,ed inopi.
gedia trovate U vera T ragica mutaxione ,che vien da tefa mai non per.- , ^.iero'.'
Jaia.cd é piangevole e dolorofa. Ma talvolta avviene, ihe contro alla no- i Dolviofo .
fra opinione, t fuori di ogni noflra fperan^a quel, thè fi fa , fi cangia in
meglio, fuori e nf/i'ifigenia T aurica, nella quale Ifigenia avendo ad uc-
fiacre e jatrificare Vrejie fuo frate da lei non conojciuto ancora, come il
L X rito-
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84 DELLA POETICA TOSCANA
riconobbe > mutando •vopUe e penfieri , con fommo piacere dell’animo (té»
3 Per Accidcii- U (alvo . E , (juando l'accidente inopinato é fnn^a ticonofeimento , Itavi
larncnw'*^^*^ ^ ^^c:ole fttriofo là , dove Eitrtpide fìnpr, che venendo Fàca
per dar morte alla moglie di Ercole, ed a’fìpliHoli, fu da luì, ctuando epli
1 Riconofcen*a Altramente penfava, uccifo. Ma, perciocché la riconofcen\a é delle perfo»
di ptifoiia nella ne,o delle cofe, quelle fono talvolta nella Favola’, fteomr quando da Or»-
iIdì Vrfoiia-J f Ifigenia Oreftefi riconofee. Talvolta fon fuori di >ei, fi-
fuori della Fa- come quando Edipo riconofee il padre, e riconofcelo uccifo da lui. T alvoU
?*^Di" ofa fuor' nella Favola fìa la perfona,pur nondimeno la cofa è fuori; per-
della Fattola. * i- — r.
Pacen'ca ,
Morale;
ciocché Giocafla, la cui perfona s'introduce nella Tragedia, fi truova da
Edipo, che gli é madre , e contro alla fantità delle leggi mogliere ; il che
di fuori avviene. Della Pa\fonevolc,da'Greci Patetica nominata,la qual
per morte, per ferite,per tormenti, per altra ftmile infelicità giunge a tri-
fio c dogliofo fine , che dirò , ft non cb’ efpreffa la vedrete nell’ Ercole»
Be/nppoliro, e ne/rAjace ì Bicorne la Morale ,che li cofumi e gli affet-
ti dell’animo dipinge^, we//’Orefte . Che, benché non abbia cofa, che mol-
CJuali fcrìttorf, to miferevolmente l'animo perturbi’, pur moflra chiaro, qual fta l'affetto,
■ * ITra"** ^ difpoftxione, e la voglia di ciafeuna perfona . Né tacerò , ch’Efchilo
dìa7 * nella femplice Favola molto ft efercitò’,Sofocle nella Compofìa e Implica-
ta , e nella Pafjìonevole ; Euripide nella Paffionevole , e nella Morale , e
Che più ma- talvolta nella Compofìa . Né fono quefìe differengc di T ragedia sì diver-
nlere fi trovano j-g loro,che non fi trovino talora congiunte; concioffiacofaché e le fem-
u?a^iased/a!r* pUc^i > t compofle ft veggano or paffionevoli , ed or morali ; e nelle paf-
ftonevoli i coflitmi , e nelle morali altresì gli affetti e le paffioni fi deferi-
ti qiial manie- vano. Ma quel, che pià vale, ed ha più parte nella Favola, ottiene il no-
« fi nomini la nte.E di tutte quefìe maniere la più leggiadra, e la più bella riputano quel-
(itage I . ^ nella quaC è la inopinata mutagione col riconofcimcnto congiunta
Favola di ua_* ^fial fta la Favola di un modo, le Feniffe, il Tiefie, l'Èrcole, e l' altre fi-
int^o . Tragedie il v'infegneranno . ^al poi la doppia e milìa, /’ Alcelìide,
F^r le cofe 7 ‘ tOrefle il vi dimoflreranno’, ove la fortuna di trifia, e molefia ft cangia
in piacevole , e tranquilla ; e ’l Ciclopc ftngular' efemplo della Satirica
per le Perfonc. T ragedia , nella quat e gravi e fefievoli , e grandi ed umili per fané s'in-
Che lafavella-< traducono . Ano. Di molte Tragedie la teflimonianxa ci recate , le quali
Tofeana fin’ ora nella nofìra favella non abbiamo. MLm.Piaceffe a Dto,cheio non fulji co—
flretto di ricorrere al tefìimonio degli firanierf.ma pur volentieri le v'al-,
** ’ lego, acciocché coloro, li quali han cominciato ad arricchire la noflra Un.-
, gua della Scenica Poefia, traducenàola , e derivandola da' fonti Greci, fi
animino afeguir Cimprefa’,e fappiano, quali, perché ci fieno efemplo Jì difim
deranq. Ano, Se di (ifftc le Tragedie la più leggindra e la più bella è ri^
pitta-
LIBRO SECONDO.
jmtata Id tnfHpofta,e quella più, nella quale é la inopinata mutaxione col Se la Favola di
ricorofcimento tragicamente ronojunta, come é riputato migliore ?l modo hélla^dellatio
neW Ifigenia T aurica tenuto di quel , che nell' Fdipo Tiranno fi tenne ; pia , ^
perciocché in nuella volendo Ifigenia uccidere il fratello , poiché ’lrico- Ferchè il modo
nobbe , non l'uccife ; in quefìa Edipo riconofee con fommo Cuo cordoglio gen'irTaurica’è
ch'egli nccife il padre : in ejuella fi cangia in migliore la fortuna, in que- riputato il mi-
fla piggior’ e più dolorofa diviene . Il qual fine Arifiotele vuole , che fia S*'®*’® »
più Tragico di tmello; perciocch' egli antipone la Favola di un modo alla che per tre H-
doppia r conciofjiacofaché l'ufcita di quefìa alla T ragedia , e della doppia Ipeff modo
alla Commedia fia più convenevole. Min. Non è da dubitare, che, fc ri~ ^
guardiamo al vero fine di quefìa Poefìa , non Cta di lei più degno il modo
veli' Edipo tenuto. Ma per avventura, come al vulgo de'riguardanti piace i Per fine Trai
più la doppia,che la Favola di un modo,così altopinione di quello avendo fi'cos’antiiOTna
riguardo il Filofofo , dice , effer migliore il modo, che nell" Ifigenia Tati- *’*'* **' '
rìca fi tenne , perciocché fa la cola felicemente riufeire ; o riguardando, a Per opinioni
rh'é più lontano da quel, che la natura umana fchifa ; e da quel, che , fe l'^i'ardanti
fiudiofamente,efenga ignoranga far fi voleffe, fcelerate^Xa fi riputereh- fèiu'fdlice.
be : concioffiacofach' egli paja , che vada notando e mifurando la bontà j Per Bontà s*
del modo, fecondo che dalla fcelerategg^a più fi dilunga,diccndo egli, che 'I antipone quel ,
penfar di uccidere non ignorantemente altrui , fenga poi mandar^ tempio
penfiero in efecugione , é il modo piggiore, come quello , il quale ha trop- ratezza.
pct della fcelerategga,e non é Tragicotperciocchè non defla neWanimo paf-
ftone.Dopo queflo é il mandarlo in efecugione. Miglior dettano e dclt altra
i tefeguirlo ignorantemente , e ’l riconofcerlo poi con grandifjimo fuo do-
lore ; come quegli , in cui non è fcelerategga veruna , e ’l riconofeimenta
induce ftupore. Il miglior di tutti è il penfar di uccidere ignorantemente
alcuna perfona cara, e riconofcendola, non darle morte . Ano. Se Favola Qual fia l’Ecii-
di una maniera é quella, in cui non s'introducono varietà di perfone difjì- un modo ,
miti, né differenti fini di cofe vi fi contengono) e nella mifia e doppia dif- ° “
fomiglianti perfone convien,che fi truovino, o pure avvenimenti da quel,
che la ragion della Favola richiede, diverfi, qual farebbe, fe ’l fine della
Tragedia lieto e felice fuffe ; o veramente tuna e t altra diverfità , cioè
delle perfone e delle cofe, come nel ragionamento di )cri fi dimofirò, qual
effer diremo VEcuba , la quale altri nel numero delle doppie , altri fra , Opìnione,che
quelle,che fono di un modo ripongonotperciocché in lei non fi vede varie- d> modoi
tà di pcrfone,le quali già tutte fono eroiche\ni di cofe,che tutte fon già di ^ «onfor-
tniferevole infelicità . Dall'altra parte , benché infelice Ecuba fia per la i Opinione, che
crudel morte di Polidoro e di Poliffena fuoi figli , e infelice Polinnefìore ‘^'’PP'a. P«
per la perdita de' figliuoli e degli occhi', nondimeno, perciocché agli afflit- '1^ u^micor
ti
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Che non laVen»
dtcca del nin.i-
co,nia il Riion-
cUi3i6 fa , che
la favola lia_«
Doppia •
Otdte di UD-j
modo.
pdifsea Doppia
imeia d’AriHo-
teie è Tragedia,
noa Epica .
Che’I finire in
Allegrezza non
c XiagiLO, heij-
ché piu dtlecci.
Odifsea di O-
mero non_< è
Dopp'ia .
Iliaca finicacon
Epilod: aggiuii-
u alla favola.
Eneida finiUL_i
con morCe nella
favola , oiide.^
Virgili® è più
Tragico di O-
niero .
86 DELLA POETICA TOSCANA
ti é (fualchc tonfo! anione la vendetta deltojfefa ricevuta, par,che ad Ecu^
ha favorevole fuffe la Fortuna, che sì contraria le fi era tno firata, quando
le permife , ch'ella di ciò , che Folinneflore fatto le avea ,fi vcndtcaffe .
Min. Se 'I prender vendetta del nimico doppia la Favola faceffe , doppia
la Elettra ili Sofocle farebbe ; nella quale Crefie uccidendo Clitcnncflra
fua madre , cd Egifto , vendica Padulterio da loro commejfo , e la morte
del padre. Ma, fe ad Arifìotele crediamo, nel numero delle doppie quella
riporfi potrebbe^ove Orefle ed Egifto nel fine fatti fi fufii ro amici, e que~
gli Hccifo quefto non avefie. Ano. Adunque l’Odifl'ia da quel filofofopo-
fla nel numero delle doppie creder pojfiamo efier tale riputata: perciocehè
nel fine Pallade Vliffc riconcilia con l'Itacefi, che contea lui prefe aveart
tarme, per la morte de Proci vendicare . Min. L'Odiffca, che Ariftotele
dice efier doppia , ragionando egli della T ragica Poefia , Tragedia pii
tofto , eh' Epico Poema filmar dobbiamo, che fuffe, e doppia per la cagio-
ne detta da voi pii tofto,cbc perciocché! migliori hanuo altro fine, ed al-
tro I piggiort , riufeendo ad Zlltfie feliumcnte il ritorno alla patria , ed
a’ Proci infelicemente : conuofiiacofaché a quel Filofofo , non la feliciti
de' buoni, e la infelicità de' rei nel fine faccia doppia la Favola, ma fi n»
:(^a dubbio il riconciltarfi tra loro i nimici , e 'I finire in pace , ed alle-
gre't^'t^a ; il qual fine egli /limando non efier T ragico , dice , eh' i centra
C opinione de' migliori Poeti, eh' accettano più la Favola d'una maniera,
e la tengono miglior e più conveniente alla T ragica Poefia, ma pojpon-
gono quefta i piggiori alta doppia,la quale efiì prima ripntano,per confor-
marfii col parer de' riguardanti, che attendono la pace , e la tranquillità
di coloro, che fi producono in Teatro, e difidcrano, che riconciliati fe ne
dipartanoi il qual diletto, dice cgli,non efier della T lagcdia, ma più tofto
alla Commedia convenire . Per la qual cofa conchiudo,ihe nel numero di
quelle, che Ariftotele chiama doppie, non veggio,come fi poffa l'Ecuba ri-
porre. E, fe fuffe vero,l'Odi(Jea di Omero effer doppia, perciocché riconci-
lia ultimamente gli amici, e li parenti de' Proci con ZHifie) doppia ancora
tener fi potrebbe l'iliada : perciocché rende Priamo amico ad Achille , e
'Ifa da lui contento di quel, che dimanda , in Tro)a tornare . Ma niuno
infili a qui i ha tenuta altro che di un modo. Laonde io fempre ho riputa-
to Epijvdio aggiunto all'ufcita della Favola tutto quel,che feguedopo la
morte di Ettore ncU'lliada, e dopo l'uccifione de' Proci nell Odifiea: con-
ciò Jia che jcnia quello pofia la Favola finire, ficome Virgilio la finì nel-
la morie di T urno.Nel che io tengo lui più T ragico di Omcro,e di laude
più aegno. Elé però dirci, nell" Eciiba efier della Favola il pafiionevolc,che
per Pinfcltcuà di quella afflitta madre, da cui prende il nome la T rage-
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LIBRO SECONDO. 8^
dia, fi iefia, ed Epifodio la rea fortuna di Polinnefìore . Nè alla 'ncontro
quefio effer della Favola, e quello Epifodio ; ma forfè direi, la intenxion
di Euripide effer di crear pafjione per quel , che Ecuba patì , e per quel,
ch’ella altrui fi di male ; perciocché la morte di Polidoro , quale da quel
Poeta s’é fìnta , contrifìò tanto la infelice madre , ch’ella fu codretta di
graviffima pena dare a colui , che amico infin’ allora avea riputato ; il
quali, creder fi potea, che per umano errore uccifo aveffe Polidoro , non
2>i tanto dal difio dell’oro, come Ecuba ne l’accufa, fofpinto, quanto dal-
la paura de’Greci vincitori , i quali avrien potuto fargli guerra e danno,
percioichc in fua cafa il lor nimico fofìenea . Laonde Porribil capo di Po-
lidoro avvenuto per le dette cagioni é fuori della Favola, ma il far quel,
lo palefe , e 7 male , che a Polinnefìore ne avvenne, è certamente in lei.
JVf mi fi dirà , che non è T ragico il danna del nimico : perciocché, come
ho dtmofirato , nelle Tragedie s’ è ricevuto , E nelP Elettra celebratifjima
Favola il nimico ancora s’uccide . Ano. Poiché P Ecuba é di un modo , e
non doppia, nel numero di quali fi porrà,delle femplici, o delle compofie l
ferciocché alcuni dicono,effervi due riconofcen%e,e due peripezie diverfe,
c Fune dair altre feparate . Lune d’ Ecuba, che penfando di aver Polido~
ro VIVO e fulvo, morto il ritruova’, e (altre di Polinnefìore, che là, dove
egli s’avvifava Ecuba effergli amica, e dovere perciò canfeguir nuovo te-
foro , la fi truova tanto nimica , che danno graviffimo ne riceve Altri
nè ntonofcenxa, né peripezia veruna vi conofeono : prrciocchè la peripe-
%^ia, fecondo ihe voi,Arifìotele feguendo, la ci avi te diffinita, è mutaxio^
ne delle faccende in contrario , com’i venfimile, o neceffario \ eia rico-
nofeen^a è mutazione d’ignoranza a nottZ'tnondt fi riconofee l’amicizia,
0 la nirnifìà di coloro, che alla felicità, o pure alla infelicità fin deflinaci.
Ma in quella T ragcdia nè Ecuba, nè' Polinnefìore riconofie perfoqa allo-
. ra non conofeiuta', nè T ragica fauenda vi fi tratta, cl.'c cantra (opinione
di colui, che la tratta,riefcai conciofliacofachè la ferva mandata da Ecu-
ba a pigliare acqua per lavare Poltffena ad Achille facrificata , avendo
trovato nel lito morto Polidoro, nulla riconofea, come il Tragico ricono-
feimento richiede; nè anco nella gonna lo ’nviluppi,e’l porti alla madre,
perchè penfi di portarle cofa, che non la debba contrifìare ; ed Ecuba, che
fatto a fe chiamare Polinnefìore fi difpone di vendicare la crudeltà ufata
da lui verfo il figlio , non fi truovi al fine dal fuo penfiero ingannata ,
Dal quale ingannata tragicamente fi troverebbe là, dove da colui nuova-
mente danno riceveffe , il qual’ ella credea dover daanificare ; ficome s’è
fcritto, ch'avvenne a Danao, il quale andando per uccidere Linceo, da lui
fu contro alla fua opinione uccifo.Nè Polinnefìore da fefleffo andò ad Ecu-
ba
Artificio di Ea-
n'piile nel fog-
eeeeo dell’Ecu-
Di per crear có-
pafTioiie del nja-
le,chi pati, e fò
altrui .
Favola .
Epifodio. ’ i
Qual fia l’Ecua
ba , Semplice t
o CompolU f .
r Opinione../ «
che l’Ecuoa , fia
Compalb_f per
Riconofeenae, e
Peripeaie .
a Opinione, che
l’Ecuba fia Sem.
plice .
Che le Ricono»
feente , e Peri-
pezie nell’Ecu»
Da , non Ibno
Tragiche .
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88 DELLA POETICA TOSCANA
ba, fer AVer da lei nuovo teforo , ma chiamato p fa fcioccamtntè inf^an»
tiare . Laonde ejucUa Tragedia più lofio fetuplice, che compofta , par, che
Rifretifioney fi debba riputare. Min. Muro, io credo, che in ciò vi poffa contraddire, fé
filmili a qurfli nuovi Ariflarcbi,(i quali, fie bene intendefi-
fero l'arte della rcefia wfitgnataii da'fiav] antitbi,qiial neltopere de’fbm-
rnt Poeti la trovarono^tanto arditi e prefiuntuofii non certamente farebbe^
ro, ebe non fi vergognaffero di riprendere fmodcrat amente Euripide e S<u>
focle, i nomi de'quali dovrebbero avere in fiamma riveren%a‘,nè di trovar
Conchindefi>che fie t antiche non fuffero di molto pregio . Ma, tor^
l’hcuha è leni* iiando alla dimanda voRra, dico, che je ogni riconoficenxa , ed ogni mu-*
C'ìw non^^m fH fortuna compofa la Favola rendeffie , ninna Tragedia fiemplU
Kicoiiolctiua-» ce jarebbe ; perciocché qual Favola troverete , nella quale non venga a
ed Avveiiifnen- notizia alcuna cofia , che prima non fi fiapea , né accidente avvenga alP
^ of/nio»» di quel , che patifice , contrario ì Chi mai compofia l’Antigona
terrebbe 2 È nondimeno il cafio di Emone , e la morte di Euridice fona
contro a quel , che Creonte ne penfiava ; perciocché , s'egli penfiato avefi-
fie , che della pena da lui data ad Antigone l’uno e l'altro male fieguir da-
vcfje,già viva fiepolta non C avrebbe . Ed Euridice là, dove s'avvifiava,
eh' Emone fino figlio con la nuora felicemente viver doveffe , intende lui
con tfjo lei effer morto, e fie n’uccide . Né, perciocché con gli occhi il mi-
ficrabil cafio fi conefica, come nelf Ecuba, fa, che fia riconoficenxa pià, che
fc con gli orecchi s'intendeffie , come nell’ Antigone s'intcfe . Per la qual
cofia conchiudiamo , l' Ecuba nel numero delle Favole fiemplici e di una
Somma «kilt-» tioverfi riporre . Nel numero delle fiemplici: perciocché non ogni
Ragioni , onde riconojicnxa , nè ogni mutaxione di fortuna, ma qual fi è detto , ch’effier
la tavola fia_> debba, fa, che la 7 ragedia fia compofia. E nel numero di quelle , che fio-
V dumi tnaniera : perciocché non la diverfità de' buoni e de' rei cofiu-
nianitrajQ dov- mi diverfie rende le perfione, per le quali doppia la Favola fi tenga ; per- .
> , che irovandofi tal varietà quafii in tutte , ninna quafi di un modo ne fa-
rebbe, ma più tofio la diverfia lor maniera, quando parte Comiche, e par-
te T ragiche ne fono: fìctmc anco non la fa doppia’,perchè di alcuno iniqua
fia la infeàcità,c di alcuno giufia la pena. Anxi il patir PoUnneflorc gra-
vemente ne’ figli e in fie jteffo é veramente Tragico : perciocché riempie
altrui di grundifiima meraviglia , come tormento dato a lui dagl' Iddìi
in vendetta dell’ acerba e tngiufia morte di Polidoro: lonciojfiacofaché
pa)a non altronde , che da divina fipiraxione , aver prefio Ecuba sì tofia
partilo di vendicar’ m quel modo il d.mno , e la ingiuria f attale da lui .
Ekmplo de’ Ma sì bene , tome fi è detto , il fine Comico , quando l'odio in amifià fi
Tra^iiti Èpifod; cangia, è cagione, che la Favola fia doppia. Ano. Poiibé Epifudio cbia-
• male
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LIBRO SECONDO. ' 8p
mate quel , eh' è fuori della Favola, datecene qualche efemplo , actioctbè
meglio intendiamo . Min. inducetevi a memoria t argomento dell' yfn-
tigone , come vi fu da noi pur dianzi efpojìo , e troverete fuor della Fa-
vola nell'atto pritno,e nel fecondo, il ragionamento di Antigone con la fo-
rella,e di Creonte col coro, prima che giunga il meffo', e nel principio del
quarto l'augurio da Tirefia a Creonte narrato , e 'I conftglto datogli da
lui, e quel, che del futuro danno gli fipredijfe. .^efli brevi F.pifodj fono, Di<pofi?ronede.
come vedete, con la Favola si ben congiunti, chc^cnchi fen^a offefa di lei fili tpifodjTra-
feparar fe ne pojfano,pur da lei pajono derivarc',nè ad altro fi dirie(pt.ano, ’
che a quel fine, per lo quale ella s'è finta; onde non fen^a malagevole:^
da lei fi conofcono,€,comc vedete, s’intrapongono prima,che cominci a mu-
tar fi la fortuna,la quale nell'atto quinto fi muta là, dove il meffo comincia,
O nipoti di Cadmo .
ed annuii‘^ia la morte di Antigone, e di Emone: conciò fia che di tutta la Membri della ;
T ragedta fi facctan due parti", la prima delle quali fi fende , infin che lo Tragedia .
fiato delle coje a mutar fi cominci, e tutto quel, eh' è fuori della Favola, e
'I più delle volte buona parte di lei comprende , e chiamafi Legamento; i Legamento.
l'altra parte contiene la mutat^one della fortuna,e tutto quel, che Jèguita
infin' all' ufeita , e nominafi Scioglimento ifiicome nel ragionamento di x Scioglimento.
)eri fi diffe. Ano. Or quel, eh é nella Favola di pianto e di fpavento,come Come fi rap-
fi rapprejenta ì Min. Non certo per gli occhi negli animi de' riguardan-
ti, ma per gli orecchi ; perciocché, quando Antig^one, ed Emone, ed Euri- fpaventevo’l^
dice con le propie lor mani morte fi dicdero,non fi fé in prefen^a di colo- per l’Udita.
ro, cheflavano a riguardare ; ma per li meffi chiaramente fi narrò : con- manieiedi
ciofitacofaché due maniere di cofe non per la vifla,ma per t udita fi cono- cole , che lì co-
feano. É'una é di quelle, che dentro nella fceiia fi fanno ; qual'é, quando
Etuba cava gli occhi a Polinneflore , ed uccidegli i figliuoli ; perciocché , c”e fi fan.^
egli fi fa con ta' lamenti udire , dentro .
Oimè , oimc fon privo, oimè fon privo ,
Oimè degli occhi , e della luce cara . Ed
Oimè , oimè , eh’ uccidon’ i mìei tigli .
L'altra è delle cofe, poiché fon fatte ; quali fono quelle, che rapportano i i Che fon gì4
mtffi , fatte .
O nipoti di Cadmo . E
Signor , nuova cagion di pianger fempre .
Perciocché l'uno meffo rapporta la morte di Antigone, e di Emone-, e l'al-
tro di Euridice . Ano. Perché più tofio per gli orecchi , che per gli occhi Cagioni, che ‘1
il terribile , e 7 compaffionevolc fi mofira ì Min. Perché il crear terrore Terribile , e ’l
e compaffioiie con le parole per la fiefja compofiiione delle cofe è di eccel-
lente Poeta; conciò fia che la Favola talmente corapor fi dcbba,che quel, l’Udita , e non
M che perlaVifta.'
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po
DELLA POETICA TOSCANA
te
thè afcoUa U cofe fatte , e che fi fanno, fenxa vederle ft fenta empier di
fpavento e di pietà; come a colui avverrebbe, che fleffe la Favola di Edi~
I Per tifar l’ar- po ad udire . Ma il generar quefìe paloni per la vifla {come farebbe, chi
te Poetica , e-« faceffe dar ferite, o morte altrui nel cafpetto de' riguardanti) non i di Ar~
non di ecitau- Poetico; anxj è di Poeta,che più. fi fida nell'arte del Recitante, che
nella fua;come colui, a cui fa me fiere l’apparecchiamento e Papera di ({uel,
* Per dilettare, che con gli atti alla vifìa gli accidenti rapprefenta . Oltre a ciò fe muove
molto i riguardanti il veder cofe terribili e compajJionevoli,non però loro
diletta ; concioffiacofachi la nojìra natura abbomini e fchifi il veder feri-
re, ed uccidere altrui; e, fe pur ciò diletta, il diletto viene dal Recitante,
che ri bene il rapprefenta; e non dal Poeta, né dalla cofa in fe medefima
1 Obbiezione, confiderata, che per fe fìejfa in odio,ed a fchifo abbiamo. Aua.O non mo-
arterma** «ea^ '^’’‘flotele,che per la vifìa fi foglia ancora lo fpavento e la comp.ìfjto-
la Paflione per tte creare ì Miw. Sì bene: ma ciò non effer di buon Poeta chiaramente ne
la Villa . 'nfegna . E coloro più riprende, che per dilettare al vulgo non quel , eh' è
Rirpolla che-z fpaventevole ; ma cofa al mofìro fimile cd al portento, qual’ è il trasfor-
ciò non é Tra- mare in ferpente,o pur in augello altrui,reca nelcofpetto de' riguardanti:
UK con Var've- concioffiacofachè tal diletto non vegna propiamente dalla T ragedia , ma
dere cofe nto- dall'apparecchiamento; e ’l Poeta non ogni maniera di piacere debba proc-
llruofc . curare , ma quella folamente, th’é propia della Tragica Poefìa . Aso.O
a Obbiezione-* *^*^^'* Favola quel mede fimo autore tre parti , delle quali quella,
delle parole di ch'egli chiama PaOìone , due effer’ atto mortale, o dolorofo , quali fono
pendole*' clini fi fanno in palefe, e le pene, e le ferite, ed altre fomiglianti
pofsa far palefe afflizioni ì Laonde alcuni [perciocché la morte, quando é crudele e fcele-
il TetribilejPur rata, o moflruofa,non dee venire nelf altrui cofpetto;qual fu,quando Me-
fcelcracezta uccife i prop) figli ; e Progne non pur’ ucctjfe il figliuolo , ma diedelo
crudeltà . ^ anche in vivanda a T creo padre di lui : di che feguì , che tutti in uccelli
fi trasformarono) affermano, che dove taCatto non fta pieno di fcelerateXr
I za e di crudeltà, né in guifa di mollTo,fi debba fare innanzi agli occhi de'
Rifpolla dall’ riguardanti. Min. Se ’l detto di Anfìotele a quefìo modo s'intendeffe , e
jncf'nveiiiente , così quelle parole *’» rS Odiarci s’ interpretaffero, ne feguirebbe,
sf* int^ndènX* pajjione, la qual' è neceffaria parte della Tragica Favola, in ogni
quelle parole di T ragedia per la vifìa far fi converrebbe , Ano. Perché nò, fe veramente
Arinotele . fceleratez^a e la crudeltà non ifìà bene alla T ragica Poefìa,[perciocehé
Oppollzione di muove a compaffione) e meritamente é biafimato Euripide,che induce
nuovi Arillir. la madre ad uccidere volontariamente i fgliì ancorch’egli conofeendo tal
ripide**!' chetili ^ff^r troppo crudele, in cafa, fìnga, che fi faccia. Min. péro é, che
duca la madre la fceleratezza e la crudeltà per fe fìeffa induce fdegno più tofìo,chc com-
àd uccider vo- pfjfone ; ma chi riguarda la cagione , per la quale alcuno é coflretto ad
fialiuoll"*'"** * trudele verfo quella cofa, cb' effer te dee cara , convien, che n'abbia
pie-
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LIBRO SECOJ^DO. . 91
fietà y e fe n'empia di orrore : eoncio/fiacofaché e^l' intenda effere fiata
di grandiffma forvia quella perturbazione y thè tofìrinfe ad uccidere Afe-
dea e Progne i figliuoli y ed Orefte la madre. Laonde gli Autori di quelle
T ragedie non ne furon dagli antichi Ariflarchi , come ne fono da quefli
moderni ybiafmatiyli quali farebber megliOyfe ’lgiudicio di quelli piuyche
’/ loro fleffoy invaghiti di non so qual' amore di lor medefmi , feguiffero,
E benché Ariflotele di que' tre modi , li quali egli dice poterfì tenere in
trovar nuove FavoUyO pure in fervore ed ufare Paccettateyqueflo di uc-
cidere non per ignoranza pofponga agli altri, epa)a, che voglia intende-
re y che chi aveffe il nodo di quelle T ragedie , nelle quali non ignorante-
mente il figlio, 0 la madre,o pur il padre s'uccide, a feiogliere di modo al-
tro da quel, che da' primi loro Autori fi tenne, nuovamente fingendo, che
per ignoranza s'uccide, uferebbe migliore ftioglimento',non però egli Eu-
ripide riprende, che ad uccidere i figli Medea inducefje ; perciocché , non
come madre gli uccide,ma come donna abbandonata dal maritOyche gran-
dijfimi benefit) da lei ricevuti uvea ; la qual di fio fa di far vendetta dell’
ingratitudine di lui, né avendo in che più offenderlo poteffe, che ne’prop)
figli , non fi curò di offl udere fe flejfa , per fare grandiffima offefa a lui ,
Laonde , combattendo in tei lo fdegno verfo ti marito con l'amore verfo
I figliuoli, vinfc ultimamente quella paffione: sì perché ella era di natura,
iraconda c fiera, c sì perche picciolo fdegno fpeffo rompe,come dice il pro-
verbio, un gran volere. Il che può ben tenerfi terribile, e compafiionevo-
le: terribile per la gravezza, e raritd del fatto,che grandiffma fpavento
dovea generare: e tompajfionevolc per la forza dello fdegno , e dclPoffefa
a lei fatta dal marito , la qual fu tanta , che ad atto sì fiero la conduffe.
Ma, tornando alle parole di Ariflotele, dico, thè non s’intendono di quella
maniera, cioè,che fi fanno in palefc', {perciocché quel Pilofofo afferma non
efjer di buon Poeta il muovere a compafftone per la vifia) ma interpretar
fi debbono, che fono in palefe, cioé,che fi manifefìano', come fenza dubbio
dirà, chi qualche notizia avrà della Greca favelLvconciofJiacofathé crear
non fi poffa compajfione di cofa,ihe non fi fa palefe e manifefìa.Ma il mo-
do di palefarla tenuto da’ buoni Poeti fi fa con la lingua de'meffaggieri, li
quali ancora talvolta mofirano agli occhi quel , che affligge ; come nell'
E cuba veder potrete : nè fi legge T ragedia, nella quale fi trovi fatto al-
tr amente. Ano. Onde viene, che faran Tragedie di un mcdcfimo argomcn-
to,e di unafleffa materia', né però non faranno diverfe e differentii Min.
Non altronde,chc dal diffomigliante modo dello feiogliere, e del legare il
Poema : perciocché nelP Edipo avendo Sofocle altramente P opera teffuta
e legata , e fciolta , che fatto Ef chilo non avea, fu la Tragedia delPuno
M z diffe-
Oifèfa di Eitri*
pide dilla ca>
giooe , che co-
Itriiifc la madre.
Che" Ariflotele
giudicò meglio
il Aligere , che
per igiiorania—»
s’uccidefsc,per4
non riprelc Eu-
ripide .
Che Medea, non
come madre..»,
ma come donna
oflefa , uccide i
Agli.
Atto terribile-»
per la crudeltif
compaflìonero-
le per la cagio-
ne.
Iiiterpretaiione
di quelle parole
di Arinotele-»
•/ I* TM
fi» d'a far»/ ,
cioè , che fono
in palefe, non
che A fanno .
Come A fanno
differenti le-»
Tragedie di im
medelìmo argo-
mento .
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De’ coflumì .
Efempli Tragi-
ci de' coftumi
della Madre ,
Della Sorella.
Della Figlia.
Pel Padre,
pi DELLA P.OETICA TOSCANA
differente dalla T ragedia delt altro . Ano. Già della Favola ragionato
avete a bajlan%a ; rimane , che delt altre parti vi dimandiamo > e prima
de' coflumi > e delle pajjioni . ZW che t perciocché jeri affai fi ragioni , fo^
lamente difidero , mi fé ne dia qualche T ragico efemplo . Min. Se volete .
vedere gli affetti della Madredeggete di Ecuba le pietofe parole, come fo^
no dal Dolce tradotte, quando ella priega Vliffe per la f alate della fuafi»
gliuola, ove foggiunge ,
In lei gtufto Signor , Signor' in lei
E’ quel poco di gioja , e di contento »
Ch' io prender poffo in quella vita triAa :
Per lei la forte mia m’efee di mente ,
Nè Tento il pefo a le mie fpalle greve ,
Ella in cambio di molti è il mio conforto i
Mia città , mia nutrice , appoggio , c guida
De’ pad! miei • che fenza lei non vanno . £
Con la figliuola mia morir conviemmi . E
Sicome ellera quercia abbraccia , e flringe t
Così Tempre io terrò la mia figliuola :
£ '1 medefimo ferro ,
Che dè paiTarc il Tuo tenero petto ,
In un punto , c ’n un’ ora
PalTerà '1 mio ancora .
E */ ragionare della infelice Giocafia con li fuoi figliuoli nella T ragedia
del nome di lei . Se quelli della Sorella, Antigone ve ne fard chiariffmo
fpecchio , quafi per tutta la T ragedia del fuq nome ; ma fpecialmente in
quefte pache parole ,
Io pur fon certa
Di Totterrarlu, e via piò bel mi Ha ,
Poi gli avrò fatto onor , morta giacere
Con l'amico fratello amica inlìeme .
Ed in quelle di un’altra T ragedia nominata Oiocadai e fatta aoflra per
opera del Dolce ,
Deh balio , poteTs’ io col propio Tangue
Par quello t^neficio a* miei fratelli ;
Ch’ io volentier porrei la mia vita
Per l’unione , e pace di lor due .
E in tutto il rimanente del ragionamento da lei fatto col balio . Se quelli
della Figlia,ella medefima ve li reca innanzi efpreffi nclC Edipo di Seneca,
* nella Giocafia del Dolce. Se quelli del Padre,udite quel,che diffe Creon»
te
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LIBRO SECONDO. pf
te pentité gii di effere flato sì duro e fevere) contro ad Anti^nne fuà
nuora y e contro ad Emone fuo figlio ,
Porte fubito giìi l’ire , e gli fdegni
' Chiamandolo , e piagnendo in ver lui corfe ;
O mirerò y che fai ì qual van dolore
T’ha la mente ingombrata ì a che ti rtruggi }
Lafs’ ove or’ ai la conofeenza , e '1 fenno ì
Vienne a me figlio , e non vogli ertèr duro
Al vecchio padre . eh’ umil prega y e chiama .
'£ quando riprende fé fleff» , poiché ’/ figliuolo s'uccife :
O mente cieca mia fenza confìglio .
Se quelli dell'Amante , i ragionamenti di Didone con Ann» e con Enea
•ve ne daranno lucidifiima chiarezza nella T ragedia nuovamente dal Dol-
ce compofla . Potrei da' Poemi de’T ragici antichi recarvi efempli de' co-
flumi di ciafeun' altra varietà , la qual confìfle nelt età , nel feffo , nella
fortuna, nella naiione,e nelt altre cofe, delle quali feri fi fé lungo difeor-
foyfe tempo mi fe ne dejfe , ed io non conofcejfl , che quefli pochi luoghi
da me allegati baflano ad infegnare il modo, il quale tenere in deferivere
gli affetti, e li cofiumi fi convenga . Amo. Noi fìam contenti di quefli po-
chi efempli', ma dimofirateci,come fieno le Pafjìoni efpreffe . Miw, Li la-
menti del mi fero Creonte , e della infeliciffima Ecuba apertamente il vi
faranno vedere , non che udire , Odiafe fleffo Creonte , dicendo ,
O morte , o morte , a che mi Terbi ancora 2
^ tutto è pieno di paura Jn quei ver fi ,
Oims y oimè , oimè ,
Oimè , che fìer timore
11 cuor m'agghiaccia , e rtringe >
Che di me rtefso tutto fuor mi tragge ì
E di dolore , anzi di miferabil diApera-rione in quelli i
QuaT infernal tormento al mio s’agguaglia ì
11 morir mi dk tema , il viver doglia :
Nè pofso altro fperar , che peggio ancora
guanto dolenti parole fon quefle di Ecuba ,
Oimè y che ’l fil , che querte membra lega
Romper mi Tento , e a tanto duol vien meno
La debil mente , c pur rimango 'viva .
mofira di aver' in odio la vita , dicendo ,
Oimè dunque noti giungi ,
Che morir debba anch’ io ì
O mi-'
«
Dell’ Amante.
Delle Paflioni
Efempli Tragici
Della Paura,’
Del Dolore,'
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P4 DELLA POETICA TOSCANA
O tnifcria infinita ,
Poiché mal grado mio rimango in vita.
Dello Spavento Com' ella attonita, e piena di [pavento rimanejfe, quando udì l'inopina-
ta novella della morte del figliuolo, c vide tl morto eorp» di lui, in quel-
le parole fi mofira ,
Dolor , fc' tanto crudo ,
Che doler non mi lafiì ,
Quanto dovrei' dolermi ì *
Dell'Odio. Grande odio mi par , ch’ella dejìi cantra Polinnefiore , dicendo ,
O federato mofiro ,
Btafmo del fecol nofiro ,
Uccidefii un fanciullo 1
Un fanciullo innocente
Senza riguardo aver* alla fua etade $
Nè al fuo fanguc gentile ,
Per cola tanto vile i
Del lamento. Nè mai leggo il lamento di Antigone nella Giocafia,che io non me ne fen-
ta tutto muover dentro , là, dove comincia ,
Amanfiimo pianto .
Na, perciocché }cri affai ragionammo , quanti e quali fieno le pajfioni , e
come fi trattino, io voglio, che qui queflt pochi luoghi ve ne bafiino,Ano.
PalTioni mille-* Nulla più ne cbeggio . Ma in quefle pafitoni efprcff ancora non veggiam»
€0* coltumi. i cofìumi di ciafcuna perfona ì Min. Sì bene : perciocché il Lamento di-
chiara l affetto ,e'l coflumc della perfona', e dimofira, quella effer madre,
0 figlia, 0 forella . Ma quel fi nota, a che s'intende : e , perciocché 'I Poe-
ta intende a dimofirare , qual fia la paffione di quel , che putifce , come
quella fia defentta, fi dinota. E quello Poema,nel qual'è tale intcmjone.
Qual Poema fa Paliioncvolc,o come differo gli antichi. Patetico fi chiama: ficome quel-
palFionevole , o lofi nomina Moralc,neÌ quale intende il Poeta di chiaramente deferive-
■lorale . ciafcuna perfona coflumata . Ma chi mai dentro fi turba , che
l’abito e la dtfpofit%ione dell'animo non ifcuopra ì Chi fi lamenta , o [de-
gna, che il modo ,e’l coflumc del lamentare, e dello [degnare non dimoa
ftri ì Ano. Con quali forme di parlare quefli affetti, e coflumi , e quefle
Orservaeìoni fi vedere ì Min. Jè^anJo delie figure delle parole, e de'
per delcrivere colori del dire, e de' fentimenti ragioneremo, vi fi farà molto chiaro. Ri-
gli Afietti. fervaudo adunque infin' a quella parte di queflo tl ragionare , ora ,fevi
pare, mofinamo,cbe fia da fervare nel deferivere i coflumi e lepaffioni, e
che da fuggire. Ano. £' mi par neceffario, non che profittevole . Seguite
pur voi,come l'animo voflro vi detta, hcliH.Prima Jervar dobbiamo nelle
pcr-
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LIBRO SECONDO. py
per forte , le ^uali fi recano in Teatro , che • ouaH ce le dipìnte la Famat j Quale per Fa-
ra// da noi nelle Favole fi deferivano. Scrive fi, che Achille fu iracondo, nia .
magnanimo , ^atliardo , ineforabile, prontilJìmo di mano, vetocil]imo nel
' corfo, (///pr’fj^/.ifor delle leg^i,come colui, che tutto alla forr^a dell'arme
attribuiva ; Medea crudele, e invitta ; Jnone piangevole, ed afflitta; Ione
vagabonda; Orefle tniferevole; Iffione disleale,e fen^a fede. Tali, conver- % Somigliante a
rà, che da noi fi dimofìrino . Ma, fe fingefji nuove perfine, defcriverle ti meJeiì no .
converrebbe dal principio infin all’ eflremo del Poema fempre di un modo
fìeffi , e fempre a loro medefime fimiglianti . Laonde è riprefa Euripide,
il quale avendo prima introdotta Ifigenia ad abbracciare le ginocchia del
padre , ed a piagner femminilmente, ed a pregare, che non la faceffe mo-
rire ; poi la finge ardita , con animo grande e virile, pronta e preda alla '
morte per la comun filate de' Greci . Dappoi firvare ci conviene , che a f Propìo dì
tempo ed a luogo opportuno fi deferiva quel , eh' è propio di ciafeuna per-
fona . Perchè Menelao nclP Orefie di Euripide , come ch'egli non fi finga e tempo .
ben cofìumato, non però convenia, che trifìo e reo fi dimofiraffe: percioc-
ché quel tempo, e quel luogo noi richiedeva. Oltre a ciò attender dobbia- 4 Dicevole è
mo , che a ciafeuno fi attribuì fca quel , che gli fia bene : concio(fiacofichè
molto fia difdicevolc,fe Puomo magnanimo e valorofo a piagnere femmi-
nilmente s' introduca;e la femmina ad ufare ardimenti virili. Aua.o non
fè bene Euripide, che finfe Macaria prontiffima a far fi uccidere per la vit-
toria, e per la filate de' fratelli Min. Fedele, che io delle femmine par- •
lo, e non delP Eroine, che fino fopra il valore delle donne; qual fu, e con-
venia, che fuffe la figlia di Ercole . Convenevole cofa ancor mi pare, che
gli ammaefiramenti del dottiamo Oragio recarci a memoria dobbiamo .
Ano. ^uatiì Min. Che fe volete, ch'io pianga, 0 rida, piagnere, 0 ridere t Att^e paro-
voi prima dovete: perciocché li riguardanti, come fi allegrano con gli al- contormTa'u’àf-
legri, così anche fi attriftano co' doglio/}. Laonde quaPè Panimo, tal farà fetto.
il volto; e quale il volto, tali faranno le parole delle perfine, che nel Tea-
tro fi recano-.conciò fia che al dolorofo volto dolorofe parole fi convenga-
no, all irato minaecevoli,al giojofi fcfìevoli,al fevero gravi. E, così qual
fia la natura,e 7 cofiumc,e P affetto di ciafeuno; tal converrà,che inatto,
e in parole fi mofiri. Alla fortuna parimente fi avrà riguardo: perciocché ^ QuaUtl dì
li riguardanti non potrebbero tenere le rifa , quando udtffero detti allo at'tributi
fiato di quel, che parla,difdicevoli;{come farebbe,fe Telefo, 0 Pelea man-
dato in efilio fuperbamenle parlaffe)ed alta condigione,all'uficio,alla gen-
te,alla nagione,allafamiglia,aUa patria di ciafeuno: concioffiacofachè al-
tramente ragionino gli Eroi, che i fervi: ed altramente le madri della fa-
*tiglia, che Pancelle : altramente Medea e Fedra, che le balie. Gli Affirj
fono
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p6 DELLA POETICA TOSCANA
ftno malixioft riputati : i Colihi crudeli, qual fi finge , che fu Medea tra
loro nata, e nudrtta; gli Argivi audaci; li 7 ebani dottijfimi nel guerreg-
giare.Ma /opra ogni coja ali età mirare ti conviene: pei ciocchi altro par-
la il vecchio Creonte , ed altro il giovanetto Emonc . Nè poco monta ,fe
parli Ncjlor e, 0 pur’ Achille, nel quale gli affetti, e li cofiumi del magnani-
mo giovane chiaramente fpreffi troverai ; ficome in quello dcliavvedtito
f Neeefsario i o vecchio. Laonde come nella compofìifione delle cofe, così anche ne' coflu-
verifiraile, m/ femprc il neceJfario,o pure il verifimile è da cercare, c 7 feguir quefla
dopo quello, tanto ne' coflumi, quanto nelle faccende ncceffario, o verifi-
mile tonvien,chc fia, Di che nafee, che gli fcioglimenti delle Favole con-
vien, che dalla fìeffa Favola vengano , e non daU’opera di alcuno Iddio:
ficome nella Medea , nella quale fcampa Medea fuggendo col carro avuto
* Indegno di fc- dal Sole. Oltre a ciò i da vedere , che nelle faccende non fia cofa difdice-
de fuori delia_» vote, e indegna di fede-, e, fe pur vi farà, fia fuori della T ragedia. Sica-
^ * me appo Sofocle, moflrando Edipo di non fapcre, ni conofeere l'ucciditore
di La)0 ; il che non era credibile : perciocché lo fìcffo Edipo uccifo avea
Lajo‘, nè quegli era ignobil pcrfona,e da non effer conofeiuta, effendo egli
Fe di quel paefe . Ma , perciocch' è fuori della Favola , fi concede , come
Conchiii/ionej cofa mcn dijconveiievole, che fe in quella avveniffe. Ma, perchè ieri lun-
dcgli Affetti . gamente dccofiumi, e degli affetti ragionammo-, fe più faperne defiderate,
10 v'ho mojirato il luogo , che potrà foddisfarvi . Ano. Già so il luogo, e
VI ricorrei ò,quando mi fia mcjUere. Ma, poiché della Favola, e degli af-
fetti s'è detto affai, or vi dimanderò delle altre parti tffen%iali della Tra-
gedia. E, perciocché delle parole , e de' fentimenti il parlare fi è ad altra
ragionamento rifervato, rimane, che deW apparecchiamento, e del canto ci
Deir Apparec- ragioniate. Min, Dell apparecchiamento che debbo io dirviì concioffiaco-
chiamcuto . fachè ’l trattarne .id artefice, altro dal Poeta fi appartenga. Ma, perchè egli
può molto a dimojirare la qualità ,e la maniera della faccenda, agli atti
della quale convicn , ch'egli acconciamente fi adatti , acciocché, quanto è
in lei fpavcntevole e dolorofo innam^ agli occhi de' riguardanti fi rechi",
11 Poeta infognerà arcolai , che farà l’apparecchiamento , ed al recitante
ciò, ch'egli ha finto, per dolore e fpavento generare . Laonde quel, ch'egli
avrà nelle p.'irole efpreffo , quefli nel recitare , quegli neltapparecchio ci
darà chiaramente a vedere . E nel vero io non so , come potuto fi fuffe
rapprejentare quel, eh' Euripide s'immaginò mofiruofamente di Medea, fa-
cendola per l’aere alta volare fopra un carro da draghi alati e vefiiti di
penne tirato, fe lo fleffo Poeta infegnato non Paveffe . Ma loro era, e non
del Poeta il trovare, in qual modo ciò rapprefentare fi doveffe . E , come
che al T ragico fi coveiiga il procacciar di piacere a’ riguardanti con qual-
che
I
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LIBRO SECONDO.' P7
tbe vifta, che generi meraviglia e diletto', nondimeno i rifrefoy ehi finge
(ofa al prodigio ed al mofiro fomigliante , majfmamente fe la dà a rap- Che ì prodig}
prefentare in quella parte della T r<f^ed«<»,cfec Scioglimento chiamiamo, nSto^Scio’*,”if'*
nella quale non ha luogo ciò,ch’é fuori della F avola Jicome già detto ab~ mento , “ ”
biamo . Ma propiamente del Recitante farà , non pur con la pronunxja,
e con gli atti j ma con l’abito dicevole il rapprefentare i fatti, e li cojìu- Dell’Abito de*
i»i della perfona, della quale fi vefle: perciocché, ficome le parole feguona Tragici .
il volto , così il volto e l'abito l’animo, del quale fono le parole fignifica-
trici . J^al cofa piti difdicevole farebbe, che fe ’l mifero di velie allegra Vaneti di A-
fi adornaJfe',e del felice dogliofo fiiffe il portamento ì concioffiacofuhè al- •
tro abito a’ ricchi, e potenti', altro a' poveri,e mendichi', altro a’ Principi,
id agl’llluflri ; altro agli umili, e bajfi di fortuna, e di fiato fi convenga.
Laonde a' fortunati li vefiimenti di oro, e di porpora fi davano. Àgl'infe- Di Fortunato.
lici gli ofcuri,e liperfr, e talvolta i bianchi, ma fo‘Z^i,e pieni di lordura, l^'lafelice.
Propiamente del Cacciatore, e del combattente era la cappa di porpora, o Di Cacciatore,
di grana} mafiretta,e corta. Di Tirefia il vefiito, che ’l corpo gli circon- Di Tirelia,
dava, dt lana,ed a guifa di rete. Di Bacco erano i panni crocei,e le ghir- Di Bacco .
lande, e ’lTirfo . Dt Ercole poi le fpoglie del leone, e la ma%^ ferrata. Di Eicole.
dagli antichi Clava nominata.Di Filotteta,e di Telefo il vefiimento vi- Di filotteta.’
le, efquarciato. Degli Atrei,e degli Àgamennoni,e degli altri Eroi fimi- Di Atrei , cd
li a loro la vefle leggiadra , e di varj colori . Erano ancora nel Tragico Agamemioni.
apparecchiamento , per ornamento degli Domini , vefiimenti di bellifiime
pelli ornate di fielle,corone, mitre, feettri, fpade, lande, archi, faette/a-
retre, bafloni, caducei , e infomma ogni maniera di armatura. Le Donne Di Donne ;
principali, e le Reine avean la vefle di porpora,dagli antichi Palla chia-
mata , con le maniche bianche ; le cadute in qualche infelicità veflitedi
nero apparivano . E perchè varie e diverfe differcn-Zf di perfone fi truo- DifTerenaa di
vano, differenti, convien , che fieno gli abiti loro: perciocché altramente Abito , fecondo
a' vecchi, altramente a' giovani ; altramente agli uomini, altramente al- ^ P«rw“e .
le donne, altramente a’ padroni, altramente a’ fervi è richiefìo,che fi ve-
ftano . Anxj ciafeuna varietà di perfone fi vede in fe fieffa difìinta, e di
mafchtra, e di veflirc diverfa: concioffuccfachè non una maniera di vec-
chi,né di giovani; né di uomini, nè di donne; nè di padroni, né di fervi in
Teatro fi rapprejenti. Scrivefi,che prima i Recitanti aveano il volto tin-
to di fecciaJDappoi Efchilo trovò la mafchera,e la palla, ch’era vefle rie- Mafchera troi
ca,ed ornata; e gli flivaletti,che Coturni fi chiamavano;e cominciò a far tlcfulo.
Teatri di tavole. Sofocle poi accrebbe C ornamento della Scena. E, come Ornamemodef.
la Poefia più ricca c più polita divenne,così crebbe il numero de' Recita-
ton,e la varietà delle mafcberc, e de’ vefiimenti; acciocché ciafeuna per- ^ '*
N fona
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S>8 DELLA POETICA TOSCANA
fona veflita,ed ornata^ ma f cherata, come le fi conveniva, appariffc.Laon^
de a coloro, che in tal Poefia eran lodati, fi dava il Coro , e tutto lo Sce^
tiico apparecchio . Chi dava il Cora , e C apparecchiamento della Scena,
Corago; Corago fi nominava . Del Canto, chi dubita, da' Muftci, li ejuali ft fono
Del Cauto . tempo dell'arte del cantare infignoriti,non da' Pocti,che del tut-
to fe ne fono dilungati, doverfi ragionare ì Asa. Non c'infegnerete, efual
Delle partiVhe fia il canto della Tragediaì Min.JI bene. Ma ciò, che al Tragico è richie-
delLTTr tie dirà,quando del Coro tratteremo. Aso.Or che a bajlan-
ragionato avete di quelle cofe,che la forma, e la cffenga della T ragedi*
comprendono,mojlrateci quelle par ti, che fanno il corpo di lei. Min. Je ad
Arijìotele crediamo, fono quattro, e cbiamanfi Prologi, EpifodjjCoriiei
Del Fi'ologot Ufcite. E ciafcuna, convien,che fu ginfla e intera. Il Prologo è princi-
pio del Poema,col quale ad udire, ed a riguardare gli animi de'riguardàn-
ti ft difpongono. E tanto vale appo il T ragico, quanto con la narratone
il Proemio appo l’Eroico Poeta, e tEfordio appo l'Oratore. Ma, benché il
Luogo del Pro- luogo di lui fia prima , ch'entri il Coro, e tutti gli antichi avejfero in co-
logo • fiume d’introdurre innangi , che 7 Coro entrajfe , a ragionare alcuni tal-
mente , che a poco a poco apriffero Pentrata alla Favola , e P argomento
Due maniere di fpiegaffero, onde ad intendere fi veniffe quel, che fi trattava', come fa So-
f An°oca’ per li nclP Antigone, nella quale il primo ragionare di Antigone con Ifme-
Reciunti . nt il Prologo contiene, quando comincia ,
O mia cara Torcila , o dolce ITmene .
» Nuova , per nondimeno Euripide cominciò ad introdurre chi P argomento efponeffe ;
a 'narrar 'l'Ai^ Ticrfete nelP Ecuba , nella quale fa il principio Pombra di Polidoro^
eoiseuto . cominciando ,
Ufcito fuori di profondi , c trifti
Cerchi d’inferno .
E, chi fila egli, dichiara', e narra quel, che gli avvenne, dalla quale nar-
ragione la Favola dipcnde‘,e brevemente tutta la Tragica faccenda com-
Vàio del Pro- prende. La qual maniera di Prologo del tutto non piace : perciocché tal-
logo • volta piglia a narrare di lontano pià,che non fi convienc',c di là, onde non
Perfone, che-» era neceffario,comincia.Ma talvolta a far' il Prologo s'introduce per fona,
fanno il Proio- /jj qual' é fuori dell'argomento; perciocché più dappoi non appari fee, fico-
f°Puori delli_« l’ombra di Polidoro. T alora quefla perfona é diviaa,o fola',ficome ap-
Favola. po Euripide nell’ Ippolito Venere , e nell’Ione Mercurio ', ed appo Seneca,
1 Divinai Sola, nell' Ercole furiofo Giunone; o con alcuna altra ', fìcome appo quel <7reco
o Accompagna. p^:a^ in Alcefle Apollo e Caronte , e nella Troade Nettuno e Minerva :
“ ’ appo Sofocle ancora nelPAjace Minerva con Vliffe ragionando : ed ap-
po Seneca nel Tiefie T untalo con Megara fa principio alla T ragedia ,
Laon-
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LIBRO SECONDO.
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Zaonde Prologo è tutto tjuel , thè va innanzi all" entrata del Coro . ^fa 3 II Coro tal-
talvolta il Coro,entrando, fa il Prologo", ftcome appo Efcbilo ne'Perfiani, •
ed appo Euripide nel Refo , Epifodj poi chiamiamo quelli ragionamenti. Degli fpifoti;.
che tra gP interi canti del Coro s’interpongono , e da’ Latini Gramatici
fi dicono Scene. Ano. 0 non avete voi detto, gli Epifod'i effer parti dell’ Ch’Epifodio or
Occidental qualità ì Or come volete , che fian delle parti , che fanno il lignifica parte-*
corpo della Tragediaì 0 di cofe diverfe farà una medefima voce fignifica-
trice ì Min. Perché nói Ni credo , che mi bifogni dimojlrarlovi con Qq[q ^ *
Cefemplo del cane, 0 del pefcc,cbe in Cielo, e quaggiù fi trova. Ma inten-
dervi conviene, che, come gPintroducimento delle cofe, che fono fuori del-
la Favola, perciocché in lei s'interpongono, Epifod) fi nominano ; così li
ragionamenti Scenici, che tra le Can'^ni del Coro fono interpofti , hanno
il mcdefimo nome; perciocché da prima non altro ejfendo la T ragedia,che
femplice canto del Core; quelle parti, che poi per accrefeere il Poema tra'
canti del Coro s'interpofero, così Epifod) fi dijfero', come anco quelle cofe,
che per arricchire la Favola di fuori s'introdufféro . Ano. Jntefo abbia-
mo , che fia il Prologo , e che P Epifodio ; or dilfinitcci , che fisa il Coro ,
e quali fieno le parti di lui. Min. Che altro è il Coro, che fchiera di al-
quanti di quel feffo, del quale fono coloro, a cut favore ed a)uto egli pre- Perfone del Co,
flaì E , come che le più volte fia di Cittadini , 0 pur d’abitatori di quei ™ •
luoghi, ne’ quali fi finge, che avvennero le cofe, che nel Teatro fi rappre-
fentano", pure non una volta il troverete di flranieri nuovamente venuti,
quali furon le Feniffe, e leprefe Trojane . E , ftcome appo Euripide rade
volte il Coro non è di Donnei così appo Sofocle non più di una volta, ap-
po il quale il più dille volte é di p'ecibi ,L' uficio di lui é di venire in a)ti- Uficlo del Co-
ro e favore di colui, a cui più fa mefiierr, e di commendare quel, ch't da •
laudare', e di riprendere ciò, ch’é da biafimare', e di atr.mcnirc altrui,e di
tonforurc al giuflo ed aU'onefio', e di piagmr' or la propta,or l'altrui, or
la pubblica infelicità . Fatto adunque il Prologo entra il Coro . Talvol-
ta entrando egli fieffofa il Prologo : il che rade volte s'é fatto . T re co- Tre cofe ricfiie-
fe in lui fono richufte : la prima è , che fi muova; [altra, che fi forni, e 1“ Coro.
fila : la ter%a , che fi lamenti , Muovefi egli, quando entra tutto ; qual'i 1 Entrau .
neW Antigone ,
buuimo fpecchio del Cicl , del mondo duce .
E nelP Ecuba ,
Ecuba , in fretta a te venuta fono ,
Lalciando gik di quel Signor le tende >
A CUI la dura forte mi te ferva •
Cori cqmìBCia il Coro nell' Ecuba di Euripide , e narra , per qual cagione
N z in
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X Fcrmei?a toc.
caiido l'iiiicli-
cità . '
Voci frettolofc.
j Lamento ,
jaiangendo l’in-
tcliciU .
Come il Coro
pianga feco .
Come pianga-*
con altrui .
Come dirizzi II
volto, e quando
il parlare .
loo DELLA POETICA TOSCANA
itt fretta ne fio. venuto.Comechè altramente nelCEcuba del Dolce com/if-
ri, nella qual non trovo entrata di Coro , eh' è una delle parti principalif
fecondo che Ariflotcle ne 'nfegna ; ma quel , ch'è del Coro , s’attribuifce
alla ferva . D^po l'entrata fcguita la Stare . Dicefi Stare il Cora, quan-‘
do tutto infume cantando comincia a toccare la propia , o l'altrui , o U
pubblica infelicità ; ficome nell’ Antigone ,
Tra quanti altri animali .
E nell' Ecuba di Euripide ,
Aura dolce marina ,
Aura , che su per Tonde
Del mar navig) s) veloci porti .
Il qual canto è dopo tatto primo, ancorché nelt Ecuba del Dolce fia dopi
il fecondo , E perché , come s'é detto, il Coro fi ferma e fla, fenxa ana-
pefli, e fenxd trochei fi f acca dagli antichi ; perciocché ta' piedi fono ve^
loci , Onde i noflri dovrebbero in queflo ufare voci tarde più tofio , che
frettolofe. Chiamo voci frcttolofe quelle, che fono di molte fiUabe, overo
hanno nelt antepenultima taccento. Poiché s'é fermata il Coro, fi lamen-
ta e duole , quando già tutta la Tragica faccenda é polla in doglia e ’»
pianto : perciocché il piagnere a lui é comune con tutti gli altri , che in
T eatro fi rapprefentano, e chiamafi Lamento. Piagne egli or feco lafua
grave, e rea fortuna : quatè nelt Ecuba ,
A noi tefTcva grave ultimo male .
Or la pubblica , e comune : quatè ,
Patria ( ahi duol , che m’ancide ) patria mia .
Or l'altrui ; quatè nelt Antigone ,
Quanto colui beato . E
Quanto il tuo gran valore . E '
Dolce , gioconda , e lieta .
Talvolta piagne , con altrui ragionando , l'altrui fveiitura : ficome nell'
Ecuba di Euripide. Il che propiamente Pianto, o Lamento fi chiama.
Grave, o mifera , grave mal n'avviene . E
Sopra ogn’ altra infelice , o trilla , e rea ,
T'ha fatta Dio ; che t'è sì duro e grave .
Benché ciò non fi legga nelt Ecuba del Dolce . Nè pur dappoi , eh' é fer-
mato il Corotpiagner fuole: ma talvolta ancora tofio ch'egli é intrato, fi-
come nella T aurica Ifigenia, ove dichiara , fe dover fare, quat era il co-
fiume de' Barbari, un canto Afiatico e lagrimofo, che agli 'nfcrnali Iddìi
diletta . Ma entrato il Coro abbia cura di non partirfi mai tutto dal co-
fpetta de' riguardanti. Et mentre i Recitanti faranno fuori, tenga il volto
ver.
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LIBRO SECONDO. lor
ver loro, e con tjfo loro talvolta ragioni . E , quando quelli ft faran par-
titi,a' riguardanti dirixx* vifoyC le parole: e nel fine di ogni atto canti,
altro che nell' eflretno del quinto . Talora del Coro fi fan due parti, l’una
delle quali fegue i Recitanti , quando fe n’entrano ', l'altra nella Scena fi
rimane nel cofpetto de' riguardanti : qual' è nell’Ecuba ,
Ancor fotta non l’ai , ma forfè adclTo
Farai la penitenza del tuo follo .
t'una metà del Coro canta la pena futura di Polinneflore : perché l'altra
con Ecuba entrata fe riera, per dar la dovuta pena al Tiranno . T utto
adunque, o la metà di lui convien,che mai dagli occhi di coloro,che fian-
no a riguardare , non fi parta’, acciocché nel T eatro non fi dia cagione a’
riguardanti di rallentare l'attenzione degli animi loro,e di volger' il pen-
fiero , e gli occhi, e 7 parlare in altro . Lauda il Co.ro quel , ch'é da. lau-
dare : ficome neW Antigone ,
Se ’l vecchio fenno da* lunghi anni nollri
Confumato non è , niifun porla
Con pih fogge parole aprirne il vero
fE nella Giocafla del Dolce ,
Chi pub negar , che le parole voffre ;
Signor , non Ben’ oneBe , e di voi degne ì
E nella medefima Giocafla ,
Chi dcir onefto fuori efce con l’opra J
£’ ragion , che Ba ancor con le parole
Riprende quel , ch’é da biafimare : quaVè nella medefima Antigone,
Giulia pictadc è l’onorare i morti j
Ma non però B deve
Schernir , quando e’ comanda , un Aio Signore il
Ma l'alta afpra durezza
Innata entro il tuo cuor t’induflfe a qucAo .
'Ammonifee : qual' è nell' Antigone ancora ,
Non vi Ba lo ’mparar di quello a fdegno ^
Configlia nella medefima T ragedia l’utile e foneflo: quafé ,
Mandate a trar colei fuor del fepolcro ,
£ fepolcro dappoi donate al morto .
Conforta a quel, che fi conviene : quaf è ,
Tollo , quanto B pub , che la vendetta
Del Ciel dopo il fallir veloce viene .
E nella Giocafla ,
Deh la voflra mercè , non confentitc
A quc-
Quando eìiìtl.
Due partì d«I
Coro,
Efemplì degli
ufici del Coro.
Vi Laude ;
Di Bìafimd ;
Di Ammonl-
aìone .
Di CoiiGglio,
Di Confdi to;
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lot DELLA POETICA TOSCANA
A qucHi mali , e tra’ fratei niroici
La bramata concordia ornai ponete .
Di Diftfi . Difende gt infelici, qual fu Polinice , Ippolito , Orefle , Edipó , Antigo^
Canzoni del ne, Elettra, Con quanto fiudio egli fervi le fante li99i,e 'I giufìo, e Ione-
® ciafeuna vertù, chiaramente vedrà, chi leggerà nelle T ragedie de-
gli antichi li detti di lui’, e fpcaalmente le Cannoni, nt Ile quali egli fpejfe
volte fa belliffime dtgrcfjioni di eofr non dijaicevoli alla materia , eome
che fien fuori di lei, con molta varietà di ver fi . Ma in quelle, benché la
libertà,anitj licenxa de Greci fta fiata foverchia,e talora degna di ripren-
sione, fono flati più fearft li Latini, e men larghi faranno i noflri , tome
coloro,a cui manca la varietà de’ ver fi riihiefla all'imìta%ione delle cofe
Qual Suono diverfe. Canta il Coro al fuono della piva, o cornamufa, che dir vi piae-
da’Latini Tibia fi chiama. Il qual canto da prima avea certi modi,
e tempi femplici, e ruvidetti; Parte poi tlfe piu Joave, e piu vago, e pii*
Due maniere dì leggiadro . Ma, come che molte finn le maniere del cantare, al Coro T ra- .
In conveniente fi difconvicne, la quale ha poco del canto, e molto delPimita-
a Recitanti , che fi a meglio a' Recitanti ,come a coloro, che rapprefentano gli
Eroi: perciocché Eroi furon’ ì Capitani, c li Re degli antichi ; ed uomini
Conveniente erano qtie Ili, che f accano il Coro. Laonde al Coro é richieflo il dir piange-
vole c dolorofo , e Vnmil concento , e P affetto più dogliofo , che incitato,
col quale poffa Pinfclicità dimoflrare . Il chi certamente é cofa umana,
ed alla condit^one de' mortali appartenente ir conciò fia che gli uomini
bajfi, e vtilgari,e fudditi ad altrui fogliano più agevolmente, che i gran-
di,e principali,€ fuperiori tafeiarfi vincere dalle pafftoni. Dal Coro adun-
que T ragico fia lontana quella maniera di cantare , che molto é pofla in
rapprefentare; quaPera la Dorica, e la Frigia, Je ad Ariflotcle crediamo.
Di quanti era_i Ano, Di quanti era il numero , che 'I Coro empieva i Min. Di cinquan-
* ta fu da prima . Di che non fi cominciò prima a feemare , ch'Efchilo fa-
D* Cinquanta, l’Eumcnide rapprefentare : percioccl é, effendo paruta quella turba
per la moltitudine troppo fpaventevole ed orrenda, per Ugge fu quel nu-
Di Dodici. mero diminuito: ed effendo a dodici poi ridotto, Sofocle tre ve ne aggiun-
Di Quindici, fr, e da indi in qua di quindici divenne. Entrava in Teatro il Coro dtvi-
fo in tre, quando ciafeun' ordine era di cinque’, o partito in cinque, quan-
Ordine uelJ’en- do ciafeuno ordine era di tre , T alvolta entravano tutti ad uno ad uno,
tiaic . AKc.Jf^uinti Cori han luogo nella T retgedia ì Concicfjiacofaché nctlTppo-
lito di Euripide, e nel Tiranno Edipo di Sofocle due ne troviamo . Min.
Quanti Cori /,’«« di quelli è il Tragico , nel quale fervurvi conviene i precetti dati
scà?a".**** noi.L'altro é fuori della Favola,e inttoducefi a dire le lodi degP Iddii,
ficome nell' Ippolito a lodar Diana ’, ovcro a pregarli, fuome nel Tiran-
no
a
al Colo
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LIBRO SECONDO. loj
io Edipù ad appagare cipolla con le preghiere . Né dopo il principale pià
di un'altro Coro mi s'é fatto infìn a qui leggere. E fovra tutto è da fug-
tireytb'egli non canti cofa,che acconciare con la Favola non fi poffa. Ef- De'Recùanu.
fendo adunque da prima sì grande il Coro, Efchilo cominciò a diminuir»
io, e introduffe due Recitatori. Sofocle poi vaggiunfe il ter^à. Laonde fi
fi, che non pià di tre ragionino ìnfieme.E qucfti tre rapprefentavano tue»
te le Tragiche perfone’, ed a quello già le prime parti s'attribuivano, che
più rapprefentava . Ano. -^al de' Recitanti farà , che pià rapprefenti ì Qual Recitante
forfè chi pià perfone rapprefenterà, cioè, chi pià fpeffo dell'una fpoglian» ^ pnncJpa-
dofi dell'altra fi vefia", o chi quella, nella cui rapprefentagione ponga pià '
d'opera, e di fatiga\ o chi farà l'uno e taltroì 11 che certo a niuno de' Re»
citatori pià fi conviene, che a colui,cbepià di tutti vale in rapprefentare.
Min .Se a Demoflene crediamo, a colui, par, che le prime parti fi debbano
attribuire , che fi vefie di tal per fona, che in rapprefentarla, il pià della
faccenda fia pofiotconciofftacofachè da lui fia come peffimo Recitatore biafi-
mato Efchine,al quale nel recitare le terge parti s'attribuivano, percioc» Efchiiie bìalì-
ché nelf Antigone avea rapprefentato tl Re Creontv,come fé in rapprefen-
tare tal per fona pochiffima faccenda fuffe . Ma T erengio diede le prime ,
parti a colui, che rapprefentava Formione', e non per altro, fe non che in
quel parafito confifle il pià della Favola, dicendo egli nel Prologo ,
1 Latini la chiaman Formione ,
Fcrchè le prime , e principali parti
Dal parafilo Formion fi fanno»
Per cui la cofa piti fi rapprefenta ;
cioèji tratta: perciocché il Recitante rapprefentare fi dice qiiel,che trai»
ta la perfona,della quale egli fi vefie. Laonde fe le prime e principali par-
ti fi danno a Formione , perciocché egli tratta la cofa pià di tutti gli al-
trr, ragionevolmente a colui, che lui rapprefenta, le prime parti nel reci-
tare s'attribuifeono. Ma,pvrché s'é detto, tutta la T ragica faccenda effet
divifa in atti cinque,dovete anco fapere ogni atto effer divifo iu Epifod}, Dtóll EpifodJ»
che Scene fi chiamano, nelle quali i Recitanti fra loro parlano, e talvol- o Sene.
ta col Coro'.é il vero,che propiamente Epifod) non fi chiamano i ragiona-
menti innanzi all' entrata del Coro, é dopo f ultimo intero canto , Inter- Come il Coro
rompe il Coro il ragionare de' Recitanti rade volt e, e con poche parole, né
già fe non quando due ragionano; perciocché nel ragionamento di tre non Stanti .
prima, che del tutto taccia il tergo, s'intromette a parlare. E come tra gli jj
^tti, qual volta tatto è finito, così tra le Scene talvolta fola fi fa udire: tra le Scene fi
fitome entrando nelt Antigone , ^*ccia udire.
Sommo fpecchio del Cicl, del mondo duce .
B ncir^
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iè4 DELLA POETICA TOSCANA i
£ nell’atto fecondo tra il quarto ,e’l quinto Mpifodio ,
Quanto colui beato .
Qiiime Scene-* ^ niuna Tragedia più fpejjo , thè nella Medea di Euripide . '^ante
im* atto com- Scene, o quanti Epifod), che dir vogliamo^no atto comprenda, non agevola
I* uìun’guanpi* tnente fi può diffinire;ma certo non più di dieee: perciocché nel primo at-
to della Medea, il qual' è il più lungo di quanti io n’ho letti, {fe la memo-
ria non m’inganna ) fette fe ne contengono . Difiinguonfi tra loro per la
partita,o per la venuta di alcuna perfona, come in Euripide , e in Sofocle
Quinto grandi troverete , Né tutti gli atti fona di egual grandex^yi , né più quello, che
fieu gli Atti > e qf,eflo convicn, che fila più grande J ma fecondo che la faccenda farà lun-
OiMnte volte-* gu, converrà, che fatto fi prolunghi. Ma ficomc è diffinito, che la Favo-
ufcir debba una la non abbia piu atti , che cinque ; così a ciafcuna delle perfone , che fi
B«foiu . rapprefcntano, è prefcritto,che non efca più di cinque volte. Il che sì in-
violabilmente nella Tragedia fi ferva, che rade volte in lei cinque volte
alcuna perfona ufeita troverete . Ako. Benché affai chiaramente diffinita
ti abbiate,che cofa é fatto, e dove fi termina', e quanti fono gli atti dell*
Favola, e come funo dall altro fi conofee; a grado mi farà,che con fefem-
plo tutta quefia diffini'ttione , e partigione innanzi agli occhi ci reihiate .
Efemplo deir Min. Il farò volentieri , proponendo nel voflro cofpetto f Antigone , e
iù" ^ poiché già fi fon fatte noflre . Net primo atto delf Antigone vc-
i Atto I * Antigone ragiona con la forella del dar fepoltura a Polinice lor j
fratello. Dappoi entra il Coro, il qua fé de’ vecchi T ebani, e fi ferma, e ’l j
Jfe Creonte ragionando manifefla loro il bando,ch'egli avea fatto di ono-
ratamente fcppellirc Eteocle , e di lafciare ignudo nell arena Polinice ir»
preda de’ corvi, e de’ cani ; e’I fuo difiderio , ch’cfft nandafftro ad aver
cura,chc nonfujfe quel morto fotterrato. In quefia viene il mejfo, il quale
narra, che Polinice era fiato di terra coverto. Di che il He s’adira,e mi-
naccia, e comanda, che fi trovi, e fi meni innanzi a lui, chi favea fippel-
» Atto; fecondo torna il mejfo, e Antigone , la qual' egli trovata ave*
che ’l morto di terra ricopriva, mena mnan't^i a Creonte,e narragli tutt^.
il fatto. Riprende tl Re agramente Antigone ; ed ella non pur non s’efcu-
fa, ma il vero confeJfa,e'l difende . Poi viene Ifrnene Jorella di Antigo-
ne, e dimandata da Creonte, fe fu eonfapevole del feppellir Polinice, non
pur noi niega ; ma chiaramente afferma , ejferfi con la forella trovata a
fotterrare il fratello. Antigone noi confente', e mofirandofi Ifmcne difiofa
di voler foco morire,ella ricufa,né permette,che quella abbia parte di ciò,
thè non le convenia . Biafima Creonte la feiocche:^* d’ Ifrnene, e coman-
da, che le due forelle fiten menate dentro e guardate . Il Coro piagne fin-
felicità delta cafa di Edipo innam^i a Creonte, e priega gfiddii per la fa-
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LIBRO SECONDO.
Iute di Antigone . In qutfìa giunge Emone, ragiona e contende col padre.
Il Coro s'intcrpone , or quefto , or qticUo al dritto e ragionevole confor-
tando . Emone fi parte pien d'ira , e di dolore . Creonte delibera , ebe
Antigone s'inchtuda viva in un fipolcro , e le fi dia ogni dì tanto cibo j
che non bafli a ritenerla lungo tempo in vita , Nel ter‘^0 efee Antigone,
per effer menata viva alla [epoltura, c parlando col Coro della fua fven-
tura fi lanithta . Il Coro or la conforta, or lammonifce , ed or la ripren-
de . Creonte comanda , che fen%a indugio fi meni al fepolcro ; acciocché
in quello s'inchiuda, ov'ella ne va con mifcrevobjfimo laniento.Ncl quar-
to viene T irefia a trovar Creonte, e narragli un trijìo augurio intefo da
lui ; ed ammonifcelo , che voglia dare a Polinice fcpoltura . Non afcolta
Creonte il ricordo di quel vecchio' indovino', ma diiolfi di lui, e dicegli pa-
role ingiuriofe, acciifandolo di menT'ogna, come s'egli per danari corrotta
mentijfe. Di che con lui fi adira Tire/ìa, e predicegli tutta la ruina della
cafa di lui: e queflo detto fi parte . Il Coro conforta il Re , che ubbidifea
aie indovino . Creonte fi difpone al fine d ubbidirgli, e partefi con delibe-
rat^ione di dar fepoltura a Polinice , e di liberar' Antigone . Nel quinto
viene il miffo, cd annuncia al Coro la morte di Antigone, e di Emone. In
quefla efie dal tempio Euridice mogliere di Creonte , e coflringe il mejfo
a narrarle compiutamente l'orrtbil cafo della nuora , e del figlio ; e quel-
lo intefo fin^a rifpcfta fi parte per fubito darfi morte . Ritorna l'afiitto
Creonte, c piagne il fuo fallo . In quefla viene il fervo, ed auntin't^ia al Re
la morte della Reina , e 'I lamento di lei . Il mifero Creonte in vano fé
fieffo riprende , e del fua errore fi duole . Ano. Affai difiintamente mo-
firato ci avete , quanto in ciafeun' atto dell Antigone fi contiene . E nel
vero avrei detto , quefla T ragedia effer di atti fei , fe ripoflo non avefle
nell atto fecondo la digrejfione del Coro , nella quaC egli piagne la infeli-
cità della cafa di Edipo , e prega gCIddii per la falutc di Antigone . Or
dimoflratelo nell' E iuba di Euripide . Min. Nel primo atto Pombra di
Polidoro fa il Prologo . Efcc Ecuba , facendofi dalle fue ferve portare', e
narra quel, che in fogno avea veduto di Polidoro, e di Poliffena ; e come
pictofa madre prega, che tutto fia vano. Entra il Coro, e dimoflra la ca-
gione del fuo venire , la qual’ tra per annunciare ad Ecuba la dehbera-
Xjone de Greci, che Poliffena ad Achille fi facrificajfe,e confortarla a pre-
gare gl'iddìi ed Agamennone , (he della fua cara figlia non fia privata’,
e fi ferma . Ecuba con Poliffena fa lagrimevolijfmo lamento . In quefla
giunge ZHtffe , per menar Poliffena al facrificio . Ecuba il priega , che
ricompenfar le voglia il beneficio dentro la Città di T ro]a da lei ricevu-
to . Egli fi feufa , e dimoflra non poterle in ciò compiacere . Ecuba pia-
O gne ;
S Atto .
4 AtC9,
1 Atto ;
Dubbio Iciolfo.
X E/émplo dell’
lìculia diltinta
in Acci .
I Acco,
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io6
DELLA POETICA TOSCANA
1 Ateo
3 Acro
4 Atto ,
^>tc ; e Poliffina prende ardire , ed ofrefì pronta al facrifeio , e confor-
ta la madre a lafciarla andare , e inficme fanno un pietofo lamento , Nel
fecondo viene T altibio dal Re /Iganiennone ad Ecttba mandato , che a
fua figlia dia fepoltura ; e narra , come , e con quali cerimonie fu quella
al fcpolcro di Achille facrificata . £cnba dopo un lagrimofo lamentare
$' apparecchia di feppellire la figlia . Nel tcr^o la ferva porta ad Ecuba
il corpo morto di Polidoro ; c narrale , come nelP arcnofo lito trovata
l'avea . Riconofee il fogno veritiero ; e duolfi di Polinneflore , il quale,
per aver l'oro del figlio, fiima , che l’abbia uccifo . In quejìa viene éga-
mcnnonc , e follccita Ecuba , che vada a feppellire la figjia . Ella prima
dubbiofa , fe doveffe il cafo del figlio, e l’animo fuo di vendicare la mor-
te di lui,fcoprirgli', poi fiipplica, che le fia lecito di far vendetta dcll'ol-
traggio , e del danno fattogli da Polinneflore ; e narragli tutta la Jìoria ,
e ingegnafi di muoverlo a pietà . E, poiché intende da lui non poter' effe-
re a ciò fare ajutata, come che difiderajfe di foddisfarle', il modo gli fcuo-
pre, che di tener penfava, per vendicar fi di Polinneflore . Nel quarto Po-
linneflore viene dalla ferva di Ecuba chiamato , e fìfludia di confolarl.i
del cafo della figlia. Ella difjìmulando, e fingendo di voler ficca di cofie fie-
• gjete ragionare, induce lui ad entrare co' fuoi figliuoli nel padiglione,nel
quale dopo un breve ragionare della vita di Polidoro fuo figlio, e de' te-
S Atto . fori di Priamo , fe n’entra, e la metà del Coro la fegue . Nel quinto Po-
Itnneflere fi lamenta , che gli eran cavatigli occhi , cd uccifì i figliuoli .
Ecuba vien fuori , e brevemente narra al Cora , come s'era vendicata ,
Efce ancora Polinneflore con pianto e con ira , diftderofo di vendicare i
fuoi danni fovra le donne Troiane . In quefla giugne udendo le dolorofe
Arida Agamennone . Polinneflore a lui di Ecuba fi lamenta j e così egli,
com' Ecuba, gli cfpone la fua ragione . Agamennone giudica , che quegli
ragionevolmente la pena della fua fccleratcTiga portava- Predice Polinne-
flore ciò , che di Ecuba , e di Caffandra , e di Agamennone avvenir do-
vea , Agamennone comanda , che quegli toflo di là fia tolto , e menata
all' 1 fole diferte ; e conforta Ecuba, che dia fenjji indugio a' fuoi figliuo-
Differenta tra h fepoltura . Laonde vedete , che nelt atta primo non pure il Prologo, ed
Euripide, e Se- alcuno Epifodio ; ma il principio della Favola ancora fi contiene , ed en-
’ tra il Coro , e fi ferma . Il che , non poffo non meravigliarmi , che Sene-
Come il Coro fervalo non abbia, nè anche il noflro Dolce . Ma, ficome dopo ogni al-
inea fine alla to il Coro foto fi fa udire-, così parimente pon fine alla Favola . E’ il vc-
' ro, che , benché in ciafeun' atto, poich’. è finito, egli foglia cantare ; non-
dimeno neU'eflremo del quinto,dove la Favola t giunta al finc,fen:t^a can-
to dice brevi e gravi fentemtf : ficome nell' Antigone ,
Sovr’
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107
LIBRO SECONDO.
Sovr’ ogn' altro beato e l’uotn , eh’ e faggio
E nell' Ecuba ,
Ite donne infelici .
Ano. Dichiarato ci avete , che cofa fia il PrologOf e l’Epìfodio, e ’/ Co-
ro , e eiafettna parte di lui, dimoftrateci, qual fìa /’Ufeita . Min. Vfeita peIJ’Urcjrj,che
chiamo la fine della Tragedia , nella quale non feguita canto veruno di quinto
Coro i ma ben fi contiene alcuno accidente , o fatto notabile : come nell’ j Per accidente
Ecuba il cafo di Polinmflore ; c nell' Antigone la morte di leit e di Emo- notabile.
ne, e di Euridice', nell' Ifigenia miglior fortuna, che non fi fperava. Laon- » Per aiuto di-
de i chiaro, che l’ufcita della Favola i nell'atto quinto.Introducefi alcuna •
volta qualche Dio, che alla Favola dia fine: ftcome nella T aurica Ifige-
nia', e nell Ione Minerva ; nell Ippolito Diana nell' Andromaca Tetidc",
nelCOrefle Apollo', nell Elena Cafìore,e Polluce.Talvolta fi conchiude con 3 Per moHmo-
qualche moftruofa inven-gione: qual fu la fuga di Medea nella T ragedia, ^ n'venzione.
che da lei tiene il nome.Vfcita anche fi dice l'ultimo detto del Coro,quan. Ulcita, che di-
do tutti li Recitanti fi partono,nè altro più comprende: qual è nell' Ecuba, no:a_j Pultimo
It= donne infelici . 'toddUi,.
E nell' Antigone ,
Sovr’ ogn’ altro beato s l’uom , ch’è faggio .
E così avete quattro parti, il Prologo, /’Epifodio, fUfcita,e V Coro,
a tutte le T ragedie comuni', ed una propia e particolare di alcune, che da
Greci Cottimo fi chiama, da noi Pianto, o Lamento fi può dire', la qual Del Gommo, o
parte così é di coloro,che rapprefentano, come del Coro; concioffiacofachè
non in ogni Favola fi pianga . E benché nell'Vfcita , e nell ultimo atto ne Tragedia
eli abbia propiamente il fuo luogo ', nondimeno talvolta negli altri atti
piangono le perfone rapprefentate , e ’/ Coro ; ficome nel primo , e nel fe-
condo , e nel ter-gp atto dell Ecuba di Euripide veder potete . Ano. Già Del Verfo ,
compiutamente ragionato ci avete delle parti della Tragedia, e del Coro,
e de' Recitatoti ; rimane , che ne 'nfegniate , di qual verfo qucflo Poema
ftriver dobbiamo . Min. Se di qual verfo Latinamente , o Grecamente
fi feriva , mi dimandafle , agevolmente rifpondervi faprci : concio fiaco-
faché eccellenti Porti abbiamo , e fpecialmcnte tra' Greci , da' quali im-
pararlo pofiiamo', ma in quefta lingua ninno fcrittore antico ritrovo,lope-
ra del quale per efemplo proponervi pojfa ; perciocché appena fono qua- Opinioni di a!-
ranP anni, che $ noflri a fcrivere Scenici Poemi, c qual' in verfo, e qual Saitcoii.
iU profa fi diedero. Nè anco nel verfo tutti fono di una medefima fentcn-
s'u 't perciocché altri in tutto il Poema ricevon le confonanxe', altri fola-
mente' ne' canti del Coro ; altri ne' ragionamenti ancora, ma rade volte',
né come cofa cercata , ma' da fe ftejfa offerta . Ano. Ditecene voi la vo-
O z ^ fira
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io8 DELLA POETICA TOSCANA
fìra opinione ; perciocché la riputiamo tale, che a quella ragionevolnien^
Giudizio deir attenerci dobbiamo .Min. ^m[io non affermerò io ; ne in ciò penferò
Aiitore,(iiil|iito di darvi legge, come ho fatto nell' altre cofe con l'autorità di co!oro,Cope-
ie pmmYnti'a" efferd debbono inviolabili fiatati ; ma dirovvene quel, che io
vedi . farei. Laonde avendo noi detto, la T ragedia effer divi fa in Prologi, e in
ragionamenti, e in canti, o detti di Coro ; recarci dobbiamo a memoria il
precetto di Àrifiotelc , che dove è più iTimita'zione , ivi fa mefiiere pi*
1 Quando i ’v^tietà di ver fi ; perciocché dovendofi li verfi c le parole acconciare alle
vcffi di una , o cofe,le quali fi fingono, acciocché fi defcrivano,come fi conviene-,ed effen^
più maniere, gioita e diverfa la varietà delle cofe finte e rapprefentate, come colo-
ro, che rappre fontano, fanno molte mutazioni', così, convien, che i verfi,
ne' quali già quelle fi dipingono, fieno variati . E, perché i ragionamenti
fono delle perjfime,i cofiumi e gli atti delle quali fi rapprefentanofin quel-
li, io dirci con Àrifiotele, dover fi ufare più varj contefii di verfi,che nell'
altre parti. Ne' Prologi , perché narrano , bafiaie una maniera fola . Ne'
detti del Coro non tanta varietà richiederfi , quanta negli Epifod) : con-
cioffiacofaché V Coro più canti, che non rapprefenta : perciocché, quando
recita , ( conciò fila che tal volta faccia uficio di Recitante ) uno del Cora
parla . Ma nelle Cannoni canta tutto infieme e certo è malagevole, che
molti infieme cantando poffan l’altrui cofiume ed atto rapprefentare-.per-
ciocché , chi rapprefenta , convien, che faccia molte mutazioni , le quali
* Q^ndo di farà più agevolmente uno, che molti . laonde a' Prologi, a' quali diedero
o dì'^iltro nu- ' » Latini lo Jambtco, io darei un contefio di verfi di undici filla-
mero , * bc. /gli Epifodpor quefto,or quel di fette, or quel di otto, or quel di cin-
que , or quel di tre , teffcndogli fecondo che richiede la qualità del cofiu-
me, 0 dell’atto rapprefentato', cioè in materia più grave,o dove fi narra,
farei contefio de'verfi di undici', in men grave, più volte interporrei quel
di fette, e talvolta quel di otto’, c nel parlare interrotto dal dolore, o dal
pianto,quel di cinque, o di tre . E in ogni Epifodto, nel qualfnffe varietà
di materia , e di parlare , uferei quefia varietà de’ verfi, così variando,
j Quando con come il luogo richieder giudicajfi . Ne' canti del Coro mi fervirei di quei
Rìm«>o Sciolti, modi, che nelle cannoni il Pctrarca,e Dante, e gli altri nofiri Lirici ufa-
rono ; perciocché , quantunque abbiano in cofiume di fervirfi non di itnà
maniera di verfi j non però fanno diverfi conlefii ; conciofiiacofaché tutte
le fian%e fieno fimili ellaprima,altro che rultima,chs Commino fi chior
ma ; il qual modo da Greci Epodico fi dice ; come diremo lungamente,
quando della Lirica Poefia ragioneremo . Ma ne’ Prologi, c negli Epifo»)
verfi nudi , e liberi de' legami di eonfonange uferei : perciocché nel nar-,
'rare, e nel ragionare, avvifo, che quelle non fienai fichiefie, E^JlveiO,
(he
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LIBRO SECONDO.' ' lop
che come gli Antichi non fempre ufarono il canto Epodice^ fpecialmente
nell’entrata del Coro, la quale non una volta appo loro era un conttflo di
^napcfiici’, e tal volta non di una maniera di verfi: così li nojìri, vorrei,
che fcrvir fi dovejjero di qua^a libertà , or con una compofìxione fciolta
di quella legge, alla quale nelle CanTfini ci fottoponiamo: come farebbe un
contefìo foto di una,o di più maniere di verfr,ed or con un'altra più fret-
ta di due, 0 di tre, o di più ftmili /lanr^e: ed agli Anapeflici affomigliarei 4 Quali airotru"-
gli fdruccioli,e tutti li verfi di pochi accenti,quali fono quelli, che fi fan- pt-fì,®
no di voci di molte fillabe . A piedi, che Jambi fi chiamano, fimili farei , Co-ìié fi Fot-
due fillabe , nel delle quali fia niuna confonante : come farebbe a mino i piedi,
dire. Io, Suo, Lui : o non più di una , purché la prima fìllaba fia breve:
come farebbe Amo, Fede, Rofa . E tutte quelle nofire particelle di due
fillabe, che nella G reca, o nella Latina favella, dalla qual' elle fi deriva-
no, lunga non hanno la prima . Agli Spondei due fillabe lunghe . Chiamo Spondeo ;
lunga fillaba quella, cui feguono due confonanti: come vedete nelle prime,
fillabe di queftevoci Fronde, Canto; o che nell'origine fua lunga fi tro-
va; quali fono le prime in quefie Dono,Caro; perciocché nel Latino, oncT
elle z/engono, fono pur lunghe: ed ogni fillaba innanxj all'ultima fe avrà
l' accento , farà da noi nelle voci di più fillabe lunga riputata : qual é in
quefie voci Ardeva,Signorc,Scdere . A T rochei due fillabe, delle quali Trocheo;
fia lunga la prima, e brieve la feconda; quali fono quefie Leggc,fìngc, vi-
lla,poue,rcrive,cara,diva. Brieve fillaba innanzi allultima dico quella,
innanxl alla quale un'altra ha l accento : qual'é in quefie particelle Scri-
verc,lucido,candido,pdTimo. E dell ultime fillabe, qualunque in Lati-
no,o pur’ in Greco,ond'ha origine, é breve; ficome in quelle voci Fondo,
parto,dono,licto,caro,pcna ,pianco,lutto,dolore,colore,fìore . Laon-
de in quefia nofira favella più abbondano i T rochei , che qualfivoglia al-
tra maniera di piedi . Al Battilo qual voce affomiglieremo ì qual altra, Dattilo ,
fe non quella , eh' e/fenda di tre fillabe ha l'accento nella prima , la qual
non fia breve: quali fono le fopradette Scrivere, lucido, candido, peflì-
mo. E tutte tre fillabe, delle quali ejfendo lunga la prima, le due feguen-
ti faran brevi , faranno tal piede : qual farebbe a dire il bene , cuor
mio . Anapefio diremo il pié di altrettante fiUabe , delle quali breve fia Anapeflo.'
cori la prima , come la feconda , e l'ultima lunga : qual’ é Validi . Co- Coreo »
reo fimilmente il pié di altrettante fillabe, ma tutte brevi : qual'é Varia.
Ano. Paffo pafio , Signor Minturno , meffa m'avetè per la via , che con-
duce a far quei verfi , che dagli antichi parte Eroici , parte Elegiaci ,
parte Trocaici , parte Dattilici, parte Anapefiici , parte Jambici , ed al-
<ri di, altri nomi fi chiamavoflo , Min. Io tengo per fermo , che le voci
della
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Iio DELLA POETICA TOSCANA
6 Cerne i To- noftrtt lingua agevolmente ad ogni maniera di verfi tifati da’ Greci,
Icjdì Follano e da’ Latini atconciarfi per avventura potrebbero. Ma, perciocché la ma-
nunu'ri' Mactl! prefa abbiamo a trattare , ad altro ci fofpinge , lafceremo
oa órttj, c La- al 5ig. Claudio T olomei di grandijfma dottrina , e di fommo ingegno , e
'c'inionc Jcl gindicio , che quell’ arte c infogni , della quat egli ben diede al
loionici. mondo, già fono molti anni, faggio; ma non parve , che ‘ l vulgo ben l' af-
faggiajfc . Ano. Cori facciamo al prcfcnle ; e fpero, che di qucjìo un'altra
dì ragioneremo . Ma , poiché dell ufi do del T ragico Poeta ; c della mate-
ria,ta qual egli tratta-, e della fleffa T ragedia affai-, e, come io credo, com-
piutamente ragionato avcte,dimoflrandoci,come quella fi diffinifca‘,e quan-
ti e quali fien le parti così dell' offenda, e della qualità di lei, come del cor-
Della Comme- po ', infegnateci , come la Commedia fi feriva, cWè parte principale della
dia , Scenica Poefia . Min. Prima, ch’io vegna a diffinire, che cofa fia la Com-
' media , dirò brevemente delle tre maniere generali di lei, come , e donde
z MttìOlia . nacquero; perciocché nelle fcfle di Bacco, o pur del pafìorale Apollo i gio-
^oìi* 'ine dell’ *^‘*^^* "vivande e dal vino fcaldati tra loro con feftevoli motti fchcr-
Antita duLa 7ando,e li difetti altrui nominatamente notando in quei tempi, ne' quali
oFinioni . Repubblica era in poter del popolo, che volentieri il biafimo de' nobili,
dall^ttUe°"^ ^ de'principali Cittadini udiva, moflrò la via di fare la Commedia a' Poe-
ti avvedi già di biafimare in verfi li mali coflumi; conciò fuffe cofa che
qucfli, i quali avean qualche leggiadria di dottrina, c qualche flile nel di-
re, imitando il modo tenuto da' giovani nelle feflc di quei loro Iddìi , co-
tnmciafilro a fcriver favole, ed a rappre fintarle pubblicamente. Come poi
la Commedia veniffe creficndo , e per quali dopo Epicarmo , e Formo di
riaxjon Dorica ; o dopo Chionide , e Magnete , e Crate Ateniefi, alla fu*
perfeitione giungtffe , ninna certezx^ darvene faprei ; perciocché da pri-
ma non molto ftudio vi fi poneva , e ’l Principe de' Comici Recitatori, a.
CUI t’apparteneva il darle il Coro, tardi fu deputato ; conciò fuffe che pri-
Antichi Comi- ma i Comici Recitanti per loro medefimi fi radunajjcro, e ’l Coro faicffe-
£> • ro. Ma, dappoiché ella cominciò ad aver qualche forma, tra'primi,che la.
Catino. fecero più bella, tre fpecialmente fi nominano . Cratino, il qual' imitando
Pafpre%pi^a di Archiloco in perfeguire i rei, non pure gli errori, ma li vixj
famofi troppo apertamente , e più acerbamente , che non fi convenia, ri-
EuFoli • prendeva, c filila alcuna modeftia biafimava. Ed Eupoli, che, per mitiga-
re l'ajpìcs^ga di Gratino, fparfe nel dire il dolce fate del motteggiare, e ’l
condì di fcjtevolifjìme piacevole-^ge , e con meravigliofi invenzioni non
puie nell' apparir del Coro ; ma tra gli atti anche a’ riguardanti diletta-,
va : qual fu , quando dall'inferno dejìò i datori delle leggi , e introdiiffn--^
gli a dijputare , che fi/iueffer nuove leggi , e l’ antiche fi toglieffero . td.
Ari-
Di j i zed by Googli
Ili
LIBRO SECONDO.
'/riflofane , che futio e t altro feguendo, alt acerbo flile dell'uno aggiunfe Ariflofine.’
il f iacevof e gra-iiofo dell'altro’, sì che, offendo egli nel dir male agro ed
ardente > e wl motteggiare fefievot ed allegro , in quejla prima ed anti-
ta maniera di Commedia ottenne il primo luogo . Sono altri, i quali dell'
origline della Commedia parlando , fcrivono , che nell'Attica i Contadini, giuriati .
quando ingiuria da'Cittadini riceiseano,di notte in quella piagga fé rian-
davano, nella quale abitava colui , ch'era flato loro ingiuriofo, e con al-
ta e chiara voce nominavano’, e quivi abitar dimoflravano colui, dal qua-
le erano ingiuriati ; e , qualftiffe la ricevuta ingiuria, manifeflavano . Il
dì feguente poi di lui, che ingiuflamente s’ era portato, fl [acca inquiflxio-
ne. Laonde quel, che la cofeienga del malfatto rimordeva, fe ne partiva,
e vergognando fene, il mal coflumc ammendava , e dalf offender altrui fl
guardava.il che veggendo gli Atcniefl ad ammendare la vita de' Cittadini, *^co!nra*
ed a vendicare l'ingiuria molto giovare,ordinarono, che gl’ ingiuriati con gi- ingiuriolì .
parole ingiuriofe nella piagga pubblicamente mordeffero colui, da cui fla-
ti fujjcro iniquamente trattati,e nominatamente l'accHfaffero.^efli ver-
gognandoli di offendere i potenti e ricchi, col volto tinto di feccia e tras-
formato folcano nel cofpetto del vulgo venire a pcrfeguitarc con acerbi
ed afpri motti gl’ingiuriofl . Di che la Città non poco di utilità rieeven- Licenta data a’
do, fl fè flatuto, che a Poeti fen^a timor di pena fuffe lecito riprendere, e j
hiaflmare nc'T eatri in verflt chi lor piaceffe di coloro, che di mal fare non tori.
fi pentiffero . E , perché il riprendere , e 'I mordere altrui era del Coro,
fi creavano uficiali,li quali aveffer cura di dare a fpefe loro a'Comici Poe- Uficial j ,ehe
ti il Cora e l'apparecchiamento delia Scena . Ma di dì in dì troppo ere-
feendo la licenzia del dir male ne' Poeti, i quali non fl vergognavano di
hiaflmare pubblicamente i buoni’, poiché la Città cangiò flato , e 7 gover-
no di lei venne in potere de'potenti,e di coloro, che dar poteano a'Comici
materia di fcrivereffi fé decreto, che' a ninno fuffe lecito di nominatamen-
te nc'T eatri di altrui motteggiare. Laonde mancarono quelli, che davano
il Coro , e li Comici fi guardarono di biafimare i vivi . Ma fl diedero a Origine della-»
riprendere i difetti degli antipaffati , e fpecialmcnte degli antichi Poeti
fenr^a canto veruno di Coro : perchè Cratino nell' ZHiffe biaflma Omero,
vituperando quel , eh' egli di ZHiffe uvea cantato ; ed Ariflofane nelf Mezzani Coai.
Eoloficone riprende ciò , che' T ragici di Eolo finto aveano . In quefla * ’
maniera feconda di Commedia fiorirono Antifane , e Stefano , e Platone piatone!
il Comico. Ma perciocché quefla maniera al vulgo, a cui fl /Indiano i Co- Origine della-»
mici di piacere, non dilettava’, effi un'altra ne trovarono, la qual nomina- Nuova .
rono nuova Commedia’, non già come i primi mordendo i vivi , né come i
fecondi degli antichi Poeti motteggiando’, ma tolto del tutto il Coro, fen-
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Nuovi Comici.
Mrnandro )
l-jlen one,
CeciJio I
Pbuio,
1 creiizio .
Uficìo del Co-
mico Poeta .
Piletcare .
Iiifegiiare .
Muovere.
Materia Comi-
ca.
Di Antichi.
Di Nuovi •
Di Mezuni .
iiz DELLA POETICA TOSCANA
%a biafmare altrui, e perfone finte iiiTroducendo', e cofe, » cofìumi di U(h
r, Uni privati rapprefent andò, per ammendare la vita de'mortali.In «pnefla
nuova Commedia tra’Greci Menandro, e Filemone fomma laude acquifta-
tono ; e tra' Latini Cecilio , e Plauto , e Terentfio . E perché nell' antica
abbiamo Arifìofane, che in lei regnò, e nella nuova i Latini ecccUentiJfi-
mi Poeti ( onde cjcmplo prender pojfiamo ) nell' antica Ariflofane ci farà
maeftro, come quella fi feriva ; e nella nuova Plauto, e Terew^to. Ano.
T re adunque fono le principali maniere della Commedia . E, per impara-
re la prima, e la feconda, a' Greci avremo ricorfo; e la nuova da' Latini
impareremo , Ma prima, che la Commedia mi dijfiniate, ditemi , qual fila
[uficio del Comico Poeta . Min. ^ual’ altro farà, che (finfegnare , e di-
lettare : perciocché fcrive Platone , che gl'Jddii avendo pietà dell affan-
nata vita de’ mortali che in continue faccende , e in perpetue fatiche
inviluppati , e fianchi vedeano , acciocché lor non tnancaffe con che ri-
crcarfi, c riprendere fpirito pote/fero, ordinarono le fefie, c li conviti, e
li giuochi ; a' quali Apollo, e le Mufe, e Bacco prcpofero . Cofloro gli uo-
mini fcguendo,e con la Poefia,e con la mufiica quei dì fcficvali celebrando
la Commedia trovarono, la qual non folament e con Pimi cagione delle cofe
piacevoli , e con la piacevolcgga de' motti a' riguardanti dilettaffe , ma
(^perciocché la Poetica era in quei tempi certa via di foavementc dirigga-
rc i fanciulli a buona maniera di viver cofiumatamente ) la vita ancora
loro ammcndajfe: conciò fujfe che i loro co(iumi rapprefentati, e l'immagi-
ne della comune vita efprcjfa vedejfero . Il che fommamente allor dilet-
tava , quando in altrui perfone appariva . T accio la purità del dire, e la
foavità del parlare , con che la Commedia molto diletto apporta . Muove
anche il Comico,non però jì forte, che, come il Tragico ^perturbi', ma de-
fia nelP animo affetti piacevoli , cd umani . Ano, Ditemi poi , qual'é la
maniera delle perfone , e delle cofe , eh’ egli ne rapprejlnta . Min. Ao»
eroica, non illufire, né grande', mabaffa, ed umile, e talvolta mcr^gana :
perciocché fono le cofe fcflcvoli ,eda ridere, e le perfone fanno una vita
comune , o fiten Cittadine, o rufiiche, o militari, o mercantcfehe . Laonde
i primi Comici, benché mordefjcro i Principi della Qttà,nondime>io,per-
thè gli riconofeevano Cittadini , come tutti gli altri all eqiialità foggetti,
cd alla difpofigione del Popolo fottopofti,quel,ch’cffi temerariamente, e da.
fciocchi, 0 con inginria,o con animo vile c timido, o bruttamente operato
avejjero , o non fenga biafimo patito , nel cofpetto altrui, e nell’ udiengjx
pubblica recavano . I nuovi , fingendo perfone pofle in certa bafjegga , o
mediocrità di fortuna, cofe umili e private rapprefentavano. 1 meg^gani,
cbtfuron tra quelli e quefii, alcuno degli antichi , ma fimile a quei dell\
età
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LIBRO SECONDO. iij
età loro riprendevano’, o pure i viz) de' loro tempi nell' altrui per fona, ovc-
ro occultamente fen^a alcun nominare biaftmavano. Era dunque lofludio
della prima e della feconda Commedia pojìo in ammendare i coflumi del-
la Città, e in ridurre i Cittadini a miglior forma di governare: concipflìa-
cofachè Ariflofane riprenda gli Ateniefi, ora perchè ingiujU, e brutti mo-
di di arricchire tene/fero’, ora perchè lafciando,o gnaflando le paterne co-
flituzioni , e li coflumi della patria, fofleneffero, i lor figli darfi agli fludj
della vana e difutil Filofofia ; ora perchè coloro, i cui meriti eran gran-
diffmi verfo la Repubblica, o di onore privaffero,o pure in efilio mandaf-
fero . Ed allo 'ncontro qttelli,che degni eran di pena, a fomma dignità in-
nalzajfero’, ora, perchè non curando della pace,nuove cagioni di guerra fu-
fcitajjèro’, ora , perchè niuna cura avendo di raffrenare la sfrenata licen-
zia delPaccufare,nè di dar modo ragionevole, e buon temperamento al giu-
dicare, accrefccffero gli accufatori , e favoriffero i giudici ; i quali di ogni
menoma c leggierifftma cofa,ancorchè niun fofpetto fe n'aveJJe,faccano in
danno altrui diligentifftma inquiflxione.E così gli argomenti delle faccen-
de rapprefentate, e li nomi delle perfone appo i Comici antichi eran parte
veri, e parte finti; perciocché appo Ariflofane fono veri nomi Demoftene,
Nicia, Cleone,in cui dinota e biafìtna tutti coloro , eh' erano rubai ori del-
la Repubblica’, Lamaco, in cui tutti li diflderofi di far guerra { Nicandro
Sicofanta, in cui tutti li cavillatori’, Euripide, nel quale i T ragici Poeti’,
Socrate, nel quale i Sofifli e vani Filofofi morde, e riprende. Ma nel Fiu-
to, eh’ è Favola della Ricchezx<t,e nell' Irene Commedia della Pace non ha
nome di perfona, nè cofa veruna, che non fìa finta. Ma i nuovi Comiciàmi-
tando le faccende delle private perfone , affinché ciafeuno i fuoi coflumi
in altrui perfona ripreft ammcndi,c li lodati apprenda, ne'vecchi la fcioc-
ehezzpsl» vanità,la dureZ'Kl' l'cffer no)ofo, l' avarizia riprcndono’,lodano
la prudcnZc^ìlo gravità,la benignità, la ptaccvolczzaffa parftmonia con la
libertà congiunta, l'amore, e la cura verfo i figliuoli; ne' giovani la sfac-
tiatagine, la bruttezg^a dell’animo, la libidine,ia prodigalità vituperano ;
commendano la temperanza t la modeflia, l'ubbidenza , la carità verfo il
padre, e la madre: ne’ fervi la infedeltà, la malixia,gl inganni biafimano’,la
feddta,la bontà, Paflurfa degna di laude flimano . E, benché le più volte
cattivi coflumi ci rechino innanzi fll fanno,pcrchè veggiamo quel, ch'è da
fuggire:concioffiacofachè per difetto di natura agli appetiti della carne, ed
alle cofe,che ftnza ragione dilettano,{perciocchè ci fi offrono agevolmente
e con dolcezgX‘^,e prontamente) menarci lafciamo.Non così alla vertùiper-
ciocchè afpra e dura è la falita, che a lei ne conduce . Fingono poi tutti li
nomi,ed ogni materia’,e ragionevolmente, come coloro,i quali dall'arte più
P toflo.
Fine delia Coni*
media .
Ammendare^ i
collumi ,
Modo dell’ an-
tica,ufando an-
che veri Nomi.
Modo della.,
nuova , fingen-
do i nomi .
Lande , e biafi-
mo .
Di Vecchio.
Di Giovane,
Di Servo 2
Perchè la Com-
media rappre-
fenti più li cat-
tivi, che li bu9-
ni coflumi.
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II4 DELLA POETICA TOSCANA
lofio, che dalla fortuna gli argomenti prendendo, convien,cbe trovine anee^
Cornine- ra i nomi alle perfonc convenienti. E però nelle Commedie di Plauto,e di
Terrn^^/o che cofa troverete , che non fia fìnta ì Laonde offendo di cfuefìa
Poefta fpa'gioft li campi, e fertililfitm ed attiffimt a produrre ogni dì varj
frutti', non, come i Tragici, ripigliano i Comici le mede fìme Favole, né an~
che le cofe dagli altri prima trattate rinnuovano-ma fpeffe volte nuovi fog-
getti truovano, e fìngono nuove faccende, fe non che talora le Commedie
II tradurre di fcritte in altrui lingua o feguitano,o traducono.il che fi dice con grandi f-
lodato ® loude,<iuafi in tutte Papere fuè aver fatto T erenxjo-, conofeendo
egli, che le Greche Favole al popolo Romano, a cui di piacere egli molto fi
fÌHdiava,fommamente aggradivano.T anta quel popolo in quella età fu pià
giudiciofo,che in quella, fe pur' in quella Romano fi può dire, offendo già
dopo tanti diluv) da diverfe parti raccolto'.perciocché al prefente odon pià
volentieri qualfìvoglia Favola di tal, che non fappia, che cofa è Camme-
dia,purchè faccia ridere^ tenga in fcfla il vulgo', o fìnga qualche vano in-
. Che* nofirl fi namoramento, che alcuna delle Teren%iane, o Plautine. Io molto loderei,
twè^nell’lmi^l wo/Iri fi efcrcit afferò nello imitare nell antica Commedia Ariflofane,
re eli antichi f nella nuova i Latini', [poiché per vertà di leggiadri 'ngegni, coloro, che
Greci e li La- f,no della Greca e della Latina lingua ignoranti, nella noflra favella leg-
’ gerii poffono,benché non quali fono in loro fteff;ma pur tali,che baflano a
guidarli per quella via)né confumajfcro il pià deW opera in beffare alcuno,
com' effi dicono, o Parabolano,o Bergamafco,o Siciliano,o Spagnolo',nè in
deferivere alcuna vanità di amore , come fe feriveffero elegge, o libri di
Che traducen- amorofe Cannoni. Né direi già,che nelP imitare, o nel tradurre niente altro
como^^^~ ^ucl,che negli antichi truovano,fcriveffero,né mutarne cofa alcuna po-
cofe all’etinó^ teffero: perciocché molte cofe in quei tempi eran dilettevoli agli uditori,
lira . che alPetà noflra niuna gragia terrebbero ', molte cofe in quella favella
aggradivano , che in quefìa non farebbero miga a grado . Il che voi Sig.
Angelo avete di conofeere molto bene mofìrato ne'voflri Marcelli da' Plau-
tini Mcnecmi traslati in guifa , che niuno già non gli filmerà pià voflri,
che di Plauto- Auo.Da ora mnangi que(ìa mia Favolarche infin' a qui di
nitm pregio degna mi s'é fatta tenere , per quefo voflro giudicio mi fari
Più largo Ma piacciavi di tornare là, donde vi ftete dipartito. Mim. I Comici
^ da fciivere^ adunque, che nuovi fi chiamano, (perciocché non trattano cofe veramen-
^nìici* che gli tfwenute, ma venfimili,e che poffono avvenire', e fingono tutte le per-
amichi fané, e tutti li nomi)hanno abbondevolilfimo paefe da poter nuove Favole
produrre . Ma quei , che vecchi nominiamo, [perciocché gli avvenimenti
delle cofe de' loro tempi, o dc'paffati davan loro materia di fcrivere) non
una volta avvenne, che un mcdefi.no foggttto imprendevano , benché di-
I vcr-
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LIBRO SECONDO. ny
verfamente il trattaffcro. E li nomi, o che fieno fìnti, o veri, convien, ile
fieno prop), com'i Crcmete,Simone, Cremila,Amfiteo‘, né vanamente /«;-
pofti, overo comuni, com'é cavaliere ,mercatante,parabolano, pedante,pa-
rafìto, meretrice", né fìmpre nuovi, ma per addietro ancora non una voU
ta ufati.Che dtrcm delle perfoneì quante volte le medefìme in diverfe Fa-
vole, e maffìmamente appo i Comici vecchi, così divine, qual' è Mercurio^
come umane, quaCé Euripide troverete} Ma, benché de' nomi delle perfone
alquanti fien prop), alquanti comuni", non però pa,ch'eitj<^tidio nelle parti-
colari perfone con voci propie (tonificate, dalCuniverfale, in che la Com-
media più di o^ni altra Poefìa confiftefì Comici punto fi dipartanoipercioc-
ché in un jolo Cleono tutti li rubatori della Repubblica,come ho già detto,
Arijìofane riprende",in Stmone il vecchio prudente", in Pamfilo il buon gio-
vane T erengio deferivo. E tutti li Comici così vecchi, come nuovi feriva-
no Favole, il cui fine é piacevole, ed allegro: percbé,benché toi bidamcnte
par, che concbiuda Ariflofane le Nuvole,quando fa metter fuoco alla cafa
di Socrate, e Plauto l'Afìnaria, fingendo , che la mogltere trovi il marito
con la meretrice, e con parole ingiuriofe dal bordello cacciandolo a ritor-
nare fuo mal grado in cafiz il coftringa ; nondimeno Runa e l'altra briga,
per dilettare, qual'cffer dee il fine della Commedia, fu trovata. Chi fenica
gran rifa quello incendio guarderebbe ì o quefte parole ingiuriofe, e quefle
minaccio udirebbe ì perciocché non é così del Comico il render d'infelice
e dogliofo altrui felice ed allegro ; come il generare allegrexg^a e ftfla nel
fine : come che fia più da commendare il ridurre gli affanni e le brighe, e
tutte le cofe gravi e no)ofe in tranquilla e lieta fortuna, perché di!etti,{fi-
come le più volte fecero Terenzio, e Menandro) che' t far neWufata una
fefìevole contefaiconcioffiacofaché nella materia da ridere fervore un cer-
to modo,e una certa mifura,comc dappoi dircmo,fì convenga. Ano.j^ali
fono tra loro quelli, che nella Commedia contendono ì Mm. Amici le più
volte, 0 parenti ", quali fono le contefe di Strepfudc con Socrate, e di Fi-
lipptda con lo fhfjo Strepfiade fuo padre nelle Nuvole di Ariflofane. E nel-
la nuova Commedia i padri s' adirano con li figliuoli ; i figli ingannano i
padri fle moglicri a'mariti non fen"^jt contraflo contradicono. E'I più delle
volte avvtene,cbc tra coloro, i quali fono per legame o di amici'iia, o di
(angue congiunti, qualche difcordia,e qualche conteja nafeetnon però,come
nella nuova, così fpeffo nella vecchia,nella quale per tutta la Favola fo-
vente perfone fcn%a congiunijone alcuna di parentado s'introducono, e le
congiunte non una volta fcn\a contraflo fi rapprefaitaiio. Già credo, niun
dubitare, come da'Jervi,e con qual'inganni fieno t p.idroni biffati",in quale,
e quanta contefa vengano i rivali amanti. Ma, come che la Comica Poefìa
i* z prcn-
Xomi proi>;,
comuni .
Il /in di cia/cti.
na Conimcdiaé
lieto .
1 l’er traiiqtiil.
la fbruina.
1 Per coiitelLj
fe/levole .
Quali perlbne
«ella Commedia
coutend-ano.
Quali lìeno ItJ
Cornicile perlo-
ne.
Cattive .
Lodate .
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I
ii6 DELLA POETICA TOSCANA
pendi i cattivi ad imitare , non però tal volta i lodati non rapprefentai
ma non sì pcrfettifcba da ninna pafftone fi lafcino trafportare’,né sì azrve-
V’ecciji . ditti, ch'errar non poffano,ni farfi'ngannareiperciocché non tutti li vecchi
T ercnxjani fono di mala natura . Amano ejfi li loro figliuoli, fovente gli
ammonifeono, gli riprendono,fi fludiano di trarli dalla sfrenata libidine,
alla qual dietro ne vanno,alla onejìa e moderata vita',ed a coloro,! quali
temon,chc non fi perdano, concedono tal volta,che vivano, come lor pia-
vi Giovani. ce,pcr guadagnarli; il che poffiamo al paterno amore attribuire, t giova-
ni, che amano ardentemente, {il che l'età loro, par, che porti) purché non
fieno sfacciati, nè diffoluti, ma vergognofi e modelli , ed abbiano cura di
fervore la fede data alle amate fanciulle, e riveri feano e temano i padri,
ed a’ loro comandamenti fi sforTtjno di ubbidire, nel numero de' cofluma-
ti locar pofftamo : perchè nell Andria Terenzio finge i fuoi vecchi favj
ed accorti , non però sì, che Davo non gl inganni. Finge ancora Pamfilo
giovane modejìo e riverente , ed a lui difiimile Carino . drifiofane fimil-
tnente nel Fiuto introduce un vecchio povero e da bene, il quale poi can-
Quale ingiuria, girando fortuna ricco divenga . E , ficome talvolta da' Nuovi li rivali ,
odamioconvcii. quali fono i ’Teremfani Cherea e Trafone ; così da'Fecchi li nimici, qua-
ga^aila Gomme. ^ Arifiofane fono Demoflene e Nicea, che nimiflà grandijfima avea-
no con Cleono , fi recano in T eatro : ma talmente , che , benché qualche
ingiuria , o qualche danno luno nimico all altro faccia’, non però di tan^
to, e tal momento, che a piagner più tofio, che a rider muova . Ano. Or,
che a bafian%a dimoflrato ci avete , qual fia e Inficio del Comico Poeta ,
e’I fine ; e quali anche le maniere delle perfone , le quali egli rapprefen-
Che CO& è lt_» ta ; e donde prenda materia da fcrivere ; difiiniteci la Commedia . Miw.
Commedia . j^antunque Cicerone la ci diffinifea ejfer' imitazione della vita, fpecchiet
deUa confuetudine , immagine della verità ; nondimeno conforme al pa-
rer di Ariflotèle dir fi potrebbe , lei non ejfer altro, che imitazione di al-
cuna faccenda feftcvole e da ridere di cofe o civili , o domefìiche e pri-
vate, che in Teatro fi rapprefentino fiotto una materia intera e perfetta,
e di certa grandezza comprefe , la quale fifa non femplicemente narran-
do ; ma introducendo perfone umili , o di mezz<tn^ fortuna , ed eguali
all' altre in atto e in ragionamento, e con dir foave e dilettevole, uè fen-
Za canto, nè fenz^i hallo , nè fenza apparecchiamento, per correggere
fumana vita ; e talmente , che ciafeuna parte di lei fia bene ordinata ,
Dlchlaraalone-» abbiati fino luogo . Ano.Dichiarateei le parti della di finizione. Miw.
della dilfiniaio- Non dirò io del rapprefentare or folamente co' verfi , ora col canto , or*
• col ballo , or con tutte quejle cofe", ed or con parte ; nè delf imitazione,
qual fia -, ni che una e perfetta , e di qualche grandezza <#>■ debba l*
mate-
>1
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)
LIBRO secondo; 117
Ytìiteria. : perciocché fe n'à detto affai , Nè perderò tempo in dimoflrdr-
vi , la Comica faccenda effer feflevolc , e da ridere , e le per fané baffe » DifTeretita tri_i
0 fmili ali altre : perciocché tjueflo è propio della Commedia , e diffc- ^mmedia , tj
reme la fa dalla T ragcdìa . Perchè quefla imitatjone , come che di per- ‘
fone fta non del tutto cattive ; non è però di tali , che non abbiano del
vituperevole , nè dieno cagione di ridere : conciofjìacofachè da rider fta
l'errore , e V brutto , eh’ è fen%a dolore e danno . E di quella perfona ri-
der veramente ci poljiamo, la quale abbia negli atti, 0 nelle parole, 0 pure
in fe qualche bruttex^a fenxa offcft di altrui , Nè anch' è da dubitare,
che la materia deli antica Commedia non fta talvolta delle cofe civili :
perciocché ne' Cavalieri di Arifìofane che altro troviamo , che giudici, e
parlamenti contra Cleone ì E le faccende della nuova , chi non sa, che fo- ^ Per faccenda
no domeflichc e private , purché una volta abbia letto Plauto , 0 Teren- ridicola.
gio ? Del dir foave che debbo io dire ì perciocché , oltre a' verfì , ed al Del dir Coìre,
canto, ed al ballo, che fono pur della Tragedia , la feflevolect^a del mot-
teggiare, augi tutta la piacevoleggi e leggiadria del puro e candido par-
lare in quali fcrittori così, come ne’ Comici , troverefleì Taccio lafefle-
volilfìma e piacevolilfima qualità delle cofe, che trattano. Di quanto tem- q„j„to 15^,
po effer debbano le faccende , le quali effs prendono a rapprefentare , co- po fien le fte-
me s'é detto di tutti gli atti Scenici; così è da tenere, che s'abbiano a ter- Comiche.
minare in un dì, 0 non trapafjino la fpagio di due : perciocché il Fiuto di
Arifiofane ,0 1" Amfstrione di Plauto, e P Eavtont imorumeno di Terengio
contengono cofe non in più fpagio , che di due giorni , avvenute . Simil- Onde cominciar
mente il principio di quefìe faccende {^fteome di tutte V altre , eh/ in T ea- debbano i Co-
rro ft recano) onde bifogna, indi convien, che fi prenda, e non da cofe mol-
to rimote e lontane : perchè non cominciò nel Fiuto Arifiofane dal tem-
po , che andò Cremilo a dimandare t oracolo di Apollo , com' egli doveffe
il figlio ammacflrare ; nè Plauto neW Amfitrione dal primo dì , che (Pio-
ve trasformato nel marito di Alcumcna , il quale era ito alla guerra, con
lei fi giacque; nè T erengio nelP Andria, da che Pamfilo cominciò ad aver
con Glicerio amorofa dimcflichegga . Introduce il Comico in atto e in pa- vJiieti di per-
role cavalieri , dottori -, medici , mercatanti , lavoratori , fervi , parafi- fone Comiche.
ti, meretrici, ruffiani , vecchi, giovani, madri di famiglia, fanciulle , ed * ‘‘ *
altre fimili perfone di età, di feffo, di fortuna, di fiato, di nagione, di co-
fiumi, e di vita diff^frenti; i quali fogliano in Città, 0 pure in lutila, 0 nell'
efercito abitare ,e far vita privata . E' il vero, che l'antica Commedia i
Principi, e li Capitani ancora; e quei, che ne’ giudic), e ne' configli avea-
no in cofiumc d’intervenire , ficomc s'é dimofirato , rapprefentava . Né a Divinci
da quefla Poefia fi cfcludono gP Iddii, né pitr'ad efporre P argomento della
Pa-
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ii3 DELLA POETICA TOSCANA
pavoh'.ftcome Arturo nel Rudente di Plauto,e nelf Aulularia un di ejueii
ibe Lari li gentili ehiamavano’, ma t%iandio a ragionare, come una del-
le perfoiic in Scena rapprefentate : quafè Fiuto nella Commedia del fuo
nome, e Mercurio . E nelle Rane Baccho,e Plutone, e ntgli Zlccelli Pro-
meteo, Ertole, e Nettuno. Benché in rapprefentare tal maniera di perfo-
ne più della T ragica fìa parca : conciojjìacofaché Plauto, Re e Dii intro-
ducendo, confefft , eh' egli non Commedia , ma Tragi-Commedia facea .
Ma certo non fono da introdurre vanamente, fieome detto abbiamo della
S Formate coll ^ t<tgedia ragionando . T alvolta ancora il Comico le cofe di forma ignu-
do vefle di umana figura, ed alle mutole prefta la favella: quali fono nel
Fiuto di Arifiofane la Ricchcit^a , c la Povertà . Nelle Nuvole il giuflo
fermane, e l'ingiufto, e le Nuvole fiejfe. Le Rane nella Commedia del no-
me loro. Parimente nelle Vefpe il Cane . Nella Pace la Guerra , il Romo-
rc ; e negli Vccelli parimente gli Vccelli flejfi. E nel Tnnummo di Plau-
to la Luffuria, e la Inopia . Nella Cijiellaria l’Ajuto, il qual'cgli fa Dio',
fieome la Stella nel Rudente . Talvolta l'uomo in altro animale trasfor-
ma : fieome fa Arifiofane, i Giudici in Vefpe trasfigurando. Ma , perch'i
propio di quefio Poeta il dar lieto e piacevole fine alla Favola j il che
mal non farebbe , fe meraviglia non induccjfc , meravigliofe {limi le co-
fe, che fuori di ogni nofira opinione avvengono. E quelle Favole, Bufa-
ta delle quali non farà tale, io non so , come pojfan dilettare ; perciocché
gli amanti Tcremfiani, quando cjfi meno il penfano, e più loro è contefo,
felicemente cominciano a goderfi de’ loro amori . Vdite , qiunto fuori di f
ogni fua fperan%a nell’ Andria Pamfilo ejjergli avvenuto dimofiri quel ,
eh' egli appena avrebbe mai potuto difiderare :
Penfer^ forfè alcuno , eh’ io non peni! ,
Qued’ efser vero : ma , che fia ver , mi pince .
E Cherea nell' Eunuco per volontà degl" Iddìi confejfa , aver tanto bene
confeguito', non già, ch’egli confeguirlo fperaffe ; dicendo, mimo ejfcr piti
felice di lui :
Perchè glTddii modrato han chiaramente
Lor potenza in me tutta , cui di fubito . >
Tante comodità fono avvenute .
E che altro è quefio, che meravigliar fi dell inopinata felicità ì Onde Cre-
mcic nel Formione in quefio modo fi meraviglia :
O Dii , come piìi volte a cafo avvengono ,
E incònfideratainentc cofe ,
Tre duWi' nell ardirdli difure .
C-òn^ea inatcri! Ana.Confidcrato avendo le perfone , che nella Scenica Poefia s'introdu-
cono, ^
\
profopopea ..
Come il Comi-
co induca mera,
viglia .
Efempli d’ ino-
pinata ftlicicà.
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LIBRO SECONDO. iij,
ho veduto, che nella Commedia non apparifce , nè in Scena viene a
ragionar Donzella , la cfual fìa libera, e fe alcuna vi fe ne 'ntroduce, co-
nte nella Plautina Poefta veggi amo, benché nella T erenxjana non fi veg-
ga, è divenuta ferva : là dove nella T ragedia fanciulle vergini non una
volta fi rapprefentano, quali furono Elettra, Antigone, Ifmene , Ifigenia,
Poliffena, ed altre Ornili . Nella Commedia ancora non truovo donna ma-
ritata, la qual' onella e pudica non fta , come che nella Tragedia non una
impudica e federata fe ne mofiri; qual fu Clitennefìra, e Fedra . Che di-
remo di Medea , la tjual fu coftretta da fceleratex^a di Amore a feguir
Giafone , ed a lafciare la patria , e f uno e Paltro caro fuo parente , ed a
crudelmente uccidere il fratello ì Diftdero adunque intendere la cagione
di quefle diferen-^e , Min. Ponete mente alla qualità delle perfone delP
una e dell' altra Paoefia, ed al decoro, ed al fine, ed agevolmente vedre-
te , onde tutto ciò nafta : perciocché le fanciulle nelle cafe delle private
perfone,quali fono le Comichc,non hanno in cofìume di venire nel cofpetto
degli uomini prima , che togliano marito ; né di parlare con altrui » Allo
'ncotttro quelle, che nate fono, o pur' allevate ne' reali palaxp^i,oive uomi-
ni di qualità diverfi fi veggono coftumare , non fuggono la prefen'gq della
gente', anr^i cofiumano, e ragionano con ogni maniera di perfone: conciof-
fìacofaché quelle tenga rifirette e chiufe la baffexgtfl ed umiltà loro , la
qual non le difenderebbe dalla infamia , che del cofiumare e parlare con
altrui nafeer loro potrebbe : quefie la grande%^ga e l’eccelltn%a loro , co-
me di perfone illufiri, renda ardite a poter liberamente farfi vedere, e co»
altrui ragionare fen^a temere , che infamia alcuna loro venirne pojfa .
E , perciocché il fine della Commedia è l'amicizia e la tranquillità , felc
donne maritate in lei fuffero impudiche e ingiuriofe d laro mariti , come
ella aver mai potrebbe pacifica e lieta conchiufiane ì Ma , perciocché gli
amori nella Tragedia apportano ritina di cafa , e nimifià , fono accettati
come conformi al fine di lei ; coti quando la madre di famiglia , come
quando la vergine t'innamora. Della madre di famiglia fiaci efemplo Fe-
dra , 0 Clitennefìra’, della vergine Medea. Ano. Che mi direte de'vecchi,
che nella Tragedia non t'innamorano, e nella Commedia ti. Min. Non è
da dubitare, ch'agli attempati coti nella Comica Poefia, come nella Tra-
gica non fta la gravità richiefia. Ma,perciocchè l'innamoramento del vec-
chio induce rifa, il qual tanto fi fugge nella T ragedia,quanto nelLt Com-
media fi cerca-, in quefia quegli talvolta t’innamora, come nella Plautina
Poefia veder potete-, in quella non mai, fe non ne fegue graviffimo odio, e
notabile infelicità-, qual fu (adulterio di Tiefie,e quel di Bgifio. Nè però
niego , che a' Tragici Semidei non fi conceda il tener concubina , come
vede-
1 Perchè 1«-j
donzelle non_f
apparilc3no,co>
me nella Trage-
dia.
1 Perchè le Ma-
ritare fien’one-
fie, cucila Tra-
gedia impudi-
che .
Rifoluzione^
delle Donzelle.
RifoIti*Ione_>
delle Maiiutcì
1
Tetto dubbio i
perchè i Vecchi
s’ innamorano ,
e nella Trage-
dia no.
RifoluzioM .
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no DELLA POETICA TOSCANA
•vedete nell' Ecuba , nella quale jigamtnnone per l'amore , eke a Caffan-
tìra fua amica portava , favorevole alla madre di lei ft moflrò . E' il ve^
ro, ihe come propta materia non ft tratta innamoraminto dipcrfona ve-
runa nella T ragedia , fc non ne fegue cafo infelice ; né degli attempati
Opinione di A* Commedia , fe a rider feflevolmente non muove. Ano. Adunque fa-
riftarcjii . rebbe degno di ripr enfiane, chi fimili amori dal Comico trattati per ciò ri-
V«chiVin[aw^ prfndcjf/cjcfce inducono cattivo efemplo, e fono contro al convenevole ne'
rati fia di catti- coftumi richiefìo : conciojfiacofaché al vecchio non ftia bene lo innamo-
\o elemplo. furfì . Min. Perché no ì An%i il Comico in tale innamoramento dimo-
ftrando , quanto del vecchio innamorato ci ridiamo, infegna, quanto que-
flo vtXfO fia da fuggire . E , fe ciò nonfiijfe contro al dicevole , ninno fe
Rìfutailoiie . ne riderebbe: perciocché tal rifa nafte dalla meraviglia, la qual abbiamo.
I Che il vizio fi i(i quella bruttc^a,che al vecchio fi difdice. Laonde nella Scenica Poefia
fnK^narl'qnai)- difeonvenevoU folamente é da fuggire , al qual non fegue il fine di
to ìia da luggi. lei. Ma chi non sa , il fine della Poefiia effer la meraviglia', nella Comica,
• quella,che apporta rifo o fejla’, e nella T ragica, quella, che induce conipaf-
ftone, 0 fpaventoì perciocché fe ogni difdtccvolexJ.a vietata ci fu/fe,niun
X Che andi’é le. vecchio fciocco,e malavveduto fi finger ebbe,ni uno da' fervi beffatto ftreb-
cjto intiodiiric f,/,. conciojfacofaché nulla più fi difeonvenga all'età grave e fenile,ihe la
ecc u tioct ‘‘ Ma nondimeno togliete alla Commedia le beffe, che’ padroni
ricevono da' fervi, e in gran parte della fua piaccvole'ip^a la fpogliercte.
l’aitigione della diffinita ci avete la Comica Poefia,c dichiarate le parti dei-
Comnicdia,con. la diffini%ione,io difidero intendere,quante fieno le parti della Commedia.
de^"a'Tra^ed*i altre partigioni di lei, che della Tragedia,convien,che fi
' ^ ' facciano . E delle fei parti effenxiali,come anmadtlC opera, la prima,c la
Della Favola-* degna la Favola /limiamo', né effer altro,chc imitazione di una comu-
Comica . ne, efefìevolc faccenda, la qual fia perfetta, e intera e grande , quanto fi
dc^à^Favola^ tonvtcnc',e di cofe tali, che fieno verifimili, e r» bene tra loro adattate cd
acconcie, che né aggiungervi, né tome poffi punto, che non fe ne venga la
Maniera di Fa- perfezione di quel tutto e intero a gua/iare.Ni di una maniera:pcrciocchè
vda con gli alcuna n'é femplice, alcuna compofta', alcuna tumultuofa, alcuna pacifica;
eleoipli. alcuna mifia,alcuna di un fol modo,alcuna doppta.Ma che ciajiuna fia mo-
Scntplicc . rale,non é chi dubiti. Semplice quella chiamiamo, che una faccenda fenzt»
riconofcenz<s, c fenza avvenimento inopinato contiene : qual fi vede nell’
Afinaria di Plauto,c net Mercatante', e nel Fiuto, e nelle Rane di Anfìo-
Compofta, fané, Compofia quella^ cui s’aggiunge il riconofcimcntofftcome nell'Eci-
ra di Terenzio , e ne' vojlri Marcelli , Sig. Angelo ; o pur l' avvenimento
inopinato , eh' errore di opinione fi chiama , ficome nel Cavaliere di
Plauto } overo Puno e [altro , ficome neU'Andna , nell'Eunuco, e nellm
Eav-
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LIBRO SECONDO. ut
gavtoutitnoriinteno con tanto e sì acconcio legame , e si attamente , che
dalle cofe avvenute par, che nafta . Del Riconofeimento, e delfAvveni- Riconofceiira,
mento inopinato, so, che non dimanderete : pereioechè affai fe n'è detto . AvveniniencQ
Jda , benché ninna Commedia fi legga , nella quale nè pericolo, nè turba- .
mento, nè inganno veruno, nè alcuna contefa ft trovi, nè cofa alcuna fuori Che cofa ita ,
di fpcranxa jucceda ; nondimeno quell' avvenimento qui noi inopinato in-
tendiamo, dopo il quale feguita alcuna notabil mutaxfone contro ad ogni
nofìra opinione e con mcravigliofo piacere, a che la fortuna alcuno dalla
fptrant^a defraudato non fenx,a rifa de'riguardanti beffando inganni, o che
con qualche non già fperata felicità il rilevi', perchè, acciocché quel, che Efempli di Xe-
no» diciamo , con gli efempli ft manifefli , nell' Ecira Pamfilo veggendo
Panello , truova fe prima alla fanciulla aver tolta la verginità , ch'ella
mogliere li fuffe . Il qual' indixfo , come che niente abbia dell’ arte, vien
nulla meno di fuori . Ne' voflri Marcelli, sì per la fimilitudine del volto, DelCoftauiOi
e di tutta la perfona,il qual fegno dalla natura procede', e sì per gPindi'zf
non del tutto femf arte , ft riconofeono fratelli nati di un parto. Ed ap-
po Ariflofane Cleono in vendicar ft de' Cavalieri pone ogni fìudio e confi- DJ Ariflofine,
glio , il qual , venendogli meno , in vano al popolo Atcniefe n appella : e
tanto manca, ch’egli quel, che s' avi fa c procaccia, ottenga ; eh' è privato
dell' of do, e biffato. E 7 Plautino Cavaliere, il quale fi avvifava non ef- Di Pianto!
fer perfona al mondo, da cui non fuffe mirabilmente amato,(quella aven-
do lafciata , dii cui fervente amore ardeva ', acciocché togheffe colei per
mogliere, la qual s'infingea,che di congiungerfi in matrimonio con lui di-
fidcraff) biffato alfine diede materia a' riguardanti, che grandemente di
lui fi ridefjiro . Che diremo delP Eavtontimorumeno ì Non è quella Com- Riconofcen?a_j
media di riconofcenxa , e d'inopinato avvenimento compofia ì perciocché coaAvvenimezi-
Cremete avendo trovato , cffergli figlia Antifila dalla madre per Panello Efèmplo diT&;
nconofeiuta, con Bacchide meretrice, la quaPegli amica di Clinia riputa- rcntio ,
va, intejc quel , eh egli in modo niuno penfava, Clitifone fuo figlio ama-
rofamente dimiflicaifì . Di che avvenne, ch'egli , mentre nclP altrui fac-
cei.da fottile,e diliginte,ed avveduto conftgliere,e riprenditore fi mofira',
nelle fui bijogne groffo, e trafiurato, e cieco fi fa conofeere, e degno, che
di lui ciajcuno fi rida. T umultuofe favole fono quelle,che contefe, rumo- Favole cunwl-
ri, e turbarAenti non pochi fufcitano , e non hanno molto tranquillo fine:
quali fono le due Tercnxiane, P Eavtontimorumeno, e 7 Forrmone i e le
Nuvole , e li Cavalieri di Ariflofane . Pacifiche quelle , che con pace e Pacifici}» i
quiete giungono a lieto fine : quali fono tra Pantiche Commedie l Irene',
e tra le nuove i Cattivi , la Moflellaria ,tlT rinummo : che , benché vi
fi vegga alcun pericolo, non hanno però contefa veruna , nè turbamento,
CL '
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Mi’fte ;
Pi un modo .
Doppie r
Per Herfone I
Per faccende.
Quali maniere
lìaiio migliori.
Miilione dclle^
maniere .
Semplici Mille,
Compofle Mille
111 DELLA POETICA TOSCANA
’^rllc , thè dcir ma e dell' altra maniera partecipano , MifFe ft chia-
mano , delle quali alcune hanno più del pacifico', ficome PAulularia ;
cune più del tumultuo fo ; qual' è l’Eunuco , ed alquante altre Commedie
Teren-ziane . Di uno folo modo fon quelle , nelle quali niuna natura di
pcrfoìie , che non fia veramente Comica, trovercjìc', nè altro fine, che fe-
fievole, e giocondo : com'è il Fiuto, PEcira , la CifiiUaria,e delle Favo-
le Comiche la maggior parte. E doppie allo '«cowfro quelle, che con le pri-
vate, ed umili perfine FEroiche,e le Divine introducono', quaPè C Anfi-
trione, la qual Favola per eficr tale, dallo fìcfio autore è nominata Tra-
gi-Commedia : overo contengono var) avvenimenti , e dalla materia di-
verfì e differenti ; qual farebbe P Eavtontimor ameno , fe Clitifone ulti-
mamente in gratula del padre non ritornaffe . Di tutte quefle maniere di
Commedie le doppie fono le men lodate : perciocché dal fine , e dalPoficio
del Comico Poeta fi dipartono, ancorché per avventura molto dilettino.
Le compofle fono più belle delle fmplici riputate, e quelle maffmamente,
thè nell' uno e nelP altro modo fi compongono . Antipongonfi ancor' alle
pacifiche le tumultuofe , c le mifle . Ma non è dubbio, quefle maniere tra
loro effer tanto propinque, e confini , che non una volta Pana con Poltra
infieme congiunta troverai. E' il vero, che per fervore la vera forma del-
la Comica Poefta, tutte convien, che fieno di un modo folo. Ma le fempli-
ci or fono tranquille, quaPè il Trinummo', or piene di turbamenti, quaPó
la Favola de' Cavalieri', or mifle, qual'è il Fiuto', ed altresì le compofle :
perciocché la Commedia de' Cattivi tra le pacifiche fi pone ; lo Eavtonti-
morumcno , c'I Formionc tra le tumultuofe ; t Eunuco, e l'Andria tra le
mifle, le quali tutte fono compofle. Ano. Tutto quel, che nella Commedia
è pericolofo, o tumultuofo, o nojofo , in qual parte di lei farà da locare ì
Min. Il men grave , e moleflo ne' principj della Favola ', e'I più prima,
che fegua mutagion di fortuna . Benché dopo il felice avvenimento , per
dar materia da ridere , talvolta nafea alcuna fcflcvole contefa ; talvolta
ancora i princip} fieno più tumultuofi di tutto quel , che feguita ; ficome
poi dimoftreremo . Ano. ^eali fono gli Epifodi della Commedia ì Min.
^uaP in ciafrun altra Poefiatfe non che nella Comica, ficome nella Tra-
gica, fono pochi e brevi . Ano. Fate, che io più apertamente gli conofea.
Min. Talora fuori della Favola alcuna per fona s’introduce, o veramente
a dichiarare P argomento , ficome Davo nel Formione , e Filotide e Sira
r.elP Ecira, e ncU'Andria Sofìa : o pure ad arricchire il Poema, si per ac-
crefeere il piacere, ficome nel Formione quelli tre Avvocati , con li qua-
li Demifone fi configlia ', e nel Fiuto la Povertà, che fi duole di effer di-
fprcgiata', e l'Vomo giuflo, che s'allegra di ejjcr fatto ricco ', e 'I Sicofan-
ta , '
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LIBRO SECONDO. izj
ta, che fi Urttcnta di tjfer impoverito'^ e la Vecchia, che s'atìrifla di ejfe»
re dall’ amato giovane abbandonatale 'I Giovane, che di lei fi ridere Mer-
curio , e'I Sacerdote di Giove , che ( perciocché ninno agl' Iddii facrificio
facea ) alla-cafa di Cremilo , nella qual' era la Riccheg^a , per aver ,
onde fi nodrifiero , n'andavano : e jì per trovare , a cui la cofa fatta fi
narri', fitcome Antifone nell' Eunuco , il quale ancora Cbcrca cercando di-
ce alcuna cofa della cena , che per lui far fi dovea . Talora per fona , che » Di Per/ònij
non è fuori della Favola, s' introduce a far cofa, che, quantunque ftia bc- per
ne alla imprefa materia, non è però parte di lei', qual'è nelf Eavtontimo- rare il
rumeno la cena data da Cremete ; o veramente a narrare le cofe fatte, fi-
come quando Mcnedimo narra , perchè fi tormentava, così cominciando:
E' qui una ftranicrada Corinto
Povera vecchiarella.
Laonde tali introducimcnti di cofe e di perfone fpongono l'argomento ,
adornano, ed accrefeono il Poema, c dilettano mirabilmente- E, come thè Quanto TpefU
in ogni Commedia fieno più fpeffi, che nella Tragedia ; pur nella vecchia Ppìlodi nclJa_,
fpcjfiffimi fi truovano: pcrctouhi, quantunque tutti li Comici,per dar pia-
cere a riguardanti, molte cofe fuori della Favola introducano', nondime- antica.
no gli anticbifCome az'cano licenza di riprender' e di mordere altrui, così
difiorrcauo per più largo e fpagiofo campo , e con maggior libertà mot-
teggiavano . E per intender^ bene quel,ch'io dico, in alcuna delle Comme-
die antiibe in qiicflo modo la cofa ingenerale confidcrar potrefie. Era un Soggetto dtl
•vecchio Contadino e poverello, ma certo da bene: coflui ne va all'oracolo Pjnto Comme-
di Apollo, per intendere, fc dovejfe dare al figliuolo buoni coftumi, o pur jerato'^^ener:^"
cattivi e trijìi, quali erano ne' tempi fuoi, ne' qual i buoni erano mendi- menta, per di-
ci , e li rei di roba abbondavano . La rifpoftafu ofeura : che fi'guir colui jeerna gli Epi.
dovi ffe , che ncll'iifcire primo incontra gli veniffe . Vennegli incontra un ^ '
vecchiarello cieco , il quaP era l'Iddio della Ricchcggta , PJuto da'Greci
ìicminato ma , chi fifiifs' egli, non fi cono fccvai lui j'eguendo il vecchio
Contadino, il fervo fc n'adira', e fdegnando dimanda il Padrone, per chi fe-
guiffero la guida di un cieco. Intcfane la cagione, dimandano, chi fufs'egli^
c udendo chi egli era , e perche Giove Pavea cecata , meravigliofa alle-
gregga ne prendoi o; c prefo conftglio di fargli raequifiare la vifla, il me-
navo ad Efcttlapio medico degl' Iddii . Racquiflata la vifla , il menano in
cafa : onde avvenne, che non pur' cjfi , ma tutti li poveri e buoni , ricchi
divennero', ficome poveri allo ’ncontro tutti li trifli e rei. La cagione,per-
chè s'andò all'oracolo, è fuori della materia. V avere ubbidito alla rifpo-
fla di Apollo è fuori della Favola. Nella Favola fi comprende, che 'I Con-
ladino, avendo conofeiuto, chi fiiffc colui, che per ubbidir’ alf Oracolo egli fodj del^lnco.*"
Q_ i ■ /è-
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114 DELLA POETICA TOSCANA
feguiva, operò, che a Finto la vifla fi rendejfe ; e fanati gli occhi di queU
lo Iddio, egli confeguì quel, che di federava. Tutta l'altro, ftcome s'i det-
to, di fuori fi reca a far lungo il Poema, ad abbellire la Poefta,ed a dilet-
^9' tare. Ano. Se così è , nel Fiuto più farà quel di fuori, che ciò, che nella
no piu' °che U fi contiene • E ,fe nell'Eunuco , negli Adelfi, nel Formione come
Yìvoìi, f copio foggetto a fcrivere l’amore di un fola giovane s'imprende , affai
meno del Poema occuperà la Favola, che gli Epifod), M.iu. Del Fiuto non
è da dkbìtare,che la cagione da Cremilo n.trrata, perchè dimandato avef-
fe r oracolo , e lifeflevoli difeorfì di Cartone, e la conte fa della Povertà
con li Contadini , non s’abbiano innanzi al fine della Favola a locare ;
e dopo quello la contefa del Giufìo col Sicofanta, della Vecchia innamora-
ta col giovane ,e la venuta di Mercurio e del Sacerdote di Giove : per-
ciocché , come che in quefle ultime cofe il quarto e ’l quinto atto intero ,
e gran parte del tergo fi confnmi,non è però, che 7 luogo loro non fta fuo-
Difpofi^ionedei Favola : conciò fia che quel precetto , che por fi debbano gli Epi-
gU EpitodiCo- fodj innangi alla mutagione della fortuna, al Tragico fi dia,il quale ntil-
^ talora ncll'ufcita finge alcune cofe piene di meraviglia per dilet-
3 miitazio- fono fuori della Favola ; ficome nella Medi a di Euripide trove-
rete . Nè par , che l Eroico da quello precetto in mo lo ninno fi diparta .
Aggiunta della CoBiici/ù certamente, che nell lliada dcjfc a Patroclo Achille, e ad Ettor
iljada. Priamo fepoltura . Ma nccifo il nimicò, né quefio pietofo iificio', nè anche
la fefia dell'cfequie ; né le altre cofe , che negli ultimi due libri fi conten-
Agenmfa della gono , nella Favola dicevolmente porrefii . E nell' Odifjca dopo la morte
Odiisca . de' Proci, nella quale fi cominiiò la fortuna a mutare , fuori della Favola
alquante cofe introduce, per dar lieto c felice fine all'opera', la qual, dico-
D,fT(rren*atra_» no alcuni, che in guifa di Commedia Omero fi difponeffe di comporre. Mx
Epifodi,ed Ag- quelle cofe, che ’l fine della Favola feguitano, chiamano alcuni aggiunte,
' e confeguenti più tofio, ch'Epifod} ; il luogo de’ quali, dicono, effer prima,
Diibitailone-* che fi cominci la fortuna a mutare. Ano. Che direte delle Commedie Te-
pci iilcuiieCom. rengiane , che tutte
coiicengano due umori» perciocché li
faccende . intera imprender fi debba ad imitare . Min. Se la Favola è , come diffi-
Riipolb coij l'abbiamo , imitagione di una fola faccenda : tutto l'altro , che con
quella troviamo, fuori di lei convien, che fi ponga: perciocché pud avve-
* elice, che in una facce nda,la qual fia di un modo, molte cofe fi comprenda-
^c*der'piii fw- CIO, che di una fleffa cagione procedano, e ad un medcftmo fine giungano. Il
cende dnieceflt- che anche farfì dagli Eroici, e da'Tragici s'è dtmofirato. E bo« è dubbio,
meìiie ^ice,fe l'intengione di Tcrengio fuffe fiata di fcrivere neW Andria gli amo-
K fi di pamfilo, e di Carino', nell’Eunuco del Cavaliere, e de’ due fratelli
qtiafi due faccende contengono , e di due giovani gli
> tengo a memoria il precetto , che una fola faccenda
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LIBRO SECONDO:
ful Formione di Antifone e di Fedria , e Ufine, al tjuale effi pervennero;
in nna ftejfa Favola non ma fempliee faccenda comprenderebbe . Il che
vi fi potrebbe concedere: perciocché nel ragionamento di jeri fi dimoflròt
ài molte cofe una poterfi fare , purché di necejfti , o pur veriftmilmente
luna ne vada dopo l'altra > ed attamente fi congiungano . Ma, fe la prò- » Che delle dite
pia materia dellAndria fono gli amori, e le di Pamfilo ; e dell' Fu- favola, e Palt
nuca quel , che avvenne a Cherea, come par, che per lo nome dePa Com- tra rEpifodio.
media fi dinoti ; e del Formione le «oTjìje di Antifone fatte per opera del
parafilo : tutto l'altro, convien , che fi tenga di fuori introdotto ,per la
Favola adornare,ed arricchire; perciocché avendo prima Cremete a Pam- EfenipU dell!
filo per ifpofa Filomena defìinata , e datagli poi per mogliere Pafftbitla, Andria.
poiché la riconobbe , eh' era fiia figlia , convenia , ( perché ninna offefa
ricevejfe , ch'é cantra il cofìume della Commedia ; ma tutta la cafa alle-
gra ne rimanejfe) che quella medefima Filomena con Carino, che per mo-
glie la chiedeva, in matrimonio fi congiungefft; come che fuori della Fa-
vola ciò fuffe , Il che fa , che crediamo, non effer nella Favola , lo fieffa
Foeta . Che , benché paja , che Paccenni ; non però egli 'I deferivo , B
nell Eunuco le cofe finte di Fedria e di Trafone di fuori s'introducono a Dell’Eunuco:
fpiegare C argomento , ad aprire Pentrata della Favola , a dichiarare le
cagioni delle cofe , che nella Favola fi contengono , non fenica diletto de]
riguardanti . Ed, acciocché ninna delle cofe di fuori introdótte non abbia
lieto fine, nell' eflremo il Cavaliere diviene amico de’ due fratelli , E nel
Formione,come che nella Favola fi poffa tutto quello contencre,che trat- Del Formione,
ta il parafitoAu cui il nome della Commedia deriva; nondimeno fe ’ l pro-
pio foggetto di quel Poema é quel fola, ch'agli amori,ed alle noxxp di An-
tifone s'appartiene , convien , che tutto ciò , che di Fedria , e de’ vecchi
beffati , e di Nicoflrata fi tocca , per ornamento della Commedia , e per
dilettare fia finto . Ano. Or chiaramente mi avveggio , quanto s'ingan- Opinione, clr<L3
nino coloro, che tengono doppie quelle Favole T eren-^ftane, le quali com-
prendono in una medefima qualità diverfe maniere di perfine ; cioè , due verft perfone di
giovani innamorati, due vecchi, due fervi di natura e di cofìume diverfi; una qualìci.
quali nelP Andria , e nell' Eavtontimorumeno , e nelPaltre Commedie del
medefmo Poeta gli troviamo : perciocché , fe la Tragedia non è doppia R;futaiìone,che
per quel fthe Arifìotele c'infegna , fe non partecipa della Commedia nel
modo già detto; la Commedia non fia doppia, fe non ha parte della T ra- jò^\fe*h*^Comi-
gedia: concioffiacofaché quella Favola veramente doppia dir fi convenga, ca e Tragici^
la qual fia mifìa della Comica e della Tragica Poe fia : quaPé P Amfitrio- •
ne di Plauto . Laonde chi prendeffe a deferivere innamoramenti di lieto
fine f ancorché fufferoi pt:rfine illujlri e reali , io direi , che Commedia
dop-
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1x6 CELLA POETICA TOSCANA
doppia, e non T ragedia farebbe: perciocché tutti affermano, fAmfìtrione
' effcr Commedia', e nondimeno in quella Giove amorofameiite della Reina
Àlcumena, e felicemente fi gode . E 7 detto loro inganno in gran parte
nafte dal non efferft avveduti di quel, che di fuori s'introduce-, e di quel.
Sospetto deir che veramente è nella Favola , Ma dmoftratcmi , come in generale fi
AiKina nuova-» l'Argomento della nuova Commedia con fiderare ,ftcome dell' antica
fidi aco in'ge” l'avete dimoflrato, acciocché fi conofea quel, ch'é nella Favola,e quel,
iiculc . eh’ è di fuori. Min. Il vi dimofìrerò nell'Andria , e in quefìo modo, Cre~
mete Attico Cittadino c da bene avea due figliuole , delle quali , fai fa-
mente tredendo , l'ima aver perduta , falera promife di dare a Pamfila
figlio di Simone per mogliere . Poi trovando , che Pamfilo era innamo-
rato di una fanciulla riputata gid flranicra , e forella di Crifide meretri-
ce , ancorib' ellafiiffe Attica e figlia di lui , riciifa il matrimonio ; ondo
te nogxc , che far fi doveano , fi difiurbano : perché adunque Cremete
riciifi , che Pamfilo fpofi la fina figlia , la qual' egli unica riputava ; e
Simone finga le nogge, tutto é fuori della Favola . Nella Favola fi pone,
che Simone, fingendo di dar moglie a Pamfilo, tenta l'animo del figlio, fe
’l matrimonio ricufi . Cofliii fe ne turba , né sa , che fi debba fare : con-
cioffacofachè egli il padre riveri fea , e l'abbandonare l'amata fanciulli
coja indigna e iniqua gli fi faccia tenere , Per configlio di Davo , pro-
mettendo di ubbidire al padre , in pericolo fi pone : perciocché 7 padre
agevolmente da Cremete ottiene , che le finte nozife fi facciano vere . Il
medefmo Davo , partorendo l'amata fanciulla , che Gliccrio fi chiama-
va , opera , che da Cremete il matrimonio fi ricufi , e Pamfilo da perico-
lo fi liberi. In tanto, non lafciando però Simone di proccurarc l’efecugio-
ne dell» noxgtp , Critone da Andro viene in Atena , e feoprendo il fatto ,
dichiara, Gheerio effcr Pajfibula figlia di Cremete , la qual riconofeiuta
Orni fi* la Fa- ** Fani filo fi fpofa . Sono in quella Commedia non pochi introducimenti ;
ySa tvi- perciocché nel principio , quando [argomento della Favola fi f piega ,
iodi oell’ Ao- Puna e l'altra vita di Pamfilo fi dimofira', e le cagioni, per le quali Crc-
* mete il genero ricufi ; e Simone finga le noxge', ed alquante cofe di Crifi-
de fi narrano . Dappoi l'amor di Carino , fofletrice, e l'altre cofe appar-
tenenti al partorii c, ( benché il parto fia nella Favola ) c'I tormento di
Davo , come che non ficn della Favola , nondimeno fi tengono f\/>e atta-
mente a lei s'.iggiung.ino . Ma fenga dubbio la cagione , perché fi finge.
Quali cofe deb- Atena Critone veniffe , di fuori s'introduce . Ano. Gid fi e detto
^lo'iccaifi nel a baftanga , come gli Fpifodj della Favola fi coiiofcano : or diteci , fe
corpetto, e qua- ^ Favola fi trattano , fono da recare innangi agli
b nona , o iwf. certo tutte: perché li carnali congiungi-
menti.
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LIBRO SECONDO. ìzy
menti , gli adulterj , gli flupri , e fimili cofe brutte e dtfonefle , ad udire C»fa bnitta,cr>n
pià tofiof che a vedere fi danno: o in <\uel, che p fanno ; ftcome Mercurio iwrjr/ì.
dimoflra con la voce , che Giove dentro con Alcumcna fi giaceva; o poi-
ché fon fattcj fìcome il Terengiano Cherea nfcendo narra, come all ama-
ta giovane la verginità tolta avea. Altre cofe ancora ( perciocché né at-
tamente , né dicevolmente agli occhi altrui rapprefenta il Comico ) egli
talmente le introduce, che vengono a notizia, de' riguardanti, benché non
le vedano , mentre fi fanno ; o poiché fon fatte , le fa riferire : perché le Parto, con udrrfi
Teren^iane fanciullc,quando dentro partorifcono,toflo che s'é quella vo-
ce udita ,
Giunon Lucina , ajutami ;
Giunon Lucina ialvami , ti prego ;
'ancorché 7 partorir non fi vegga , egli a ninno fi nafeonde . Talvolta i Riconofc/meni
nconofeimenti dentro già fatti fuori fi narrano ; ficome nclPEcira , ncir >. ‘^“11 veJci/ì,
Eavtontimorumeno , e nell’ Eunuco : benché quelli più ficn lodati , per- ** * *
ciocché generano più meraviglia, che nel cofpetto del Teatro fi fanno', fi-
come nell Andria, e nel Formione . E li conviti appo il medefimo Poeta, Convito coiiri-
perché in pubblico non fen%a offefa de' riguardanti fi farebbero come fon •
fatti, fi ridicono . Di che fede ci fa quel luogo degli Adetfi ,
Certo , Sirifeo , ti fei governato
Ben dilicatamente; e’I propio uficio
Splendidamente ai fatto .
Talora di quel, che lungi dal cofpetto altrui fi farà, i riguardanti fi fan- Che fi farà
no av^fati : quaV è, tro,con avvifari
Tu con lei ftatti in tanto entro a piacere j '
E comanda , le tavole fi mettano ,
E tutte l’alfre cofe s’apparecchino , JE
Con lei inchiuderommi in qualche cella .
Niuna cofa adunque, la qualfia difonefla, o brutta, o difdiccvole, o mo2
iejia e no)ofa a' riguardanti, fi dee rapprefentare. Di che, par,che >-4^/0-
nevolmente Plauto fia da riprendere, che nella Mofìellaria quei giovani, piamo riprefo.
I quali diffoluti e luffuriofi egli finge/a pubblicamente ufarc atti di luffu-
ria e di ebbre^ga . Ano. Affai della Favola , e delle partigioni di lei s’é .
ìagianato a no{ìro foddi sfacimento : feguita l’altra parte dopo lei princi-
t Va- \ ^onvien, che 'I Comico ab- DC Coftnmi , e
bjaaijtinta e chiara notisela , come colui , la cui Poefia più di ogni altra <!«'' Aficcti Co-
dichiara,qual fiala difpofixfono delP animo, quaP il moda del viver e, quale '
la natura, quale la confuetudine di ciafeuno. Ma, perciocché ben mi ricor-
do, che )en abbondevolmente nc ragionafir,non chiederò , che mi difinia-
te
t
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V
'ili DELLA POETICA TOSCANA
te i €oJlumi,né ejuali fieno gli affetti di ciafcima età,^uali di ciafeuna for-
tuna,quali di ciafeuna famiglia, di tiafeuna gente, di ciafeun patfr,qualf
della natura,e dello 'ngegno di ciafeuno", quali di ciafiuno fludio,e di cia-
feuno atrmaefir amento ; quali al fine di ciafeun' arte, e di tiafeuna facol-
tà: ma ben vi dimando,mt dmofiriale, quali fieno i coftumi, e gli affetti
Efèirpli di Co- ciafeuna Comica pcrjona. Min. Avendovi io di fopra dichiarato, qual
mici coftumi, fin la varietà delle Comiche perfone , non ve ne dirò qui parola : ma per
(hiarex^a di quel,chevoi chiedete,ve ne darò gli efempli. E cominciando
da' vecchi , (perché di loro parte fono avveduti , parte trafeurati-, parte
benigni e cortefì, parte avari ed afprr, alcuni fevert e gravi,altrt diffoluti
e luffuriofi) qual fia il coftume dclf avveduto e grave, nell' Aidria Simone
De’ Vecchi . c Cremete il vi dimofireranno . ,§^al dell' avveduto in altrui , e cieco in
fe fleffo, neU Eavtonumorumcno Cremete. .^al de'trafcurati, nella Mo-
ftcllaria T europide . .;^ial del benigno e cortefe , negli /Idclfi Milione.'
^al delCavaro ed afpro,Demea‘, ma pià nell' AuluUria Euclione. ^ual
del diffoluto e luffuriofo , nel Formione Cremete ; ma più nella Bacchi'de
Filoffcno , e nelf Afinaria Demeneto . E , perché il vecchio biafima vo-
lentieri e troppo le cofe prefenti , e commenda le paffate ; riprende i gio»
vani, e loda fe fleffo’, qtu fto vi^io a' vecchi dell' Eavtont imorumeno s'at-
De’ Giovani, tribuifce . De' coftumi poi del giovane mode fio flavi chiaro efcmplo nclP
Andria Pamfilo, e nel T rinummo Lifitele, Del diffoluto e troppo sfrena-
tamente innamorato , i Plautini Minefilochi , i Piflocleri , t Lcsbonici,
Dell’età Virile, « Callidori , i Dinarchi . E , perché l'uomo giungendo all' età virile pro-
caccia ricebeg^e ed onori , gli affetti del mercatante fono efprejft nella
Del Guerriero. Commedia di quel nome, e nello Stico . E dell' ambiXfofo guerriero , nelP
Del Cavaliere. Amfitrione ; fiiome del gioriofo e fiocco Cavaliere, nel Cavalier Plauti-
no tcnelJ eren'ziano T rafone . E del ruflico femplice , in Cremete fra-
ttlio della giovane nclP Eunuco da Cherea sformata . Ma certo , fiicome
Del Contadino, de' Contadini nel Pluto , così de’ gentiluomini gii aff'etti ne' Cavalieri, c
Del Geiitdiio- ficgli Acarnici, e negli Vccelli di Arifiofane defcritti troverete . E , che
' fi convenga al Cittadino parlare, che al Contadino, che a colui,che fegue
la miligia, nel T ruculento di Plauto vi fi fa chiaro . Come fien differenti
Del Padrone, i coftumi del padrone e del fervo , Cremilo e Canone conofeer nel Pluto
Del Servo. 'I faranno là , dove come quegli dimoflra al fine venire infaflidio i
trionfi,gli onori, e le dignità, e tutto ciò, ch'é degno di perfona in libera
Città nata e nudrita;cost quefìi il pane, le pitte,i fichi fecchi,e tutto quel,
che allagala diletta. E del fervo afiuto, fallace,ribaldo, ebriaco, mordito-
re efemplo vi farà Davo , Siro, Pfeudolo, Crifalo, Paleftrtone , Epidico',
fttotne del buono e fedele ; Sofia neltAndna , eGeta negli Adclfi . Del
beffa-
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LIBRO SECONDO. ii<j r
hffatorc , e lupvghiero parafilo ; Gnatone , ed Artotrogo > e Pannicoló I
^ual fia il coflutne della Madre di famiglia pudica , ma fofpcttofa, e fu- pelTa Madre di
ftrba, erittofa , nell'Afinaria di Plauto, e nel Formionedi Terenzio vi “"■*£*'*•
fi dimofìra : ficcme della modefìa, e difereta, neW Eavlontimorumcno , e
nell' idra . J^al fia l'attenzione, e la diligen^ti della Balia , nel For- Della Balia. .
mone . ^tal effer debba la moglie verfo il marito , in Pinacio, e in Pa- Della Moglieic
negtrida da Plauto vi fi dipinge, pianto fian lufinghiere, aflute,e ribal-
de , e sfacciate le Meretrici , il vi danno a vedere in loro fleffe prone fio Delle Merct:ici
nel Truculento , e Taide nell' Eunuco , Né fono diffomiglianti le Serve Delle Serve.
loro : benché quelle, che fervono alle onefie madri di famiglia, non fieno
tanto trifie ; nondimeno fi moftrano maliziofe , ( perciocché taf é già la
generazione de' fervi) e fpefie volte difonefle, e lafcive : quatc Stefanio '
ftello Stico. Che dirtm del Ruffiano ? fia la natura, e la vita di lui. Del Ruffiano,
attiffmamente da T erenzio negli Adclfi , e da Plauto nel Pfeudolo vi fi
deferivo . Che della Ruffianai ,^anto ella fia sfacciata,e ribalda, e gita- Della Ruffiana.’
fiatrice delConeflà, nel Curcuglione, nella Cifiellaria,e nella Perfa innan-
zi agli ocihi vi fi reca . pianto fia tamor del Padre verfo il figlio, Me- Del Padre.
ntdimo nelC Eavtontimorumcno ve 'I dichiara ; ficome Sofìrata della Ma- Della Madre,
dre . Che le Suocere fìen d’tniqua natura, nell’Ecira vi fi fa paleje per le Della Suocera,
parole della Suocera fteffa,la quale giura,fc non effere in quella colpa. Del-
ia carità,e dcll'ubbidenza- del figlio verfo il padre, chiaro efemplo vi da- Del Figlio» i .
rà nelPAudria Pamfilo, e negli Adelfi Efehino . Ma perché il cojlume fe- ^
gite la natura del luogo , perciocché varj paefi varie maniere di uomini
producono, i da fapere quel, che della varietà delle genti, e delle nazioni Della Naai«nì<
s’ è fritto: cor.ciofjiacofaché ferivano, effer naturalmente leggieri li Gre-
ci, fupcrbi gl' hai, ani, acuti li Siciliani, fiocchi li Francefi, a darfi van-
to prontifjimi gli Spaglinoli, malizicfi gli Africani . Laonde è da vedere,
che all uno quel, ch'è dell altro, non s’attribuifea. E Plauto,che non pur '
gli Ateniifi, ma i Cali don) ancora, i Sicion), gli Et oli, i T ebani', nè fola-
mente i Greci , ma i Siciliani , gli Africani, ed altre maniere di genti in
Teatro rapprefentò , v'infegnerà , che in qual modo a ciafciino attribuir^
fi convenga. £ lafciando a portegli efempli di tutte l' altre genti, vedete
nel Fenolo, com' egli la malizia del Cartaginefe vi dipinga. Nella pitta- Còme *1 limile a
ra de' coflumi abbia cura il Comico di non cangiare nella perfona coflu- fc i^efso lì larvi.
manzo, e vita ima , quale a dipingerla ci cominciò, tal foi nel moflrarla
ti pirjeveri sì, che da fe fitjja diverfa,e dijfimile mai non fi conofea , Nè Tereniio dife-
quì VI meraviglierete dclTerenziano Demta^he di afpro ed avaro, pia- ‘
cevole e liberale ccminciò afarfi tenere: perciocché a fìudio dal Poeta fi a
ttaiforma o per dure materia da ridere , o per J'ervare i coflumi de' faoi
B, tempi.
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IJO DELLA POETICA TOSCANA
tempi, li ejtuli cran molto ddl'antica p,irfnnonia , e d-iltantica feverità
lontani', o più tofto pei' riprenderli , ftcom' egli apertamente gli riprende:
perciocché dimandato Demea da Mintone , perchè sì repente cojlitmi ean-
giajfe , rifponde ,
11 VI dirò , per chiaro dimoflrarvi ,
Che J’clfer voi piacevole tenuto
Non vien dal viver vero , nè dal giudo ,
Nè dal buon già ; ma tutto da luÈnghe .
CoJTie fi fugga ^Dappoi è da vedere, che a ninno s'attribuifca quel,che non gli conviene:
ttfing_er, che fta buono il trifto,o triflo il buono. Laon-
Arptoftne ri- rdriflofanc a Socrate, dall'oracolo di Apollo favio nominato, nelle iV«-
pt'lo • t/ole attribuendo quel , che dalla vertù di lui era molto diverfo , niuna
laude, né graTja ne trovò nel Teatro degli Atenieft^ma più tofto a tutti
ne difpiacque . Oltre a ciò quel, cb'è della perfona, pongaft mente, che di-
cevolmente fi deferiva. Il che fi fard, fe dove la ncccjfità,o la convenien-
Plauto nprelò, K'* richiede, qua! è etafeuna cofa, fi moftri efpreffa. Né Plauto non è da
riprendere, che, benché la gener airone de’ fervi morda agramente, e tut-
ta fila beffarda , e fchernitriee non però convenia , che nell' Afinaria in-
troduceffe t fervi a sì difdicevolmente beffare, e sì bruttamente fchernire
Che ^li Affetti il padrone , Ma {perché ci vien da natura, che l' animo nel volto, come in
apparifcaiio nel chiaro fpecchio, appari fca', e nelle parole, come in mamfefti fegni,fi dima-
* " ftri) nel deferivere gli affetti fi porrà ogni ftudio, che così nel parlare, co-
Quale (ìilc con- l’abito dell’animo fi fcuopra . E , benché la Comica faccenda
alla Comi con verfi Tragici dir non fi debba , pure talvolta U Comica perfona fi
‘ ' «dira , e grida : ficome Demea negli Adclfi ,
O Dio , qued’ uom mi fa divenir pazzo . E,
O Dii , malfatto. È
O Dio , a quello modo .
E 'I Ruffiano ,
O Dio fu premo
E 7 fervo pieno d'ira fi lamenta ,
Qual’ età quella ì o fomma fceleraginc .
O generazione a Dio nimica .
O uom ribaldo .
Molte altre cofe degli affetti, e de'coftumi farebbero da dire. Ma, percioc-
ché nella Comica Poefita chiaramente fi danno a vedere a chi le mira,paf-
Del rifo,t mot- ** ragionare di quel , che rimane. Ano. De' coftumi,e degli affetti s'è
fi 1 ragionato a baftanga', né ftimo,che altro più chieder fe ne debba. Ma per-
ché le faccende della Commedia fonofeftevoli, e da ridere^ ed al Comico é
' richie-
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LIBRO SECONDO. i^i
richicflo il tener' infefìa e rifa i riguardanti, ragionevole cofa è, che del
ridere ancora alcun ragionamento fi faccia . iW vi dimanderò , ejual più Onp^ne da na-
vaglia in qutfa cofa, la natura, o l’arte : perciocché non è dubbio, moltt tniaj grazia, cd
cjfcr nati alla fiflivole':tx.a,ed al motteggiare, i cjuali nondimeno con l'ajtt-
to dell'artificio accrefeono la gra'gia naturale ; e li motti, e detti piacevo-
li cjlér tali, che, fé pajano prima penfati , che pronun%iati , non abbiano
punto del fi fievole, né del grae^iofo . Ed oltre a ciò non rade volte mate-
ria da ridere ci dà la perfona, il luogo, il tempo, e 7 cafo, che non fi può
folto legge di arte comprendere. Né anco vi dimanderò, che fia il rifa, e di
qual forte nafta, come fuori ne vegna, e in qual modo ci difponga, e per-
ché affalti,e muova infume tutte le parti del corpo; concioffiacofaché tut-
to quefio , c quanto oltre a ciò dalla natura procede , da’ Filofofi fi debba
apparare . Ma ben vi dimando, perciocch' è dell'arte, come la materia da
ridere trattar fi convenga. Mttt. Benché al Comico di cianciar liberamen- VizJ da fu'’eire
te , e di sfrenatamente motteggiare licenzia fi conceda , non però tanta, nel niotte|gia.
che non abbia modo, né mifura : perciocché fia lecito al Beffardo, al Pa- Ì*j‘mmoderato
rafito, al Ruffiano, al Servo di muovere difoncfiamentc, e come a lui pia- e afrciiato . ’
ce , a ridere . Al prode uomo e grave , ed al giovane cittadincfcamcnte
nutrito e cofiumato converrà , eh' egli fia nelle ciancic e ne' motti molto
confidcrato, che, per dilettare, difdicevolmcntc non parli , né cofa faccia
di Cittadino, e di gentiluomo indegna, fé non è perfona, che afiudio tal fia
finta', quale fuoPcJfere il p'ecthio trafeurato, e 7 pavoni ggiante Cavalie-
re agevole a beffare, per tenere in fefia i riguardanti. Ma guardar vi do- » Innp;jo,e dif.
vetc, che non fi dica , né faccia cofa, che fia fredda , e infipida , e fenica dicevole.
graxja, fe non per avventura introducifie alcuno di tanta mellonaggine, . ;
che mcritCTolmente in atto, e in parole fia da ridere ; qual'é il Plautino,
e’ITercngiano Cavalicre,che vagamente pavoneggia: perciocché non fa- j Premeditato.
rà mai piacevole, né faporito ciò, che al tempo, al luogo , alla perfona fi
dtfdtcc’, né qutlfche innang) penfato ti parrà, th'é detto; perciocché quan-
tunque agli fcrittori tempo fi dia di penfare , nè a vic^io ciò loro fi attri-
buifea ; nondimeno fiudiar fi debbono di portar cofe in Teatro , che nate
dalla occafione ci pajano, e non molto innanzi fìudiojàmente apparecchia-
te. E quanto loro fi dà piu tempo a penfare, tanto meno fi perdona, fe’n-
corrono in quegli erron,che fino da fuggire.Laonde in Plauto, il qual de' Phuto riprefo.
Comici é il più f fievole tenuto, Oragio difidera quefia gracula, che a motti
fi richiede: percioulè non una v olta é freddo e infipido, e talvolta fufii-
diofo . Più moderato di lui fu in tutta quefia Materia Terengio , a cui ,
nondimeno alcuni credono , ehe queji' arte, o quifia naturai gragia man- y r ,
caffè . Nc fuggirà il Caniio tutto quel, che al Corteggiano , ed alCura-^,
Ri . tore
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iji DELLA POETICA TOSCANA
tere non ijìà bene’, qitnC è, che non biaCtmi qHcl,ch'è di molti; nè morda le
^entijC le na^joni: perciocché eziandio la nuova Commedia vitupera i co-
fiumi de' fiioi tempi. E Plauto riprende la diffoluta vita degli Epidinaefi,
e Motteglufi, gli Ombri, li Siciliani, li Prcneflini, e talvolta morde altrui
nominatamente; qual fu il morfo,chc diede ad Euripide, imitando in par-
te i Cornili antichi, i quali, come s'é detto , non che le nazioni e le genti
con afpri mo'ti fchcrnivano, ma nominavano i Cittadini, e motteggiando
fieramente li pungevano . E , perciocché quefli oltre modo , e fen'^a fine
mordevano , i nuovi trovaron mifiira , la quale tener dove fiero nel ciau-
Msren'a e log- luogo adunque de' motti da tutti è pollo in quella brutterr^ayche
getto del mot- genera meraviglia o per fé Jìeffa,o perchè meravigliofamente fi nota,oper
alfui'u'^bnitt^ c f altra cagione : conciò fa che di quelle cofe folamente , overo il
za, 9 vitto , p‘ù ci ridiamo , che dinotano , e difegnano alcuna bruttexp^a non brutta-
mente; perché colui nel motteggiare merita pib di laude, che ciò, eh' è lai-
do e brutto,nota più leggiadramente, e più acconciarnente fignifica,e finga
offefa: perciocché come darà da ridere,fe muove à pietà quel,che nell'ani-
mo fa piaga di dolore 2 Laonde, come quando veggiamo i notabili difetti
del corpo, così quando ci fi fingono, o pur veramente ci fi dipingono , te-
- Efemplo di pofiiamo. Chi non riderebbe, dicendo il Plautino Pfcudolo
Piamo . dimandato^ come fuffe fatto il fervo del Cavaliere ,
Un rodo , ventrajuuio , graffo fervo ,
Bruno, col capo grande , con agutt ,
Occhi , col volto orribile , c vermiglio,’ j
Co’ piedi lunghi .
P»T«fenz«Pj B nelf Eavtoutimorumeno il giovane T trengi ano i
Quella roffa fanciulla ,
Con gli occhi bianchi , con la bocca grande i
Col nafo adunco 2
Nè meno ci fanno ridere i vixj dettammo o veri,o finti negE atti, e nelle
Quali difetti parole; e li veri,o finti mali della fortuna. Benché fta cofa troppo fupcr-
non fieno da_» ba, e inumana P altrui infelicità, l'altrui mi feria, le ingiurie, la ferviti,
beraite , povertà, Cofeurità del fangue altrui fchernire. Ma, come che ne’ dan-
ni del corpo, e dell'animo, e della fortuna il cafo per fe poco diletti ; pur
talvolta fufeita gran rifa, quando fi fa , o fi dice alcuna cofa trafeurata-
wcBre,o fe cadendo, il volto,o pur altra parte del corpo s'imbratta,o for-
tunalmente parte della roba fi perde. Ano, In quanti modi feftevolmente
Due modi di fi parla 2 \Iin. In due . L'uno è continuo , e fi flende per tutto il dire ;
^ breve, ed aguto . In quella continua fefìevole%^a tutta la Com-
l ikev^’ mdia ft confuiaa, nella quale gli atti, e li cojiumi degli uomini talmente,
* fi
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LIBRO SECONDO.
fi defcrivtmo , thc facendo , o narrando fcflevolmentc alcuna co fa , quali
ejfi ^là fono , fi conofcano ; ovcro imitando alcun vi^io notabile fcherne-
volmente, I motti brevi e piacevoli, come ornamenti del parlare, che da-
gli antichi urbano lì chiamava, ed oggi corteggiano fi può dire\nè altra-
tmnte,che faporitilJimi granelli di fate in lei di paffo in Paffo fi fpargono.
Amo. ^ante fono le maniere delle cofe da ridere ì Mim. Molte . E la Sei maniere di
prima è de’ dell'animo, e de’difetti del corpo : perciocché volentieri
(i ridiamo degli feiocchi,e pronti a darfi vanto,e pavoneggiami Cavalie- , v,>’) dell*^i.
ri ; e de' falhdiofì, e trafeurati, ed avari vecchi, i quali fono da parafiti, mo.edel Cori
e da fervi feflevolmente beffati e fcherniti; e de'molìruoft fervide degfin- ^ *
felici pedantì-,e de'paraftti,i quali hanno un fof occhione de'brutti Ruffanr,
t delf ebriache, e di formi vecchiarelle . Delle quali perfonc i cofiumi, il
volto, la voce, gli atti, e le parole a ridere c'inducono . ^efta feflegge-
vole, e da ridere brutte%ga per lo vefiire,e per l’abito del corpo maggioro
Bpparifee . La feconda é della imitazione ,la qual fifa in altrui fchcrni- i Nell’ Imits»
rticnto; quanto alcuno fìnge, e rapprefenta il brutto volto, il più x.oppo,la
gamba fiotta , o qualunque altro difetto del corpo', o pur la voce, il parla-
re, il movimento,e l’atto altrui. La terga è nell altrui fimiglianzaificome } Nella Simi>
quando Mercurio della per fona di Sofia , e Giove di quella di Amfitrione almu\
fi vefle ; e quando cangiando vefle il Flautino Sicofanta Arpage ferva
rapprefenta ’, e ’l Terengiano Cherea ft finge effer F Eunuca nell' abito ,
nella figura, neWatrdare, nelCoficio di colui, il quafegli volea,fì crede fe,
ohe fuffe . Il che certo è una beffa molto fchernevole. pianto è da ridere
ancora , quando il Plautino Epidico col mantello in colto ne va , come fio
per tutta la Città Perifane cercato avefpr, o quando Funo de' vofìri Mar-
celli, Sig. Angelo, s'infinge di effer matto ì .^sl fefia è quella, che porta
la fimilitudine de’ fratelli ì o quando l'un fervo di paggia F altro ne’Cat-
tivi accufa ì .guanto ancor diletta lo ’nganne, che da' fervi li padroni, a
dagli amanti li ruffiani ricevono ì E così quefla maniera , la qual confiflo
in fatto fefievole, e in atti, e in parole molte cofe da ridere contiene . La 4 Nel Dili>rcs
quarta è nel difpregio, che fi fa,torcendo il vifo, 0 cacciando fuori la Un- S‘° •
gua con voce balbettante, ofcioccamente ridendo, 0 ruggaudo, 0 ftbilan-
do, o con qualche altro atto fchernevole, e brutto,per altrui fchernire. Nè
fenga rifa de’ riguardanti piagne ne’ Cattivi il parafito, 0 che fu finto, 0
che fia vero il pianto di lin,per la lontananza di quel giovane, che ’l nu-
triva. La quinta ù nella difoneflà degli atti,e delle parole. E, percinecb’è 1 Nella Dilb*
ai difdtcevtlc, e difonefìo, e cantra i buoni cofiumi, giudico, dover fi fug- '
gire , ancorché Plauto Fufaffe . La fefia è nelle parole ingiuriofe di niun’ 5 Meiie PaioU
pfffona degna , che del fervo t e del ruffiano , e del parafito : quali ingiufiofe ,
fonci
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IJ4- DELLA POETICA TOSCANA
J'ono le ingiurie nello Pfcudolo dal fervo dette al tujjiano ,
Diroiicfìu , lafcivu , uom da bafìonc >
Foica , inìcidial , ladro, fpergiuro .
E le riff pftc del ruffiano al fervo . La fettima è nella fervile , c ccnti~
dinifca affabilità : quali fono i faluti de’ fervi ,
Scuola di dura sferza , Iddio ti falvi r
Che dici, guardia di prigioi.e ofeura 2
Paitìgìoiie di Molte altre maniere fono , le quali mila Commedia f truovano ; ma il
•rotti . ten fo meno mi verrebbe , fe io tutte volejji montarle . Ano. J^al’è in
a liiCcfc!* fmma la part igiene , thè tutte le varietà del motteggiare comprende i
Ve' Motti in motti parte nelle parole, e parte nche tof confifie. Motteggia-
5'aiole. ’ mo con le parole, quando le voci fono dubbiofe . Chiamo dubbiofe quelle
biolè^' z<0ff, le quali hanno, c poffono avere doppio intendimento: quat è , quanr
do, dicendo il Plautino Mercurio ,
Ogg’ io ci premerò cocdla lingua .
Sofia rijponde ,
Non puoi ; che io ben la guardo , e capamente .
La voce premere »;on fgnifica all' uno quel , che all' altro fgnifea \ E
Nell’Equivoca- Equivocare , che da' Greci Omonimia fi chiama ; qual e, quando,
re , dimandando il Plautino Cavaliere, ove fa, ih'io ritrovi Curcuglienc, ri-
fponde il ruffiano ,
Nel frumento , farò, che tu ritrovi
Curcuglioni per uno cinquecento .
Intendendo il verme del grano là, dove quegl il parafito intendeva . E
Nel finger del fitiger del nome', e in quel, thè volgarmente Bifguizzo, e Grecamen-
oomc . te Paronomafia fi dice ; aggiungendo, togliendo, cangiando lettere, o fil-
labe : qual farebbe , fe diteffi 7 urberio quel , che T ibcrio è nominato J o
la fglia del prete chiamajji mala mula: e qual' è quel detto Plautino ,
Che temi ì
Che danno in Epidanno non mi venga . E
L' il padre di la forte , tenace ;
Anzi è certamente pertinace . E
Vorrei piìi torto arare ,
Che in querto modo amare. E
O fei tu forfè medico ì
D’una lettera pLii ceno c ’l mio nome.
Dunque tu fci iiicndico ì
E qi el del Petrarca ,
Amore ,
Ama-
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LIBRO SECONDO.
Nella miicazio-
ne de* coli .
Nella mutazio-
ne del genere.
In una parola .
In diverre pa-
role .
Nella vaniti
delle parole .
Amaro , come vedi .
La mutaxion de' cafì ancora molto diletta in una voce t qual* d «
Che mef^ier’ al di fpecchio tu , che fcl
Allo fpccchlo per te fpecchlo grandùiimo ì
JE con la mutazjon del genere ,
£ la donna dal donno era fegulta .
Ovtro in diverfe parole : qual' è ,
Attendete oggi a me , che cofe buone
Nel Teatro vi porto ; perchè a’ buoni
Buone cofe mi par degno fi portino ,
Come le male a’ mali ; acciocché bene
Abbian quei , che fon buoni ; e male i mali .
Suole altresì la kiinità delle parole , che Nugatio da' Latini fi chiamai
tjfer feflevole : quaC è ,
Alcuna cofa , per alcuna via ,
In alcun modo , d’alcun luogo , alcuni .
Tefievolmente ancora fi giuoca nel nome con la miitao^ione delle filiale : Nella miitatio-
quat è nel T rinummo , n® delle lillabe,
Chiamafi egli Callicia ? no. Calliopo ?
No. Callinico i no. Calliclemida ì
No. Callimaco ? no. Il dirò pure ;
Chiamafi forfè Caro , over Carmida J
Quell’ è deflb . Così gl’Iddii lo firuggano .
Il nome finto ancora è da ridere, maffimamente quando ha molte filiale; Nel nome finto,'
tjuaNTerapontigono , Teoromede, Tefaiirocrifonicocrifide. O quan-
do riforma dal fuono : qual' è T aratantara, voce trovata da Ennio, a fi-
gntficare il fuono della trombetta ; e nelle Rane di Ariflofane ,
Brececccex , brececeeex , coax , coax .
Che diremo della fpofixion del nome ì ^mnto ella può nel motteggiare ì
qual" é ne' Mcnecmi ,
Pezza mi chiaman tutti quelli giovani ,
Perchè tutta la menfa netto , c mondo . JB
Penfate ben tra voi , qual’ uomo è quello ,
Il qual fi chiama Lupo ì
J finonimi ancora portano fe(ìevole':t,Xa al parlare , cioè , le voci di un Ne’ linonìm?.
medefimo figmficato ; qual farebbe ora, adejfo, tejlè, al preferite, mò : ed
Io ti fon’ ora Dio
Luce, allegrezza, fortuna, falute . £
Mia vita , mu dolcezza , mio piacere .
£ , ben-
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««jfi DELLA POETICA TOSCANA
Negli epiteti. 'E , benché gli epiteti ftgnificbino cofe diverfe, pur dilettano, o lufingan-
do , qual' è ,
La bella , e tencrella tua conferva .
0 mordendo ,
Fuor della porta ad alloggiar ne vado
Con quella vecchiarclla zoppa , c graffa i
O febernendo ,
Ors^^ mio Achille fa , com’ io ti prego .
Serva tu bello Cavalier la bella
I)onna , modrati a lei dolce , e benigno «
DiAruttor di Citili ,
Ucciditor di Re .
Nella diminu' AV poco diletta la iiminw^ion del nome o lufingando , o mordendo , o
tioii <lcl nome. Jlljernendo , che fi faccia : com'è , quando diciamo, fanciuUino , •vecchia-
rello, Icggiadrctto. Z)fafì fpejfo nella Commedia la vaniti del parlare, la
qual confifle or nelle cofe vane, e vanamente dette', or nelle vane, e fcioc-
I() parole fo- che parole ; e fpecialmente fi fa, quando con parole foverchie vanamente
veichic. dice quel , che con brevità dir fi potrebbe ; o le medefme voti fpeffe
volte fono iterate, e ripetite. Di che molti efempli troverete nelle Favo-
Rifpondendo l^ Plauto. Motteggiamo ancora piacevolmente, quando alle parole, non
alle paiole^ , allo intendimento di quel , che parla, rifpondiamo , Il che non averebbe,
dTmenro ^ »
10 mi rallegro , che per me ti crefea
11 numero de’ Agli . A me non piace
Per l'opera d’altrui l’aver piu figli .
Rifpondeiido 0 quando rifpondiamo altro da quel , che s’ affetta : qual' è i
altro ila quel, Uom da bafione , conofeimi ì
c le I a i-ecta. Ti conofeo per uom grave , e moleAo . E
Che dici tu 1
Ch' io ti fon fervo , e tu mi fei padrone .
Nello incanno Non quefta , ma altra rijpofla attendea colui , che dimandava . Talori
nojìra opinione ingannati fen':^a avvederne dell' errore :qual' è.
Se lei compralfi , credo ,
Che non ti fcrvirebbe un mefc intero .
Cosi certo vorrei .
Puchi intendendo il fervo maUxfofo , che quella fanciulla, la qual com-
perarebbe il ruffiano, fra pochiffimi dì libera Jaribbr, il ruffiano intcndea,
Ne’coiitrano- belle%%a in krevijfimo tempo troverebbe,chi la compcrùffe.
/li f Jiellif ìmi motti fono ancora negli anuteti , cioè , nelle voci , che fi
con-
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LIBRO SECONDO.
contrappòngtno : qual’ è ,
Mifcr me , fon perduto .
Ed io*ccrto fon Ulva .
nelle membra eguali del dire : qùal’ è j
Coflui già del non dare ha gran vergogna ;
Ed io del non ricevere ho gran doglia.
B nelle confortante iqual'é quel detto del cuoco Plautino contro agli avari,
Non cercano il migliore , nc il carifiìmo ;
Ma pili toAo conducono il viliifimo .
B nelle voci raddoppiate : quaC è ,
O giunco , giunco , i* lodo la tua forte .
^uel , eh' era bagnato dal mare , invidia portava al giunco , il qual' era
fecce . E
O mio zio , o mio zio , mio ziiHimo .
£ nelle ripetite ; quaN quel ragionamento de' due fervi : perché dicendo
Funo ,
Abiti tu gli uccelli , abiti i pefei ;
Laida con gli agli me nella mia forte.
Tu felice , io infelice ; pazienza .
Jtifponde l'altro ,
lo col mio ben , tu Aatti col tuo male ;
lo mi daib all' aniore, tu aH'atatro :
r vivrò bene > e tu miferamcntc .
£ nel dubitare ,
O che tu Ai Cilindro , o Coriendro »,
Senza dubbio morrai .
£ nelC ammendare ,
Io portai : che portaAi ì volea dire
.Menai . E
Tu lei baglio ì anzi io fono fotto baglio !
£ nel tacer quelle parole , che agevolmente s’intendono è per bnejià fi
laf ciano . Ano, Perche quefte fino figure di parole , moflratcci , tome i
T rapi I che nelle voci fono mutaxioni di uno tn altro fignificato , fieno
attillimi al motteggiare , .Min. /ittifjmamente fi motteggia con la Me-
tafora ; qual' è ,
O temi , non ti morda queAa porta :
Che dubiti d'entrar , piacer mio dolce ì £
Perchè non piangi ? ■ "
Perchè ho gli occhi di pomice .
S JEcqil
Nelle itiembia
eguali del dire.
Nelle confoiiar,
te.
Nelle voci rad-
doppiate.
Nelle ripctire.
Nel dubitare,
NeH’ammenda^
tei
Nel tacere quel;
die s’iiitende, e
per onelli fi la-
icia .
Nelle mutazio-
ni delle voci.
Nella Metihf.
ra.
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ij3 DELLA POETICA TOSCANA
Nell'Allegorìa.
Nell' Enigma.
Ne’ Proverbi.
Nell’Ironìa,
Nella Metoni-
mia.
Nell’ Ancono-
ma/ia.
Ju molti nomi.
Nel la circuizio-
ne .
E fo» l'Allegoria : qual’ è , '
Tu mi comandi , eh’ io l’ignudo fpogli . E
Mira , tu fembri una gentil pittura .
Dal tuo parlar comprendo > che leggiadra
Sarà la pelle mia , che con pennelli
D'olmo Zcull I ed Apelle pingeranno .
E col parlare ofeuro , che Grecamente Enigma fi chiama : quafé »
Ecco bee l’arco , pioverà , credo , oggi . E
Guardati dalle corna .
Perchè ì Perchè due buoi porto in borfa .
Perciocché il prexi^o d’un par di buoi venduti portava , E co' proverbj:
quat è.
Nel giunco cerchi il nodo .
£ veggendo il fervo , che ’l ruffiano ninna cura avea delle parole ingiu-
riofe , che gli eran dette , dijfe , ,
D’ingiurie empiamo il doglio pertugiato .
E con l' Ironia , o dijfimulatamente , ed occultamente fchernenio : quali
quel detto di [opra ,
Orsh mio Achille fa , com' io ti prego .
O pure apertamente : qual è ,
Dio ti falvi Talete .
£ con la Metonimia , ponendo luna voce per laltra : qual i ,
Senza Cerere , e Bacco è Vener fredda . £
Mia anima , mia vita y
Mio diletto i mio bene .
£ dicendo il fervo , che al ruffiano fi battere la bocca con largente , ri-
fponde quegli ,
Agevolmente i colpi argentei porto .
£ con lAntonomafia, per la quale , tacendo il propio nome , con altro il
fignificato di lui dinotiamo : qual é ,
Or Kompidenti y a Dio . A Dio > Copritura.
Perchè luna minacciato avea , che' denti gli romperebbe ; e l altro di-
mandato y chi egli fuffe , avea rifpofto , eh' egli era copritura del corpo
del Cavaliere . Nè una volta molti nomi ad uno fi dicono : qual è ,
Loto ruiEanefeo , letame pubblico ,
Lafeivia difonefVa , uom lenza legge y
Del popol macchia , arpia di danari ,
Di fanciulle , e di giovani ruina .
£ con la Circuizione : qual è ,
Ove
«
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LIBRO SECONDO. ijp
Ove ne vai tu > che nel corno inchiufo
Porti Vulcano ?
Portava egli la luce nella lanterna . E con Iperbole y ora accrefcendo :
qual' è y
Sì fono brutte y
Che Vcncr caccerien del proplo tempio E
Ben fi pub dire a me f quanto allo fciucco
S’è detto , fafTo y legno y afino , piombo .
A lui non già > che con la fua fciocchezza
Avanza tutte quelle cofe inlìeme •
E con la Cotnpara'^jone y
Si volge pili y che rota .
Fili dell’ umano , credo y ha l’avoltojo .
Egli è unico a te y
A me ancor dell’ unico pih unico .
E con la Metafora ,
Lungi da me ne vada .
Perch’ egli è figlio di Vulcano irato ;
Scalda il vicino y ed arde , quanto tocca.
Ed or diminuendo : qual’ é y
Un luogo folo in menfa per te veggio ,
Se puoi (Irctto federe .
Eziandio tra chiodi un picciol luogo ,
Quanto vorrebbe un cagnolin , mi baila E
Quando ne va a dormir y fafua la gola .
Perchè ì Perchè , dormendo , egli non perda
Un pocolin del fiato .
O chiude ancor la bocca , eh’ è di fotto »
Perchè non perda un pocolin del fiato .
’J^eJle Jono le maniere del motteggiare , che’ degnìffmi fcrittori e'infe-
gnano aver luogo nelle parole , Ano. Or dimojlrateci C altra parte de’
motti , che confi/lcr nelle cofe dicefle . Min. j^efia parte è pià grande,
ed ha maggior materia da ridere ; conciò fta che dirivi da tutti li luoghi
degli argomenti , e tutte le forme del fentimento riceva : perciocché di-
manda , dubita , rifponde , afferma , niega , rifiuta , concede , riprende ,
ammonifee , finge , diffmula , alleggerifce , beffa , fchernifce , minaccia,
defidera, beflemmia , fi meraviglia , alfine dimojlra affetto d’animo , chi
motteggia . Narra dunque talvolta coflui y e narrando nota, e reca in-
nantt agli occhi le cofe verifimtli-, e quelle, che hanno del brutto talmen-
S z ^
Nella Ipeibole,
accrclcemio Ui
(le manici e.
1 Maniera .
1 Con la Com*
paiiiione .
•J Con la Mecaà
k>i a .
Iperbole, (limi,
iiueiido .
De’Mott),chej
coiilìiiono nelle
cofe.
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140 della’ POETICA TOSCANA
te I che V volto di colai , di cui fi parla , e *l ragionare , e 'I cofiumé fi
vede fpreffo ; e l'Vditore flima , tutto ciò farfi allora in fua prtfeni^a : 9
che fian vere le cofe narrate > tra le quali nondimeno comanda Cicero-
ne , che alquante menxfignette fi fpargano ; 0 finte , come il Comico ha
in cofiume. Onde motteggevole narrazione farà alcuna novelletta, quaN
quella , che dal Plautino Crifalo dell' oro appo non io qual T eotimo in
JSfefo depofto fi finge ; e quando fi narra alcun fogno , alcuno agurio , al-
cuno apologo , ( Apologi chiamano le favole di Èfopo ) alcuna vendita »
alcuna obbligazione , alcuna lettera , alcuna fioria , alcun difcorfo . Di
che troverete efemplo nelle Commedie di Plauto . In fonema ogni fefievo-
le narrazione , ogn' imitazione , ogni beffa , ogni giuoco , e tutta quelUt
continua fefievolezZfi del dire , nella quale i cofiumi , e gli atti^ degli uo-
mini fi deferivano , nelle cofe confifie . Ma tra' luoghi , onde vengono l
la SimilicuditM brevi , ed aguti motti , che nafeon dalle cofe , è la Similitudine: qual'è.
La meretrice è fìmilc alla terra ,
Che fenza molti non fi puh tenere .
La meretrice è fìmile alla fpitia :
Chiunque tocca , li fa male , e danno
L’Inwujìne. E F Immagine ; qual' è ,
Vedelli un pinto innamorato mai ?
Ve ’l decrepito vecchio rimbambito ,
Che par figura pinta nel parete .
LaComparaiio. E la Comparazione , la qual fifa in molte maniere : quat è j
Di che 31 tu vergogna J
Di te , che innamorato
Ti truovo voto , come noce fi acida . E
Non fe collui di fenape vivelfe ,
SI trifto elTer porrebbe . E
O Lido , tu fel barbaro ;
Io ti Aimava favio
Via pili , che Salomone ; ed or fei pazzo
Piiidi qualunque barbaro ignorante .
L'ETemploi E 1‘ Efemplo; qual' è quel detto delta meretrice, la quale perfuadea kt fuo
innamorato , che novellamente tolto avea moglie , che non fujfe d’una
fola donna contento ,
Penfa del topo piccolin , quant’ egli
E' favio animaletto ,
eh’ ad un fol ietto gik non fida mai
La vita Tua : ma coaie fuEe all’ uno
' Poflo
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<4*
LIBRO SECONOO.
Pofto afledio > ricorre toflo all' altro .
y l'argomento dal Simile : qual' è , L’ Argomtnto
Credo , che vicn da lui . Perchè nel dire ^ •
Sei così fciocco .
P come dal ftmile y così dal diffimile i motti fi prendonó : quaf iy quando Dal diflimile»
il vecchio marito , cominciato avendo il cuoco contro alla voglia di lui
innanzi alla moglie a parlare dell' amata meretrice y e dicendo , che non
era mala y rifpofe ,
Ma ben Tei tu mal' uomo .
p dal Contrario : quatè , quando dimandando il cuoco y fe gli dmici y 0 contrario»
pur’ i nimici convitarebbe y e rifpondendo il ruffiano > -
Qual' altri y che gli amici i
Perchè ( die’ egli ) pifi toflo non chiami lor nimici y
Ch’ amici j Io condirb si ben la cena ,
Che fc ne roderan le propie dita .
Né poche maniere di motteggiare nel riprendere y e nel rifufare trovia- riprendere,
mo : quaté , quando il fervo dal padrone chiamato feminator di [celerà- *
fe^e y e m'ietitor di malvagità , rifpofe ,
O prima non dovei dirmi aratore ì ^
fliprendtamo ancora motteggevolmente in queflo modo ,
Niun giovane pih di lui m’è caro .
Egli è fanciullo , fciocca ;
Ha poco , che gli fon caduti i denti
Ove f opinione di quellay e di queflo s’inganna , credendo la puttay ch’el-
la farebbe amica del giovane , e ’/ fervo del vecchio . Ammoniamo fefle- Nell’ Ammoni
volmente : quafè , e quando l’amante battendo il fervoy dijfe tamicuy ^ '
Non batter’ , amor mio > pietra sì dura ,
Che non perdi la mano .
£ dicendo la padrona alla ferva ,
11 mal , eh’ Iddio ti dia .
Jlifponde quella , <
Se padrona fei fa via , al tuo marito
Il di piii tuffo , ed alla concubina .
’Xifuflamo altresì negando : quaf i kt i
Chiunque verri qui , mangeri pugna ' negare.
Va , che mangiar ffanotte non mi piace ;
Io cenato ho pur dianzi .
0 convincendo ; quaféy quando fi rifponde alla ferv4y che ditevdy la me- Nelcoavìoccn,
retricefua padrona aver partorito j
Che
it.
Nel fingere la-i
ditela .
Nel diminuire
l'alciui vana—*
gloria .
Nello feemar ^
del 1- et dono .
Nello ifcolpare.
Nel ritorcer in
altrui la colpa.
Nell’ ifeufare.
Varie maniere..*
di Ichernire.
Alludendo .
Con la fimilitu*
dine deile voci.
Rifehernendo.
Mal ridicendo.
141 DELLA*POETIC A TOSCANA
Che dì tui come potè partorire.
Chi pregna non fu mai ì
0 fingendo la difefa : quaC è ,
Per una cena , o per un deiìnare
Affigger fi farebbe in su la croce .
Di tal natura io fono ;
A quallivoglia gran cofa contrailo '
Molto pili lievemente , eh' alla fame .
0 diminuendo l'altrui vana gloria : qual’ è ,
Libera io nacqui ,
£d altri ancora , i quali oggi fon fervi .
0 ftemando del perdono : qual' è ,
Perdonami , che ’l vin ne fu cagione .
Non mi piace incolpar quel , che non parla.
Ovcro ifcolpando : qual’ è ,
I u parli cofe vane . E* mio cofiume ;
Perocché agevolmente piu ne vivo .
0 ritorcendo in altrui la colpa : quaf è ,
Perchè mi chiami padre ì £' tua la colpa i,
Non mia ; perchè , fc tu mi chiami figlia ,
Io non li dirò padre ì
Overo ifeufando ,
Perchè no ’l chiami a cena ì
Per non perder qualche cofa .
Né una fola maniera di febernire usò Plauto : perché leggiadro fcherni~
mento é quello , che ft fa alludendo .
Moli’ afpro è ’l viver mio .
O mangi tu fpine ì
E per la fmiiitudine delle voci divten più leggiadro s quaC é ,
Vidi io , fanciullo effendo , te fanciullo .
Or io pih grande te più grande veggio .
Scherniamo altresì colui , che et fchernifee in quefio modo ,
Va , non è verilimil , noi vcdcfti .
O parti , eh’ io lìa lippo ì
II medico di ciò , non me dimanda .
E diciam mal di colui , che mal ne dice : quaC è ,
Vb fapcr , fc ’n mia cafa
Le cofe mie fìen fulve .
Piaccia a Dio , eh’ io riporti
Salvo
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J4i
LIBRO SECONDO.
Salvo db , che ho portato .
J5 beffiamo con qualche mem^ogna : qual' è ,
Le donne , che s'irapregnan di coftui ,
Partorifeon guerrieri ,
E figli , che vivranno ottocent' anni . ^
E febermamo le men^pgne con altre meni^ogne: quaC è, quando van tmentP
glortandofi il Cavaliere di cofe , che non fnron mai , rlfponde il paraftto
Il tengo a mente , quel dell* arme doro / P^rajtto,
L elercito del qual col fiato in. mille
Parti romperti ; come fparge il vento
Le foglie , e ’J vecchio tetto .
Di can , di capra inrteme tu mi dai .
Che volete , eh’ io faccia ;
Non poffiam tutti già di mufchio,o d’ambra,
Lome tu fai , portar foavi odori .
3ltri in racnfa , e cibi
oi dilieati mangiare.
E cediamo il mal , che ci fi dà : qual’ è ,
Guarda , non mi toccar ; eh’ io non ti dia
uran mal con querta mazza .
Io tei cedo ; Ila tuo .
Hai bevuto ì s io ho bevuto , iddio
Non mi faccia di ben . Peretó Perch*
Ho trangugiato .
Molropu'i, ch’abartanza.
0 quando fi dice alcun detto fentenxiofo qual' è
Io conofei ì *
lo me medefmo .
•
•Appena e nella piazza
D’ogni raill’ un , che fc fteflb conofea .
E vie-
Con h memo.
fina tinca . *
Concedendo
•juelche ci s’op- '
pone .
Cedendo
r
Intendendo al-
tramente ,
Infìngendoti di
pjii intendere,
Con detti leu.
teiuiofi ,
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144 DELLA POETICA TOSCANA
E Tiene qucfia fejìivoUi^^a dal filare, thè in molti modi p fa: per-
Uiflitriihcdo. ciocché dijjmula non pur , thi piglia altnmtnte Faltrui parlare , o s'in-
finge di poco intenderlo ; ma CT^iandio chi alno parla , cd altro intende ;
ftcome fa colui , che luftnga ,
Qucflu è fapcr ì Come otdinato ha bene
Cultore , e ’n ficur luogo egli s’è pollo . . ^
Jiè poco feficTolnu nte quel , che non è ; come fa quel fervo Plautino *
per ingannare il padrone ,
Perchè t'indugi • o legami .
E quefl' altro falutato dal padrone , e dimandato , che fi faceffe ,
Mi Ho qui in quello modo .
E la Perfa , come fe aveffie fdegno, quando dimandata dal Ruffiano, qual
fujje la patria di lei , rifpojè ,
Qual farà , fe non quella , ov’ ora io fono i
E fingi lido tal volta fcherntamo quel , che s' infinge : quaVè ,
Mi fera me , che per lo tuo gridare
Son fatta rolla . Cosi certo , come
Se nel tuo corpo ad altro color luogo
Lalciato aveflt .
%a ferva , per parer bella, tinto avea tutto il volto di rojfo ; e 'I ruflico
fervo la ripnndca: e V ruffiano, quando egli ptrfuadendo al giovane, che
toglicffe al padre i danari per comperarne l'amata fanciulla , gli dijfe
quegli fintamente ,
Non potrò mica torre al cauto vecchio ;
E s'io potelTi , la pietà mcl veta .
'Rifpofe ,
Abbraccia dunque quella tiu pictatc
Nel letto in vece dell’ amata putta .
Con oceulto fo- ^ motti , che con occulto fofpetto di sofà brutta vengono
fpectp di coàL, qual' è , quando dicendo la moglie ,
• Non c cofa , di che pur ti vergogni i
Rifpofe il manta ,
Se non mi vergogno d'altro ; di te certo
Ho , donna , gran vergogna .
f certamente , come ^inttltano c'infegna, ogni maniera di fehernevol-
viinte motteggiare confifte in torcere il vero , e in dirlo altramente da
Fingendo . quel , ch'egli è . Il che tutto fi fa fingendo la nojìra , o l'altrui crcden%a.
Finfe il parafilo , che creder dovejfe il riifiiano , quando dolendofi quegli
di lui , che promefjo gli avea grandi jfimo guadagno,, fe con le Jue putte
ito
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1
LIBRO secondo: I4J
ito in Sicilia he fu[Je , dijje :
Già t’avvifafti , diffoluta beftia ,
D’aver tutta Sicilia a divorare .
’E ’/ fervo nell' Jfimna fi fìvfe di creder quel y eh' e^li già non credea, Con credeniili
quando , Calti o fervo dicendo , fi*’” •
Neflun le tocca ; o fpi tu forfè pazzo J
Eiffofe ,
Credea , che fu (Ter tocche . Non vogl io y
Le porte mie conferve fien battute ,
E Pfciidolo dice fntanunte quel , thè non i : quando f dicendo ilrtiffana
al giovane innamorato y
Queiìo lamento , che pon hai danari y
11 fa con la noverca ,
Egli dimanda ,
O fodi mai del coAui padre moglie !
Simile a quello è la congettura : qual’ è , Con congettu;
Credo , che non han dita nelle mani : « i '
Perchè io credi J
Perchè portan l’anella negli orecchi .
Perciocché i Cartaginefi avean in cofltme d'ornare gli orecJji dCanella '
Diconfi ancora motti con finta fai;ien:^a : qnaC è y quando » minaccian- Con finta
do Mercurio. Zreora* _ ^
11 carcherò di pugna
‘Eifponde Sofia y
Stanco io fon certo j eh’ or di nave feendo > j
Ed ho gran voglia già di recer l'anima . 1
B pazientemente fen%a fingere : qual' d >
Che farai , quando ti s’appreflcranno ?
Parommi todo in dietro .
2-d , dove parca , che la rifpofia effer doveffe d'aninio turbato , Ed allora
fili vale y quando feguita quel , che difpiace ; qual' è y
Vanne in mal’ ora.
E tu ne va in cafa : perchè toffo quivi
Prediifima l'avrai .
Cioè la moglie , la qual’ era prontijfima a moleflare lo infilice marito I
B con difdigno : qual' è y ‘ Cou difdcgnc;
Piego Dio , che fuggita
Ne fia dal cancdruccio la tua forre :
Perchè ai tu in cuilume di fuggire y .
T. Vor-i
1
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Con faJ/à crc-
«ieruj .
Cqo fp/pcCtO .
Quindo fi dice
altramence, che
non s’afpetta.
Fiovgcando.
Hil^ndeaJo.
E provocando ,
c riJ'poiideiKio,
Soggiungendo
ìuopinacaineace
'Amméndandg
fcltcvolm^ncc,
146 DELLA POETICA TOSCANA
Vorrefti tutti , che ti fomiglialfcro .
£ qtuttdo y comandando l'avaro padronCy che la cafa fttffc ben guardata',
e la ferva veccbiarellay dieendoynon cjfer cofa alcuna in cafa da guarda-
re , egli rifponde »
Vorrefti , che per te Dio mi faceffe
Un’altro Re Filippo , un’ altro Dario ,
Malvagia incantatrice ì
Da ridere ancora è la credemt^a non fìnta , quando falfamente di noi fleffì
crediamo quel , che non è } come oltre al vero fi {limano t Comici Cava-
lieri : quaC è ,
L’elTcr l’uom troppo bello è gran miferia .
Conciò fta ch'egli sì bello fi tenga, che crede a chi dice , non effer donnai
la qual di lui non s'innamori . Son' oltre a ciò da ridere i detti fofpettoftì
qual'i , quando l'avaro vecchio > fofpettando, non ehiedejfe Megadoro la
fua figliuola per moglie , perciocché egli uvea fama d'cjfcr ricco , diffe.
Sente certo cuftui l’odor dell’ oro .
Ma certami me nel motteggi are nulla più diletta di quel , che fi dice aU
tramenici che non s'afpetta, 0 provocando : qiial’è contro ftU' ebria vec-
chiarella , che di lontano l'odor del vino fentiva ,
Convenia piìi tofto , che fulFc cagna ;
Perciocché ha sì buon nafo .
0 rifpondendo ; qual è , quando, dimandando il giovani innamorato ^
Che ti par , eh’ io anii 2
Rifponde il fervo >
Il propio danno,
E provocando , e rijpondcndo : qiiaf è
£ fummo quefta donna , eh’ abbracciate i
Perchè ì Perchè ne piangon gli occhi vollri
Ma quel motto più morde , quando inopinatamente fi foggiungc in luogo
di quel y che fi nega : qual' è ,
Amlitrion , fperai , eh’ ella doveffe
Partorirti un fanciul ; ma in quel , eh’ io veggiò ,
Non di fanciul ; ma di pazzia è pregna .
Ed ammendiamo felievolmente : quaf è ,
Sputa rovente , fputa ancora piìi ;
Sputa iniìn dal piti fondo de la gola .
Anco pili ì pili ancora . Qu^anto adunque ì
Sputa iniìn' a la morte . Ah tanto male «
Non tua t ma dt tua moglie .
" " - - 2
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LIBRO SECONDO.
£ uftanio la parttgione, motteggiando ; qtiat è >
Non fa per te , eh’ io muoja .
Perchè ? Perchè tu non farai mai buono
Infin , eh' io viva ; e , poi eh’ io farò morto ,
Non fia in quefta Città di te piggiore .
£ diviniamo ,
Cuoca è quefla padron . Perchè ^ Perchè
Sa ben , come fi concian le fallìccie .
£d argutamente ftgmfifhtamo, quando lacofa occulta fi manifejla: quaPèt Argutamente^^
quando , dicendo la meretrice , figiuficandg ,
Morto all’ amica è quello amante ^ il quale
Non fi lafcia , che darle .
Rifponde tl giovane innamorato ,
Queflo m’avvien per la rapina voftra .
.Arguta rifpojìa, ma finta , è quella, quando, dicendo il fervo ~,
Mala cofa è colici .
Rifponde la puttana , la qual s'infinge di noti conofeere i fuoi confervi.
Anzi io fon pazza , che con voi ragiono .
'Acuto motto è , quando dalC altrui parlare fi coglie altro da quel, ch'egli
vuole : qual' è ,
Non temer : dammela che farà ben falvo
Credo> falvo larà , mentr’ io l'ho in mano .
Kè men fejievol' è già {'attribuire aciafeuno quel, che gli fla hene-.qUafè, Attribuendo al-
quando, l’un de' fratelli dimandando, che faceffe il parafilo ; rifponde,
Quel , che fa il famelico .
f. 'I dire alcuna fenteni^a : qual’ è , Con alcuna fea.'
V uoi cangiar la tua moglie con la mia ? •
1 cngafi ogn* uom la fua .•
Che ‘1 male è bene , quando è conofeiuto •
Odo , che fcrifl'c un Tragico Poeta ,
Due donne clTer piggiori , eh’ una fola .
£ ’l fingere d’aver pietà : qual' è, quando, l'un fervo comandando, che la Con la finta-»
lingua tacefje , dice [altro , •
Miler quell’ uom , che preme la padrona ;
Perchè , s’cgli fa mal , per lui la lingua
l ofio fpergiui a . ,
£'l rivolger il parlare da quel, con cui ragioniamo ; qual’è , quando la Con I’Apoflr>
ferva della meretrice, invitar, do ad entrar l'am uite, al qual’ ella prima fc.
acerbamente avendo rifpofto , poiché udì , che gli reftava ancora cafa ,
T X t PO’!
*47
Dividendo }
DiiJiiKado :
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143 DELLA POETICA TOSCANA
c podere , cominciò lufinghcvoìmcntc a chiamarlo j dijje egli ,
Com’ a tempo , mia cafa, e mio podere ,
Sovvenuto m’avete .
Con la fintaLJ Nè poco dilettano le fìnte fciocchet^x,^ ; quar è , quando il giovane inna-
Iciocchezza .. morato , fcioccamente Jpargenda il vino innan%j all' ufeio della rufjianaf
per farla ufeire ; e dicendo ,
Bevete or su , porte giojofe , e liete ;
Bevete , e fiate a me dolci , e benigne .
Soggiunge il fervo ,
Volete olive ancora , o carne , o capperi }
Con la ven_i Che diremo delle vere fciocchcxj^e ì Non fono elle molto da ridere ì quat è
fciocchezm , la trafeuraggine del Plautino Cavaliere, il qual dimandato da Milpdippa,
fe voleffe alcuna cofa , diffe ,
; Ch’io più bello non lìa di quel , eh’ io fono ;
Perchè la mìa bellezza mi dì noja .
E dicendo il fervo , che tutte le donne , tofto che ’/ vedeano , di lui s'iriiì
namoravano , nfponde ,
Non so , fc tu da me l’udifti mai :
Nepote fon di Venere .
Dilìdcrandff , 2)ifiderando ancora , materia diamo da ridere : qual’ è f
In Angina io vorrei todo cangiarmi
Nella gola di quella incantatrice ,
Ebbra , vecchia , malvagia ; e drangolarla .
E fcherntamo : quaP è, quando Mertutio in Sofìa trasformato, minaceianZ
do di batterlo , come bugiardo j e dicendo ,
lo fon So/ia , e non tu .
'Rifponde ,
Faccia Iddio , che tu ili , e eh’ io ti batta
Beftemmùndo . ^ beftemmie , te meraviglie , e le minaccie inducono a ridere
qual' è , quando bcflemmia il Plautino pefeatore ,
Tutti gl’Iddii te ftruggan , eh’ a vedermi
Con gli occhi tuoi folli oggi .* e me feiaurato *
* Che cento volte non guardai dintorno ,
Non fufs’ io vifto pria , che fuor dell’ acqua
Tratt’ avedì la rete .
M«aviglùmdoi ^ quando il parafìto fchernendo fì meraviglia ,
O Dio , quanto importa il faper molto !
Mai qui non vengo , che da te più dotto
Non mi diparta poi .
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LIBRO SECONDO, Ì4P
E quando minaccia il vc cihio padrone al fervo , il quale y perchè gli era
flato comandato , che confeffa^e il vero y dicendo >
Che dirò io credete , mi vcrgogQi
Di ciò , che voi penfute i
^gli rifponde y
lo farò , ti vergogni r
Perchè ti tangerò tutto in rofiTore l
ì fono quejìc maniere di motti , quando altrui motteggiami • AltreUati^
tt ancora ne fono , quando motteggiamo noiftefft : qual" è >
Vanne in mal’ ora.
Giìi vi fono io ; £
S’io t’amo forte ^ Tu fti grand’ errore 2
Perchè ì Perchè non ami cofa alcuna y
i^mando un uom* ingrato. £
A che condotto io vegno ì a furar certo 2
O penfi mai trovar tu cuoco alcuno y
Ch'unghie non abbia d’aquila , o di nibbio 1
Yra quefle due troviamo quelle, che nè taltrui, nè la nofìra fìcjfa perfo-
ra pungono ; ma fono pofte nello ’nganno della opinione di colui , con cui
ragioniamo , e nello intendere altramente le parole . Di che non pochi
efempli fi fono dati ; e potrebbonfene dare altri y de' quali bafti queft'unoy
Una pertica lunga aver vorrei .
Perchè ? Per batter gli afìnelli in borza
Podi y fe cominciaifero a gridare .
f^efli I ed altri modi di motteggiare nella Commèdia trOvarebbe,thi pii
ftudio vi ponejfe . Ma ninno prenda meraviglia , fe i mcdeftmi motti ho
pojli talvolta in diverfe maniere di motteggiare . Il che certo in molti
altri far potuto avrei : concioffiacofachè la pii parte peno tra loro con-
giuntiy e mifìi ; e quelli pii muovano, che non fotta una maniera fi con-
tengono . Ano. Poiché de' motti avete compiutamente ragionato , fegui-
te a parlare delle quattro rimanenti parti ■ delta forma delta Commedia .
Min. Delle parole, e delle fenten^e s’è rifervato, che al propio fuo luogo
fi ragioni . Del canto , e dell'apparecchiamento poco è, che al Comico ap-
partenga di fapere : conciolfiacofachè tuno e Paltro abbia il fuo propio
maefiro . Ma perchè cinque cofe tritavo , per le quali dall'antica la nuo-
va Commedia fi conofee, cioè il tempo, la materia, il dire, il verfo,e Pap-
farecchiamento : in qual tempo l una e P altra fiorijfe , e qual materie
trattaffe , s'è chiaramente dimoflrato . Del verfo, e del dire fi dirà poi .
Z>cli'apparec(biamn((i nan dirò altrove non (he prima col volto tinto di
Miiiacciaiido
Motti ìli
I Altrui .
» r^oi fieli!
3 Ninno l
Ingannando I*
altrui opinione.
Intendendo aì-
cranieiue le pa^
rolc.
Che m motte
può ridurli a_»
diverfe maaiero
DiftwlWone di
quel , che rima»
ne a trattare .
Dell’ apparec^
chiamento , ^
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Mafcfi(ra ;
Calcari ;
Abico .
Teatro?
Calè r
.Tragiche :
Comiche.
Satiriche.
Scene con lì no.
mi .
Piaira;
Suolo •
Cortina .
Tìtolo propo-
(lOt
150 DELLA POETICA TOSCANA
feccia nel T eatro apparivano i recitanti: onde il Comico Poema di
la età Trigcdia fi chiamava . Poi Gratino trovò le mafihere, nelle qua*
li efprejjc veder fi potcano le fembianxe di coloro , de' quali e li coflumi,
e la vita fi notavano. Al fine tolta quella temeraria lieenj^a d'altrui bia-
filmare, perciocché altrui molto offendeva, gli ficrittori della nuova Com»
media trovaron nuova maniera di coprire, e traifiormare il vifio ; e tale,
che più a ridere induceffc. E quei calcari ufiavano,che Socchi fi diceano',
fiicome i Mimici ficarpe piane,e quello abito,ehc l età, lo flato, la fortuna,
la condixione, il J'cJfo,la patria della finta pcrfiona richiedejfie; perciocché
altramente vefliva il vecchio, che V giovane’, l'uomo libero, che V fervo",
il ricco,che V povero', il mifero, che ’l felice’, il contadino, che 'I gentiluo-
mo ; il mercatante , che ’l cavaliere ; il parafito , e 7 ruffiano, che colui,
che vita onefta faeeffe ; la madre di famiglia , che la meretrice ; l'uomo,
che la donna ; il pellegrino , che ’l Cittadino ’, il Cartaginefe , che 7 Ro^
mano . Né tratterò qui del modo, che tenean gli antichi nel veflire: per»
ciocché convicn , che s'abbia a fervare nell' abito di ciafeuna maniera
di perfone quella forma , la qual ne' tempi noflri fi vede ufarc . Aveano
ancora gli antichi li Teatri , ne' quali acconciamente la Scenica Poefix
rapprefentavano . Nè vi dimoflrerò quali , c quante f afferò le parti di
quelli’, poiché, come vedete, oggi non fono in ufo. Ma nelle fiale de gran-
di palaTl^i fi fanno apparecchiamenti di legname in forma di quella Cit-
tà, nella qual fi finge , che fia avvenuto quel , che alla Commedia diede
materia ; c con le cafe delle perfone da’ recitanti rapprcf ntatc in guifa
di Scene, Né lafcerò d' ammonirvi, che alle T ragiche perfone convengono
palatx* di colonne, e d'alteotpte , e d’infegne reali ornati : alle Comiche ,
baffo, ed umili cafette: alle Satiriche, abitazioni fatte d'alberi, e di fi on-
di, le quali abbiano fembianza di fpelonche . £ nelle Scene fcrivcndofi li
nomi degli abitanti, com' era appo gli antichi in toflume, di qual fia eia-
faina di quelle fi conofccrcbbe . Direi oltre a ciò, che innanzi alle Scene
fi lafciaffe una piazzf, quale i Recitanti rapprefentafjero gli atti, e
le perfone della Commedia,e 7 Coro fi fcrmaffe;e che nel fittolo fi flendeffe-
ro t.\pcti ; e incontro agli occhi de' riguardanti fi ponefle un panno , onde
loro contefo fuffe il vedere la mutazione degli atti , ne' quali il Poema è
divifio. E lodarci, che nel coppetta di tutti fi proponi fife il tttolo,che ’l no-
me dell' autore, e della Favola; c fe fuffe Greca, 0 Latina, di quello anco-
ra , che prima la fcriffe ; e fimilmcnte de' recitanti ccntcneffe : cioè per
efiemplo in queflo modo: L'Eunuco di T ercnzio,ch'c Favola Greca di Me-
nandro , e fi rapprefenta da Lucio Ambivto Turpio , e da Lucio Attilio
Prenefitino . E del Comico apparecchiamento bafti , quanto in^m' a qui fe
n'd
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LIBRO SECONDO.
rt’è detto : perciocché, fc alcun di voi pià fapcrne voleffc, potrebbe ricoT'»
rere a' libri, che del Teatro, e de' giuochi Teatrali fi fono fetitti . Asa.
Rimarrebbe a ragionar dd canto . Ma perché fc ne ragionerà , citiando fi
parlerà del Coro;vi dimando al prefen:c,ejuante fono le parti della Com-
media ì Min. ^tattro, le tonali (ìaci lecito nominare con tjuclle voci, Pro- Quante fieno
Ioga, Proponimento, Accrefiimcnto,e Mutazione. La vcrtù del Prologo
è d'apparecchiare i riguardanti ad udire,e vedere: il quale appo gli anti- , ’
chi f accano coloro , che cominciavano a ragionare i c P argomento a poco i Prologo i
Il poco dimojlrando, aprivano il paffo,che a trattare la Favola conducea:
ficome appo Anflofane, e Plauto fi può vedere . A quello quei, che fegiii-
rono, un' altro Prologo aggiunfero’, e Prologo chiamarono, chi quello ufi- Maniere di
do facea: o quegli fuffe un de' recitanti , come co/lumò Terengio : o pur' Prologo .
altra perfona di fuori introdotta: overo un di quei, che nella Favola ban
luogo, come talvolta appo Plauto fi legge. Di che fono molte maniere.La
prima é quella, nella quale l’argomento della Commedia s'efpone . La fe-
conda difende il Poeta, e rimorde quei, che lui mordono: ficoine appoTe-
rengio , quando egli rifponde a maldicenti , La ter-ga è quella , in cui la
perfona del Prologo il Poeta, o fe (leffa difende : ficome nell'Ecira trove-
rete.La quarta rende gragie al popolo, t'ulcima è mifla,la quaPusà Plau-
to ne' Cattivi, fponendo l'argomento , e la Favola commendando \eTe-
rengio nclP Eavtonttmorumena , induccnda , chi difenda il Poeta , ed al
. popolo il faccia amico, e fefieffo raccomandi . .^ue/la maniera appo i Co-
mici fu fpeffo in ufo . Né , petebè a vigio fi tenga il p.:rlare al popolo il
recitante, di che è Plauto riprefo nel Prologo, non fi permette a lui quel,
che al Coro era lecita nelPantica Commedia: e nel fine della Favola Cal-
liopio T erengiano , e la greggia Plautina dir fuole , A Dio, fate feda .
Nel Proponimento poi fono i principi della Favola , che alcun pericolo, i Proponimen-ì
alcun tormento, alcuna no)a contengono . L'Accrefeimento l’aumenta, ed l'’^cfefcimeu-
c pieno di turbamenti. La Mutagione al fine cangia la fortuna in miglio- to.
re fiato , e riduce tutto a fefievole, c lieto fine . Asa. Perché quefie p.trti 4 Mutazione.
fono piic lofio della Favola, che della Commedia; difidero intendere, fe la Membri dcllaj
partigione da voi fatta del corpo del T ragico Poema ha luogo in /e/. Min. Comniiliacoii-
Perebè nò ì Concioffiacofachè dubitar non dobbiamo , che non fien parti
della Commedia i Prologi,gli £pifod),i Cori, e l’Vfcite. Aso. De’ Proio- ' ’
gi non vi dimanderò io, né degli Epifod): perciocché quel luogo terrannoi
nella Commedia , che tener nella T ragedia dimofirata ci avete . Nè del
Coro vi dimandarci, fe della nuova Commedia folamente fujfc il nofiro ra-
gionamento . Ma perch’ i parte dell'antica , della quale ancora qui fi ra-
giona j non w rmrefccc di diretne quel , che giudicate dpverfcne fapere ,
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Dal Coro »
Quali perlbne-*
del CoiO i
Numero di Co-
ll.
Numero delle
peifonc.
l’aiti del Coro.
Entrata di più
modi.
2 Salutanc'o •
^ Confortando.
MoRrando efler
eiuncQ .
'15X DELLA POETICA TOSCANA
MiN.rYoH piglierò a dimo/lrarvi l’origine del Coro; c come, di quello fce'~
riandò, accrebbero il numero de’ rccilanti; e in atti cinque la Commedia
prolungarono : conciojfiacofachè affai detto n'abbiamo nel ragionamentoi
della T ragica Pocfia . Ma non tacerò, ch'egli fi fa ora di Contadini ; fi-
come nel Fiuto , e nella Pace : ora di Cittadini ; ficome ne' Cavalieri :
e l'uno, e l'altro d'uomini . Ma di femmine antora fatto il troverete ; fi-
cerne nelle Predicanti, le quali in abito mafihile predicano, e fanno par-
lamento', e nelle Cereali. Talvolta di cofc,cbc non hanno voce,nè anima:
quali fono le Nuvole , che Artflofane introduce a parlare . Talvolta di
mutoli ammali , ma non fenica voce : quali fono g li ZJccelli , e le Rane .
T alvolta di uomini in animaltì che voce non hanno, trasfigurati ; quali
fono le Vefpe. E, benché un fole Coro comunemente s'introduca, pure ta-
lora in una Commedia , non che due ne troverete introdotti', ficome l'un
delle Rane, e l' altro degl Iniifiati, de' quali tacendo quello, entra quefloz
ma tre ancora ; ficome nella Lififlrate il pruno di femmme,il fecondo e ’l
ter%p d’uomini, de' quali fono gli uni Ateniefi, e gli altri Spartani. Ano.
za quanti era il Coro della Commedia i Min. Di ventiquattro : ed en-
trava non altramente ordinato, che ’l Coro della T ragedia. A no. ^an-
te fono le parti di quello ì Min, Molte: perciocché fi dice, ch'egli entra,
fi ferma , al popolo fi volge e trafeorre , propone cantando , tramezza ,
foggtunge , fi diparte . Ano. Dichiaratemi , che fìgnifichtno quefìe voci:
perciocché io non intendo ciò , che per loro volete figmficare . Min. Do-
po il Prologo entra toflo in Teatro il Coro divifo in quatiro ordini , di
fei in fcr, o pur in ordini fei di quattro in quattro: dalla finifira,fe vie-,
ne dalla Città', dalla defira,fe dal Contado : e col volto ver\o i ridtan-*
ti ; cd entrando o faluta , ficome nelle Nuvole ,
Iddio ti guardi , vecchio Itudiofo
Delle parole , eh’ alle Mufe piacciono .
0 conforta fe fteffo , ficome nelle p'efpc , .. e • • ,
Vanne avanti , procedi arduamente i • •
Perchè t’indugi > Coroia i - i.
E ne' Cavalieri ,
Batti or , batti il malvagio , che le fchiere
De’ Cavalier perturba . .■*-
0 ficco tutti gli altri a quel, che giove : ficome nella Pacp ,
Or su qui tofto , qui venite tutti ,
Per la toirun lalute ardici , e prcfti .
0 fi tnoflra effér giunto : ficome negli Vccelji f
Popopopo f popopi .
Ov’è
I
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LIBRO SECONDO. fjl
Ov'è quel , che mi chiama ?
Talvolta tra il Prologo , e l'entrata del Coro s'interpone alcun canto di Cantjndcprj,
lui prima, che fuori apparifea: ficome nelle Nuvole, nelle quali egli s'ode
dentro feto parlare prima , che fi veda , in quefto modo ,
Nuvole in tutto vaghe ,
Levianci in alto nell’ altrui cofpetto T
Jl che chiamano i Greci Faragorema , cotne fé dir voleffero Conforto ;
e nelle Rane,
Brecececcx coax ,
Brececccex coax coax >
O de laghi , o de’ fiumi
Prole , cantiamo infieme .
Con le quali parole dentro il Coro delle rane , non effondo ancori venuto
in Teatro ,fe fìeffo conforta a cantare . Dappoi ch'entrata farà, tenendo * Ffrmeiiaj
gli occhi verfo i recitanti, fi ferma , e canta ; ficome fi vede nelle Fefpe ,
Stando , o compagni , qui fermi cantiamo .
Nel fine dì cìafcuno atto , quando i rciitatori fi partono , egli fi volge a' 3 Tra/corr/mc'»
riguardanti . Chiamafi quefta parte da Greci Parabafis ; da nofiri dir fi ch^ P^rabafi,
potrebbe T rafeorrimento; o perché il limo, nel qual’ egli flava, o per- ' '
chè il termine della propofla materia trapajfa . Ed è queflo un difeorfo ,
e un ragionamento , ihe fifa col popolo , trovato da' Poeti, acciocché, non Perché trovoffii
potendo effi quel , i he vorrebbero , con lui parlare , il facciano in quello
dire per altrui. Il thè è lecito al Comico, che notando i vi'^j , accufando,
e pungendo altrui, fi fludia di quel, che di riprenfione è degno, ammenda-
re. E benché al T ragico non fi conceda, nondimeno Euripide nella Danae
induce il Coro a parlare in fuo favore . E Sofocle fimilmente nelt Ippo-
ne , In queflo trafcorrimcnto il Coro ballava d'un certo modo , che , alC Modo del Bali»
una ed all altra parte del T eatro guardando , intorno girava , quando
egli era perfetto . Era egli perfetto , e intero , quando avea fette parti ; Parabafi ìnten
la prima delle quali è in guifa di particella da tutto il difeorfo divifa , o parej. ,
pià toflo una Prefavoncella di lui , nella quale ora conforta il Coro o fé MVeSut’el-
JteJfo : ficome negli ylcarnici , Ja .
Spcdiaiici or su , cantiamo gli anapcfti .
0 pur' altrui : finome nelle Nuvole ,
Or va di quella tua vertute allegro .
O vero altrui , efeflcjfo : ficome nella Pace,
Vanne or tu lieto ; c noi chiaro mollriamo
A' riguardanti quel , ch’abbura nel cuore .
Ora ammonifce : ficome nelle ycfpe ,
V Ma
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a DiTcor/ò .
3 Affogamento
V
Qujttfo corri-
fi'oiidcnti ,
* Volta ,
'i Parlamento.
3 Rivolta.'
154 DELLA POETICA TOSCANA
Ma voi , che già a migliaia ,
Siete qui radunati per mirare,
Intentamente udite il buon dir nofiro ;
E vedete , che ’n vano
In terra non ne caggia una parola .
Oltre a ciò negli Uccelli i' allegra fccoflejfo, e coll’ itfignuoloi che a quel-
la fchiera ne venia , Era quefla particella brexiiffìma , e faceafi d'anape-
/ìici,e d'altre maniere di ver/i. J^^ali verfi effer poffano appo noi in vece
degli anapejlicifdi [opra s'è detto. La feconda parte è il Difeorfo, che col
nome generale di tutto Trafeorrimento ancora fi chiama ; perciocché le
più volte fi fa d'anapcfìici di otto piedi, ancorché talvolta fi faccia di tro-
caici: pur quando il Poeta é in quella parte,confeffa apertamente, ch'egli
dice anapefli ; e in lei dimora con molti verfi . Nella quale il Coro , dalla
propofta materia partendoft, commenda il Poeta, il difende , rifponde per
lui a coloro , che l'accufano , il dimofìra degno d'onore ; c talvolta, della
perfona veftendofi , li riguardanti riprende r ficome nelle Nuvole , quan-
do Anfiofane fi lamenta d'e/fere flato a torto vinto . //u innang^i con po-
che parole s'aequifla gli animi degli Uditori, A quefla parte per farla piti
lunga aggiunge alquanti verfi Arifiofanc , e JÌ pochi , che ad un fiato fi
poffano profferire , Onde da' Greci è detta di nome , che a noi figniflca-
, rtbbe Aflfogainenro : perciocché fi dice Jenga iittermiffione di voce , e
fengjt pofa , e tanto in fretta, che chi gli pronuncia , par , che t'affoghi.
Ed cran qiicfli verfi anapefli di quattro piedi, tra' quali rade volte era un
fola di due, che fi chiamava palio anapcllico.E quelle tre parti del T ra-
feorrimento fono femplici , e per fe fi nga rifpondimcnto alcuno d altret-
tanti verfi, Ma le quattro,che feguitaiio,fi rifpondono tra loro con altret-
tanti verfi della medefima mifurap iioé, la terga con la prima, c la quar-
ta con la feconda. La prima chiamafi da noi V ohi, per fcrvare il fignifi-
cato della voce Grecala terga Rivoltat/u feconda Parlamcnto.7.1 quar-
ta Riparlamemo. Nella f'olta, cangiando verfo il Coro, torna là,ionde
s'cva partito : perciocché fpeffe volte invoca gl' Iddìi , ficome nelle Nuvo-
le e talora fi volge a commendare fe fleffo , ficome nelle f'cfpe . £ que-
fìo canto rade volte é più di venti verfi , e mcn di dodici ; né certo d'un
modo folo : perciocché fi compone in guifa di Cangaac . Nel Parlamenta
fi volge a' riguardanti , 1 quali riprende , t morde ; ed ora acciifandogli,
ora ammonendogli , il profittevole , e l'oncflo loro infegna . Faceafi que-
fìo canto di ‘T rocaici ^ t talora <C Anapeftici di otto piedi , il numero de
quali non era più di venti , né mcn di diece . Da noflri facciaft di verfi
interi . Nella flivqlu , (he «tn altrettanti verfi d'un modo fleffo, e d'ima
' • - • - - mede-
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LIBRO SECONDO.
*55
mtJtfinu mìfiira alla Volta rifponde , riprende a dire di tjHcl , che nella
p'olta parlato avea j e rade volte feguita a ragionare della materia , del-
la quale nel parlamento avea ragionato ; ficome negli /harnici , e nelle
Vefpe veder potrete . H Riparlamento ultimamente del tutto é fimile al 4 Riyarlameu-
Parlamento , Ano. Adunque il T rafeorrimento j quando à perfetto , e
intero , ha fette parti : quando fard imperfetto , quante ne avrà } Min. Parabafi /mpef.
Or' una , or due > or piu : perciocché nelle Nuvole , finito l'atto ter:^ , ietta .
non troverete altro , che parlamento . E come che negli Vccclli intero,
e perfetto il primo fia ; nondimeno il fecondo ha folamente le quattro
parti , che tra loro con certa proporgione fi rifpondono , cioè , la Volta,
il Parlamento , la Rivolta , e 7 Riparlamento ; f 7 tergo , e 7 quarto
non più di quelle due , che Volta , e Rivolta chiamiamo . E negli Acar-
nici nel fine dell' atto quarto non n'ha pià di tre , cioè , la Volta , c la
Rivolta , con una compoftgtonccUa di pochi verfi innangi a loro , E , do-
ve niente altro gli mancajfc , che quel poco , che fa pià lungo il dimor-
fo , ( il CUI Greco nome d ito abbiamo , che vai tanto , quanto fe Aifo-
gamentoy? dictffe ) pur farebbe perfetto ; ficome nelle Nuvole ,
O riguardanti , a voi parlo alla libera .
Ano. Adunque il T rafeorrimento imperfetto appo gli antichi ejfcr potea Canronf
fenga anapefli , é finga trochei . Ma l'altre varie maniere di cantare co- ^oro di
me nei Coro fi faccano i Min. La prima , che prepone cantando, c Can-
gene Proodtca Grecamente fi chiama, innangi alla Volta , ed alla Rivai- Parti ddla.j
ta pone una breve compofigione da loro differente . E , perché quefie no- *^^‘'*one .
velie voci s'intendano , è da fapcre , che come appo i noflri le parti delle » R/voìtà^r
Cangoni fi dicono Stanze, toii appo gli antichi Volte fi chiamavano.Ma
quelle, ch'erari fimili ed eguali alla prima. Rivolte fi diccano. E,fe alla Canv-m! diiìeJ
Polta fi preponea alcuna feu.plicc , e dijfimile compofigione , la Ctxngonc ‘lai liio^o.
Prcouitay? nominava ; fe tra la Volta, c la Rivolta fi ponea, Mcfoili- ‘ mXIJ/cÌ
Ca;/è dopo, Hpodicaj/è così dopo, come innangi andava alcuna campo- i fc’iwaica.
figtone diff 'omigliante. Periodica fi dùca ; pcrctneche veramente Cango- 4 Periodica.
ne,che da Greci Oda è chiumata,dir non fi può, fe le parti di lei di nume-
ro, e di modo, e di mifura ne' verfi tra loro non fi rifpondono . Onde , fc
parte alluna diffimile vi fi truova, fecondo la difflrcnga del luo90,il qual
toiivien, che fia 0 dopo, overo innangi , 0 pur in meggo , 0 dintorno , fi
varia il nome del canto. Simile in parte alla Cangonc Epodica è la nofira,
la quale ha Commiato, {che, benché rifponda atCcftrema parte della Stan-
ga , è pur aiffèrcntc da lei : percioethè non è d'altrettanti verfi ) ed alla
Periodica la Ballata , Diche più diftefamentc net ragionamento della
Lirica Poe fia fi potrà parlare , Er,^ ancora un' altra maniera di Cango- Para-
VUliI •
. i «c
del
più
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ij6 DELLA POETICA TOSCANA
nc Grecamente Parcdia chiamata , nella quale il Coro prepone , trame:(-
^ ittnanxji e dopo fa compoftTjoni così tra loro fomiglian-
ti , come diverfe dalle interpofte : ficomc fi può vedere negli Acarnici f
Modi del Co- tntra il Coro . Notaft ancora un' altro modo di preporre , e di
to co'Ragiona- trame%^re > e di foggiungere cantando : perciocché tra' ragionamenti
ITprepóno. Gora . E ,fe’l canto di lui fegne dopo un ragiona-
a Tramenato, mento fatto fcn%a muta'gion di verfo,fc non dove talora s'apponga qual-
S Sossiu*«o . breve aggiunzione , la qual cangia mifitra,e modo", o quando entrano
i recitanti > o quando fi partono , o quando 0 cangia la feena , ft chiama
Soggiunto; fe va />maw^^/,Prcpofto: fe tra due tali ragionamenti ^ft dice
imerpofto, c Tramezzato. Z)/ che manifefli efempli nelle Greche Com-
Che la Com- inedie d'Ariftofane troverete. Ano.Ora chiaramente m'avxjeggio,che l'an-
media anticij fica Commedia in profa fcrivcr non fi potrebbe talmente,che la fuagra-
vcfc piacevolezza non perdcjfeuoniiò fta che quella belliffima va-
rietà, che ne' ragionamenti de' Eccitatori , e ne' canti del Coro il Comico
ufava,nonfi poffa in quella fervore. Laonde fra tante, e sì utili voflre fa-
tiche di far qmfla nojlra favella più leggiadra, e più ricca, fìarebbe affai
Commedia an- quejt'altra di darci l’efemplo in lei deir antica Commediaiperciocché
oca fatta Italia- colui,che le favole d' Aufìo fané, tradii ff e', pochijfma cura ebbe di talmen-
nadaU Auewe. tradurle, che s'intemUflero, non che di farle con quella difiinta varie-
tà di verfi ,ihe ciafcuna p.:rte dilla Commedia richiedeva. .Min. Gii fo-
no moli' anni, che to feci una di quelle Favole Italiana,che flato farebbe
ej'etnplo a eoloto , i quali Jerizire antica Commedia in noflra lìngua vo-
leflero. Ma, come altre opere mie, tosi quella perdei nella perdita de'mici
libri, che ne' rotnori di quefla Città divenner preda dc'fqldati là, dove io
credeOf che flar doz>effero ben guardati . Ma chi meglio di voi, o del Sig,
£ernardino,the fatte avete Commedie, quefla fatica prenderebbe) Nè poffa
Che ogni parte <tyt>if <ttmi,che dibha mancare, chi la prenda. Or tornando al Coro dico,
della Cantone che, quando egli prepone, quando rrawe^:ija,i^aa»io joggiunge, ora fther-
^ogó*rìc^jcdc* riprende , or’ ammonifee, or biafima, or lauda, or invoca , or
' s'apparecchia ad udire: in fomma fa tutto quel, che lofleffo luogo richie-
de. £ quefle compoflzioni, benché il più delle volte fempheemente, e fen-
Rivolta . rifpondtmento fi ferivano, pur' hanno talora le Rivolte , ed or conti-
1 (.'ontiniiata. mute', ficome nell'atto quarto delle Ranc,primachè i recitanti fi partiffe-
1 Interrotta . interrotte , c difgiuntc con alcun ragionamento de’ recitatori
tra toro interpoflo ', ficome nell' atto fecondo de' Cavalieri , poiché ufei-
Parte di Reci- rono i recitanti , Oltre a ciò nella Canzone Epodica talora il recitante
Nei'iipodica > ficome ndP ultimo atto de-
Nclla K^ica^/» Vccelli: e nella Emina ha parte in quel, che va innanzi alla frolla',
ficome,
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LIBRO SECONDO. 157
' ficomc nel fecondo delle Rane . Ano. Poiché dichiarato ti avete tutte te
farti del Coro , quando entra , quando fi ferma , quando a’ riguardanti fi
volge, trafcorre, prepone, tramex^a, raggiunge dimoftrateci , quando fi
dice , eh' egli fi parte . Min. ^ando egU canta nel fine della Favola , e Parti'ta del
nelPcfiremo delle cofe rapprefentate, allora fi parte: fitome nelle Nuvole. 1"“,^ ,
Itene fuori innanzi : perchè noi
Qui ci iìam’ oggi affai
Trailullati , co’ verlì altrui mordendo .'
£d era in cojìume, che partendoli li recitanti, il Coro dopo feguiffe: fico^
me gli ultimi verfit del Pinta ne fanno telìimonianxu ,
Non ci convicn pih dimorar ma tofto
Partirne , e dopo lor girne cantando .
Ma, benché nelPufcire non avejfe il Coro in cojìume d'andarne ballando,
perciocché nello 'ntrare folca ballare ; nondimeno nelle Pefpe ballando fi
parte . Aso. Facevanfit mai del Coro due parti , come nella T ragedia in- Coro diVifo
fegnato ci avete , che talvolta fi faceano ì Min. Sì bene , come veder
potrete nelle Rane là , dove l'una metà , confortando Paltra , canta . E
nelle Fefpe, quando, avvicendevolmente cantando, fi rifpondano. E negli
Scarnici , quando l’una parte biafma , e fdegna le parole del recitante',
e l’altra l’ode volentieri,c le commenda sì, che nel Coro par, che fia con-
tefa . Ma , benché propiamente nel fine d’ogni atto canti il Coro ', nondi- Coro tra raglo^
meno talvolta tra’ ragionamenti de’ recitatori prima , che tatto fi fini- di rado
fca , alcun cauto di lui s’interpone : ficomc nelle Rane là , dove invita
le Miife a guardare la contefa de’ Poeti . Cantava egli nel trafeorrimen-
to alfuon della piva , 0 pur della cornamufa , che dir vi piaccia . Ano,
^ual parte é tVfcita della Commedia ì lA\s.JJttltima,quando i Recitan- Dell’ Uietw. ;
ti fi partono, ed efeon del T eatro , e dopo loro il Coro . (jfeita ancora fi
chiama la fine della Commedia, nella quale fi contiene alcuno allegro,e fe-
flevole accidente , che la Favola conchiude ; quaté neWAndria , quando
elicerlo fi truova effer figlia di Cremete , ed a Pamfilo fi dà per moglie.
Ano. Già , quante fien le parti dell' antica Commedia , compiutamente Rirti
dmofìrato ci avete ; or infegnateci , quante n’abbia la nuova . Min. nuova Comm*i
Se ’n lei luogo aveffe il Coro , il quale , già detto abbiamo , perché , e ' '
quando alla Comica Poefia fi tolfe , ella appunto altrettante n’avrebbe .
Ma in vece del Coro finito l’atto , al fuon delta piva , 0 pur della corna- TrattenfwirQ
miifa , che dir vogliamo , un fola cantava , sì per dilettare , e sì per
iutericnere i riguardanti , finché venifier fuori i recitanti , ch’entrati fe
n’erano • Ma ne’ tempi nojiri vi fi tramc:^‘gano var) trattenimenti non
pur dt Mufiica , ma di perfonc ,e di cojc tacitamente rapprefentate , con
molto
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Qii.niirì Atti
nella Comme-
dia .
tonanti Reci-
tami .
Quarte voIte_/
cica il Recitan-
te .
Objeaicne .
Se fnito l’Atto
t t:cc(liaiio,che
itiiino de’ Reci-
tùr.ti rin.3i;£a_<
iii.lla Scena.
Rifoluiloiie-j t
che Cai precetti
fi Itrvano per
io più, non km-
pre ,
Oi iniot^e di
AnlKiielìi , clic
K lavoie Clic-
che non lleno
divilc in Atti,
e Scene , come
le Koinane .
158 DELLA POETICA TOSCANA
f»o/to piacere de' riguardanti . E ejucjlo nel fine d'ogni atto , altro che
dell' ejlrcmo: perciocché allora in vece del Coro appo Plauto una fchiera,
ed appo Tercnxjo il Calliopo, 0 pur alcun dc'recitantiylicctrz^iava la bri-
gata, e da lei s'accommiatava . La Commedia ancor avere più non pud,
nè meno di cinque atti, né più di tre recitanti in riafeuno ragionamento,
E, benché talvolta vi s'introduca la quinta perfona , non che la quarta ;
nondimeno Ora:^io comanda, che la quarta non vi fi tramata ; onde tan-
to meno la quinta introdurvifi dovrebbe . AV fi concede ad alcun de' re-
citateri , th'efca più di cinque volte . Ano. Come non più di cinque rjol-
te ,fe Davo ncll'ylndria almeno fer, e Cremete nell' Eavtontimorununo
etto ne viene in Scena ì Dico , Davo almeno fei volte : perciocché , fc
quegli nel principio del ter^p atto ufeiffe, come alcuni filmano, fette fuen-
ri verrebbe . Ma non efee egli nel cominciar dt quello atto; amti era con
Smone rtniafo in Scena net fine del fecondo , nel quale il vecchio , veg~
gendo apparire le femmine, che danno principio al ter^o , dijfe ,
Or ch e queflo ì e che vuol quello trillo?
Laonde non par , che fia vero, che finito l'atto niuno de' recitanti debba
in Siena rimanere: e 'I vedrete più chiaro nel fine del tcro^o deW Eavton-
ttmorumcno, dove Cremete , con Siro parlando , pon fine a quelPatto con
qucjte parole ,
Afpcita , afpcita . Perchè Tufeio nollro
Ha fatto sì forte feoppio ?
per le quali fignifica, che tifciva di fua cafa alcuna perfona : e quella gii
tra Sofinta moglie di lui,che con la balia venia ragionandoci che è prin-
cipio del quarto. Min. 1 precetti già dati dagli antichi maefiri, ed or qui
da me ripetiti , io vò, che s' intendano fecondo l'ufo comune j non già che
fimo Itggi inviolabili sì , che fi dibban fimprc fervare. Laonde non pcjfo
non giandiìiicntc meravigliarmi di vedere alcuni in quefìi nofìri tempi sì
pHjuntucfi, che non fi vergognano di riprendere , nè di biafmare gli an-
tichi, da’ quali dovrebbero imparare : perciocché alcuni , i quali per av-
ventura fanno poco del Latino,c pocbijjimo del Greco, non pur nella T ra-
ncala Seneca appaia da' Latini fcrtttori conojcintoad Eunpidc, ed a So-
focle da tulli principi mila Tragica Fot fia liputati antipongono , ma
lih crarianunte afi'crmano , le Favole de' Greci non efier divife in atti,
c jeene , come quelle de’ Romani : come fc i pretini d'Ùra-t^io , il quale
ccmanda , ibc la Favola non abbia più , nc nano di cinque atti , non ri-
•^uardafe alle compoji%iOìit de' Greti autori , e principi , c maefiri citHj
Fccluà facilità ; né fi dirig^aficro univeifalmuitc alta Scenica Poejia nt '
fe jiijfa confiderata,ma partieolarminte alla Voefu de' Latini. Ano. Jiiual
T ra-
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LIBRO SECONDO.
I5P
Tragedia , o Commedia di Greco Poeta in atti , e [cene divi fa trovate ì
Min. Ninna , nella quale fniltr. ft vegga, atto primo, atto feiondofatto
terrò, atto quarto, atro quinto, nè ftcna prima, [cena feconda, fcrna ter-
•la.Non però e da dubitare, che non fuffe in atti divifa,i quali come ft co-
no f effero, s’c detto ahbondex'olmente . £’ ben vero , che' Gramatici per
pili thiarcxX‘t dell’opera nominatamente per ordine la divi fero in atti-, e li
ragionamenti dc'recitanti Scene chiamarono.E, perciocché la voce è Gre-
ta,è dapenfare, che’ Greci la trovarono, e da toro la pigliarono i Latini.
Non era ncuffario, che'l Poeta nominatamente dinot affé, qual fuffe il fe-
condo atto, e qual ciafeuno degli altri: perciocché non a' lettori egli ferì-
vea,nia sì bene a’ riguardanti ,a' quali certo convenia,chc ’l Poema in atti
dìjlinto, come s'é detto, mnfìraffe ; e, quando ciafeuno di loro finiva, con
qualche interporimento chiaro ft faceffe. Ma fu ben neceffario, che' Gra-
matiii, i quali fcrixieano a' lettori, loro pgnificaffero con la fcrittura gli
atti dijìinti , Se Teren-gio adunque lafciò in atti divife le fuc Commedie
così, come al prefente ft trovano, io non farò ardito a riprenderlo. Ma, fc
furono i Gramatici , come io credo, dubito , non abbiano errato nella di-
visone : concinjfiacofachè io creda , che Tercn-gio nell' Andria , fc finir
Patto fecondo con la fcjla fccna voluto aveffe , non avrebbe fatto , che
Simone in quel luogo l’ufcita delle femmine moftraffe, onde intenti rende-
va a guardare , c udire nuove perfone, i riguardanti ; né anco ncll'Eav-
tontimorumeno indurrebbe Cremete nella terga feena dell' atto tergo a
generare negli Zlditori afpettagione di nuove cofe, ov'egli quivi a quell’
atto dar fine voUJfe. Angi io m'avvifo, chc,fe quel Poeta aveffe in atti
le fuc Commedie divife, come poi fecero i Gramatici , nell' Eavtontimo-
rumeno con quella fccna , che al prefente fi truova cjfer feconda , dato
principio all’ atto quarto avrebbe ; perciocché Cremete, il qual non s’era
nella terga fccna dell' atto tergo dal cofpctto de’ riguardanti partito , in
quella , che fegue , fe n'entra con la moglie in cafa ; ed è da creder , che
Siro fegua lui , per intender meglio la riconofeenga d' Antifila , che fuffe
figlia delfuo padrone e quella riconofeiuta efea poi fuori , e dia princi-
pio all’ atto quarto , E nelP Andria cominciato Patto tergo avrebbe da
quella feena, alla quale i Gramatici diedero il fecondo luogo : perciocché
detto avendo nel fine della feena antecedente Simone ,
Quefti è in periglio ; ed io navigo in porto ,
agevolmente fi può credere, ch'egli con Davo in difparte fi ritiraffe , per
intender bene , a che riufaffe il parto di Glieerto , il quaP egli {limava,
che fujfc finto. Ano. E' lecito a’ recitanti di talvolta diriggqare le parole
*' riguardanti ì conciqffiacofachè non fi dubiti , che 7 Coro fpejfe volte
‘ non
R fiii*3r'on»j ,
che le
c )si Je’ G ■ ec« ,
c:i ne Je’ Licini
fjiiodfvife.lx'ii-
ché ciò iio;ii-
lutamciite non
iìj nocaco .
Che lì Poeti
noniinti-nfiitc
noii il;!l'iif,ro
1.1 Scenica a’Ri.
tjiiardaiiti , ma
li Gramatici a*
Lettoli .
Diffi)!>ioiie vi-
*ionide’Grama.
tici.
Nell’Andiìa ,
Nell' Eavtontì-
morumeiio .
Di/lnnioii?_>
dellVXiitore.
Nell’ Eavtoiiti-
morumeiia .
Nell’Aiulna.
S’è lecito a'Re-
citanti il dìn'x-
tare le parole^
a’Riguardanci.
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ì(?o DELLA POETICA TOSCANA
vcn ragioni con cffi loro ; «t’ volga loro il parlare , chi fa il Prologo, e la
plautina greggia , e V Calliopo Terengiavo , Min, A riguardanti , co-
tne a riguardanti , negli cpifodj , e nelle [cene in modo ninno conviene,
ebe 7 recitante diri-ggej il parlare: perciocché a' recitatori è richieflo fola-
mente rapprefeutare le perfone , delle (juali fe ninna ragionò mai con
tjiiclli , che fanno a riguardare , ninna giufla cagione avrà di con ejft la-
ro parlare , Ma non fi difdice , che talvolta parli con effi loro cjuel , che
recita, come fc fnjfero eglino Cittadini di ejuei medefimi tempi , ne' quali
Che ’I Recitan- furon le perfone rapprefentate : perciocché le cofe , che fi rapprefentano,
tc i'3tla io’ Ri- avvengono dentro, e fuori, c nelle piaggge , e fegretamente , e nell' altrui
fo/f’cffo ; e non è necejfario , che fi rapprefentino in Scena tutti quei , che
VI furon prefenti . Di che vi farà efemplo il T erengiano Cherea , il qua-
le iifcendo della cafa di Taide allegro d'aver tolto per moglie la diletta
amica , e dicendo ,
O Cittadini ,
Chi vive oggi di me pift fortunato !
De’verfi Com^ parlare a' riguardanti ; ma non come a' riguardanti , ma comi,
ti , ad uomini della medefima Città, e del medefimo tempo , Ano. Poiché fil-
mate , la Commedia non dover/} fcrivere in profa, come oggi fi cofiuma,
per le ragioni addotte ne' principi di quefio ragionamento ; ma in ver/i
di quelle maniere , che voi trovate avete ; mofirateci , come , e quando
Quali verfi dì dobbiamo . Min. £' mi rimembra in su 7 cominciare averne affai
Antichi . ragionalo . Ma per voflro foddisfacimcnto retatevi a memoria , che tutti
* • li modi dagli antichi tenuti fi riduceano a tre, i nomi de’ quali fonojam-
3 Tiotaici . * bici, Anapcfiici , e T rocaici ; ed or di fei , or d'otto piedi ; ed or di quat-
Quali verfi a_» volte di due . E li Prologi fi f accana di Senar ') , che fona
^al 1 arte«on- J ambici di fei piedi, e li ragionamenti de' recitanti di ,^mdrati , che fo~
IftrHoló o Anapefiici , ovcro T rocaici d'otto piedi . T ra' J^adrati fi ponean ta-
A’*Ragfoi«^ lora i Dimctri , che fono di quattro piedi ; e li Monometri , che fon di
incuti . due , rade volte . T ra Senar) ancora , benché pochijfme volte , pur tro-
Ai TrafcorrI- verde interpofii fimili verfi di minor quantità . 1 trafeorrimenti del Co-
rnano • ro , tome che il più delle volte fuffero Anapefiici , pur T rocaici talvolta.
fi troveranno . Di Trocaici ancora , e d' Anapefiici li parlamenti di lui
Oliai! verfi To- fi cotnponeano . Molta varietà di verfi avean le Volte . Ma , benché
fcam rifFonda- „ofir a favella , ficome s'è detto , pojfiamo quefie maniere di verfi
no agli antichi. . „ondimefio in vece di Senar) , direi , che ci ferviffero i verfi
dI oodìci ! d'undici fillabe , infinché venga , chi trovi modi filmili agli antichi . In
Gli Sdruccioli* vece de' ^adrati li verfi di dodici , nè j'ch farei gli fdruccioli . In vece
L,iptto,e fette, de' Dimctrt li vcrfi d'otto, o di fette . lu vece de' Manometri li verfi di
tre
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LIBRO SECONDO. iffi
tre fó di /[uattro , o di cinque > fecondo che fortaffe la materia del dire . Dì cìnqtte.
Nè riceverti le con fonante altrove, che ne' canti del Coro ; e nelle Folte quattro.
terrei que' modi, che gid gran tempo tengono i nefiri nelle Canzoni» Ano. Qnanr<n Rime,
Jntefo chiaramente abbiamo , che cofa fia la Commedia, e ciafeuna parte
di lei ; e come , e di qual verfo ella fi feriva : rimane , che altrettanto Dell* Satirica
della Satira c’infegniate, e diate fine al ragionamento della Scenica Poe- ,
pa. Nim.Dilta Satira,della quale furono inventori li Latini, (perciocché » Scenica .
nell'Epica Poefia fi contiene ) agevolmente mi concederete , che ’l ragio~
tiare ad altro luogo, e timpo fi ri fervi. Ano. Rifervifit fin , dove egli vi Maniere della
parrà, che fi convenga, purché fe ne ragioni . Min. Della Scenica, della
quale qui fi richiede,che trattiamo,non truovo puro Poema, e per fe tutto » Comica .
Satirico,e non mifio con la Comica, o con la Tragica Poefia,che darvi per ì Tia^'ca,
efemplo poteffi ; perciocché la Satira fcritta prima in Greco da Menippo,
e poi da Marco Varrone in Latino , più tofto Filofofica, che Scenica é ri-
putata", e , fe pure fu Scenica, e degna di venire in T eatro, io non faprei
dmoflrarvi, come quella fi feriveffe: conciojftacofaché V tempo le fia fia-
to ingiuriofo tanto , che niuno vefligio lafciato ce n'abbia . Ma , s'cgli é Della SatinLj
vero , che quelle Commedie , le quali in quefia Città fi chiamano Farze farjj* cava'oJe
Cavajolc>yòno fimili all' At diane, (le quali, dicono, che in vece delle Sa-
tire fi trovarono) quefie in luogo di quelle effer per avventura ci potreb-
bero . Né prender fatica ci converrebbe di ragionarne : perciocché ninna
forma in loro veggiamo,cbe in alcun Poema degli antichi fcrittori dipinta
fi ttovajfe . Refia dunque , che della Satira, che fia Comica, o Tragica fi Della Satìnu»
ragioni . Laonde quell'era Satirica Poefia , nella quale i Sileni , e' Satiri Ciomki .
s'introduceano, nè pur nel Coro, ma ne' ragionamenti ancora . E, benché
nella Commedia quelli s' introduce fero", non però,come ciò fi faceffe,efcm-
plo n'abbiamo. Ma, perciocché nel Ciclope di Euripide chiaramente veg- Della SatiraJ
giamo , tome nella T ragedia s'introducano ; della Satira T ragica dire- Tragica .
mo , quanto parrà , che bafii a conofeere , come fi feriva . Ano. Vorrei
prima, mi fi dntffe, quando , e donde ebbe principio quefia Poefia . Min. Origine ddla_#
Del tempo non ho da potervi dire cofa certa . Ma ,fe crediamo ad Ora-
Xio t chi trovata avea la T ragedia , trovò ancora dappoi la Satira , con , c^i,none*dl
la 7 ragica gravità il giuoco Satirico e 7 rifa congiungendo , per ritene- Orario .
re dopo il Jacrtficio il popol ebbro, e fcn':^a legge. Laonde effondo da pri-
ma Jemplice , e pura la T ragedia , cominciò a ricevere tra legraviffime
perjone lefefievoli , per allcttare ad udir volentieri li riguardanti , a
quali vedea, molto i motti e le dance dilettare , ^uel, che prima recò le
Satire in T catro , dicon , che fu Fratina Fliafio T ragica Poeta , il quale
^td fcnfje 7 ragedie cinquanta, e di quellc,Satiricbe trenta due. E' il vt-
X ‘ rp, '
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i6z DELLA POETICA TOSCANA
Z ro,chc chi Ariflotele,come principale autore, fegttitaffe , a parer mio dì~
AiiitoccIic4_i 1 rcbbe, che così la Comica Poefia, come la T ragica fu da prima Satirica;
al) tiM della p^>'tio<^<^hè l'ima e l'altra, offendo nata ne' facrificj di Bacco , la cui fella
Commedia, e-» con ballo, e canto fi celebrava , e come è da credere, da' Satiri, e da' Si~
Tragedia. ( perciocché ne' giuochi a quel Dio confecrati non altri più di loro ,
i quali cran compagni, e minifiri di lui, convenia, che s'iniroduccfTero) ra^
gionevolmente avvifarci poffiamo, i principe della T ragedia effer già Ha-
u Satirici , e motteggcvoli ; acciocché i T ragià, onorando quel Dio , il
qual padre del piacere, e dell’ allegrcgx^ riputavano , non fi moflraffcro
tanto fiveri e duri, che nelle piacevolijfìme fefie di lui niuna cofa , che et
ridere induceffe, rapprefent afferò . Nè della Commedia fia, chi dubiti,che
Satirica da prima non fuffe ; conciò fuffe cofa che ‘I fcjìeggiare, e 'I mot-
teggiare a Satiri appartenente, come cofa propia quella fi pigliaffe, tffen-
do già trovata, per gli altrui riprendere con afpri morfi di parole .
£ m Roma , quando i recitatori , non già come prima i giovani folcano,
con verfi ruvidi, e mal compofii motteggiando fi mordevano ; ma Satire
fatte con debiti modi, cantando al fuon della piva, e ballando,rapprefen-
Accrercimenti» tavano . Livio Andronico non guari dappoi, dalle Satire cominciando, a
delia batira . compor favole fi diede. Laonde picciole , e brevi effendo allora , perven-
ner poi alla conveniente perfe'gione . E la T ragedia, a fe togliendo i Sa-
tiri, e li Sileni, e d'egni fefìevolexx^ fpogliandofi,di quella gravità fi ve-
Etimnlogia del- fit, nella quale tutta poi jìctie . La Satirica dunque Poefia fu di quel na-
ia iiama . ^ àetta: perciocché recava in Teatro Satiri e Sileni, i quali, effondo na-
Maiiiere di Sa- turalrnente motteggevoli,e nati al cianciare,e prontiffimi a fchernire, fu-
tili, e Sileni, ron così nominatnperciocchè in feflaa: in ballo, e in giuoco feguendo Bac-
co,per molte parti del mondo n'andarono. Di loro parte canuti s'introdu-
ceano , parte di prima barba , parte fcnxa peli in mento ", ed altri nomi
avtano ,per li quali agevolmente Puno dall'altro fi conofeeva ; perché il
Pappo Sileno , che nervolto avea fembianxa di fiera , chi fofs' egli , col
Diffinùione-» propio fuo nome il fignifica. Ano. Che cofa è adunque la Satirica Poefiaì
della Tragica JVIin. f^uefia , della quale ho detto che ragionerò , cioè , la Tragica Sa-
Satira . ^ ^fla imitazione , la qual deferive una perfetta , e intera faccen-
da , e di giufia grandezza > f così feflevole, come grave; con parlar pia-
cevole , e foave ; e indacendo perfone, le quali , effendo parte fchernevo-
U e da ridere , parte eroiche e piene di gravità , vengono ad atti , che
con le dance , e co' motti muovono a ridere , e con alcun fatto mifera-
bile e fpaventevole a pietà ; ed ha quelle parti , delle quali ciafeuna fe-
paratamente ottiene il fuo luogo . Della grandezza e dell' unità, e della
parli , nelle quali confific l'effenz^ , e la qualità di là , e di quelle , che
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LIBRO SECONDO. 16}
fanno il corpo del Poema , c dell’ altre cofe , che la T ragcdia fegnitano,
non è mefiiere, ch’io dica parola : conciojfiacofachè da' ragionamenti, che
fi fon fatti dilla T rabica Pccfia, intender pojftamo ciò, che in ejiu/ìa fcr-
•var ci convenga . Ano. ^uali accorgimenti mi darete , perchè io cono- Precetti della
fcc tutto tjucl , ch'c propio di cfiiefla Poefia ì Min. Ponete mente , c fiate ^‘^S'ca Satwa.
ben’ accorto , che quefla non pura, ma {come ho detto) mifta Poefia , non
fi vefla di quella graviti , che la pura T ragedia richiede ', nè fi diparta
dalla T ragica feverità sì, che paja, che ne vada dietro alla Comica fcfic-
volc7^\a . Ami la piaicvolex^a, purché la degniti della Favola ritenga.
Induca rifo, non parafitico, e da beffardo ', ma dicevole, t con leggiadria.
Zìilitti con motti, e con dance ; ma ricordifi, ch’ella è T ragedia, ancor-
chè Satirica, e non Commedia . E fia nel motteggiare , e nelle cofe da ri-
dere, qual’ efier dee ne’ giuochi , e nelle fcfte una eafla, e venerabil ma-
dre di famtg^, pudica e modefla, non diffoluta e sfacciata. (71’Iddii, c li Quai;
Semidei , e tutte i altre perfone grandi e illufìri , che in lei s'inducono , P<-‘<fonc
non dipongano la maefià loro nd lafiino il parlare , né l'abito a loro T;jììc-
conveniente . 1 Satiri , c li Sileni , come ruvidi efilvaggi , nel dire pu-
ri e fimplici fi conofeano , E , come che di loro natura fieno fihernevoli,
non però diranno motti dtfonefìi , c indegni di eaflc e incorrotte orecchie.
Ano. 0 nel ragionare non fi ntoftrano l' Eroiche perfone tnen gravi ,c le
Satiriche mcn leggiere ì Min. Sì bene ; perciocché coloro , con li quali
cofiumiamo , fono cagione , che noi ci mofiriamo in atto e in parole, non
gjà quaP é il iioflro coflume . E tanto può il coflumar' con altrui , che
da’ ragionamenti , e dalle faccende viene quafi una contagiane , per cui
natura e qualità Puno trae dall' altro , Ano. ^ali erano i Satirici ve- De’Satirici ve»
JliMititi ì Min. Divcr fi . Altri veflivan pelli di capra , 0 </i rcrx/o » •
o d’altro animale , di porpora d’oro fregiate altri picciolc robe di al-
legro colore -, altri camiciotti pelofi , qual già l'età , e la qualità della
perfona richiedeva . A Bacco davano ve/ic di var) colori . A Pan pelle
di Cervo ornata di flelle . Ano. Porrei , per conofeer meglio , cowie fia Efemplo della
fatta qiirfla Poefia , che di lei mi fi mofiraffe fej empio > nel quale ve-
dcr la poteffi . Min. Il farò volentieri ,e innanif agli occhi vi recherò pide.
il Ciclope di Euripide , che , com’ ho detto , della Satirica favola ci farà Argomento del
lucidifitmo fpecchio : fiate dunque ad udire , ,^ando Zlliffe , da lungo Ciclope di E«-
cjìlio nella patria ritornando , dalla tempefia fu fpinto ne’ liti di Cata- ' '
T'ta , c nelle falde di Mongibello , trovò i Satiri , che a Pohfemo fervia-
nv m guardargli le gregge . Da quefii per lo vino , che loro avea dato ,
egli , come colui , al quale mancava ogni maniera di cibo , dovea rice-
1/ere agnelli , e cacio , fé non fuffe Pohfemo fopragiunto ; la cui venu-
X z ta
\
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t(J4 DELLA POETICA TOSCANA
ta lo impedì . Cercando il Ciclope la cagione di ejuel fatto , e che voleà
ifuella fchiera di gente flraniera ; Sileno padre de' Satiri gli aeeufa y e
finge, che fìcn carfari e ladroni, e falfamente fi lamenta d'e fiere fiato da
loro battuto . Difendefi Vliffe , e li Satiri fanno teflimonianxa in ft^
•vor di lui . Poi fupplicando egli per fe , e per li fuoi compagni , non /«-
lamento non impetrò ejuel, che chiedeva ; ma fu coliretto d'entrare neU
la fpelonca con tutti li fuoi, de' quali PoUfcmo uccife due , e della carne
loro apparecchiofii una crudele , ed inumana cena . Prende feco Vliffe
partito di far vendetta de' fuoi compagni ucci fi , e mangiati da lui e di
liberare fe , e li fuoi da morte ,e li Satiri da fervità . Laonde il Ciclo-
pe innebbriato sì, che matto parca , e vinto dal fanno, con un palo d'oli-
yVa agwi^x^ato e indurato al fuoco ciiò',e hfciando lui fchernito ,e teca-
DifpofiiionO *0» fulvo co' fuoi alla nave fe ne tornò . J^efio è Argomento di
del Oclope, quella Favola . Rapprefentafi in Teatro quella parte di ^ilia , la qua-
le abitavano i Ciclopi . Il Coro è de' Satiri , Le perfone , che fi rappre*
fentano da' recitanti , fono Vliffe , Polifemn , Sileno padre de' Satiri .
Prologo , Sileno fa il Prologo , moflrando da qual fortuna in Sicilia , ed a fervire
fìa flato condotto . Il Coro fi finge , che canti , pafeendo le pecorelle . Il
che è tutto Epifodio, e introducimento di cofe,che fono fuori della Favo-
I Act« t viene co' fuoi compagni , ragiona con Sileno ,e fa tEpifif-
dio , dichiarando, chi egli fia‘, e narrando, che fpinto dal vento era giun-
to in quella piaggia , e per trovare acqua e cibo dalla nave era difeefo .
Dona a lui vino, per averne cofe da mangiare . Sopragiunge Polifemo ,
/iccufa loro Sileno , come fe fufiìer carfari , e ladroni . Vliffe difende fe,
e i fuoi , Dimandato dal Ciclope , qual terra fuffe lor patria, e donde efii
colà veniffero', Cupo e f altro brevemmte dimoflra . Di che fifa un' altra
Epifodio . E ’l medefimo Vliffe dopo Paver in vano fupplicato , che noi»
fuflc egli , né alcun de' fuoi compagni uccifo , fu con tutti loro coflretto
* Atto . d'entrare nella fpelonca . E tutto ciò nell’atto primo fi contiene . Venett-
do poi fuori Vliffe , narra quel , che dentro crudelmente fatto avea Po-
lifemo , il quale uccife due de' compagni di lui , e inumanamente gli fi
mangiò . Difeuopre al Coro 'la fua deliberazione di vendicare la morte
• de' fuoi , e di cercare la faa falute , e la libertà de' Satiri . E quivi fini-
3 Atto; l'atto fecondo . Efce poi ebbro il Ciclope , fcherza, tutto lieto fi mo-
ftra in atti , e in parole ; meravigliafi della for%a di Bacco ; e volendo
egli far parte del vino a' fuoi fratelli, da Vliffe è ritenuto, che no 'I fac-
cia . Ritorna a bere , innebbriafi nell altrui cofpetto , giuoca con Sile-
no , Riprendelo , minaccialo , che fuo mal grado infteme con lui bevea
Partagli vedere quelle cofe , e quelle fcioccbe parole fpargea , che foglio-^
no
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LIBRO SECONDO.' i<5y
H0 vedere, e fpdrgere grinnebbriati . f^nti al fine da profondo fanno Pò-
lifemo e Sileno fi mettono a dormire , e Vlife a vendicarfi del Ciclope
t'apparecchia . F. quivi fi dà fine alP atto ter^o , il quale tutto d feda ,
giuoco , e traftullo . Nell’ atto quarto V>i[fe conforta i Satiri , che fieno 4 Atto ;
feco a punire la crudeltà di Poli firmo ; e conofcendoli pieni di paura , e
voti di fede, chiama i fuoi compagni , che i' aiutino a’ cavar Pacchia a
Folifiemò . Nel quinto e ultimo efce il Ciclope già fiatto cieco , e fienga f Atta:
lume; lamenta/!, cerca Zlliffe per dargli morte ; fchernito da lui col finta
nome ( perciocché dimandato VIiffe , qual fiufe il fino nome , rì/pofie , che
fi chiamava Niuno) avvedi fi, ch'era ingannato . Riconofce fi antico Ora»
colo , eh' egli dovta lui creare . Partendofi Vliffie , gli predice la pena ,
che a portarne avea . Minaccia, ancorché fujfe cieco,' d'affondare in mer^ Artiìfcro del
j'o fonde lui e li fuoi con un gran faffo , il quaP egli prefe , e tirò verfo Ciclope di Èa-
ioro , acciocché la Favola non fen%a fpavento finifea . In lei molte co- S^Iveitto.
fe da ridere troverete , quando Sileno motteggia VIiffe, morde Elena ìdjfo .
di lontano , ciancia con Polifemo , odora vagamente il vino , afifaggiala,
il tranguggia , e col volto e con le parole difiofit/fimo fe ne moflra quan- •
do il Ciclope ebbra nelP altrui cofpetto ne viene t quando da' Satiri é
fchernito : quando nell' ufeio della fpelonca a tentoni or* alla dejìra , or'
alla finiftra parte fi volge , perché prenda VIiffe . Miferabil cofa é l’ef- Miferibile .
fer venuto VIiffe all’ eftremo pericolo della vita , e V vedere i fuoi com-
pagni ucci fi , e mangiati dal Ciclope . Lo inopinato della Favola é , che i„opitiito;
VIiffe coftretto da Polifiemo ad entrare nella fpelonca , per effere uccifo
da lui , e mangialo , efea fulvo J e ’/ Ciclope ingannato , e fatto cieco ,
della fua crudeltà giufia pena riceva . T ulti fi fingono cattivi , e trifii, Perfone ;
altro che VIiffe , il qual da' Poeti in ogni luogo é finto avveduto , ed
accorto : perciocché Sileno di fua natura non pur' é morditore, ed ubria-
co, e beffardo* ; ma ancora bugiardo , ingannatore ,fen%afede ,fpergiu-
ro , sfacciato . Il Ciclope diffoluto , fenga vergogna , inumano , crudele,
delle divine e delle umane leggi difpregiatore ; il quale ninna cofa tenta
fanta , nè giufia , nè degna di riveren:^a , nè da temere j né di uccider
l'uomo fi vergognava , né di mangiar lofi , come fefuffe il piàfoave,e'l
pià conveniente cibo del mondo^ non che in modo niuno temea di chiara-
mente mofirarfi difitofo del vino, ed ebbro. Il Coro trifio, lafcivo,motteg- Coro . ^
gevole, timido, di viP animo , né ben fidato, né fedele , quaP é de' Satiri
il cofiume j ma con tutto ciò pur difende coloro, che fono in alcun perico-
lo, ed ha pietà della loro fventura , e biafima la fieref^a di Polifemo,
Ora vedete , qual fia la compofixtone di quefia Poefia , la qual , fe non
fuffe rnifia , quanto é di motteggio in lei, tutto fuor della Favola porrei.
Ma
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ì66 DELLA POETICA TOSCANA
Jl/fl è ben tenipo , thè fine al ragionamento dilla Sunica Pocfia foniamo'.
Concliiiifioiic di Anc. Jo m'awij'o , avervi a bajtanga frin a gimralnivnte dilla Scenica
quel , ch'c trac- ^ ^ po, particolarmente della Tragiia , c dillS Comica , e della
Satirica demandato : refia, che della Melica il Signor Bernardino vi di-
Di/jofiiionedi mandi ; e del fentimcnto, c delle parole il Signor ferrante . Brs. Benché
quel, die rella a Jtu molto meglio ejuefla parte al Signor ferrante, come a colui, che nella
huufi’ Linea Pocfia tutto dì fa bclhjfime compofin^iom con molta fina laude, non-
Seiitiniento • dimeno per non partirmi punto da quel , ibc io ftefio mi piojferfi a voler
tarde . domandare , cd or voi mi comandate, ubbidirò volentieri . Fer, foi cer-
tamente quella parte mi par, che vi prendefle, della quale fiimo, che nin-
no altro J'aprebbe meglio dimandare per la jpericn%a di molti anni , che
nell' cfcritTjo , e nello fiudio di lei già fpejo avete . Cominciate adunque
Jenr^a indugio , poiché tutti noi , tome vedete , ci fiamo ad udirvi appa-
recchiati .
11 Fine del Secondo Libro della Poetica Tofeana.
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16-j
DELLA
; POETICA TOSCANA
I DEL
; SIG.ANTONIO MINTURNO
\ terzo ragionamento.
► bernardino rota t. -E ’A MlNTVRNOl
N D.’ ebbe origine la Melica Poefìa ì Miv. Dal de- Oi jgìne
lo, e dagl'iddìi : perciocché Iddio creatore del de- Melica Pgefia.
la e della terra, e delle cofe vifibili,e di quelle, che
non fi veggono,avendo gl' Iddìi creato e gli uomini,
ed ornatogli di tncravigliofi doni; cofa ragionevole
fu, che Pana e P altra generazione di tanti benefc)
da lui ricevuti dichtaraffe , quanto gli era tenuta .
E certo a dichiarar queflo dcbito,non par, che altro , ...
modo ft trovaffe migliore, fe non che gli [piriti cclefli, fc riguardiamo a' riiigraz'ino Id-
movimenti del corpo , col perpetuo e continuo girare , che fa una [empi- •
terna armonia ; fe conftderiamo gP intelletti > col mufico e ben compoflo òdi
concento delle ragioni, col bellilflmo e mirabil modo di quelle vocija cui a Concenca J’
maniera è [opra la noflra inielligenxa, né fi può dimoflrare,a Dio lor pa- ^ '
dre e Signore grafie rende/fero; e, di lui cantando, con fomme lode il ce-
Icbrafferoi e con acconcia mifura di tempi, e di parole intellettuali quelle
prighierc faceffero,che forza avefferodi muovere la divina potenza,dove
gtazie chiedeffero , e fupplicaffero per noi : conciò fia che a loro s'ap-
partenga l aver cura delle umane cofe , e lo fare nel corpetto del fommo
Re in ajiito de mortali . E lofio che nacquero gli Domini, ( o else per di- Come gli Uoi
vina ragione di natura, quanto P origine loro clic dal Cielo aveano, era *Timi ri'igra*ai-
piàfrefea e nuova , tanto meglio vedefjero il migliore ; o che riducenda •
a memoria l'altra lor vita , che fu ceUfìe , qual fu l'opinione di Platone,
il cofìume di coloro, che nel Ciclo abitano, voleffero imitare ) flimar pof-
fiamo , che non d'altro modo eiefero d'onorar Dio , che con la Muftea , i Malica .
e con la Poefia ne' pubblici , e ne' privati facrific) , né giuochi agP Iddìi » Poefia
eonfccrati, nelle preghiere , nel render gragie, ne’ [acri conviti ,)n tutte
le fefle,cantando parole fatto certa muftea legge di piedi legate e riflrettc. Prepofti a cele-
itaonde come ne Cori degl intelletti celefìiali a celebr'are la divina maefià brare Iddio .
creatrice e padrona di tutto, gli antichi Apollo e le Mufe prepofero ; così ce*
tra gli Domini a Poeti , i quali fonò già fatto il reggimento delle Mufe , Poti tra gli
e dt Apollo, in guifa d'tnterpreti delle divine cofe, iì medefimo uficio at- Uomini .
tri-
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i6S
DELLA POETICA TOSCANA
Antichità de
Idiici ,
Vedi ferrplici
tribuirotio . E pero t antica Poefia tutta era devriddii, nè altro centerte^
va } che divine lode , e preghiere per raiquiflar la grafia , c impetrar
ta)uto loro , e ringraziamenti dille cofe felicemente avvenute . Lodava
rincora, e pregava gli Eroi pefli nel numero degC Iddìi, per l'ira loro ap~
pagare, o per ottener foccorfo . Dappoi fi diede a lodart i glorio fi fatti, e
Ajollo Ìnven- le chiare vertà degli Vomin' illuftri . Bir. Àdunejuc ( perciocché non fi
loie UcUa ira- dubita, che apollo, il ejuat é principe della Pcefìa, non abbia la Lira tro-
vata , acciocché alfuono di lei il Melico Poima cantajje ) par, che i Li-
rici primi di tutti li Poeti tener poffiamo. Min. Sì bene, e volentieri con-
finto à Platone, tra' mufici Jìrumenti,ibe molti fané e diverfi, niuno ef-
fir più antico della Lira’, né più atto,né più dicevole al canto delle divi-
ne cofe : conciò fia che con pochtffime corde femplicijjimamente e modera-
tijfimamente ella rifuoni : perciocché molte furon le maniere del cantare^
di cantare di- la prima fu tutta degl'iddìi ; la feconda piena di lamenti ; la terza , che
flint/, j Peana fi chiama , fu il canto di jdpollo per la vittoria , eh' egli riportò
dtlC avere uccifo ilferpente , che Pirone fi nominava ; la quarta il Di-
tirambo , che in laude di Bacco fi cantava ; la quinta fu di quei canti ,
Strumento prò- fbe Leggi fi dicevano . Delle quali maniere ciaf cuna avea il fuo propia
pio di ciaftuii ftrumento : perciocché alle cofe le parole ; alle paro!.- i tempi , e li piedi,
rnodo di canta- farne i verfi a quelle convenienti‘,a ver fi li concenti delle voci, e delle
corde, convien, che t'adattino, E fu una legge, per la, qual fi provvedrà,
Miflione de’ ^ maniera di cantare per l'altra ufaffe . ^elU, che poi fe-
picdi di cantare guirono , volendo più lofio piacere agli Zlditort , che l'onefio e ’l dicevo-
le figuire , confufero e mefiolarono quei modi , che per fi etan difiinti :
ficché con le divine lode i lamentevoli canti tongiunfero , e col Peana il
Miflione divari Ditirambo. Ed avendo i Mufici trovato il concento delle pive lon le cor-
»triì. de, per più dilicatamente cantare, i Poeti ancora a far compofizione nii-
fia di var) verfi cominciarono . E riprende Pratina fliafio , che dove i
fonatori della piva doveano , qual' era il cofiumc antu o , accordarfi al
Qual lia più an- ^oro’, ne’tcmpi juoi quefto a quelli t'accordava . Ma, benché il eantare al
tieo il Lineo, o fuon delle corde fia cofa antiehijfma , non però agevolmente fi può con-
I^bic** * * ** chiudere , qual fia fiato prima , il Poema , che Lirico fi chiama ; o pur
j-m jc . P Eroico : conciò fufje cofa che da prima l'uno e l'altro alla eeterafi can-
tafje . Alluni credono , il J ambito effer più dell'Eroieo antiio : percioc-
ché li Jambi più Jpifo c più prontamente nel parlare ouorrono } tome
fi dalla Matura ijji vcnifjtro,e li verfi Eroici dalPAite. Ma, fi quel Li-
rico Poeta Aumano , il quale fiorì , quando Ardii padre del Be Altatta
in Lidia regnava , ordinò , tome t'é firitto , thè con cfimctri ntut
Canzone fi lomponijje ; cbt non confentirà , ihe L'Eroico fufje molto in-
ì Mè dubitiamo , fi riguardo, abbiamo alle cofe •
che fi trattartù
(f"-.
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LIBRO TERZOi
(ferciccihè i Petti antUhi alla lira le lodi devf Iddìi, e degli Eroi canta- Lin'ca fli primi
ogni ccnfoftxione , che con liJathbici,o con gli Eroici verft le tofe
divine comprendeva, Lirica poter ft chiamare . E, come prima tal compo- velji””*'
fi'i^ione era fcmplice, e di un modo folo‘, così a farfì poi cominciò con mol-
ta varietà di verfi. Nella qual varietà dieci furono i pili chiari, che prò- Pindaro prinef.
piamente Lirici fon detti , c di loro a giudicio di tutti Pindaro il primo . P® i'irtcì . ,
£ in quefia varietà ancora fono i Ditirambici , e li Nomici , che parti-
colarmente Melici fi chiamano . Benché fotta il nome del Melico cori il Maniere di Me»
Idrico , come il Ditirambico, e 'I Nemico fi comprenda ; perciocché Me- l“;i • . .
]os , dalla qual voce quefio nome fi deriva , non é altro , thè Canto il » ijftiVambici.
qual, fe alla lira fi canta , Lirico fi chiama ; fe le lode di Bacco, e */ j Nomici .
feer di lui deferive , Ditirambico fi dice , ed al fuon della piva fi canta-
va , nel qual' tra il modo frigio : conciò fuffe cofa che t armonia Frigia Quji fia’ jj j,;,
?uel vigore aveffe , il quale ha tra’ mtifici flrumenti la piva : perciocché ri<-'o • .
una e Paltra turba forte P animo , e del fuo fiato il diparte , e defia in
lui movimenti gagliardi { Orde ragionevolmente quella Poefia , che di *
Bacco ragiona , quel concento di Mufica richiede , che a celebrare la fe-
fla di lui fi conviene . Ed a’ Lirici , quando vtnccano , il toro in pre- Premio
mio fi donava ; a' Ditirambici il treppiede . Che direm del Nomo , che ^* *
Legge in nofira favella fi direbbe, dal quale il Nomico ha il nome ì non Quale il Nomi»
ft cantava egli alla celerà ì Dicefi , che /Ipoilo il trovò ; (he volendo co.
dar leggi di viver bene a quella generazione de’ mortali, che lettere an-
cora non [apra , accioctbé pià volentieri le riceveffero, e pià agevolmen-
te a memoria le teneffero , cominciò a comporle in verfi ,e ad infegnarle
cantando alla lira : il che , fcrive /ìrifiotele , che gli Agatirfi ne’ fuoi
tempi ancora fervavano , Laonde avvenne , che tome quelle prime Can- Ftimologìa del
*^c«i Leggi fi chiamavano ; così l'altre fatte dappoi di quel modo, quan- Noroico.j
tunque altra cofa trattaficro , il medefimo nome ritennero . Eran quefie
® Ncmi , che dir vogliamo , tra quelle Canzoni , cha,non han-
no rivolte ; ma , com’ jeran varigli atti , e li cofiumi delle perfone , che
in quelle fi deferiveano ", così li verfi ancora fi variavano , e liberamen-
te pTOiedcvano sì , che molto fit fiendeano , e faceaii lunga compofizione t
ferciocché le Canzoni , li eontefii delle quali convengono^, e fono di un
modo , e fatto certa legge , e rifiretta maniera di comporre , ui.a fem-
plict materia contengono , Ma coloro , che le tofe degl' Iddìi , e le vertè Quali chiainaà
degli Vomini eccellenti al fuon della lira , o della letera , o di qualun- y^uliCiutori,
eque altro mufiico firnmento nc’ tempi degli Eroi cantavano , ( quali fu-
rono appo Omero Femio , e Demodoco ; ed appo Virgilio J opa ) Cantori Scrittori dì
^ chiamavano tficome di Canti , e d’inni Scrittori fi diccano quelli , che Carni, e u’ionii
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Di CUI fi canta*
va , e come « e
quando, la Me*
]ic3 Focfia.
Fefte .
Coro ,
balio.
Coro ordinato
di Legislacoii,
Jier onorare le
efie.
Tre Cori di
Platone .
1 Di Fanciulli,
a Di Giovani.
J Di Vecchi.
Altri Cori
Di Donne .
Di Vergini .
Di Madri di 6-
miglia.
Ebraica Poefia.
Mosè.
Xlaria .
Lirici Toicani.
Uficio del Mc'
Lieo .
170 DELLA POETICA TOSCANA
le feriveano ; nel cui numiro fono Orfeo , Omero , ed Eftodo per quelle
opere , che fcriffero degl’ Iddìi . Ma , quaV era il verfo , col quale effi
le f accano , tal era il nome loro . Onde Epici fi differo quelli , che pur
dianzi ho nominati ; e Lirici quelli , che con verfo Melico le compofero,
Bm. ^lufla Poefia dunque , della qual' al prefente trattiamo , é tutta
Melica . Ma da cui fi cantava, e come, e quando ; perciocché fenxa can^
to quella non compariva ? Min. Il Coro di cinquanta giovani in gire
cantava il Lirico Poema nelle felle de' vincitori ; e'I Ditiramhico n^
facrific] di Bacco ; e nell'uno , e nell'altro tempo acconciamente h rilavai
Ma , quando Sacco lodava , ballo non femplice, ma vario e molle facea,
e con molti giri : la qual maniera di ballare Tirbafea dagli antichi fi
chiamava : né a tempi di guerra ,nè a tempi di pace , fecondo che ne ’u-
fegna Platone , parca , che conveniffe . Né tacerò , che coloro , i quali
di leggi le Città prima adornarono , ordinarono ancora , che a ciafeuna
delle fefte , che ad onore degP Iddii , e degli Eroi fi celebravano , il prO‘
pio Coro di quclliyche liberi nati fuffero e liberamente nuiriti, fi diputafi
fe . E Platone, che difje, dagC Iddìi effere flati alle fefte prepofli Apollo ,
e le Mufe , e Bacco , in quella Città , a cui le leggi egli dava , tre Cori
ordinava’, cioè di Fanciulli alle Mufe, di Giovani ad /dpollo, e d'Vomini
di mev^gana età , 0 pur di Fecchi a Bacco ; Tirteo Poeta antichiffmo ,
come io credo , imitando , il quale avendo in tre età tutta la vita uma~
na divi fa , in ciafciina fé de' Lacedemoni un Coro . Di Femmine ancora
era il Coro , e fpecialmente quel , che Cerere onorava . Era di Fergini
elette , e di cafli Fanciulli, conte dice Orario, quel Coro , che ne' giuochi
detti Secolari le lode di ApoUo,e di Diana cantava. E non piccola fchie-
ra di nobili madri di famiglia con le preghiere, e col canto Giunone cele-
brava. Ni fi tace nella facra Scrittura, che Mosi con gli altri Ebrei can-
tando lodò il Signore per la vittoria , che riportò del Re Faraone, e dell*
Egitto . .£ le medcfime lode cantò Maria forella di Mosi , la qual fegui-
rono tutte l' altre Donne Ebree con timpani , e con altri mufiici finimen-
ti, lodando , e ringraziando Iddio ; e le medefime parole , e li medefimi
verfi iterando . E , poiché David ebbe uccifo il Filifleo Golia , quando
il Re Saule vittoriofo tornava , gli ufeirono d'ogni Città incontra i
Cori delle Donne co' timpani , e con altri mufici lìr amenti , in laude di
quella gloriofa vittoria cantando , Dopo gli antichi Lirici vennero i no-
ftri , i quali a fcriver cominciarono Ballate , che come la fleffa voce fi-
gnifica ,fi cantavano ballando : poi fcriffero Sonetti , e Cangoni, che dal
fuono , e dal canto ebbero il nome . Br.n. ,^aP è t uficio del Melico Poe-
ta ì Min. Di cantar talmente in verfi', eh' egli abbia a dilettare , e far
pro-
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LIBRO TF 171
prefitto : ptrcienhè la lagpadrU itile farete , e la àolcexxa del dire , e Come diletti.
la btlla de'vtrftft'l riffondimento‘, e , come oggi ufìamo, laeon-
fonanX<^ df//e rime, e 7 canto , e fpecialmente ne' giorni fcflcvoli, a tuU
U diletta, .^anto, i da credere, che agNddii,td agli Vernini illuftri di-
letti, quando odono,che le vtrtù loro fon celebrate con quel canto di pa-
role , del qual certamente ninna voce effer dee più dilettevole . Taccio ,
elìc in quefla Poefia di amore, e di fefla, e di conviti fi ragiona, e di altre
cofe piacevoli , che tutte negli animi degli V ditori deflan mirabile dilet-
to . ^anto fia profittevole , colui certo il sa , che vede , quanto di bene Come glori .
i mortali acconciamente lodando, e dicevolmente pregando Iddio , confe-
guano . E nel vero e' mi pare , che per quefle sì dilettevoli Cam^oni ne'
conviti e nelle fefle, chi i laudato, s'infiamma a far cofe, ond'egll fi deb-
ba, e poffa più lodare: e chi ode te altrui lode,fi defia agli atti della ver-
tù, e fi fludia d' effer tale,che meriti altrettanto di laude; concioffiacofachè
l’uno e l’altro nella laude riponga il fommo premio del valore . Laonde Come muova,'
muove ancora il Melico , quando iV omo con Dio rappacifica , 0 quando ' •
all’ operazione delle cofe onorate e gloriofe il fofpinge ; e ’nfegna, quan-
do apertamente , e foavemente narra ciò , che fi è fatto . E dilettando,
e movendo , e ’nfegnando genera meraviglia . Ber. Poiché tal’ è l'tificio Materia Melica,
del Melico , la fatuità di lui in che confifie ì Min. Propiamente in lau-
dare , e in pregare . E cominciando da’ Latini , troverete , che Orazio **"
lauda Mercurio , lauda Sacco , lauda Cefare jdugufio : raltcgrafi delle > Ne’ Latini.
vittorie di lui : prega Febo , e Diana per lo imperio Romano : prega
per fé fieffo Apollo : prega Venere per altrui : conforta, che a fiippficare Di Oraiio .
per la falute del popol Romano fi cantino le lodi degfiddii . Né pur lau-
da gli Vomini e gl' Iddii , ma commenda le cofe ancora , i luoghi, le vil-
le, i vini, i fonti, le vtrtù, la liberalità, riunocenziisd‘t modefltaja’par^
fimottta , l'ozio , la Poefia : rende grazie ,e dà laude alle Mufe : _ ralle-
grafi con Pompeo, e con Vero del felice ritorno nella patria , Allo’ncon-
tro riprende i rei: vitupera le ruffianc,e le meretrici; biafima l'avarizia,
la lujfuria , lo sfrenato appetito : befìemmia l’arbore , che cadendo poca
manco., che non l’uccife ; lamentafi fpefft volte i abbomina glifludf di
coloro , che non fi ricordano d'ejfere mortali 1 accufa gli amici s talvol-
ta li confala ; ammonifee : conforta a guardare la pudicizia , u fervere
la religione ; informa le vergini , e li fanciulli de' bellijfimi precetti del
viver iene: e in fomma egli dtmoflra, la materia da lui trattata effer po-
fia negli amori, e ne’ conviti, e nelle cofe feflevoli. Poi venendo a' Greci, x Ne’ Greci.
M fi farà innanzi Alceo, il quale , altra che giunca, e ciancia volentieri,
• ragiona i’ Amore , perfeguita meravigliofamente i Tiranni , e fi di- Dj ^ceo.
Y i ’• mon
Pi Sceticoro ;
DI SimoniJe .
Di Aiiacreonte.
Di PmJaro.che
fi fieiidw più iie>
£lialuii
J Neell Ebrei.
Qiul fia il fo£<
«etto .
Di David,
Salmo diDavid
(iJocco in Cali»
ione dall* AUf
torC|
- -r- DELLA POETICA TOSCANA
ptefìra più atto alle cofe grandi , e gravi , che alle piac^joU , Sleflcor»
fè chiaro , poterfi col verfo Melico le guerre t e le vcrtù de' thiariffìim
Capitani cantare. Lui Simonide feguendo cantò la vittoria, la tjuafthbe*
ro I Greci per mare a Satamina . La Poefia di Anacrconte tutta i pieni»
di amori , e dt conviti . Ma , chi vedrà bene l' opere di Pindaro , non
chiuderà tra corti, e>ftrctti termini la materia del Melico Poeta: percioc^
chè egli cantò in quattro libri le quattro fefle da' Greci mirabilmente te-
Icbratr, e le vittorie, che di quelle fi riportavano . Cantò le folcnnità de\
giorni confecrati agl'iddìi , te lodi delle vergini , le coronazioni de' Re •
ifacrificj di Bacco , e di Febo i Peani, in laude et alcuno Iddio i balli di
fcflcvole allegregz-*, le divine pi eghiere, gl’ Inni , i Ditirambi , le lode
degli Vomini illujlri , le Canzoni ad onor de' morti , le Caugoni delle
uozz^t * tnoiteggevoli, e gravi detti de' conviti . Che direm degli Ebrei i
David ne' fuoi divini Salmi non c'infegna , come lauiare Iddio fi deb-
ba , e pregare ì e come grazie gli fi rendano i fisa. Le Canzoni da voi
fatte [opra quelli chiariamo efemplo ce ne faranno » e fpetialmentc^
quiftc ,
Dirb ben del Signore .
Dì bene, anima mia;
Di bene , anima mia , di del Signore ^
Benedetto il Signore . --a
Lauda , lauda il Signore , anima mia i '
Date laude al Signor : perch’ egli c bene ^
Lauda, Gcrufalcm , lauda il Signore *
Laudate , aoitaior Santi del Ciclo ,
Laudate del Signor Teterno nome . ''V
, Date laude al Signor dall’Indo al Maura ì
Laudate del Signor , laudate il nome .
Date laude al Signor ne’ Santi Tuoi .
Cantate allegramente .
Regna il Signor* adorno
D'un bei diadema ; godane la terra ^
Celebrate il Signore .
Regna il Signore ; e trema
Ogni popol quaggiù .
Lieti al Signor cantate .
lo canterò , Signore ,
Somme lode , Signore.
Alte lode f e immortali ,
■ . Fareo^
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LIBRO TERZO; • ìji
Farera palefc, c chiare .
fJlis.Defceudtndo a'nofiri poi,vedrte,cotHe prega il Fctrirti nel SenettOt
Padre del Cicl , dopo i perduti giorni .
B come lauda , e prega nella Carr^o»'' »
Vergine bellai che di Sol veflita .
- B come conforta aL' tmprefa contro agP infedeli nella Can"^ne f
O afpcttara in Cicl beata , c bella •
Bd a riflorar l'antico imperio di Homo in quefla >
Spirto gentil , che quelle membra reggi ,
4 Ne’ Toicani
qual ita il fo^>
eetco del pe>
trarcai
Bd alla pace d' Italia in tf nella ,
Italia mia , benché ’l parlar Ha indarno .
, Ma f come fi laudino le vittorie ^e ti trionfi degl Zfontini illufiri $ efem* Dello lleflbAit*
fio vi faranno quefie mie Cannoni >
Qual Semidco , anzi qual novo Iddio * M
tote,
Alma > ed antica madre .
Come fi canti ad onor de' morti ,
Quella gii per addietro altera Dooira
B come fi celebrino le no^xe »
Del mar candida « e bella
'laonde chiaramente veggìamo , che la materia di tal Poefia da prima Somma <ienii_f
tutta era ptfia nelle cofe divine ; r , dappoiché difeefe a' fatti umani i materia Lirica,
tadde nel grembo dell'amorofe dance > e delle vanitd del mondo : fitcome
nelle Can%pni di jinacreonte y e in non poche di quelle iTOra-^io veder
foffiamo . Ma , romr di onefla Amore fi canti y e la belle':t!^a laudare fi
(onvenga y il Petrarca capo e fonte delC amorofa Poefia nelle fue rime
ti farà maefiro . B^r. Già conofeiamo , qual fita la materia del Melico Modo dì tratta;
Poeta y ora intender difideriamo y come egli in trattarla fi porti y nar-
rondo femplicementey o pià lofio imitando ì Min. Non certo agevolmen- Opi'ibàe
te fi determinarebbe , fe pili in quefio y che in quel modo : conciojfiacofa-
tké a' Ditirambici Platone la femplice narrazione ; l'imitazione Arifio- D,’ Platone .
tele attribuifea . Ma y perciocché al parer di tutti fono tre maniere di L>« Anitoccic,
Poemi y delle quali la pià femplice conftfie in narrare y falera in imita-^ Qj* Gramaticì.
re y la terza é mifia e partecipe dell' una e delf altra ; in quella ultima i Che’i modoMs-
Cr amatici ponganola Melica Poefia , e ragionevolmente: perciocché, la- ijj7ran.io*f°ora
{dando a parte i Greci , e li Latini y troviamo y che 7 Petrarca narra imitando
fmplicemente nel Sonetto y ~ " Efemplo del
Era il giorno y eh’ al Sol fi fcoloraro , Petrarca,
Jnduce altrui a parlare in quello ,
A pie de' colli j ove la bella vefia .
■ ■ - - - -
V
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' '174 DELLA POETICA TOSCANA
J nella Cannone ,
Queir amico mio dolce empio Signore .
Harra nel principio . Iniroautepoi Jefteffo ad accufare Amore, dietniét
Madonna , il oanco piede
Giovcnctto pos’ io nel collut regno .
Ripiglia la narrazione, dicendo ,
il mio avverfatio con agre rampogne
Comincia ;
yeflito poi della perfona di Amore foggiunge la difefa, cosi comiutiando,
O Donna , intendi l'altra parte .
E ultimamente nel commiato narra , dicendo ,
Al tin' ambo cunvcrE al giufìo feggio }
Jnjìn' a quel verfo
Nobile Donna , tua fentenzia attendo .
Ov'egli, ed amore parlano . Della narrazione ancora fono quelle parolei
Ella allor forridendo .
Efemplo dell’ Sicome fono della imitazione i due feguenti verfi , ne’ quali la Ciufiizit
Aucotf . a rifpondere s’induce . E in quella mia Canzone ,
Quella già per addietro altera Donna t
Prima fi narra . Poi fifa l'imitazione della perfona dell' Italia , la qual
s’induce a lamentare nella feconda flanz^ ,
E tu te ’l vedi > o fempiterna luce .
Jlipigliafi la narrazione in quei verfi ,
Così piangea non fazia ancor del pianto ,
Quand’ ella udì dell’ alme Mufe il canto .
Introducifi poi il Coro deUe Mufe a confolare Italia , dicendo ,
Fon line al pianto , o vcnerabil madre .
'^el Sonetto del Petrarca ,
Occhi , piangete , accompagnate il core : . . ;
tfemplo dell’ Senza narrazione alcuna è tutta imitazione del ragionamento delPaman-
Aiuole . jg yjjo; , Sitome queflo mio del ragionamento del Poeta co*
le Nhnfe del mare ,
Vaghe Ninfe , e leggiadre alme forelle .
’^Mlla mia Canzone ,
Rapido Eume , che d’eterna fonte :
Sarebbe tutta imitazione del ragionare del Poeta tot T evert , fé
fujfe quel poco di narrazione ,
Alzato un poco fovra Tonde il petto -,
Jnpri a quel verfo , ■
Egli
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LIBRO TERZO; I7J
Egli rifpondc al dolorofo detto .
3en* è tutta imita-z^ione la Can'Zpne »
O cicco mondo , è dunque ver , che fpcnto
E 7 Sonetto f
Mifera figlia, e fconfolata madre,
f/el quale il Porta (i vefìe della perfona deW Italia . Laonde chiaramen^
te fi vede , che la Melica compo^xione or tutta è narrazione , or tutta
imitazione , or mifìa delPuna e del! altra , B*k. Se'l Melico il più delle Carne il Mel/à
volte ritiene la fua perfona , diremo , cV eoli allora non fa imitazioue
alcuna ì Mim. Non certo .• perciocché dir non fi può non imitare colui, perfona, facci»
thè ben dipinge la forma del corpo, overogli affetti dell' animoso dicevole «niuiion*.
niente nota i cofiumi ; o qualunque altra cofa deferivo talmente , che ef-
freffa la ti paja vedere; quali fono la maggior parte Vode Oraziane ,e le
rime del Petrarca, ove ninno a parlare s'introduce. Anzi, quando il Poe- Come il Poeta,
ta parla ad altrui , par , che deponga la perfona del Poeta ,e ne prenda,
0 tenga un altra: perciocché nel Petrarca due perfone intender polfiamo', la fua’pei^wf*
tuna del Poeta , quando egli narra', e f altra dell’amante , quando; diriz-
za a Madonna Laura il fuo dire : quafé in quel Sonetto ,
Quando io muovo i rofpir’ a chiamar vroi .
0 quando parla a qualunque altra perfona : quafé nella Canzone I Peoaìca*^
E in quella ,
Chiare , frefchc , e dolci acque .
E nel Sonetto ,
Sennuccio io vo , che Tappi , in qual maniera T
E in molte altre compofizioni . Bsr. A quello modo rade volte non fi dei' cf,e >1 PoettJ
pone la perfona del Poeta. Mm.Percbé nói E quando i Lirici antichi ce- depont^
tebravano alcuna fejla o pubblica, o privata, non era ben di ragione,che “ Perloui .n
’/ Poeta la perfona del Coro,o che'l Coro la perfona del Poeta prendeffe !
Perciocché il Coro ne' Peani , e ne' Ditirambi s’introduce a cantare ; t
nelle lode delle vittorie degli Domini illufiri della perfona del Poeta fi
vefìe , Ber. Che cofa dunque farà la Melica Poefia ì Min. Imitazione Che colà fìa la
d'atti or gravi ed onorati , or piacevoli e giocondi , fatto una intera e Melica Poefia.
perfetta materia di certa grandezz^t comprefi , la qual dilettevolmentt
fifa con ver fi non certo femplici e nudi , ma d'armonia vefiiti ed orna-
ti , che volentieri , e di lor natura con la mufica e col ballo s'accompa-
gnano ; or femplicemente narrando , or altrui a parlare introducendo ,
or f uno e f altro modo tenendo , affine che parimente diletti , e faccia
profitto . Ber. Sì per quel, che s'é pur dianzi ragionato , e sì per gli al-
tri
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*Ì7« DELLA POÈTICA TOSCANA
tri ragìotiawfnti tutte le farti -della d/ffnit^iotie mi fono affai chiare « ed
Qual Ha l’orna- aperte , altro che ijuilfoco , ton ver fi mn ftniplici e nudi ; ma ifarmom
o ti.to Ut Ja-» fjia Ttfliti , cd ornati . Or fate, thè ijutfia vefte » e quefì' ornamento ve»
fi faccia. Min. De' virfi Latini , e de' Greci non farò cjtiì parolai
Riffe Tcfcane perciocché abbordivolmcnte fe ne parlò nel mio Poeta. Ma dirò folamen^
Kiluatc rw e, che nella noftra favella ufiamo,delle quali patte fono,eomù
' * alcuni dicono ,fciolte ; (pirciocil-é fono fen'ia $ Urami delle confenan^e)
Cagioni d’a> parte fono cbiufe, e riflette fatto quefìa legge, ^elle io chiamo fempli-
ir.oiiia. fi , e nudei qucflc <f<ii»UiHi<» viftite , ed ornate : non già che quelle non
abbiano i legami dette SilLbe folto certo numero , e fotta certa mifurx
% OrdiiiC-/ di rifìrctte ; nè anche C armonia delle voci con ordine certo e mifurato infie»
'^**Accei to de- ^ ® accinti : perciocché non farebbero verfi fen»
uinaiiao ► %a qucflo legame , e fen%a qutfi' armonia ; ma pià tofto profa , e dir Itbe»
ro e fciolto. Anxjt nc’verfi é si riebiefìa l'armonia degli accenti, che quel»
li , che non hanno C accento nella fefla almeno , o nella quarta , e nella
f ConfciMuiie . ottava fillaba , ogni grafia perdono . Ma P armonia, della quaP io ragia»
no , é quel concento , che s'ode nelle conjonano^e : e , percioceh' è nota»
bile , quelle rime folamcnte , nelle quali egli fi fa udire e notare , fi chia»
Tre ornamenti mano ornate d'armonia . ^efle fon propie della Melica Poefita: eonciof»
del Melico. fiacofacbi ella confifla tutta in Cnu^o»/ , che non fi compongono fenrjc
Confonanin^ «n/onenj^e . E quejia differen'ga è tra lei, e le fue forelle: perciocché co»
ielle Rm.e lu» j» la Scenica , tome l'Epica ufa le fciolte e l'ignude : conctoffiacofachè al
fiorila, narrare, ed al ragionare non fia nchtefio il concento delle tonfonan'ge %
a Mufica . ficome al cantare . Oltre a qiiefl' armonia , la qual'i delle parole, ador»
na lei belliffimamcnte tl concento della mufica , e 'I ballo , che naturali
mente feto ne vanno : perciocché , come poi fi dirà , il Melico ballandci
Ber. Poiché moflrata m'avete la
3 Ballo.
P ' fse r'al’ yttOBO d«’ mufici firumenti . Ber. Poiché n
dd Malico foio vifie, e l'ornamento delle rime di quefìa Poefia, che io veder difidcrava',
lei . dichiaratemi, quante , e quali fieno le parti del Melico Poema . Min. So
dimandate delle parti eficn^ialt , fon fei ; cioè , la favola , gli affetti , e
Della Favela, ftntimcnti, le parole, il canto, e l' apparecchi amento : perciocché , ficome
in ciajcun' altra Poefia, così in qucjla la favola efjtr dee perfetta, ed una.
Come lia una. E, fan qualche atto effe r fi dice , chi in parlamento lauda , o biafima ,
accufa , 0 difende, fofpinge, o richiama ; chi in laude degl' Iddìi, o degli
Z' omini narra le coje divine , o l'umane j ehi le onefìe commenda, chi le
brutte riprende, chi prega , chi tr.ìtta le materie vere e gravi, chi lefe»
fievoli e vane , ninno atto farà ì E certamente il Petrarca le forze , e le
vittorie d" Amore celebrando , l'Italia alia pace confortando , la Vergine,
madre d'iddio laudando e pregando, Amore accuf andò , e quello Jtef»
- - - - f„
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LIBRO TERZO.' 177
fo difendendo \ così ogni cofa ci dipinge , come al Melico Poeta è richie^
fio : perciocché verifimilmente narra le cofe vere con meravigliofa dol-
eerj» . La materia , ch'egli imprende a defcrivere , chiaro fi vede , non
tffer lunga . E, benché talvolta prenda a {piegare una lunga tela di cofe
fatte, {ficome ha in cojlume talora colui , che canta le lode degf Iddìi co~
sì, come Orfeo,ed Omero le cantò) il fa pure con incredibile brevitàteon-
ciojfiacofaché non rechi in atto veruno coloro^ quali egli lauda,come che
introduca, chi le verta loro commendi ; ficome in quella mia Cannone,
Quella gii per addierro altera Donna ,
s introduce il Coro delle Mufe a narrare , e laudare i gloriofi fatti del
Marchefe di Pefeara . Dipartefi talora dall imprefa materia ; ma con
digreffione a lei conveniente , fuome pià (fogni altro fa Pindaro , e fpe-
cialmente nella prima Cunc^one , nella quale celebrando la vittoria , la
qual' ebbe, in Olimpia il cavallo del Rejerone di Siragofa , difeorre a
laudar quella ftfta, ed a narrare la favola di Pclope lungamente . Di che,
ancora vi farà chiaro efemplo quella mia CanTpne ,
Qual bemideo , anzi qual nuovo Iddio ,
nella qual mi diparto a cercar di lontano le cagioni della imprefa di T*»
nifi , attribuendo tutto all'odio di Giunone verfo i Troiani, e confeguen-
temente verfo tutti quelli, che da loro difeendono", e vado infin' a Troja
a trovar l'origine di Carlo J^into Imperadore . Ber. ^efle digrtjfioni
adunque nelle Cannoni de' Lirici , ficome gli Epifod) nell Eroico Poema,
, e nella T ragedia , e nella Commedia, fanno l'opera più magnifica , e più
ricca . Ma perché dopo la favola fono gli affetti, e li cofiumi, di fiderò in-
tendere, come il Melico gli dipinga .Min. Con pocbiffìme parole moflrar
fi potrà , effendo già tutta quejia Poefiia Morale ; perciocché gli affetti ,
che in lei fi veggono , fono piacevoli , dolci , lufinghevoli , umani , gen-
tili , tranquilli , giocondi ; e 'Ifoddisfaré , il pregare , il chieder perdo-
no , il dimandar licenza, il cedere, il lamentarfi amichevolmente, il ral-
legrar fi , il render grafie, il dar laude , il commendare , t'ammonire , il
giucaic in parole , il confotare , il confortare, lo 'nvitare a' piaceri, de-
fila nelt animo movimenti benigni , e foavi . Che diremo , quando fi de-
ferivano famorofe pafifioni , gli fludj, e li defider) degli amici , gli appe-
titi e le difpofi%ioni degli animi, le virtù, i vis^j ì non vi fi vede cfpref-
fa qticjla cortefe maniera di affetti, che cojìumi fi fogliano chiamare ì Di
tali affetti é tutta piena la Poefia del Petrarca . Ma , quando acerba-
mente biafimiamo , quando n'adiriamo , quando ne lamentiamo , quando
ira , dolor , timore , invidia fufeitiamo ; allora fiamo in quella grave
«d ardente maniera di paffioni , che Patetica fi chiama : ficome il Pe-
,Z * trar-
Comc Ha bre-
ve.
DigreironJ apa
po il Melico ,
come appo l'E-
roico gli Epifo-
d}.
De’Coflimii , e
degli Aflctei.
Delle Paffioni.
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178 DELLA POETICA TOSCANA
Sonetti del Pe- trarca in quei tre Sonetti , i quali or fonq votati ,
/I ut, Il ' * -
tjarca /Irabboc-
caci dall’i»,
chiJmeuco «
D:1 BaliOf.
Eiamma del CicI .
L’avara Babilonia.
Fontana di dolore.
JE come la pittura delle pungenti paffìoni nelle rime fcritte dopo la morte
dell’amata Donna, così degli affetti foavi e benigni in qurlle,che fi fcrif>
fero in vita di lei, fi vede le pià volte: benché talora nè quefla fisa finga
le paffiotti, nè quella fenga i coflumi. Ma, perciocché dell'una e dell’altra
maniera di affetti fi trattò abbondevolmente nel primo ragionamento , e.
fé ne diedero molti efempli,non confumeremo qui più tempo in ragionar^
De' fentimentii ne. Ber. De’ fentimenti, e delle parole, che fon due delle fei parti effen-
e delle parole, iella Poefia, io non vi dimando : perciocché io sò, che vi rifervata
di parlarne nel feguente ragionamento , Ben vi dimando delP altre due
Del Canto, e-» pJrri rimanenti. Mis.Foi dir volete del canto, e dell’apparecchiamento,
dell’ Apparcc- di che con brevijfima rifpofla potrò foddisfarvi:concioffìacofaché io v’ab~
bia dimofirato , i verfi , e le rime del Melico cantarfi al fuetto de’ mufici
Jìrumenti nelle pompe , e nelle fefie degl Iddii , e degli Domini illuflri , e
nelle pubbliche , e nelle private allegregge, e ne’ conviti nel cofpetto di
molti', e, come folcano gli antichi, ne’ teatri-, e, come oggi fi cofìuma,ne*
templi, e ne’ palaggi, e talvolta nelle piagge . Ber. Con ballo, o fenga 2
MiN.Or nclluno, or nell’altro modo . Ma , che ballando talvolta la Me-
lica compofigione fi canti , il vi fignifica il nome di quella maniera di
Cangone , che Ballata fi chiama ; e ’l vi dimofìra il Boccaccio , che nel
fine di ciafcmia giornata fa nella danga cantare al fuono or di liuto , or
di altro firumento in quefla maniera, che l'un cominciando , gli altri ri-
Modo tenuto fpondano . Né delle Cangoni degli antichi Lirici é da dubitare , che non
da Pindaro nel fi cantaffero nelle carole del Coro : fitcome per lo modo del comporle da
Canzoni' di tre tenuto fi conofee , il quale fa la compofigione di tre parti, come
Parti confórmi dappoi dimoflreremo : conciò fuffe cofa che dal Coro in quefla maniera fi
cantaffero. Ballava egli in giro, e dalla deflra verfo la fimflra pigliando
la danga cominciava a cantare , la qual parte del canto di quel nome da -,
Greci fi chiamava, che da noi Volta fi direbbe . /ilio ’ncontro poi dalla
finiflra la carola alla deflra girando altrettanti verfi della medefima for-
ma , e della medefima mifura canuva ; la qual parte del canto , per dir
quel,che la Greca voce fignifica, da noi Rivolta fi chiamarebbe. A que-
fìe due parti filmili del tutto poi, flando fermo, e tenendo il piè Jaldoifog-
giungea la terga del tutto dijjìmile e diverfa da quelle, che come Epodo
ìm?tando"V^- fi » fotì in noflra lingua Stanza fi potrebbe nominare :
vimciui Celelli. come fe i dottiffimi antichi nel ballo , e nel canto , quel modo , e quella
for-
ai Ballo ,
I Volta.
a Rivolta .
3 Stanza .
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LIBRO TERZO. ,7p
forma ] thè nel Mondo ft vede , imitaffero ; nel quale il Cielo dalla *-
fira alia finiftra, e le /ielle dalla ftni/ìra alla dt/ìra ft volgono; conciò fta
che' Pilofofi , Omero fcguendo , nell' Oriente abbian pojìa la delira del
Mondo, e la ftni/ìra nell' Occidente’, e la T erra, come infima parte di lui,
nel mez^o , t nel più baffo ferma e immobil ft/ììa . E' il vero , che al-
cuni fecondo l'opinione di coloro, i quali notavano i movimenti dc7li uc-
celli , che Augurj ft chiamano , ponendo nell' Oriente la finifira'', e la
ieflra nell" Occidente , dicono , che ’l ballo dalla ftnt/lra cominciava , e
dalia de/ira ft rivolgea. Jl che da'favj non truovo approvato. BsK./f ba-
ftanzfi s'é detto delle parti della qualttà : or dimolìrateci , quante e quali
fieno le parti della quantità del Melico Poema, che di lui fanno il corpo.
Min. Elle comunemente fono due, che Principio, e Narrazione ft chia-
mano . E 7 Principio quel luogo tienejn que/la , il quale ha in ciafeun'
altra Poefìa : perciocché Popcra da lui ft comincia ad ordire : qual' è nel
Canzoniere del Petrarca ,
Voi , ch'afcxjltace in rime fparfe il fuono ,
E nel mio ,
1 facri fiumi , e’ lieti piani , e’ monti .
E r altro , che feguita ,
Piacque a Tetcrno , cd onorato Padre .*
E , benché non fta necefjario , eh' egli abbia luogo in ciafeuna eimpoft-
%ione, come vedrete ne' Sonetti’, pur' in quelle compoftxjoni, che partico-
larmente Canzoni ft chiamano, le più volte fi truova ; fteome vedete in
Vergine bella ,
nella quale invoca . E in
Tacer non polTo ,
nella qual chiede a)uto ad Amore : e proponendo , dalla perfona fica fi
procaccia benivolenza , e fa intento altrui . E ih
Italia mia ,
nella quale rende a fc henivolo altrui , e chiama in ajuto Iddio . E in
In quella parte , dove amor mi fprona ,
ove dopo l'averfì fatto bcntvolo e intento PZlditorc , propone quel , che
dir gli conviene : fteome propone ancora quel, che s'ha a trattare in
Quello antico mio dolce empio Signore ,
e in molte altre Canzoni . Ed io propongo nella Canzone ,
Quella già per addietro altera Donna .
E propongo , e invoco in que/la ,
Qual Scniuko , anzi qual nuovo Iddio .
E nell' una e mU’altra mi faccio bentvolo , e intento PZ) ditorei Dopo il
Z 1 fr/n*
Da qual parte
coni/iici il mg.
vimeuto
Quante, e quali
fiti) le parti del-
la quantità del
Melico Poema,
Del l^iiicipio,
Efemplo r ’
Ne‘ Sonetti ,
Elémpfo .
Nelle CanMiiì.
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Efcmplo ;
N«' bonecci.
180 DELLA POETICA TOSCANA
1
frìncipio feguita la narrazione, la qual comincia in Vergine bella J
D;Ib Narri- Vergine , s’a mercede .
^oiie , ch’é cominciamento di porgere le fue preghiere. B in Tacer non Poffo^
Ncli^ Canzenif Nella bella prigione .
B in Italia mia ,
Voi , cui fortuna l
B nella Canzone In quella parte ,
Poiché la difpietata .
B in Qu^eir antico ,
Madonna , il manco piede l
E in Quella già per addietro ,
E tu te ’l vedi .
E in Qu^al Semideo ,
L’alta càgion .
Tre parti del Ma dopo il Proemio di tutto il Poema nel Canzoniere del Peturcà l*
Canw^ere d:l Narrazione comincia dal Sonetto ,
leggiadra fua vendetta.'
I Narrazione, O , come altri vogliono , da quello ,
Era ’l giorno . . ■ ; ,
E nel mio da qUi flo ,
Qu^cl , che rcrerno , & infinito bene .
Chiude ultimamente il Petrarca il fuo bellijfimo Poema con quella divi»
na Canzone ,
Vergine bella ,
nella quale dichiara , ch’egli pon fine al cantar dell’ Amore di eofa mor-
tale ; e rivolge il fuo amore, e lo ftile al gloriofo nome della Vergine ma-
dre d'iddio . E così la coftui Poefia, par , che abbia tre parti, il Proemio,
la Narrazione , e PVfcita , Tra le quali , come che la Narrazione fia
lunga , e molte, e varie compofizioni comprenda ; nondimeno il Proemio
Maniere-» di ft fomenta d'un Sonetto, e l'Vfcita d’una Canzone . Ber. Di quante ma-
^mpofizion;-» niere fono le compofizioni della Melica Poefia ì e come fi fanno ì Mim.
1 Da^Vnantità. ^ ?**'*^* procedono dalla varietà del comporre . Duna ha il ver-
» Da qualità. fi> d'un modo fola ; P altra il muta , e qual più , qual meno fovente . E
l'una e l'altra fi fa 0 femplicemente , overo con alcuna comparazione'.
Modi Melici. Chiamo comparazione , quando le parti della compofizione fono fimiti «
ve^o"!n‘ uìf , e fi rifpondono con certa legge . Semplice , eh’ abbia il verfn
do. di un modo foto , è il Madrigale : qual' è ,
» Comparato Perchè al vifo d'Amor portava infegna .
*** bonetto ufitata ha il verfo di un fol modo, ma non comparaziof^
ne ;
S Urcita ;
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LIBRO TERZO; iJ,
«« 'perciocché de' due quartetti il fecondo al primo ri/ponde nel numero, è
nella mi fura de’ ver fi, e nel modo del concordare , oltre al concento delle
confonanxe , il qual' è tra loro . Il che ancora le pià volte ne’ terzetti fi j Semplice c<rf
<vede . La compofit'Zjone femptice, che muta il verfo infin’ a qui, altro no- mucato»
me non ha, che di Canzonetta-, e non é fottopofia a certa legge di comporr
re . Onde da’Greci lo fcrivere in tal modo fi chiama « , come
libero,e fctolto. Di che net mio Panegirico troverete motti efemplhqitafé,
Dilette , alme forclle . B
antico , leggiadro , almo , loave . xooetu ,
che cercate il difìato fuoco . B
Quell
Voi,
I lo canto la famofa aurea carena . E
Non c già egli Amor , eh* alcun s’accenda. E
Tutta la notte fofpirando Amore . E
Qu^ando l’aure foavi , c’ dolci lumi . "
'E alquante altre compofizionette, i fentimenti delle quali fon quivi trat-
tati da’Greci, e da’Latini autori in quell’ operetta allegati . E quefla ma- ' 4 CompifitS
niera di comporre , com’è la pià libera , così é la più agevole a tenere .
Ma delle compofizioni , te quali con alcuna comparazione fi fanno , parte “ere .
da’Greci fi chiamano Monoftrofiche , come fe dicefft, d'una fiotta : per- ,
ciocché , ancoraché elle fien di più volte ; nondimeno , perché tutte fono gliauia ,
di un modo , e di una mifura , e tutte eguali, e fimili alla prima, fi chia-
mano (Tuna Folta : quali fono le Canzoni di Alceo , e di Orazio, e de' na-
ftri tutte quelle , che non hanno commiato ; com’é quefia del Petrarca ,
Laflo me , ch’io non so , in qual parte pieghi .
f alquante di Dante , tra le quali fono ,
Donne , ch’avete intelletto d’amore . B
Donna pietofa , c di novella ctadc .
E la più parte delle mie fatte fopra i Salmi. Parte fe ne compongono con s Con dìdomi-
alcuna diffomiglianza , e certamente in molte maniere : perciocché 0 do- di più
po le fomiglianti parti fegue la diffimile , che Epodica fi chiama ; 0 pur tìfea ;
ne va innanzi, che Proodica fi dtcei ® tra le parti fomiglianti la dijfimi- l^roodica .
le s’interpone , che Mefodica s'è detta . Canzoni Epodiche nella noftra * .
lingua dtr fi potrebbero quelle, nelle quali fi truova il Commiato net nu-
mero de ver fi dalle fianze di fopra differente^ ancorché loro in parte, come Epodiche .
poi dimofiraremo,rifponda; quali fono la più parte di quelle,che nel Can-
jptitere del Petrarca leggiamo ; ficome ancora Mefodiche , e Palinodicbe, Mendiche ;
te Pallate, nelle quali vedete la Riprefa, e la Folta fimili ed eguali-, e la
mutazione , la qual’é nel mez%p, altramente compo^, ma di parti fimili
td eguali tra loro ; qual’é ,
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Pfoodichc .
Forma dì Can-
zone Pindarica.
Cile i Latini
non imitorno
Piiidoxo .
Difficiilti de’
Tofcani nell’
imitai Pindaio.
Modo di com-
pone Canzoni
ad imitazione-/
di Pindaro .
X Volta .
a Rivolta .
3 Stanza,
Canzone delP
Autoie rd imi-
Mzione di Pin-
daio .
Goletta pjelà.
iffi DELLA POETICA TOSCANA
Lafciatt il velo , o per fole > o per ombra . £
Amor quando fìoria .
Ber. ^ali fono U Proodiche ? Mim. Né dall' opere di Pindard , né di
Orario, nè dalle rime di alcun de' nojìri adducervene efemplo faprei , nè
certo altronde, che da’ Cori della Scenica Poefia . Di che m'avvifo aver
detto affai nell' altro ragionamento . Ber. Difidero intender da voi, eiual
fia la forma, e la regola di comporre le Cannoni in quel modo , nel quale
Pindaro le compofe . Mm, Io penfava di cominciare dalle compofn^ioni
de' noflri , e poi venire a quelle degli antichi ; ma per vojlro foddisfaci-
mento muterò ordine. Leggendo io le Cannoni di Pindaro Pri ncipe de'Lim
rici, e trovando in loro altra maniera di compofìxjone da quella, che ten-
ne Ora‘:Q0 nelle fue , quantunque a lui fuffe partito non poter fi imitare ,
mi parve tentare , fe io potejfi con le mie rime , le quali ufa la Tofeana
Poefia/arne qualche imita%ionr,qual già patiffe la noftra lingua,la quale
non pure non ha la ricebeti^a delle voci , e la felicità , che nella Greca fi
vede ; ma nella varietà de’verfi è poveriffma, e nella Melica Poefia «ob
ne riceve appo il Petrarca pià , che due maniere , cioè , d" undici jìllabe ,
e di fette : come che di cinque ancora appo Dante ne riceva , Oltre a cidi
abbiamo i legami delle Confonan^e , de' quali ejfendo già liberi gli anti-
chi , poteano con maggior libertà correre per lo campo della compoftxjo-
ne . polendo adunque io comporre Gallinone di quella maniera , m'avvi-
di, che la forma tenuta da Pindaro è qnefla . Egli fa la fua compofixione
di tre parti, delle quali due , che in noftra favella per la ragion di fopra
narrata Folta e Rivolta fi direbbero, fono pari tra loro, e fintili del tutto
nella quantità , e nella qualità de' verfi . La ter%a , eh’ Epodo da lui , e
da me (perciocché il Coro fi ferma,e fla faldo nel cantare') Stanca fi chia-
ma,è dtjjtmile,c diverfa dall’altre,e di altrettante parti facendo pià com-
poffttjoni talmente, che la Folta e la Rivolta di ciafeuna, alla Folta e Ri-
volta della prima , e la Stan-^a alla Stantia è del tutto fomigliante ed
eguale , prolunga il canto ; ficome il Coro più fiate tornando a voltare ,
ed a rivoltare, ed a fermare il piede, tien molto il ballo . Laonde la Can-^
Xpne , che in quefto modo fi compone , ficome rade volte è di una compo-
fiTÌone contenta', così le più volte fi fa di quattro, o di cinque , e talvol-
ta ( il che è rariffmo ) di decenove . Pindaro adunque imitando io feci
due Canxpni , luna della vittoria di Carlo ,^into Jmperadore , quanda
prefe la Goletta , e fé tributaria Tunifi i l'altra del trionfo , quanda
d'jèfrica tornando vittoriofo entrò con molta pompa in quefta Città ; e
[una e P altra vtftii cinque fiate di quelle parti , che Folta, e Rivolta, e
5tan"^a io, chiamo, con lordine fopradetto: perciocché , ficome nelle Can-
KP”Ì
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LIBRO TERZO;
del Petrarca , tjual'è h prima parte , tali fono tutte f altre y cbe fe-
vuitanoi così in qutfìe alle prime tre parti tutte l'altre,alla volta le vol~
te t alla rivolta le rivolte y alta danza le flanze rifpondono parimente
vel numero de' verfì, e nella mi fura, e nel modo, e nello fpazjo delle Con~
fonante • Comincia Pana di quelle ,
Qual Scmidco , anzi qual nuovo Iddio. £ P altra ,
Alma , cd antica madre .
Ber. lo vò penfando , come pojfa adattar quefla forma in quella vojlra Maniera antica
Canzone , di Canzone di-
Quclla gi^ per addietro altera Donna ,
nella quale piangete la morte del gran Marchefe di Pefeara , e in modoi
ninno la vi poffo adattare. Min. ìVo» è d’averne meraviglia t perciocché
non é quefla la forma di lei : conctolfiacofaché io non abbia Pindaro in
quella , ma altro Poeta antico imitato . Io formo prima una compofizio-
ne di tre Volte tra loro diffimili , e difuguali . Poi tutte Patere di altret-
tante Volte , delle quali fo , che la prima alla prima , la feconda alla fe~ niili,edifii?iia-
conda , la terza alla terza della prima compoftztone rifponda nel nume-
ro, e nella mi fura de' vtifi 'yC nel modo, e nello fpazio delle confonanze .
Conformaft la Canzone col ballo di tre lunghi fpazì di tempi diverft ; e Artificio della
per ejfer di morte, è divifa in quattro parti, il qual numero,come fapete. Canzone nella
fu dagli antichi a' morti confecrato. E perché tnorendo i Crifliani vanno
all' eterna vita , e divengono Iddii , ciafeuna delle parti in tre fi divide. '
Ber. ^al cofa particolare in quefla maniera di Canzone fervar ne con- D;^gfnone rf-
vicne ì Min. Benché il Difearfo , che Digreflione fi chiama , a tutte le chiefta
Canzoni Epodiche flia bene-, nondimeno propiamente a quefle fi richiede . Canzoni PinJa»
Jl che vero trov.irebbe , chi le Canzoni di Pindaro Icggejfe , e l'Ode di "lodlPin
jlnacreonte , o di Orazio con quelle al paragone poneffe . Ma lafciando jaro . '
tutte Paltre a parte , ponete mente alla prima, che v’incontra ; e vedre-
te , che Pindaro, celebrando la vittoria del Cavallo del Rejerone di Si- Artificio della
ragofa , il qual vinto avea in Olimpia il palio , difeorre con belliiflme prima Oda nel-
coniparazjoni a lodare lafefla , che in quella Città fi facca ,eda narra- g^;„ochi”^ Oliai'»
re la favola di T untalo, e di Pelope , il qual fu il primo, che combattef- pici .
fe in Elidc,e vinceffe. E tutta la digrcjjione trovarebbe, che fla molto be-
re a quella vittoria, ch’egli celebrava , chi confiderajfe, che in quella fe-
fta vinfc a palio II cavallo del Re Jerone, la quale a tutte Paltre s'anti-
poneva-, e in quel luogo,nel quale Pelope,vinceudo il Re Enomao, regnò.
E imitando io cofliii net celebrare la vittoria , la qual di Tunifi riportò I^lémplo dell’
Carlo J^into Imperadore nella Canzone , '
Qual Scmidco , anzi qual nuovo Iddio »
di-
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/
184 DELLA POETICA TOSCANA
Axti’ficio della ^'fiorro a trovare la cagione della imprefa centra quel Ilegno : e , per-
Catuoiic nella ché t origine di ciò , che la moffe, attribuì feo all' odio di Giunone verfo i
olio * vejìigie degli antichi Poeti ; narro , cotn' ella defli
riportò da Tu- tutta la Grecia a prender t arme contro a T roja,ed a /Iriiggerla. E, per-
• ché dimojìro ancora > che dalle reliquie di quella Città traevano origine
I Romani , e li Principi T edefehi , tra' quali fono i predecejfori di Carla
J^into j difeorro a dire , com' ella per dare a' Cartagine/! quel dominio
dei mondo , che i Fati de/ìinavano a' Romani j moffe quella tempejìa ,
che ne’ liti dell'africa fpinfe l'armata di Enea ; e , poiché quegli fuo mai
grado giunfe in Italia, defìò i Rutuli, e i Latini a fargli afpra guerra, R
parendole i fucceffbri di lui , dico i Romani, fatti sì grandi , eh’ eran per
inftgnorirfi de' Cartaginefi , mandò Aniballe con potentijfmo efercito alla
ruiiia dell’Italia , e de' Romani . IXippoi, veggendo diflrutta Cartagine,
e venuto il dominio del mondo in poder di Roma, fufeitò in lei la difeor-
dia, che con le guerre civili di/ìrufje la Romana Repubblica , ed ultima-
mente la Monarchia con le invafioni de' Goti , e d'altre Barbare nazio-
ni Ma dopo molti anni , avendo i Romani Pontefici l'imperio dell’ Oc-
cidente commeffo nelle man de' Principi T edefehi , che da' nepoti del Re
Priamo di T ro^a difeendeano ; quella fìe/fa Dea, perchè temea, che 7 ca-
duto imperio di Roma al primiere fiata non rifurgeffe , e maffmamente
quando il vide in for^a di Carlo ^into , il cui paterno fangue è T ra-
dano , e T ebano il materno , proccurò tutto quel, che turbare la quiete o
la pace di lui poteffe ; e moffegli guerra d'ogni parte , armando Francefi,
e Turchi contro a lui ; ed alfine il dominio di T uni fi recò nelle man de'
T urchi , per aver comodità da poter più l'Italia dannificarc , Laonde la
Maefià di Carlo ,^into , per far di tante ingiurie vendetta , e per tor-
re quel nido a'T urchi , arma cotanti legni, e prende T uni fi , E nel vero
Materia Eroica tl difeorfo èjungo , ma fens^a dubbio alla materia conveniente . Oltre <t
di tali Cairtoni. ciò a quefla maniera di Cam^oni /certo niun’ altra materia fia così bene ,
1 Adombrata. grave, e illufirc, la qual’ Eroica fi chiama : perciocché, come che,
non fi travi , che in altro Pindaro Pufaffe , che in cantare le vittorie ,
% Vera , l celebratijfme fefle della Grecia riportavano i Cavalieri ;
nondimeno io /limo , eh’ offendo la giofìra ,e’l corfo , e ciafeun altra con-
tefa , la qual è in ufo di far fi nelle fefle , fembian'ga della vera batta-
glia, nella qual fi pone la vita a rifehio, e ne feguita o morte, o fervitù\
- non meno il vero , che l'ombra con quefle Can'S^oni fi poffa , e debba ccle-
Della forma»» brare . Ber. Jgjwtt/ forma , e qual regola di compofiz^tone terremo così in
della Cannone, quefle Pindariche , come nell altre Cannoni ì Min. J^iantunqiie Canno-
ne fi chiami ogni cqmpofiyone di verfi, o di rime, la qual fi canti , non-
dimeno
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. LIBRO TERZO. i8^
'dimenò fotte lei non comprendiamo il Sonetto, nè il Madrigale, nè la Bai- pjfférèn»! cr»
lata ; ma quella folamente , ch'è divifa in Volte , o pure in Stan':^e , che
dir vogliamo : e per eccellen^ft » di quello nome è detta , e tiene il primo compofizio^
luogo nella Melica Poefia ; dopo la quale pone Dante la Ballata , e Pan- Etimologia del-
tepone al Sonetto r il che certo io /limo , che non gli fi debba concedere, laC'aiKouc.
ficome chiaramente apparirà , quando di quella, e di queflo ragioneremo.
Ber. Perchè tiene imprima luogfi ì Min. Perciocché di trattare le cofe Perchè la Can-
grandi ed Eroiche niuri altra Urica compoftgione è così degna , come tenga il
qutfta: concioffiacofaché la varietà di tutte le cofe di tre maniere fi truo-
vi , l'una delle quali fi dirì'Via alC Utile , P altra al Piacere , la terga i
alP Onore . Onde le cofe parte fono utili, parte dilettevoli , e parte one- » dilettevoli.
fte . Ma , come che nella Cangpne ciafeuna di quefle tre maniere fi trai- ^ •
ti , pure lo fcriver di ciò , che alla vertu s’appartiene , par , che fpcciaU
mente le convenga: il che certo e tenne Dante ne’ precetti, che della Ita- l’Oueilg ,
liana eloquenga ci diede , e fervò nelle fue compofigioni . E , benché il
Petrarca il pià del fuo Cangoniere in parlar de' diletti di amore confami-,
non però mai nel corfo della penna a' vili piaceri della umil plebe difeen-
de . Ma perciocché grande , ed onorata è la materia , che alla Cangone Quale IHleconS
pià fi richiede ; il grande ancora , cd onorato flilc convien , che le flia venga alla Can-
meglio . E , perchè lo flile confijìe nella elegione delle parole , e della *
tompofigiom , ci riferviamo di ragionarne in quel ragionamento , che
particolarmente ne faremo . Ber. Non conftjìe egli ancora ne'verftì Del Verlò gei
M>n. Perchè nò ì Ber. Molte maniere di verfì , mi ricorda , che voi ci ”*t'aJmente,
avete infognate . J^ale adunque fìimatc , che pià alla Cangone fi con-
venga ì Min. Io mi reco a grandijfìmo piacere , che tenete a memoria il
difeorfo, che io feci de verft, che alla Scenica Poefia adattar fi potrebbe- Verfi ulàt/ A» ,
ro-,e’l vt confermo : perciocché Dante ne ’nfegna , che' Poeti Italiani tre infin’ad ^
hanno tifate tutte le maniere de’ verfì, che fono da tre fillabe infn ad un- •
dici. Ma il verfo di nove fiilabe, perciocché era in poco pregio, e genera- v r A'
va no)a {conciò fuffe che il trifillabo egli tre volte comprendeffe) del tut- i Pan’.' ”
to fi lafctò. l^dli,che fon di ftllabe pari, perciocché troppo hanno del ru- * Difpari,
vido , rade volte fono in ufo : concioffiacofaché ritengano la natura de'
prop) numeri, i quali a riguardo degl impari fono, qual' è la materia a ri-
fpetto della forma. Laonde rimane, che' verft d’undici, e di fette,e di cin- y c •
que, c di tre ragionevolmente ft fttcn ricevuti. De' quali il primo, e ’l mi- Di '
glior è quel, ch'è di undici', poi quel di fette', dopo queftó quel di cinque; Pi cinque,
l’ultimo è quel di trciperciocchc ragionevolmente quel dee gli altri avan- Di u*ndt’a
gare, che più accenti, e più tempi comprende , ed è capace di pià fenten- Qual/ verlì fie*
e di pià VOCI, e di più belle forme di tefferlc . Ma tal'è il verfo di un- "o miglìoi i .
A a dici
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Ì8(J DELtA POETICA TOSCANA
Qual verfo con* dici f'Uahe , il qual volentieri s'accompagna con quel dì fette , e più con
vnga alla Caii- Ini , che con quel di cinque ; il quale, benché per fe pojfajlare, come ve-_
‘ dcte nella Can'zpne di Dante ,
Pufeia , ch'Amor dd tutto m’ha lafdato »
nondimeno rade volte é ricevuto , come dappoi moftreremo . Nè quel di
tre fi riceve, che dafe pojfa far verfo; ma folamente per certa ripcrcoffa
di rima , che nel principio del verfo di undici genera concento con Pulii-
me ftllabe dell' antecedente ; ficome veder potete nella medifma Can^fi-
ne , e in quella ,
D<.-iina mi prega , perch’ io voglio dire .
riffinùioii^-» BfR. Che lofa dunque è la Cannone J MiN.Se generalmente dijfnirla và-
della Cauzoiie. gHamo , non è altro , che compofixjone di parole con armonia folto certoi^
numero , r fotta certa mifura tejfiite , ed ordinate, ed atte al canto. Bbr.
1 Largamente. Con quefia dtffinixione comprendete , quanto in verft ordinatamente fi
» Piopiamentc, compone . Ma come diffirite quella , che per eccellenza Canzoni fi ehia-
ma ì Min. Che da compofizione magnifica e fplendida, e divifa in parti
Cantoni *^d un fenumcnto indirizj^ate.Tali fono le Canzoni degli antichi Lirici, e
I Pindariche, fpcciaìmente di Pindaro , e de' noftri ; e particolarmente di Dante, e del
» Tdcane , petrarca . Laonde Dante quel, che baiamente fi compone, ( e, come egli
dice, comicamente) non Canzone, ma Cantilena vuol' egli, che fi chiami.
Parti diCanao. Bìk.Lc parti principali di Ui come fi chiamerannoì Mis.Chiàminfi Stann
ne. ze nelle Canzoni de'noflri', ficome nelle Pindariche, Folte fi dicono. Ber.
VoFe' ‘ comprfizione fia di una Folta , o di una Stanz» > *
j. perciocché Orazio compofe Oda,cPuna Follai Wliu.,^uaP altro,che di Cali-
Volta c^onc? perciocché di fua natura ricevere più StanZcfi>»'H alta prima pa-
Pclle ^ ' ' ‘ - " ' ' ->-» --
Tofcanc
Canaoni irebbe, ma di più la materia non è capace. E^n.Perché della maniera da
ic . Pindaro nelle Canzoni tenuta s'é detto affai,e convien,che di quella,che'
Che cofa è la_. tengono, fi ragioni-, che cofa è la Stanzaì Min, Tejfitura di verfi e
Stanaa. di ftllabe folto certo canto, e fatto certo ordine limitata , nella quale fia
Arte della Cani thOa Parte della Canzone.iicR.In che confifte l'arte della Can^oue.’Miw.
ione coiillllc in 2n tre cofe, delle quali Dante la prima nomina canto, la feconda abitudi-
tre cofe . ^ terz^ numero di verfi e di fillabe . Né fa parola delle ri-
\ Abito .* 7»C, dalle quali nafee il concento delle voci: conciofftacofachè egli le fiirni
3 Numero di „g„ fjj’cy dell'arte della Canzone r pcrcioccisè né lecito e di cangiarle in
verfi, 0 fillabe . ^ fianza, e di ripeterle a noflra pofta ; il che certamente non ci fi
concederebbe, fe fotta legge all'arte riebiefla fi conteneffero . Ma, fe pur'
alcuno artificio cade in loro , nell' abitudine , e nell'ordine delle parti fi
Del Canto die comprende . Ber.C/;c cofa é il Canto ì Min. Jrmonia di verfi fatto cer-
colafia, ’ to numero compofii, il qual, s’ è continuo infin' all' efiremo fenza concor-
dan-
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LIBRO TERZO; 187
datila alcuni di voci, e fenxa rinnovar canto, fa continua la flauxais’egli
è diftinto fcr alcuna divifione di parti, rende lei divifa. Ber. Dichiara^ ManìwedifliuJ
feci, quali fien le Jìan%e Continue , e quali poi le Divife ; perciocché in- **Contiiiua
tefa bene quefla differcn%a , chiaramente vedrò , che fia il cauto conti- a Divifa .
nuo , e che il difiinto . Mih. Continue flan":^ fono appo Dante quelle , in QujJ gj cgnti-
ciafcuna delle quali folto un dir continuato dal primo infn alt’ ultimo nu» ,
vcrfo le rime non han tra loro confonan^a veruna : del qual modo fono
quelle due Cannoni del Petrarca ,
Verdi panni , fanguigni , ofcuri , o pcrfi . E
L’acre gravato , e Timpurtuna nebbia .
nelle quali è un canto foto , e continuo ; benché l una fta differente nella Qua! (ìa divifa.
compolìxjone dall' altra, come poi dimofìreremo . Divife egli chiama tue- di Dante,
te quelle , ciafeuna delle quali é diftinta in due canti , ed ha due parti 0 l'ploilté*
fempltci, 0 compofle . La prima è nominata da lui Fronte, fe non è ripe- * Sirima ,
tua e , s'é compofta , Piedi ..La feconda , quando é fcmplice , Sirima ; ,
e , quando é compojìa , Fierfi , Ma noi , perciocché piedi e verft comunal- a Vcifi .
mente altro figntfcano, per fuggir le voci d ibbiofe', la prima p irte, nella Partigione dell*
quaPé il primo canto , Fronte femplice j e la feconda , nella quaPé il fe- •
condo, fei/iplice Sirma, purché non ft raddoppi > chiameremo: e compofla i?c'n^i;ce;
così la Fronte , come la Sirima, ove fa ripetita . Ber. J^aP abitudine, ‘Compofta.
e quaP ordine é tra loro i Min. Se la Fronte é fcmplice, convien, che la ,
Sirima fa compofa", né può la Sirima femplice feguire,fe la Fronte com- a Compila*.
pofla non va innant^i: e, come che far non poffa femplice Sirima con fem- Dell’abitudine;
plice Fronte, nondimeno può bene fare ripetita Sirima con Fronte com- * Nelle parti
pofla , Ber. .^aP altra abitudine tra quefle due parti trovate ì Min. Il ^^Pl'C’jOeom.
poter Puna efjcr maggiore , 0 minore delP altra ; 0 pari nel numero de’
verft, 0 delle ftllabr, o pur di quefli, e di quelle: perciocché, fe la Fronte 1 numero
femphee fuffe di cinque verfì di undici fillabe , e la femplice Sirima di y ufi,
quattro, de’ quali due ne fuffer d’undici, e due di fette-, quella e di verft, c
di ftllabe maggior di quefla farebbe, benché tale abitudine tra loro infin’ a j Nel numero
. qui non fi truuvi. T alvolta la Fronte femplice avrà ptà verf, e la Siri- Hllabe,
i»a doppia più ftllabr, come fia,fe quella farà di cinque verfì di fette fìl-
labc,e quefla di quattro d'undici . Talvolta allo ’ncontro,comc avverrà, Varie maniere
fe quella avrà cinque verfì di undici fi tlabc, e qutflafci di fette. Ma non d; Pronti, e Si.
è dubbio, che la compofla Fronte talora nonfìa e di verfì, e di fiUabe del- aLTtuJf^
la Sirima più grande , com'é in quella Can-gone di Dante ,
Amor , che muovi tua vertìi dal Ciclo . ^
aioi a meno , come vedete nel Canzoniere del Petrarca ^ cominciando
da quella Can\one .
Aa X
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Regola ,•
DELLA POETICA TOSCANA
Nel dolce tempo de la prima ctade .
Talvolta fono pari > quali fi veggono nella Camene f
SI è debile il filo > a cui s’attiene.
nella quale è doppia la Fronte, e fempltce la Sirima ; e hina e Paltra hà
ver fi quattro d'undici fillabe,ed altrettanti di fette.T alvolta la Fronte è
doppia e di pià fillabe,e la Sirima femplice e di più. verfi,comfi in quella^
S’i ’l diffi mai^ che vegna in odio a quella .
f in quefla ,
Ben mi credea pafTar mio tempo ornai .
T alvolta fono pari di verfi , ma di pià fillabe la fronte doppia, ficome
nella Can'^one ,
Standomi un giorno folo a la fincllra .
f in quella ,
Solca da la fontana di mia vita i
E , per quant» ho notato »f* Cannonieri de' noflri , che fiorirono ne* tev$^
Sicilia, e di Napoli, parlo de' Pederitbi, e de’ Manfredi,e de’
giof deU’ altM. Roberti, quefla regola ve ne darei, che, fe la Fronte è di due coppie,o di
due ternetti, la Sirima le pià volte è più lunga; fe quella è di due quar-
tetti, 0 di più verfi, quefla è più breve. Ma con tutto ciò nella Cantane,
Sì è debile il filo , a cui s'attiene .
la quale ha la Fronte di due quartetti, la Sirima è maggiore j ficome in
quefla ,
Che debb* io ùr ì che mi configli Amore ì
Petrarca,eDan- q’tttl' ha la Fronte di due tcr%etti , e minore . Ber. J^al maniera di
uraro- parti fervò nelle Cannoni il Petrarca ì Min. Quegli , e Dante ne' lor
no a ani , Cannonieri , non truovo , che alle flanne divife deffero mai Fronte, che
non fuffe doppia ; nè che raddoppiaffero Sirima, fe non rade volte, BtK.
Come le Parti ^ femplice , e com' è doppia una fleffa parte ì Min. Semplice Fron-
fieiio Semplici, te , 0 Sirima fia quella, che farà folamcnte d’una coppia , o d'un ternet-
p Raddoppiate, to d'un quartetto , a di più verfi infieme ordinati ; e doppia , quando
loro altrettanti col medefìmo ordine nel numero , e nella mifura , fenn*
S’è lecito tri- oltro intervallo rifponderanno . Ber. Trovafi Fronte, o Sirima, o Cuna
plicar le Parti, e Coltra triplicata, cioè di tre coppie, o di tre temetti , a di tre quartet-
Efemplo di ** • Min. Perchè nò ì Se a Dante crediamo, il quale afferma , poter’ ef-
PaiKc, fere anche di più: perciocché egli flima,non effervi numero limitato. Ma,
perciocché ufata fpeffe volte non la truovo,darvene altro cfemplo non fa-
prei , fe non quefl* uno , che mi rimembra aver letto nel Cannoniere di
Dante da M»)ano , nel quale quefla Cannone ha la Pronte di' trf qitar-j
tetti i
LafTo
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LIBRO TERZO, i8p
LafTo »merzc chercre «
Ho lungamente ufato ; b
£ non fon meritato b
Gili d’alcun bene , che di gio* (cntifTe r
Da quella > in cui s’affifle ~c '
Lo meo volere , e ’J grato ; b
Onde a lo cor m’è nato b
Dolliofa dolila , che mi fa dolere ? a
Sì m’havc oltre podere
Lo fuo plager gravato ; ■ b
D’ogni rio fortunato b
Mi fembra gioco el fuo , qual pii) languì Ife c
'I queft' altro della Cani^one di M. Guido GHinij;;(elli da Bologna là
quale ha la Sirima di tre coppie .
Al cor gentil ripara Tempre Amore , a
SI com’ augello in- Tei va la verdura ; b
Non fece Amore anzi che gentil core » ~a
Nè gentil core anzi eh’ Amor , Natura. b
_Ch’ adeflTo com’ fu '1 Sole , c
SI torto lo fplcndore fue lucente ; d
Nè fue d’avanti al Sole ; ~c
E prende Amore in gentilezza luoco e
Cosi propiamente , '~d
Com’ il calore in clarit^ del fuoco • e
Bir. Doppia fronte adunque fard cosi nelle volte, e nelle rivolte, e nelle
flange delle Cannoni, che ad imita'j^one degli antichi Lirici fi componga^
no , come nelle volte , o fiamme , che dir vogliamo , delle Monolirofcbe,
e dell' Epodiche ufate da' noflri, quando il primo concento fta di due cop-
pie , 0 di due terzetti , o di due quartetti , o di due quinar) , o di due fe-
narj j e triplicata , quando fard di tre. A/a come fi rifpondono tra loro ì
Min. In due modi , o per diritto, o per obbliquo . Nel numero delle fitlla-
bc, e nella mifura de' verfi, convien, che T ordine fia diritto ; cioè che al
primo il primo, al fecondo il fecondo, al ter%p il ter':^o, e così ciafeun de-
gli altri ordinatamente rifponda. Non così nelle confonanxe: perciocché,
fe guardate nelle coppie, troverete in quelle or l’ordine delle concord, vi'S^e
diritto ; qual’ è in quella Cam^one di Gin da Pìfloja ,
La dolce virta , e ’l bel guardo foave «
De’ più begli occhi , che fi vider mai , b
Ch’ io ho perduto , mi fa parer grave '“Ò
• ‘ ' La
Fronte Tripli-
caca.
Efemplo di
Guido .
Fronte doppia,
Sirima di trej
coppie .
Qual fia la do^
pia rtoiitc .
Modo di accot'^
dar le coppie ,
ed altri couceii-
ti .
1 Diritto .
a Obbliquo ;
Coppie deliaci
Fronte accor-
data .
Fcr Diritto ,
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Ipo DELLA POET ICA TOSCANA
La villa s) , eh’ io vb rraendo guai . b
Per ol'hJ'^uo. Ove al primo il primo, al fu ondo il Jitondo t'accorda , Fd ora clbli^Moi
come in qucjla del Petrarca ,
Quando il foave nno Edo conforto > 'a
Per dar ripofo a la mia vita (lanca )
Ponll del letto in su la fponda manca b ’
Con quel Tuo dolce ragionare accorto . a
Te««ti” accor- prin.o il fecondo, e lol fecondo il primo s'accorda. Ber. Cerne il
dati per fei mp- fecondo terzetto al primo nel lonrento dille voci rifponde j Min. Non
Mollo certo di uno modo foto : perciocché ora il primo verfo al primo , il fe-
* ’ tondo al fecondo ,e'l terjp al ter-^p s'accorda : fteome nella Cannone ,
Se '1 penficr > che mi (Irugge y a
Coni' è pungente e faldo, b
Cosi vdlilTe d’un color conforme} c
Forfè tal m’arde , e fugge , a
Ch' avria parte del caldo ; b
£ dcfterialì Amor la , dov’ or dorme I c
i Modo» primo al terxp > il fecondo al fecondo , e 'I ter^o al primo: pcome
in quella mia'Canxpne ,
Qual Semìdeo , anzi qual novo Dio a
Ira gli uomini mortali, b ■
Qual fupremo valor , qual Giove in terra »
Qual Febo nel faver , qual Marte in guerra > c
Qual’ onor d’immortali b
Virth , qual vincitor modeffo e pio . a
3 Modo ' primo al fecondo ,e'l fecondo al primo , e 'I ter^p al ter-j^o j peo-
nie nella Cannone ,
Italia mia , benché ’l parlar Ha indarno a
A le piaghe mortali , b
Che nel bel corpo tuo si fpelTe veggio ; c
Fiaccmi almen , eh’ i miei fofpir ficn , quali b
Spera ’l T evero , e l’Arno , a
E ’l Po , dove dogliofo , c grave or foggio c
4 Medo, ^ m molte altre del Petrarca , Ed ora il primo al primo , e 'I fecondo al
terxp » 0 terxo al fecondo : pcome in quella Canxpne di Dante ,
Quantunque volte, lallb, mi rimembra , a
Ch' io non debbo giammai b
Veder la Donna , ond’ io vb sì dolente ; t
Tanto dolore intorno al cor nt’alfcmbra a
La
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1
LIBRO terzo;
La dolorofa tnenre y
«Pf
a
b
c
-, c
Ch’ iu dico , anima mia > che non ten vai } b
Bd or' il primo al feconda, e ’/ fecondo al ter';^o,e ’/ terj'o al primo: Jìcc-
me in quella mia Can:^one , ' ~
Padre del Cicl , che furto movi , e reg^i ; a
Quel vero Amor , che di terrena fpoglia ^ b
Ti veftl , per portar le noflre fomc> c
Tr rechi innanzi la pictofa doglia
Di noi y che del tuo Tanto , e chiaro nome y e
Dell' alta fede , e delle giuÓe leggi . g
Bd orati primo al ter^p, e'ifeeondo al primo , e 'I terrò al fecondo : fi-
tome di quella mia Cano^one .
Quella gik per addietro altera Donna.’
ìlella terxfl Folta ,
E perchè fofpirando mi rimembra
iNell’ aurea ftagion del primo tempo ,
Qu^and’ era il mondo giovanetto , e frefeo i
Ed io y ch’or vecchia a me medefina increfeo > ~c”
Lieta fìoria con pargolette membra y a
Gih fenza affanno fi vivea gran tempo . ì
Bi*. Io so ben, che voi fapete, che fono altri modi di confonànre ne'ter-
%etti', ma non ve ne dimando : perciocché , quando fe n'offrirà il tempo
e ’/ luogo opportuno , e conveniente , non lafcerete di ragionarne . Ma
qual farà il concento de' due quartetti nelle Cangpni ì Min. Di varie
maniere ; perciocché Cuna è quefla ,
S) è debile il filo , a cui s’attiene
La gravofa mia vita ;
Che , s’altri non l’aita ,
Ella fia tofto di Tuo corfo a riva ;
Però che dopo Tempia dipartita ,
Che dal dolce mio bene
Feci y foT una fpene
E* flato infin’ a qui cagion y eh’ io viva I
nella quale , tome vedete , al primo verfo s'accordano il fe fio , e'I fetti-
tno ; al fecondo il tergo, e *l quinto ; al quarto, l'ottavo . E 'I mrdeftmo
concento, il qual’ é di tre rime , é fmilmente ne' due primi quartetti
della Cangone , ’
Io vò penfando , e nel penfier m’aflale .
^ ancora . L'altra é quella , nella quale fono altrettante rime •
\ r
ma
a
b
b
e
~b~
a
a
e
f Modo}
6 Modo:
Altri Modi ,
Concenti dj
quartetti ,
I .Motio di tre
di verfi
nufli, • '
1 Modo di tre
Rime , ma con
piu confoiiante
di verfi miJli,
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3 MoJodiqtiac.
tio Rime .
4 Modo fimìle
al fecondo , ma
di vejrfi interi .
1 Modo fìmile
al primo di al-
trettante Rime,
e Confonanze ;
ma diltéi'cnte_«
ne* vcrfi accor-
dati .
rpì DELLA POETICA TOSCANA
tna la feconda ha piti confonan’t^ : perciocché al primo verfo s'atttrià
falò a quinto , al quarto Cottazto, al fecondo il ter:^o, il fefiOt e ’/ fetti-
vio : qual' é nella Cannone ,
Una Donna pih bella affai , che ’l Sole $ a
£ pih lucente , è d'altrettanta etade b
Con famofa beltade b
Acerbo ancor mi traffe a la fua fchiera ; c
Quella in penfìeri , in opre , e in parole , a
(Però ch'è de le cofe al mondo rade ) b
Quella per mille Itrade b
Sempre innanzi mi fu leggiadra altera . c
, L’altra ha il concento di quattro rime: perciocché al primo verfo rifpon^
de l'ottavo nella confonant^a , al fecondo il terxo, al quarto il quiiifo, al
feflo il fvttimo folamente: come vedete in quefta Cannone ,
Qual piti diverfa , c nova
Cofa fu mai in qualche Urano clima ;
Quella , fe beo lì Rima t
Pm mi ralfembra ; a tal fon giunto ^more >
Lì , onde *1 di ven fore
Vola un’ augel , che fol fenza confoite
Di volontaria morte
Rinafce , c tutto a viver li rinova . a
Simile a la feconda maniera, ma tutta di verft interi è quella , che tenne
Dante nella Cantone ,
Donne , eh' avete intelletto d’ Amore «
£ in quella ,
Amor > che nella mente mi ragiona .
Zln' altra maniera tenn’ io nella Cantone ,
Se queRi fpirti ardenti .
fìmile gii alla prima ; percb'é d’altrettante rime , e d'altrettante confo-
nan%e , Ma da lei differente: perciocché in quella al primo verfo s’accor-
da il fflo , in quefla il tertp : in quella al fecondo il terto , iti quefta il
fefto: fìcome vedete ne' due quartetti della detta Cantone ,
Se queRi fpirti ardenti a
Lagrime , o pene irnmenfe , b
Con dolorofi accenti a
Non tcmpralfer ne l’ ombre dolci eRive ; jr ,
Per le faville intenfe , b
Ch’Amor nel petto accenfe ; b
Fuor
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LIBRO TERZO. ip;
Fuor di lunghi tormenti a
Sarei cercando altri paefi , c rive . c
Za flejfa maniera troverete variata in una delle Cannoni da me fatte fo^
fra li Salmi in queflo modo »
Io canterò , Signore , a
Le tue divine lode , e’ fommi pregi ; b
Con tutto il mio podcr , con tutto il core » a
Dirò le tue mcravigliofc pruove ; c
Re fopra tutti i regi , - ' b~
Lieto in te mi rallegro dentro y e fuore > a
£ canto il tuo bel nome , e’ fatti egregi , b
Al dolce fuon , con dolci note , c nuove . c-
ove al primo vcrfo s'accordano il ter%p, e 'I fefla ; ed al fecondo il quin-
to, e 7 fettimo . Né tacerò un'altra maniera , che io truovo in una delle
Canxpni di Guitton d'AreXKp , la qual comincia ,
Tutto ’l dolor y eh’ eo mai portai, fii gioja .
Z quella di tre rime , delle quali a ciafeuna rifponde una fola confonan~
tl'a, altro che alla feconda , a cui tre ne rifpondono : perciocché al primo
verfo il quinto s'accorda ; al fecondo il quarto , il fefla , e l'ottavo ; al
tertfi il fettimo , Ed , accioethé la vegliate , eccola vi reco innanzi.
Tutto '1 dolor y eh' co mai portai , fu gioja ; a
£ la gioja nccnte appo il dolore b
Del meo cor laflb, a cui morte s’accorga ; c
Ch’altro non vco homai fìa validore , _b '
Che pria del piacer poco può noja ; a ~
Ma poi forte può troppo , fc ncorrc b
D’altrui ; convien , che ’n povertà fi porga , c
Che gli torna a membranza il ben tuttore . b
Troverete ancora quartetti , de' quali il primo non ha in fe confonam^a
alcuna ; ma del fecondo i verfi rifpondono per ordine diritto a verfl di
lui , così nel concento , come nel numero , e nella mifura dille rime . Di
ohe vi farà efemplo quella Camene del Re En%o figlio dell' Imperador
Federigo fecondo ,
S co trovafli pietanza .
E quefla del Notato Giacomo da Lcntini ,
Madonna , dir vi volilo .
delle quali poi le prime flanxe al fuo luogo vi reciteremo . Laonde il va-
riare ne' due primi quartetti , e ne' due primi terzetti delle Canzoni il
modo, delle confonanze è libero, purché non refli verfo in loro feuzn.con-
B b cen-
6 Modo Umile
al quinto, ma
differente nell’
accordate f
O
7 Modo pur di
tre rime, ma dif«
ferente nell’ ac*
cordare .
8 Modo, dove
il primo Quar-
tetto è fei;2a_,
conlbnania .
Regola di va-
riare 1 due pri-
mi Terzetti, e
Quartetti .
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*ÌP4 DELLA POETICA TOSCANA
tento', e che nel fecondo terxetto, d quartetto, ch'egli fi fa, nella mi fura
i verfì ordinatamente il primo al primo, il fecondo al fccondo,il tertt^ al
Concento dì terxfi , c ’l quarta al quarto , tra loro f ri fiondano . Bsr. Non trovate
yninarj , Cdnxpne , della cui Fronte la prima parte fa di più. verfi ì Sì bene ; ma
rade volte ; perciocché alcuna ordinata ne truovo a cinque, alcuna a fei:
conciolfiacofaché a’ primi cinque rifpondan nella mifura , e nelle confo-
nanxe gli altri cinque in quella Cannone di Dante ,
Doglia mi reca ne lo cuore ardire a
A voler , ch'è di vericate amico ; b
Però , Donne , s'io dico b
Parole quali contro a tutta gente « c
Non vi maravigliate; d
Ma conofeete il vii voftro delire .* a
Che la biic^ , ch’Amore in voi confence J o
A virtìi folamente e
Formata fu dal Tuo decreto antico ; b
Centra lo qual fallate , d
Concmto di £d a primi fei gli altri fei feguenti , in quefla i ~~
^<^1' Pofeia eh’ Amor del tutto m'ha lafciato ; «
Non per mio grato , a
Che ftato non avea tanto giojofo ; « b
Ma però , che pietofo b
Fu tanto del mio core , c
Che non folFerfc d’afcoltar fuo pianto ; d
lo canterò cosi difamorato a
Contr’ al peccato , a
Ch’è nato in noi di chiamare a ritrofo a b
Tal ) ch'è vile , e nojofo , b
Per nome di valore ; c
Cioè di leggiadria , ch’è bella tanto d
Confonanie.' E nella Cannone allegata ,
Doglia mi reca ,
Al primo s'accorda il fefla ; al feconda il tert^d , e'I nono ; al quarto il
fetiimo , e l’ottavo ; ed al quinto il decimo : ficome in quella ,
Pofeia ch’Amor del tutto m’ha lafciato .
ConTonaiiie. primo s'accordano il fecondo , e l'ottavo , che fon di cinque pUabe i
e 'I fettimo , ch’è £ undici , e nella terz^a ftllaba il terxfl e ’l nono ; al
Regole di'Fron- quarto , il nono , e ’l decimo ; al quinto Pundecimo ; ed al fefié
te comporta, il duodecim . Bsa. A* s e efempli io coglio , che
inpn'.
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LIBRO TERZO. ipj
infn' d qui abbiamo nella Cannone la fronte (ompofla di due ] o pià par^
ti; delle quali fe farà la prima o di due, o di tre verfi, a di quattro, o di
cinque , o di fei ; ciafcuna dell" altre fmile a lei , ed eguale nel numero »
e nella mifura de' verfi , convien , che fta . E come che nelle confonan^e
tra loro fi rifpondano ordinatamente , come dimojìrato ci avete , non pe-
rò fatto una certa , e determinata legge. Ed acciocché , quanto pojfiamo
il più , agli antichi Lirici n'ajfomigliamo , chiamifi Volta la prima par-
te , e ciafcuna dell' altre Rivolta : poich'è fimile , ed eguale alla prima.
Mik. ZXi ora innanzi uferò quefìc voci , poiché così vi piace , ancorché
non motto propiamente adattarvtfi pojjano ; ma coftrctti dalla inopia de-
gli appropiati nomi , di qucfti per la fimilitudine , che 'n loro troviamo,
contenti faremo. Le Volte adunque delle fronti fien di tre verfi, o pur di
quattro ; e talora fi permetta , che fien di due , o di cinque , o di fei ; e
di altrettante le Eivolte , Bbr. Poiché affai chiaramente , e diftintamen-
te mofirato ci avete, qual fia la doppia Fronte, e di quante parti, e qual'
abitudine , e qual' ordine abbiano quelle tra loro ; dichiarateci , qual fia
la femplice , e come fi faccia . Min. Canzone del Petrarca non mi fi fa
innanzi» nella quale darvene efemplo poteffi ; nè di altro Poeta antico de'
nofiri altro , che di M. Cino, e di Dante . Di M. Cina la Canzone , L’al-
ta fpcranza , ha nella prima flanza quefla fronte ,
L'alta rperanza , che mi reca ilmore a
D’una Donna gentil , eh’ io ho veduta ; b
L'anima mia dolcemente faluta , b
£ falla rallegrare entro lo core . a
la qual , come vedete , é di uno foto quartetto ; nè feconda [altro , che
gli rifponda , ma fcnzfi intervallo Sirima doppia il fegue . Ber. Io non
veggio , che fronte femplice di un quartetto, anzi che doppia di due cop-
pie dir fi pofj'a quefla , che per efemplo mi proponete . Min. // vero :
ma a me bafla, che fia tale, che in lei pojflate la forma della femplice ve-
dere : perché , fe fujfe di una coppia, o di un terzetto, o di un quinario,
{perciocché ricevere ciafeun di quefli numeri potrebbe,ficome effer potreb-
be ancora di un fenario ) fuor cPogni dubbio ci fi moflrarebbe . Ma nclln
Canzone di Dante , che comincia ,
Traggemi de la mente Amor la Aiva .
fi truova fronte di un quartetto, del quale fono tre verfi d'undici fìlla-
'be, e un di fette : ficchè non fe ne poffonfare due coppie . E in una delle
Canzoni da me fatte fopra li Salmi la fronte è femplice , e di uh quina-
rio', e la Sirima doppia di due quartetti . Io la vi dirò per efemplo fola-
mente di quefla forma .
B b z Quan-
Parti della_3
Fronte conipg.
a».
Volta :
Rivolta ;
Della Fronte
femplice .
Efemplo di Ci';
no .
Dubifaalone,
che non fia /em«
plice, ma di due
coppie ,
Rifoluziotie .
Efemplo dell’
Autor): .
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ip« DELLA POETICA TOSCANA
fronte femi>Uce Quanto è ben , quanto piace a
«il un Quiiiiio, 1,’alma union ì di quanta , e qual dolcezza b
£* '1 viver de’ fratelli uniti in pace ì a
Quivi piove da Dio fotnma ricchezza f b
Perpetua vita , e ben > che non fi sface . a
Sirima doppia L’odorato licore , c
di due Qnaxtec- Quando dal capo nc difeende al mento d
***■ Del Sacerdote ) e nell' cfirenio lembo r
De la vefte ; non ha sì vago odore ; c
"E ’l rugiadofo nembo e
Non è si dolce , quando fenza vento , d
Cade ne* monti ; e de la terra il grcnribo e
Empie d’ogni leggiadro , c lieto fiore . - c
ove , come vedete , la fronte ha due rimi ; Cuna dì due > e Coltra di tre
Della Sinma_> verfì: la Sirima tre', la prima, e la ter^a di verft tre, e la feconda di due.
compofta , Bt^K.Bcncbè dato ci abbiate uno ajjaggio af ai buono della Strima doppia,
la qual farà , quando avrà due coppie , o due terzetti , o due quartetti ,
0 due quinarj , o due fenarj ; non però non dtfidero conofeere in quante.
Concenti di SI- ^ maniere i verft in lei ft concordino. Miti. Di quante,e quali
rima doppia-* : avete mila doppia Fronte veduto , che fi rifpondono ; di tante, e tali fìi-
quanti di Froii- potete , che nella Sirima doppia fi pojfano concordare : ancorché po-
^ ' chi efethpli darvenc fappia : perciocché nel Cantoniere del Petrarca niu-
I Efemplo di tia je ne legge . Né anco in quel di Dante truovo altro , che quefta Can-
Dante . tpne , la quale abbia Cuna, e l'altra parte doppia ,
Fronte /oppia Donne , ch’avete intelletto d’ immote , a
di ducQuateet- Io vò con voi de la mia Donna dire , b
» Non perdi’ io creda fua lode finire , b
Ma ragionar per isfogar la*mcntc ; c
Io dico , che penfando al fuo valore a
Amor sì dolce mi fi fa fentire ; b
Che , s’io allora non perddTi ardire , b
Farei parlando innamorar la gente . c
Sirima doppia Edio non vb parlar sì altamente ,
di dueTeneteit Ch’ io divenilTi per temenza vile ; d
Ma tratterò del fuo llato gentile d
A rifpetto di lei Icggieramentc , ~c
Donne , e donzelle amorofe , con vui y e
Che non è cofa di parlarne altrui . e
Concento l f» ^be Ifi Fronte fin di due quartetti, la Sirima è di due tertetti,
del
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LIBRO TERZO. ip7
dc'qu^li il primo nel primo verfo ha confonan^a con l’ultimo della Fron^
te : il qual concento nelle femplici Sirime comunalmente troverete y ed a
lui risponde il primo del fecondo; e nell'uno e nelC altro ter^ftto , col fe-
condo il ferino } percb' è di comunal cojìume y che nella Sirima gli ultimi
due verft infieme s'accordino: il che nella Fronte vi%io farebbe.E quclloy
lo fcnto si d’Amor la gran polfanza y a
Ch’ io non polfo durare b
Lungamente a foffrirc ; ond’ io mi doglio : c
Perb che ’l fuo valor si pure avanza , a
£ ’l mio Tento mancare b
Sì } ch’io fon meno ogn’ ora > ch'io non foglio, c
Non dico , ch'amor faccia pih i ch’io voglio ; ~c
Che , fc facelTc , quanto il voler chiede > d
Quella verth , che Natura mi diede . d
No ’l fofferria , però ch'ella è finita : e
£ quello è quello > ond’ io prendo cordoglio y c
Ch’a la voglia il poder non terrà fede : ~d
Ma , Te di buon voler nafee mercede , d
lo la dimando per aver pih vita e.
A quei begli occhi > il cui dolce fplendore /
Porta conforto , ovunque io Tento Amore . f
ove y come vedete, la fronte i di due terT^etti; e la Sirima di due quinarìy
de' quali nel primo t ultimo , e ’l primo verfo con Pultima della fronte
s'accompagna ;e’l fecondo , e ’/ ter^o tra loro s'accordano ; e ’l quarto
rimane feompagnato : ma poi gli fa compagnia il ter%p del fecondo qui-
nario , in cui fi concorda il prima col fecondo y e'I quarto col quinto f
£ nella Canzone ,
Donna mi priega ,
di Guido Cavalcanti la Fronte è di due terzttti y e la Sirima di due
quartetti :
Donna mi priega , perch’ io voglio dire a
D'uno accidente , che Tovente è fero ; b
£d è sì altero , ch’è chiamato Amore : b c
SI y chi lo niega , polfa il ver Tentire . ^ a
£d al preTente conoTcente chero ; b
Perch’ io non Tpero , ch’uom di baffo core b c
A tal raggio ne porti conofeenza ; ' d"
Che Tenza naturai dimollramcnto d e
Non ho talcoio di voler prò vare , e f
U
1 Eferaplo ì
Fronte doppia
di due Terzetti,
Sirima doppia
didueQuiuaij ,
Concento ,
3 Efemplo del
Cavalcoiicc ,
Fronte doppia
di due Terzeuk
Sirima doppia
di due Quarict-
«
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Concento >
4 Efemplo deir
Autore .
Fronte doppia
di due Qtiai tet-
ti-
Sirlma doppia
di due Quartec-
Concento;
j Efemplo dell’
Autore .
Fronte doppia
di due Terzetti.
ip8 DELLA POETICA TOSCANA
Lk dove e* pofa , e chi lo fa criare }
£ qual fìa fua vertute , c potenza ;
L’eflenza ; c poi ciafcun Tuo movimento ;
£ ’l piacimento , che ’l fa dire amare ;
£ s’uomo per vederlo pub mofVrare .
Ma , come vedete , il primo e ’l fecondo verfo del primo quartetto i che
vanno feompagnati , s’accompagnano poi il primo col primo ,c’l fecon-
do col fecondo del feguente quartetto y e la coppia del primo è ripetita
nel fecondo , Oltre a ciò nella Fronte il fecondo verfo truova confonan^a
nel mc':tp:fi del terj^o; e nella Sirima col fecondo altresì il mc^o del ter-
•Xp, e col primo il iwc^'T'o del fecondo s’accorda come la Fronte, così
la Sirima è di due quartetti in quella Can5;o»e , che io feci fopra il Sal-
mo , BenedixiAi Domine terram tuam .
Signore , al fin pur benedir ti piacque
La tua diletta terra }
£ fcampar lei di guerra >
£ ’l pupol tuo di fcrvitute antiqua ;
£ perdonar l’iniquità , che atterra
La tua plebe , onde giacque
SI gran tempo , e fi tacque ;
£ coprir tutta la malizia iniqua
Di lei > che va per via torta, ed obbliqua •,
Quetar del tutto l’ire ,
Quantunque con ragion feco t’adire;
£ depor del tuo ciglio i gravi fdegni .
Or volta noi dal traviato corfo
A te noAro foccorfo ;
£ da noi quel furore , onde ci fdegni *
Dilunga > e di tua grazia ne fa degni .
ove il primo degli otto verfi della Sirima con l’ultimo della fronte ", il
fecondo di fette fillabe col terxfi d’undici della Sirima fleffa ; e ’l quarto
col fettimo , e con l’ottavo e ’l quinto d’undici col feflo di fette fi con-
corda . E in quejta da me pur fatta fopra il Salmo , Bcatus vir, qui in-
telligit fuper egenum , & paupcrem , dopo la Fronte di due terzetti
fegue la Sirima di due quartetti ,
Beato quel , che veramente intende a
Al povero , e mendico ; b
£ in lui riguarda , quanto fi conviene ; f
Salvo egli fia nel dì > che apporta pene «
. ' E ’n
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b
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LIBRO TERZO.'
E ’n forza del nemico ,
Noi darà il Signore ; anzi il difende ,
£ ’n vita lieto il ferba , c falvo il rende
A più tranquillo (lato,
£ ’n terra il fa beato .
S'egli s'inferma , preda è la tua mano
Al foccorfo , ed al far poi molle il letto .
Signor y perchè diletto
Prenda lo ’nfermo , e fano
Sinnu doppia
di due Quartet-
ti.
Divenga » e ’l tuo conforto non ila vano . e
ytecordaft in quefta Sirima il primo verfo del primo quartetto all'ultitnó Cooceiito v
della Fronte\ma il feconda di fette fillabe al ter^o pur di fette del mede-
fimo quartetto’, e ’l quarto al terxp di fette, ed al quarto d'undici del fe-
condo quartetto ; al primo del quale, eh' è d'undici, folamente il feconda,
eh' è di fette , nella confonanxo, rifponde . Nè lafcerà di farvi udire la
prima jlanza d'urta Canzone di M. Rugieri , nella quale avercte fef m- s Efemplo di
pio della Fronte di due coppie, e della Sirima di due terzetti , Ruggien .
In un gravofo affanno a Fronte doppia
Ben m’ha gittato Amore , ^ b dì due coppie.
E non mi tengo danno a~
Amar si alto fiore . b
Ma , ch’eo non fono amato ; c doppù
Amor fece peccato ; c di due Terzetti.
Che ’n tal parte donao mio intendimento l d
Conforto mia fperanza e
Fenfando , che s’avanza ; e
Lo buon foffrente afpetta complimento I d
in quefla medefima flanza ancora vedete la Fronte tutta di verfi di fette Concento :
fillabe , che con ordine diritto s’accordano . E nella Sirima due terzetti
di tre rime in quella modo , che t ultimo del primo terzetto con f ultima
del fecondo fi concorda ; e ’l primo, e ’/ fecondo del primo fanno un con-
cento ; e un’altro il primo, e ’l fecondo del fecondo terzetto . E ,fe vole- 7 Efemplo di
te t che l'allegata Canzone di M, Cino , ' *
L’alta fperanza, che mi reca Amore >
fia di coppie , la Fronte farà doppia , e tutta di verfi d'undici fillabe ; e
la Sirima doppia di due terzetti d'altro modo da quel ,che tenne M.Ru-
jier» nella fua, ficome appare per la prima fianz* t la qual’ è quefla ,
L’alta fperanza , che mi reca Amore a Fronte doppia
D>na Dpona gentil , cb’ w ho veduta ; ^ di due Coppie.
L'aiii^
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l
ioo DELIA POETICA TOSCANA
L’anima mia dolcemente faluca h
£ falla rallegrare entro lo core ; a
Sinm doppia Perchè fi face a quel , eh’ ella era , flrana , c
di due Terzccci. £ conta novitate , d
Come venifle di parte lontana ; c
Che quella Donna piena d’humiltate d~
Giugne cortefe , c humana , c
£ pofa ne le braccia di pietate . d
Concento : five le coppie s'accordano per ordine obbliquo ; e li ter'^ctti nel modo, clx
comunalmente ne' Sonetti fi ferva ; fteome s'accordano ancora nella dop-
8 Efemplo del Sirima , e tutta di verfi di fette ftllabe in quella Camene di Dante
Majano . da Majano :
Fronte doppia Tutto ch’co poco valila , «
di due Qu^rtet- Sforzerommi a valere ; b
*•« Perch’ co vorria piacere b
■ A l’amorofa , cui fervo mi dono
£ de la mia travallia a
Terraggio elio favere : b
Che non fàrb parere , b
Ch’Amor m’haggia gravato, com’ co fono
Sin'ma doppia
di due Tcizetti.
e
d
g Efemplo del
Lentiiio .
Fronte doppia
di dueQuorcec-
u-
Sirima doppia
di due Quai tet-
ti.
Che validor valente
Pregio e cortefia
Non falla , nè difraente .
Non dico, ch’eo ciò fia ; e~
Ma vorria fimilmente d
Valer , s’unqu’ eo porria . • e
Nè vi terrò occulto , come la Sirima di due quartetti tcjfette il Notat o
Giacomo da Lentino in quefta fua Cannone ,
Madonna , dir vi volilo ,
Come l’Amor m’ha prifo
In ver lo grande orgollio ,
Che voi bella raofirate , e non m’aita .
Ohi laflb , lo meo core
In tante pene è mifo ,
Che vive, quando more
Per bene amare , c tenefclo’ aita .
Ora donqua moro eo J
Nb ; ma lo core meo
More pili fpeflb , e forte ,
Che
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b
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Digitized by Coogle
201
LIBRO TERZO;
Che non fària di morte naturale j f g
Per voi Donna , cui ama y h
Pili che fc ftclTo brama ; h
E voi pur lo fdegnatc ; i
Donqua volTra amiftatc vide male . i g
9ve farete accorti , che come U Fronte ha quattro confonanxe, e ciafeù- CQuwnw;
fi4 di due verfi ; così la Sirima n'ha cinque .Tra le quali nondimeno la
quarta è delC ultima voce del fettimo verfo con quella , ch'i nel mex^P
dell'ultimo ; e la feconda del fine del fers'o col mexxp del quarto . Oltre
acid troverete Sirima di due quinarj in quella Cannone di ^ante da
Ma\ano» io Efemplodel
Laflb ) merzè cherere , •
della quale, detto v'abbiamo, la Fronte ejfer di tre quartetti’, ma di md- Fronte dì tre«|
do altro da quello , che moflrato v'abbiamo nelf allegata Cannone delf Quaftecci ,
Maghieri j ed , acciocché non l'andiate cercando, la vi reciterò ,
E qual che ciaufìife meo dolore , ed Sinma dì due
Non credo , che in amore d ^m'iur; |
Fcrraaflc mai fua vollia } ' e
SI li parria la dollia e
Degne pene doplaca , cd angorciofa ; f
£ , s'eo gik mai partifTc lo meo core c d
D’cfto gravofu ardore ; d
Gii m’ di fé non m’accollia e
Quella , che pih m’ cnvollia ; e
S’eo mai prendefle sì vita dolliofa . /
ot>e tre rime troviamo , la prima delle quali ha il concento del primo, e Concento >
del fecondo verfo così . nel primo quinario , come nel fecondo : la feconda
del terxp , e del quarto parimente nelC uno e nelt altro ; e la ter^a , co-
me é feompagnata per fe in quella e in quello ; così accoppiandofi l’un
quinario con t altro , ella truova compagnia : perciocché all'ultimo ver-
fo di quello t ultimo di queflo folamente s'accorda. Vedete ancora, in que-
fta Cannone l'ejìrema voce dell’ ultimo verfo della Fronte avere confo-
ttan^a nel mex%P del primo , così del primo quinario , come del fecondo
della Sirima . Di che meglio al fuo luogo ragioneremo . E nella Cannone ,, Efeirplo di
di M. Guido Giiimxxelh da Bologna già di fopra da noi allegata , Guido .
Al cuor gentil ripara Tempre Amore •
la Sirima jerba queft’ ordine di ver fi , che ninna delle coppie ha in fe con- Concento .
fonanxa veruna: ma al primo verfo della prima dirittamente nel concen-
to il primo della feconda rifponde ; ed al fecondo obbliqu-mcnte il primo
C C della
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Resole dellt-j
Sirima Corapo-
flit
Della Sintna-j
iémplice •
Di quanti verfi
fia la S/rima.
I Maggiore .
i Minore <
Concento dì
Sirima fempL-
ce,
Sirima di una.»
coppia con al-
ari numeri.
I Innanzi ,
* Dopo»
Coppia innanzi
a due Quartet-
ti.
Coppia dopo
akri numeri .
a Dopo il Ter-
zetto.
101 DELTA POETICA TOSCANA
de/la ter%(t , e 'I fecondo di quefla al fecondo della feconda coppia , Md',
come nella ripetila Fronte s'è detto, così vogliamo s'intenda, nella Siri-
ma doppia,e nella triplicata doverft inviolabilmente fervareicbe di quan-
ti verfi è la Volta, di tanti fta ciafeuna Rivoltale di quante filbbe è eia-
fcun di quelli, di tante fta ciafeun di quefli, con ordine tale, ibe al primo
fta fimilc, ed eguale il primo ; al fecondo il fecondo ; al tergo il tergo', al
quarto il quarto', e così ciafeun degli altri ordinatatnente^e la Volta ave-
rà pià verfi . Ber. Poiché a bafianga della Sirima compofia s’é ragiona-
to, diteci della femplice, com' ella tejferfi convenga ì Min. Niuna regoli
certa darvi faprci, nè di quanti verfi ella fta, né di quali, nè qual' abitu-
dine , 0 qual' ordine abbiano efft limitatamente tra loro : perciocché la
maggiore, che ’nfin' a qui mi fi fta fatta leggere, è di quattordici verfi', e
la troverete nella Cangone del Petrarca ,
Nel dolce tempo .
F la minore è di tre , la qual leggerete nella Cangone di M- Piera iella
Vigne ,
Uno polfcntc fguardo .
E parte in guifa di coppie , parte in guifa di tergetti , parte in guifa di
quartetti, parte in guifa di quinar) , parte in guifa di fenar^ nella confo-
nanga fi rifpondono. D' una fola coppia Sirima femplice non fi truova}ma
si ben d'una coppia innangi , o dopo alcuno altro numero . E intendo per
coppia due. verfi, i quali facciano infieme concento . Innangi a due quar-
tetti la troverete nella Cangone di Guitton d'yìreggo , Se di Voi Don-
na gente .
Com' pub fare huom difefa 2 a
Che la natura intefa a_
Fue di formar voi , come ’l buon pintore ' ~b
Polito , fue di fua pintura bella : c
Ahi Dio , cosi novella. c
Puot’ a erto mondo dimorar figura > _<f_
Ched’ c fovra natura 2 d
Che di Voi nafee cib , ch'è bel fra nui > e
Onde fimigtia altrui e
Mirabil cola a buon conofcitorc . b
E dopo un tergetto in quella del Petrarca , Che debb’ io far 2 che mi
configli Amore 2
perchè mai veder lei *
Di quà non fpero ; e l'afpettar m' è noja . b
Pofeia } eh' ogni mia gioja b ^
Per
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ZOi
LIBRO TERZO.
Per Io fuo dipartire in pianto è volta ; c
Ogni dolcezza di mia vita è tolta . c
B chiamo terzetto legame di tre verfi , de' quali non è richiefló > che
fta una medcfma confonanxo » ‘tti'ij un almen fempre fe n'accorda ad al-
cun de’ feguentii o pur' ad alcun di quelli, che vanno innanzi. Talvolta,
il ter%ctto in fe non ha concento veruno ; ma niun verfo in lui rimane,
che con alcun degli altri non s' accompagni . Talora fegue nella Sirima
una coppia dopo un quartetto ; ftcome nella Cannone , LafTo me , eh’ i
non so , in qual parte pieghi .
Ma s’egli aven , eh’ ancor non mi li nieghi
finir’ anzi il mio fine
Quelle voci roefehine ;
IsJon gravi al mio Signor , perch’ io’l riprieghi ;
Di dir libero un dì fra l’hcrba , e i lìori ,
Dr^ , e raifon es * qu’ io canti d' Amori .
a
b
b
a
c
c
s Dopoliquar;
t«co .
3 Dopo il Qui-
nario.
Talora fegue dopo un quinario j ficome nella Canttpne , Se ’l pcn/Ier,
che mi ftrugge .
Miri cib , che ’l cor chiude , a
Amor > e que’ begli occhi , b
Ove fi fiede a l’ombra . c
Se ’l dolor , che fi fgombra ', c
Aven , che ’n pianto, o ’n lamentar trabocchi ; b_
L’un' a me noce , e l'altro d '
Altrui ; eh’ io non lo fcaltro . d
B in altre: perciocché le pià volte la Sirima è di quefli numeri, e di que-
fìa forma . Talora dopo il quinario la coppia è di nuova maniera : per- 4 Dopo il Qu,*.
ciocché non fultime voci fanno tra loro armonia: ma l’ultimc ftllabe del di nuora
primo verfo di lei s'accordano alla quarta , ed alla quinta del fecondo ; *"^'“**’* •
e l'tftrema particella del fecondo nella confonan‘:^a rifponde al primo del
quinario , cb'air ultimo della Fronte s'accorda ; ftcome nella Cannone,
Qual pili diverfa , e nova .
viosì fol fi ritrova
Lo mio voler ; e così in su la cima
De’ funi alti penfier’ al fol fi volve ',
£ così fi ri fol ve ;
£ così torna al Tuo (iato di prima ;
Arde , e more , e riprende i nervi fuoi }
£ vive poi con la Fenice a prova .
Ltggefi ancora Sirima di tre coppie nella Cannone ,
C c z
a
b
r
t
b
d
d a
Ben mi credea in trt.*
tut-
coppie ,
Digitized by Coogl
Sirhis di trr J
Coppie
I Sole.
1 Dopo n Qui-
nario .
Quinario .
Coppia
Coppia;
Coppia!
Sirima di diiO
Coppie .
I Dopo il Se-
llano .
Senario ,
Coppia r
Coppia •
» Dopo flQuar.
reno.
Quartetto;
204 DELLA POETICA TOSCANA
tutto effer «f Amore , di M. Bonaggiunta Vrbiciani di lucc4 .
Poiché fervo m‘ha dato per fervire 4
A quella , a cui gran dire ' a
Si pub forama piacenza j 6
E fomma conofeenza ; b
Che tutte giojc di biltadc ha vinto i “c
SI come grana vince ogn’ altro timo . c
E nella fccoda z)olta,la qual comincia, E tu tc’l vedi,rfj quella mia Can\ .
Quella già per addietro altera Donna .
dopo il quinario dilla Sirima feguon tre coppie :
Qual non avvenne in quello, o ’n tempo antiquo : a
E eh’ io rimanga in cosi cieco errore ì b
Or non badava , che Tantico onore , b
L’antico nome , e l’onorato Kegno , c
Non sb per qual difdegno , e
Tolto m’avei ì non er’ io pur del mondo ~d~
L’alta teina , e col favor fecondo d
La vincitrice di tutte altre genti ì e
Or con due fproni ardenti e
Barbarico furor mi mena a morte
O fiera rabbia , o dìfpietata forte . f
S icone dopo il fenar io due coppie nella ter^a volta della medefìma Can<‘
Xpne , la qual comincia , E perche fofpirando .
E ’n feda, e ’n gioia fi menava il tempo ; 4
Sì era qui benigno il del fereno , b
Sì felice il terreno , b
Nè chiamarli poteva altro il morire , c
Ch’un foave dormire . c
Allor meco albergaro i fommi Dei , d
11 canuto Saturno , e quel sì feorto ’ ~e
Giano , c’ha tutto d'ogni parte feorto , e
Indi nafccndo alcuni modi rei , ~d~
Fanciulla ancor l'amato oro perdei . d
E dopo un quartetto in quejla Canttpne , Sovra la verde riva , fatti da
me {opra il Salmo , Super flumina Babylonis .
Chi fìa , che ’l vilo afeiutto a
Abbia , penfando , che '1 tuo Santo tempio b
Per barbarico ed empio b
Furor > del tutto pofto a terra giace ì £
Qual
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10?
LIBRO TERZO;
Qual di noi gi^ d'ogni allegrezza privi > d
In su le falci quivi d
Non appicca la Cererà , e fi tace , c
E’n doglia , e 'n pianto lì confuma*, c sfacc ì c
Ma dopo ilfenario ma coppia troverete in quella diDante, Dótti pietofa,
E l’altrc Donne , che li furo accorte a
Di me per quella , che meco piangla » b
Fecer lei partir vìa , b
Ed apprelfarlì per farmi fentire ; c
Qual dice , non dormire , c
E qual dice , perche $1 ti Iconforte ì a
Allor laflai la nova fantalìa , ~b~
Chiamando il nome de la Donna mia ^ b
*JE inquefta mia f Abbi ’l caro tuo Re faldo in meiqoria , d'un' altro
triodo :
Nè mai dentro , nè fuore a
Poferebbe le llanche membra in piume y ' b
Nè chiuderebbe l'uno e l’altro lume - b
Con dolce fonno ; nè la teda grave c
Acqueterebbe con dormir foave ; c
Se prima a te Signor , che ’l mondo allume i
£ fcampi il popol tuo da duro feempio , d
Non difcgnaffe ornato , e ricco tempio . b
dopo len quinario ed un quartetto in quefia, Beiti tutti i riverenti e fidi,
£ fenza tema di ricever danno a
In quella , o ’n quella parte ; c fenza noja b
Eia fempre la tua gioja . b
Qual vite carca , che nel tuo ricetto e
Si fparga per le mura , c per lo tetto » c
Sarli la cara oneda tua conforte . d
■£ la tua dolce famigliuola bella , »
Come oliva novella , e
Crcfccr contento di sì lieta forte d^
Vedrai con feda a la tu»menfa intornaj /
£ ne da teco tutto il mondo adorno . f
dopo due quinar) in quella mia Alma rcal ne'piii be’nodi avvol.
tay nella qual fi piange la lontananza della Sig,jMarcbefana della Pad^k»
Quaggiù, feendedi da la più beata a
Spera cclede , e come 'I Sol nel cielo i
Spar- '
Coppia i
Coppia
Siriina dì nna_j
coppia co mag-
gior numero .
1 Dopo il Sena,
rio in più modi
Seuano ,
Coppia •
Altro modo;
Sgiario %
Coppia •;
* Dopo ufi_i
Quinario , ed
un Quartettoi
Quinario;
Quartetto,
Coppi»;
6
Dopo dui>
uinarj .
QuinViOi
\
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io6 DELLA POETICA TOSCANA
Spargendo l’alro , e fcmpitcrno lume , e
Tutto ode , c vede ; così chiaro allume c
D’alma belcade un Icggiadrccto velo; l>
Quiovio i 11 qual tra caldo , c gelo ~6~
Non ti contende , che co* vivi raf e
Non giunga rollo , ove ’l pcnficr ti gira ; /
Pon di là mente } ove or ti godi ; e mira » /
Coppia. Ove lafciafii in dolorofi guai e
Me I che , partendo il vero tuo fplentiorc » g
Qui mi rimali in folitariu orrore. g
Sirima di Te> chiaro veggiamo nella Sirima qual luogo tenga la coppia ; or
Mito fole . dtmoflrateci y come fola il terzetto in lei fi ritruovi, e come con gli altri
I Di i’accompdgn» . Min. Nella Cannone di M. Pteto delle fftgne i
aceto . Uno poflente fguardo , la Sirima, com' ho detto, è d'un terzetto folo.
£ fono in tali mene , a
Ch’co dico : ohi lalTo mene, com' faraggio , a b
Se da voi ; Donna mia , ajuto non haggio ì b
nella quale , s'el primo verfo s'accordaffe , qual' è il cojlume , all’ultima
della Fronte, l’ultima ftllaba di lui, non farebbe mtfihre, che con la fet-
tima del fecondo faceffe armonia',nè in altrt^con la ter%a,o con la quintat
perciocché in quefti tre luoghi del feguente verfo troviamo pi ' volte con^
» Di due Ter- cento con l’ultima voce dell antecedente . Di due terzetti ancora fi legge
aceti .
nella Canrone di Guitton Tutto ’l dolor, ch'co mai portai»
Tenetto ;
fu gioja ,
Adunque co lalTo in povertà tornato
a
Del piti ricco acquiAato ,
a
Che mai facclTe alcun del meo paraggio ,
b
Teraecto.
SufTera Dco , che pih- viva ad oltraggio
b
Di tutta gente del mio forfennato ì
a
Non credo già , fe non voi raco dannaggio l
b
3 DI tre Ter-
E di tre in quella mia , Date laude al Signor ne' Santi
Tuoi , fopra il
zetti .
Salmo , Laudate Dominum in San^is ejus.
Terzetto .
Che non li pub lodar , quant’ egli è degno .
a
Lodarci ne le chiare altiere trojpbc ,
b
Accib , che alto rimbumbe
b
Terzetto;
Per tutto il Tanto Tuo mirabil nome .
c ^
Lodate! sì con cetere , c con lire ;
d
Che ’l Tuo bel canto dolcemente fpire »
d
Terzetto .
£ la cclelle gloria ogn' or li nome .
Ci
Lo-
Digitized by Goi)gIi.
LIBRO TERZO:
ao7
Lodarci sì ne’ timpani » e nc’ cori ; e
Che fieno intefi i fuoi divini onori . e
Ida con altri numeri volentieri s’accompagna, ora ìnnant^i andando , ed Slrlma dì uiu»
or feguendo , Come vada innanzi olla coppia, s'è dimofìrato: come vada
innanzi al quartetto, fi vede nella Cannone, PofciafCh'Amor del tutto Come preceda
m'ha lafciato , di Dante . ' ^
Che fa degno di manto «
Imperiai colui , dov’ ella regna : b
Eir è verace infegoa , b
La qual dimofira , u’ la vcrth dimora : c
Perchè fon certo , fc ben la difendo d
Nel dir , com’ io la 'ntendo , ' d «
Ch’ Amor di fc mi fari grazia ancora * c
Come fegua dopo quello, vi fi dimofira in quefia del Petrarca, Una, Don- Come fegua H
- - - ■ Terzetto.
1 DopoilQuar-
tetto .
Quartetto*
il Terzetto .
Innanzi aJQtur-
tetto .
Terzetto ,
Quartett4:
Terzetto .
na più bella afiai ,che’l Sole
Solo per lei tornai da quel , ch’i era >
Poi ch’i foiferfi gli occhi fuoi da prefib :
Per fuo amor m'er’ io melTo
A faiicofa imprefa affai per tempo ,
Talché , s’i arrivo al difiato porco ,
Spero per lei gran tempo
'Viver , quand’ altri mi terri per morto .
£ nella Cacone, Vergine bella>ro» voce nel me^xfi delP ultimo vérfo,che
fifponde nella confonanxa alla efirenta particella del verfo innan:^i a lui.
Invoco lei ; che ben fempre rifpofe , « Quartetto.
Chi la chiamò con fede ,
Vergine , s'a mercede
Milcria efirema de Tornane cofe
Giammai ti volfe , al mio prego t’inchina ;
Soccorri a la mia guerra ;
Bench'i fia terra , e tu del ciel Regina .
Come feguiti dopo il quinaria i vi fi dà chtaramente a vedere in que^a, ^ il Qui»
Spirto gentil, che quelle membra reggi .
lo parlo a te , però che altrove un rag|io
Non veggio di vcrth , ch’ai mondo e fpcnta l
Nè truovo , chi di mal far fi vergogni .
Che s'afpetti , non sò , nè che s’agogni
Italia , che fuoi guai non par che fenta j
Vecchia oziofa , e lenta . b TeraettoJ
a
b
b
c
T
c
d
et
b
b
a
c
d
c
a
b
0
c
b
~b
Tenwto ,
natio .
Qiijiiarìo .
Dor-
Digitized by Coogle
io8 DELLA POETICA TOSCANA
Altro Modo,
Quinario ,
Terzetto :
3 Dopo il
iiario .
Scoario .
d
d
a
b
b
c
c
DomirH fcnipre , e non iìa chi la fvegli ì
Le man l'avcfs’ io avvolte entro e capegli ,
£ in qutfla , S) è debile il filo > a cui s’atcenc .
Dicendo > perchè priva
Sia de l’amata villa ;
Mantienti t anima trilla :
Che fai , s’a miglior tempo anco ritorni j
Ed a pili lieti giorni ì
O fé ’l perduto ben mai li racquilla >
Quella fperanza mi foli enne un tempo : d
Or vien mancando : e troppo in lei m’attempo, d
Se. Come dopo il fenario vi s'infegna in quella , Perchè la vita è breve.
Occhi leggiadri , dov’ Amor fa nido , a
A voi rivolgo il mio debile 11 ile b
Pigro da fe ; ma ’l gran piacer lo fprona : c
£ chi di voi ragiona , c
Tien dal fuggetto un’ abito gentile , b
Che con Tale amorofe ' d
Tenettai Levando i il parte d’ogni penllcr vile r b
Con quelle alzato vengo a dir’ or cofe , d
C’ho porcate nel cor gran tempo afeofe d
Altro Modo; j: quefla , O afpcttata in cicl beata , e bella .
Senaxio. Ecco novellamente a la tua barca , et
Ch’ai cicco mondo ha già volte le fpallc t b
Per gir’ a miglior porto , c
D’un vento Occidental dolce conforto ; c
Lo qual per mezzo quella ofeura vaile , b
Ove piangiamo il nollro , e l’altrui torto , c
Tei7ctto-l La condurrà de’ lacci antichi fciolta ~d^
Per drittilTimo calle b
Al verace oriente , ov’ ella è volta . d
Siriita di due Cme dopo il quinario due teri^ttti feguano, il vi moflrerò in quefla mia,
T^«tì dopo bene anima mia , dì del Signore , [opra il Salmo, fienedic anima
li Quinario . Domino . Se non vomite ptà tofto , che fien ire coppie , le quali
effer potrebbero fenati malagcvoUxXft veruna ,
Qnàiario,' Tu flendi largo il ciel di fomma altezza , a
Qual' umil pelle , ed ugualmente pianar h
E la parte foprana ' b
Di lui copri di liquidi criflalli ; c
11
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20^
e
d
d
e
d
d
a
b
LIBRO TERZO.
II tuo carro , c’ Oiiilii
Sono i nuvoli candidi > e lucenti*
Tu con l’ale de’ venti ,
Anzi via piìi velocemente appari i
Son tuoi miniflri i chiari
Spirti al tuo ciglio intenti *
£ le tìamme del Ciel pure , ed ardenti .
Come tre , il Petrarca ve ne diede chiaro efempló in quella troica fua
Canzone , Nel dolce tempo della prima ctade <
Poi feguirb , lìcome a lui ne ’ncrebbe
Troppo altamente j e che di ciò m’avvenne ;
Di ch’io fon fatto a molta gente efempio ;
Benché ’l mio duro feempiu
Sia fcritto altrove si , che mille penne
Ne fon gii Aanche ; e eguali in ogni valle
Ribombi ’l fuon de’ miei gravi fofpiri ,
Ch'acquiAan fede a la penofa vita :
£ , fe qui la memoria non m’aita ,
Come funi fare ; ifeuAn li i martiri y
£d un penfìer , che folo angofeia dalle
Tal , eh’ .ad ogni altro fa voltar le fpalle t
£ mi face obbliar me AcAb a forza ;
Che tien di me quel dentro , ed io la feorza .
benché di quefìi quattordici ver/i farfi acconciamente
quinari , e due coppie . Ber. Come della coppia c del terzetto dimoflrato
ci avete, così fateci ora conofeere del quartetto, in qual maniera or folo,
or con gli altri numeri faccia egli la Sirima . Min. Di un folo quartetto Sìn'ma diQmf.
io la truovo in una Canzone folamente , la qual’é di Dante da Ma)ano,
e comincia. La dilettofa cera; e con le confonanze nel mez^o del verfo,
e con t ultima rima, e con la prima fenza compagnia .
Ch’eo cominciai leggiero a riguardare a
Le fue gentili altezze , b
£ l’adornezze , e lo giojofo Aato , b c
Che m’ha levato ogn’ altro penfamento. c d
£ di due quartetti in quella. Ahi Deo,che dolorofa^di Guitton d’ Arezrjt * Di due Quar- *
c
d
•e
f
7
e
d
d
S
g
potrebbero due
Terzetto»
Tettetto t
Sin'nu di’ tre
Terzetti dopo
il Quinario ,
Quinario t
Terzetto ,
Terzetto .
Terzetto j
£ tutta via tanto angofeiofa mente ,
Che non mi poflo gii tanto penare
Che d’un fol motto trare
Vi polTa interpellando in eAa via ;
Dd
a
b
b
c
tetti ,
Quartetto .
Ma
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Quartetto •
Sinma dì im_»
Qiurcecco con
altri numeri»
Come il Quar-
tetto preceda •
1 Innanzi al Se-
nario •
Quartetto «
Senario »
. 210 DELLA POETICA TOSCANA
Ma che dir pur vorria ì c
S'unque poteilì > lo nome « e lo effetto d
Del mal , che si dillrctto d
M’ha , che pofare non poflb niente . a
Accompagnato poi con altri numeri il quartetto or ne va innanzi al fe-
nario : ftcome nella Canzone di Dante «Tre Donne intorno ai cor
mi fon venute .
Ciafeuna par dolente , e sbigottita , a
Come perfona difcacciata , e Hanca « b
Cui tutta gente manca , b
E cui vertute « e nobiltà non vale ; c
Tempo fu già « nel quale c
Secondo il lor parlar furon dilette ; d
Or fono a tutti in ira « ed in non cale . c
Quefle così folette d
Venute fon « come a cafa d'amico; e
Che fanno ben « che dentro è quel , ch’io dico . e
% Innanzi al Ed or innanzi al quinario : ftcome in quefla « Amor « da che convien
Qiiiuaiio . pur , eh’ io mi doglia »
Quartetto. Tu voi , ch’io muoja , ed io ne fon contento : a
Ma chi mi feuferà , s’io non so dire " b
Cib j che mi fai fentire 2 ^ b
Chi crederà , ch'io lìa ornai si colto i c
Quiùario. ^^3 , fe mi dai parlar , quanto tormento , a
Fa Signor mio « che innanzi al mio morire b
Quella rea per me noi poffa dire ; b
Che , fe intendelTe cib > ch’io dentro afcolto ; c
Pietà faria men bello il Aio bel volto . c
Sinma di dtieJ» E>ue quartetti innanzi al quinario leggervifi faranno in quefla mia t
Quartmi innà- Quella già per addietro altera Donna .
Giacer grave , c dogliofa , c ’n metta gonna a
Vidi fenza l'ufata Tua corona b
De le fuperbe torri ai bel paefe ; c
Che con fotte di mar , con mura d’alpe « d_
Cinto contra Taltrui nimichc imprefe , c
Da rittro al Nilo , e da l'Olimpo a Calpc « d
Per chiara fama in ogni parte Tuona . b
Eir alzando le braccia afflitte , c ftanchc i e
Quinarie . Spargea le rare , c bianche e
* Chiq-
zi al Quinario.
Quartetto .
Quartetto 2
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LIBRO TERZO;
zìi
Chiome; e, fquarciaDdo i panni, e *1 cado petto, f
Batteva il (acro , c venerando afpctto ; f
£ con fofpir piagnendo volta al Sole , g
La(fa dicca queA' ultime parole . g
Come col ter:^etto , e con la coppia s'accompagni , apertijjimmente vi
s'è iimoflrato . Ber. Refia dunque , che ne 'nfegniate , come il ^ina- S/rima di Qui»
rio , e'I Setiario or foli , or giunti infume la Sirima facciano : perche- •
ché , come con gli altri numeri accompagnato ciafeun di loro la faccia ,
ci s'é fatto per gli allegati luoghi palefe . Min. Di un Quinario feg-
gervififarà nella Cannone di M. Cino , La dolce viAa , e '1 bel guar-
do fuave .
£ ’n vece di penfier leggiadri , e gai , n
Chaver folca d’Amorc , 6
Porto delii nel core , b
Che fon nati di morte , c
Per la partita , che mi duol si forte c
E fimilmente in quella di M. Guido delle Colonne giudice Mcffinefe , Modo.
Amor, che lungamente m'hai menato . Ma d'altra maniera s percioc-
ché qui l'ultima voce del terxp verfo non ha concento altrove , che nel
mc^lp del ftguente :
Ben elle aAànno dilettofo amare ; e
£ dolce pena fi pub ben chiamare .* a
Ma voi madonna de la mia travallia , b
Così mi fquallìa , prendavo mercede ; ' h e
Che bene è dolce mal , fe non ro’ancide . c
Bench' ejfcr po/fa di una Coppia , e di un terzetto . Ma di un Senario in s/iima di Sena-
quefìa del Petrarca , Solea da la fontana di mia vita , fio,
.Or lafTo , alzo la mano , e l'arme rendo
A l'empia , c violenta mia fortuna ,
a
b
Che privo m'ha di sì dolce fpcranza . c
Sol memoria m’avanza , c
£ pafeo ’l gran dcfir (bl di queA* una ; b ~
Onde l'alma vien men frale , e digiuna. b
E di un'altro modo in quella del Re Engp figlio deWlmperador Federigo Altro Moda.
Jl. S’co trovaflTi pietanza , nella quale il primo verjo , e f ultimo non
tanno compagnia .
£ dico , ahi laAb , fpcro a
Di ritrovar mercede ; b
Ccrtb il mio cor noi crede ; ^ ^
Dd z Ch’co *•
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Altre M9<i9f
Sirìma di da^
Quiiurj .
Quinarig .]
Quinario^
Strima di diic^
Seiiarj .
Sciurio , •
4it’ DELLA POETICA TOSCANA
Ch’co fono ifventurato > «
Più d’buomo innamorato ; f
Sol per me pietà veneria crudele . d
Sicome di un altra maniera ancora in quejla del padre di lui , Poi che
li piace Amore, nella quale il primo verfo i folo, e feompagnato, ed al
quarto niun altra voce nella confonan':t^a rifpondct che la prima del quin^
to i ancorché alt ultimo della Fronte s'accordi .
£ non mi parciraggio
Da voi , Donna valente ,
Ch’eo v’amo dolcemente }
E piace a Voi , cb'eo haggia intendimento ;
Valimcnto mi date , Donna lina , c
Che lo meo core adeflb a voi s’inchina .
Bsa. Troverete S ir ima di due ^inar) ì Min. Sì bene ^
nella Canxfine del Petrarca , lo-vb penfando , e nel pcnfcr m anale.
Ma infin’ a qui niente mi rcleva
Prego , o fofpiro , o lagrimar , ch’io faccia ;
' E così per ragion convien , che fia ;
Che , chi poftndo llar , cadde tra via »
Degno c , che mal fuo grado a terra giaccia .
Quelle pietofe braccia ,
In ch’io mi fido , veggio aperte ancora ;
Ma temenza m’accora
Per gii altrui efempli ; e del hiio flato tremo
Ch’altrui mi fprona , e fon forfè a l’ertremo . t j
Bbr.E di due fenar)ì lAis.Perché noi Leggete quella di Dante,Le dolci
rime d’amor, ch’io folia; e vi fi farà innanzi la Sirima di quefto modOf
a
b
b
c
d
d
e la vederete
a
b
e
c
b
b
d
d
e
e
Svnirio.
£ f poiché tempo mi par d’afpettare ,
Diporrb giufo il mio foave flilc >
Ch’io ho tenuto nel trattar d’ Amore ;
£ dirb del valore ,
per lo qual veramente è l’huom gentile ,
Con rima afpra c fottile
Riprovando il giudicio falfo e vile
Di quei , che voglion , che di gentilezza
Sia principio ricchezza .
E cominciando , chiamo quel Signore ,
Ch’a la mia Donna negli occhi dimora ;
Perch’ella di fe flcifa s’ianamora.
a
b
c
c
b
b
~b
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a
b
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fiixì
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LIBRO TERZO.
Bir.MoflrateUci di ijnefli due numeri giunti infume. Min. Ponete men- p; „„ Quìnj;
te nella Canxpne di Doglia mi reca nc lo core ardire, e vi fi da- rio, edi iw Sc-
rii chiaramente a vedtt e un quinario inna':^ al fenario in quefla manieray •
a
b
b
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e
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Quioano,
Senario {
lo dico a voi , che fiere innamorate ;
Che , fé beltarc a voi
Fu data , e vcrtii a noi ,
£d a cofiuì di due potere un fare ;
Voi non dovrefte amare ;
Ma coprir , quanto di biltà v’è dato }
Poiché non è vcrtfì , ch’era fuo fegno ,
LaiTo , a che diccr vegno^
Dico t che bel difdegno
Sarebbe in Donna di ragion lodato
Partir da fé biltà per fuo comiato .
f in quella mia fopra il Salmo, Beatus vir,qui tunct Dominum, Beò- Altro Modo;
ta quel , che riverifee , e teme :
Gloria di vero onore ,
E mirabil ricchezza a lui s’acquiffa ;
La cui giuftizia ftabile in eterno ,
^ fiate già , nè verno
Cangia , uè ’ngiuria mai di tempo attrifta
' Del Sol la dolce vifia
A buon fi mofira , e luce
Ancor là dov’ è fofeo , c tenebrofo ;
Tant’ è per fe pietofo ,
Benigno , e giufio de Teterna luce
L’alto lume , ch’ai Ciel dritto conduce . »
Bbr. Quantunque apertamente per efempli chiarijfmi dimoflrato ei ab-
biate , come di coppie, e di ter-^etti, e di quartetti, e di quinari i f di fe-
narj, or foli , or giunti infìeme, la Jemplice Sirima fi faccia ; nondimeno QuapArtificfo
difìdero intendere, quaP artifìcio nella compoftxione di ciafeuno fervar fi ftt da feivart-*
convenga . E , perciocché tengo a memoria , che intendiate per la cop- ^rn 1f*
pia, e che per lo tert^etto } a grado mi fia , che nfinfegniate ancora , co- ceSirima fiToni!
me il quartetto , come il quinario, e come il fenario fi componga . Min. •
Della coppia niente altro-vì dirò, fe non che, quando non ha confonanx.a , Artificio del-
nelle ultime particelle , convien, che P abbia nel m e^Xp del fecondo ver- la Coppia ,
fo con Cefirema voce del primo ; ficome nella Campane del Petrarca ,
Qual più diverfa, e nova .
Né del terzetto > fe non, che fempre un verfo non s'accompagna con pi
altri
Qjnnario i
$eoario.
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114 DELLA POETICA TOSCANA
cittì due , ma or con alcun di quelli > che innan'zi ne vanno , or con al-
cun di quelli, che feguttano, o fia il primo, o V fecondo, o pure il ter^^o, co-
me negli addiitti efcmpli fi può vedere . jinxj talvolta ne vanno tutti
tre fcornpagnatiyper accompagnarfi poi toflo con altrettanti di quclli,che
feguono : ficome nella Cawzfine del Petrarca ,
Nel dolce tempo de la prima etade .
• Abitudine , ej E' il vero,che non fi richiede nella fcmplice Sirima,che i verfi delle cop-
Corrirpomlen/a pjg r,g„f, „d numero delle fillabe eguali ; nè che Pun terreno . nè l’un
ferrplice Sili- quartetto , ne Pun quinario ,nè l un fenarto ah altro in queflo rifponda .
ma . UnXf quefia abitudine con quefia egualità di fillabe, convien , che fi fug-
, Artificio del acciocché la Sirima di [empii ce non divenga compofta . Ma nel quar-
Quartetto. tetto di lei tengafi quefia regola , che o niun verfo , o ciafeuno in lui fia
feompagnato ; o pure il primo, e 7 quarto folamente ; rade volte avven-
ga , che alcun di loro in altra parte non abbia compagnia ; perciocché
nella Cannone del Petrarca ,
Laflb me , ch’i non so , In qual parte pieghi *
il quartetto è di due coppie, che per ordine obblìquo s’accordano talmen^
te , che verfo niuno feompagnato vi fi vede . E nella Can^pne ,
Una Donna pih bella alTai , che '1 Sole ,
il primo , e 'I quarto foli ne vanno , e fenga compagnia ; ma il prima
s'accompagna nel concento con P ultimo della Rivolta della Fronte ; e ’l
' quarto col fecondo del terzetto, che fegue in quefio modo, a I abbe I ded I
E in quella mia ,
Quella gik per addietro altera Donna ,
tutti quattro fono feompagnati ; ma il primo s'accorda all' ultimo della
Rivolta della Fronte e 'I fecondo al ter-t^o del fecondo quartetto ; e ’l
tergo al primo, e 7 quarto al fecondo. Rimane adunque del fecondo quar-
tetto il quarto finga compagnia d'alcun di quefti ; ma s'accompagna con
quel, che fegue in quefia maniera, a I abed I cdbe 1 e . Laonde, chi giun-
geffe quefii due quartetti , Pultimo folamente e V primo in loro feompa-
gnarebbe ; ancorché Pultimo col feguente , e 7 primo con l'antecedente
s'accompagni . E in quefia di Dante da Majano ,
La dilettofa cera ,
il primo filo non ha compagno in parte alcuna ; e 7 quarto , ancorché
nell' ultima voce rimanga finga concento , contentar fi dee , che Pabbiat
nel meg70 con Pefirema particella del tergo in quefia gutfa , a ^ b t t d,
4 Artificio del forma nel quinario terremo ì Min. j^iaP altra , fi non che alcun
Qumario . vtrfo tu lui pojja non aver con gli altri fuoi nell’ ultima voce concento ,
qualunque egli fia o primo, o fecondo, o tergo, o quarto , o quinto , pur-
ché
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LIBRO TERZO. 215
thè rabbia con alcuno deW altra parte . E’ il vero , che
fi truova folo il primo ; e del tutto fcompa^nato farebbe , fe con
della parte antecedente non s'accompagnale tn qiiejla maniera, a I abbccl
ficomc nella CanX.one del Petrarca ,
Nc la ftagion , che ’l CicI rapido inchina .
0 veramente, a I abccb I ftcome nel primo quinario di quella ,
lo vb penfando . E nel fecondo, b I bddee .
0 pure, b \ bdede , ficome nel fecondo quinario di qiiefla ,
Italia tnia • 1 r
Tlade volte oltre al primo F ultimo non ha compagno . Ma talora Ji con-
cede , purché trovi compagnia nel primo , che gli vien dopo , in quefla
modo, a I aceed I deffe . ..ri * '
Talvolta ancora il tergo verfo del fecondo quinario é falò ima s accor-
da all'ultimo del primo in quefla forma,abbcc I ddeee. E,Je Iqinnario
unico, il tergo truova confonanga nel meggo del quarto del medejimo qui-
nario in quefla guifa,aab i cc, ficome nella Gang, di Guido de e o onn ,
Amor , che lungamente m’hai menato .
Talvolta tre verft di un quinario rifpondono ad altrettanti della par j •
periore nel concento in quefla maniera, acb 1 baedd: ficome in quefla mi >
Date laude al Signor da l’Indo al Mauro » . j /
Copra il Salmo , Laudate Dominura omnes gentcs. B«. A grado moi-
tT »n- fono quelli efempli: perciocché fenga loro malagevolmente lareg^
la s'ititendcrebbe. Ma del Senario qual precetto a darete ì M.n. Che, co ^
me nel quinario, così pojfa alcun verfo in lui non accordarfi a veruno de- Se
oU altri f^oii ma qualunque fia tale, rade volte non 7 r r r
Itera oarte-òerciocchè le più volte il primo tn lui rifponde all ultimo deU yerli feompj.
la parte fuperiore nella Confonangaidel qual concento fono f"o“'ma rifr^'n-
fono, quando ne va innangi,a{ abccbb-.fuome nella Cofigone del Petrarca, de.ui a quelli
Solca da la fontana di mia vita .. c^enw , k-
E , a \ abeebe : fìcome in quella , gueiitc.
O afpettata in Ciel beata > c bella .
J5 , a I abccbd : fìcome in quefla ,
Perchè la vita s breve » i ... n.
nella quale t ultimo del Senario s'accorda all ultimo del t(r getto, che fe-
•gue, bdd. E ,a\ abeeba ; fìcome nella Cangpne di Dante ,
Donna pictofa , e di novella etade . , . . . r.mntt
E quando feguita dopo alcun' altra numero di verft , c I ededee ; Jicom
in quella ,
Tre Donne intorno al cor mi fon venute a
■c *
Ai'tl/ìcio del
:nai io ■
D^iiii^^ed by Google
ai<5 DELLA POETICA TOSCANA
E f d\ decedd : ficomc in quefla ,
Doglia mi reca ne lo core ardire ^
Forma di Sena- Jn due ftnarj truovo ejuefla forma , a \ abccbb I bddeee . Ma fettario nel
J! ■ . 'verfo del tutto fia feom fognato, rade volte fi legge ; ficone il
fcS'agMd f Cannone delClmf erodere Federigo IL
entro . Poiché ti piace. Amore ,
di quefla forma, abbe I dd , in cui rifponde al quarto verfo nella confiti
nan'^a dell' ultima voce il frincifio del quinto-, e 'I primo , e t’ultimo in
qui W una del Re Enxp .
S’co trovain pietanza
6 Artificio del * maniera, abb ccd. Bk*. Io ho infin' a qui a/pettato, che del Set-‘
ìkttenario . tenario alcuno efcmplo ci fi dimofiraffe ; conciò fio che qutfìo intervallo
cada ancora nelle rime : perciocché , fe non vi cadcjfe , non potrebbero
fette verfi fare fen:^ confonant^a : ficome nella Canzone ,
Verdi panni.
Ni tanto fpazfo fi trovarebbe alcun verfo feompagnato t come fi vede
nella Sirima della CanZfine ,
Ahi Deo , che dolorofa ;
di Guitton (P Jre^o . Min. Come darvene efempio io potea,fe ne’ Cani
Zpnicri^degli antichi niun luogo m’occorrea,nel quale io tal numero nota-
to trovajji, né voi me ne dimandavate ì Ma, si per la ragione allegatiti
mi da voi -,e sì perché nella Canzone del Petrarca ,
Kcl dolce tempo de la verde ctade ,
la Sirima é di quattordici verfi , di che egli far due fettenar) potuto
avrebbe ,fe a quefta legge fottometterfi voluto aveffe ; mi piacque di fat
la Sirima doppia di quejio numero in quella mia Canzpne ,
Padre del Cicl , che tutto muovi, c reggi ,
Sf'Hma^ doppia in quefla maniera ,
lioli in terra fai degni , «
Per lieti alzarne a' tuoi beati regni . « a
Mira nel tuo felice almo paefe } b
£ vedi l'ire del fuperbo Marte c
Di si poca efea in tanto fuoco accefe . b
Quindi mirando poi , vedi in difparte c
Armato tutto il popol d’oriente . d
queflo é l'un fettenario , al quale fi foggiunge P altro ^ altrettanti verfi,
e <f altrettante fillabe col medefimo ordine,e con la tnedefìma mifura nel-
le filiale , e ne' verfi .
Per calcar l’occidente d
Volgi
ui ocuenano •
s Setcenarioi
Settenario.'
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/
b
a
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e
e
LIBRO TERZO; 217
Volgi Tarme de’ tuoi , volgi le imprefe
Lungi da noi ne la contraria parte :
Rompi , Signor , gli fdegni, e’ duri petti t
Spirando in loro una tranquilla mente ;
£ tempra in guifa i miei dogliofi detti ,
Che piaccia il ver , fc tìen' uditi , o letti ,
nè meraviglia ft prenda, fe tfuefio non fi rifponde a quello per tutti li verfi Conceflto *
nelle confonanxe , né con un modo flejfo : poiché gli altri numeri, veduto
abbiamo , non effere a tal regola fottopofii . Ma , come nel principio del
primo , così mlt efiremo del fecondo fep aratamente accordo una coppia ,
e 'I primo del fecondo accompagno con l'ultimo del primo , non lafctando
di dare al fecondo col primo compagnia in tre altri verfi . E , chi vorrà, ^Wl dì variare
le ionfonan%e di qui fio numero potrà in più modi variare : qual farebbe, d Scttauiio.
aabcbcd I dbebedd. E,abababc I abcabcc. E,abcabcc I abcabcc. E,aabcbrci
aabcbcc. Ed altre maniere ancora . A’c farà da dubitare, che Strima f m-
plice fettenaria non fi truovi ; conciojfiacofacbé così di un quinario , e di
una coppia , come di un quartetto , e di un ter-z^etto il Settenario far fi
po/fa . Ma fiavene qiufio cfempla nella Cannone , La difpiciata mentc^ Sirima fempirce
che pur mira , di Dante : ' diScttcnano.
R'è dentro a lui fent* io tanto valore , a
Che polTa lungamente far difefa , b
Gentil madonna , fc da voi non vene : c
Però , (fc a voi convene c
Ad ifeampo di lui mai fare imprefà ) b
Piacciavi di mandar voftra falutc , d
Che fu conforto de la fua vertute . d
E in quella del Petrarca , Qual piìi diverfa c nova , agevolmente il
troverete. Né tacerò, che di otto verfi della femplice Sirima far potrefic, d> numeio irag-
non che due quartetti , 0 pure un quartetto, e due coppie ; ma un fenario
ancora, ed una coppia ; overo un quinario, ed un terzetto. E di nove, un Nove .
quinario, ed un quartetto', o pure un fenarìo,ed un terzetto; overo un fet- ^
tenario , cd una coppia . Di dicce, due quinary, o pure un fenario, ed un Di Dieci.
quartetto ; ovtro un feUenario,cd un terzetto ; ovcramentc un quinario,
un terzetto, ed una coppia. Di undici, un Scnario, cd un quinario; o pure Di Undici.
un jittenario, ed un quartetto ; o due quartetti, ed un terzetto; overo un
quinaiio , ed un quartetto, ed una coppia . Di dodici, due Scnarj ; o pure Di Dolici.
due quinai), id una coppia ; o tre quartati ; o pure due quartetti , e due
coppie ; overo un fittenario , cd un quinario . Di trcdeci, un fittinario , Di Trecìci.
ed un fciurio', 0 pure un fenario, un quinario, ed una coppia ; 0 due qui-
£ c nar) ,
Rilbliizlone
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Di Quattordici.
Rifoluzione di
luimeri nugsio-
ri.
Di Quartetto.
Ui Quiuario.
Di Sciiario .
Di iiettenario.
Mo-li di adat-
tare il _ primo
vedo della lém-
plice Sirima
I Comunalmen.
ce con 1‘ulcinio
della Fronte^
compolla ,
» Tal Vola (comt
pagliato del cut.
to.
3 Accompagna-
to col fecondo
e quinto ,che-»
fegiie .
4 Con l’iilcimo
della Sirima_(
, ^Idla.
Altri efempli >
dove non s’ac-
compagna con
l'ultimo della_i
Fronte ,
ii8 DELLA POETICA TOSCANA
Tiarj, ed un ter^jetto J o due quartetti , ed un quinario ; o tre ter^eltì, ed
un quartetto . Di quattordici , due fettenar) ; o due fenar) , ed una cop-
pia ; 0 due quinar) , ed un quartetto j o pure un fenario, un quinario, ed
un terT^ctto ; overo un quinario , e tre terzetti ; overamente un fena-
rio , c due quartetti ; o pure un fettenario , un quartetto , ed un terzetto',
overo due quartetti , e due terzetti , E non è numero alcuno de' mag-
giori y che almeno in due partir non fi po/fa : perciocché il quartetto in
due coppie ’y il quinario in un terzetto , ed una coppia ; il fenario in due
terzetti y overo in un quartettoy ed una coppia, o pure in tre coppie', e ’l
fettenario in un quartetto , ed un terzetto ; o pure in un quinario, ed una
coppia ; 0 pure in due coppie , ed un terzetto ; purché vi fi tenga fempre
la regola, la quale ho moflrato doverft in ciafcitn di loro fervare . Ber.
Jlbbondevolmente della Fronte, e della Sirima avete trattato, e di tutti
li numeri , che nell'una , e nell'altra parte han luogo ; e dell' abitudine,
la quatè tra loro . Onde chiaramente n avvediamo, effer comunal cofa ,
che l'ultimo verfo della compofla Fronte trovi compagnia nel primo del-
la femplice Sirima . A’on però così mila doppia , o nella triplicata, come
che alquante volte in Ui quefta confonanTfi udiamo . Mik. Egli è ben
vero ; ma non con certa legge , alla qual ftamo di fottoporci cojlretti :
perciocché in quella Canalone di Dante da Ma)ano ,
La dilcttofa cera,
il primo verfo della femplice Sirima non folamente non s'accorda all' ul-
timo della Fronte ; ma del tutto ne va fcompagnato.E in quella di Guit-
ton d'ydret^ttp ,
Tutto ’l dolor , ch’co mai portai, fu gioja ,
non già con l'ultimo della parte antecedente ; ma col fecondo , che fegue,
e col quinto s'accompagna . £ in quella ,
Ahi Dco , che dolorofa ,
a lui folamente Vultimo della Sirima flcjfa nella Confonantta rijponde I
Taccio , che né Bonaggiunta Vrbiciani da Lucca in quella ,
Ben mi credea in tutto clTer d’Amore ,
nè Guido delle Colonne giudice Mcjfmcfe in quefla ,
Amor , che lungamente m'hai menato ,
nè Piero delle Figne in quella ,
Uno poflente fguardo ,
fj^ il Be Ett'gp in quefta ,
S’co trovaffi pietanza ,
né anche lo ’mperadar Federigo li. in quella ,
^ Poiché ti piace , Amore ,
fer-
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LIBRO TERZO.
fervo tal cottrento del primo verfo della Sirima con Nltlmo della Rivoli
ta della Fronte.Laonde anche a me non piacque di ufarlo nella Can%pnCf Artificio dell*
Padre del C iti ,^che tutto muovi , e reggi , Autor«^° (ISo
fomc che in tutte t altre fervalo l’abbia ; ma far più toflo la Sirima dop- SiVima-.
pia con armonia di due ver fi , così nel principio, come nel me^xo , e nel c.wj
fine: fcrciccchà,ffictido quella già lunga, mi parve convenire, che di que- '
fic tre armonie con intervalli di altre confonanxe s’adornajfe . Vsò que-
fio concento dopo la rivolta della Fronte il giudice Mefiìnefe , dicendo ,
- Ben’ erte affanno diltttofo amare. Concento d»
E dolce pena fi puh ben chiamare . co; piarci prin»
£ Notar J atomo da Lentino ,
Or donqua moro co ì
Nò , ma lo core meo .
nella Can:^one , Madonna dir vi volilo T
£ l'Vrbicianì da Lucca ,
Poiché fervo m’ha dato per fervile
A qut^lla , a cui grandirc .
£ Guitton d' Arexxp ,
Adunque eo laffb , in povertà tornato
Del pih ricco acquiffato ,
nella Canxpne , Tutto ’l dolor . E in quefla ,
Se di voi Donna gente ,
nella qual non era mefiiere ; perciocché v’é la confonanr^a con /’ ultimd
della rivolta della Fronte , il qual’ è ,
Del piacer d’effo mondo ficte apprefa .
a queflo foggiunge ,
Com pub fare huom difefa 2
/Che la Natura intefa. _
f»<j, come nell' ifinmo della Sirima tal concento molto piace agli orecchi, coppil^'i'cTfinè
così nel fine della Fronte fi rifufa. Nè lajcerò di farvi accorti, che, ben- Sinnia.ma
cbè così la Fronte , come la Sirima jcmptice ricever poffa rima fedmpa- tiwi-
gnata ; non però quefla , né quella , quando c compofla, la riceve . Bi r. Rima feompa.
Trovaft altro zirjb dal primo della Sirima, che riffonda ad alcuna con- i* o-
fonanxa della Fronte ì Min. Sì bene ; ancorché rade volte : perciocché Qiul'verfo del-
I» quelle Can-s^oni del Petrarca-, ' ‘
Vergine bella, E
Lalfo me ,
Jl quarto della Sirima . £ in quefla
S’i ’l difli mai ,
Ec
L'eflre^
la Siirima , o.tie
il piin;o,iifi on-
de-/ ad alcuno
del 'a Fronte.
1 II Quaito all*
ultimo .
X L’eltiemo ilj*
ultimo .
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3 II Secóndo e
’l quinto al fe-
condo , e i'uici-
mg air uiumg.
>•
Il Quarto al
Qliarco .
Di quante fìlla-
be litTTo i ver/ì
della Canzone.
X Più di Undi-
ci nella materia
grave .
» Più di fette.»
nella materia..»
lieve ,
3. Tutti d’Un-
dici> rade volte.
Temijeranra di
rotti, c interi.
4 Tutti di Cin-
que, rade vol-
te.
j Di Cinque..»
per fe , e di tre
■r npercoter
Conlbnanza
nello incero .
ilo DELLA POETICA TOSCANA
L'cjìremo s'accorda all' ultimo della Fronte . E in eluella ,
Qual più diverfa , e nova »
il fecondo , e 7 quinto al fecondo ; e l'ultimo a\f ultimo > cd al primo.
E nella Cannone ,
Poiché ti piace , Amore ,
dello Imperador Federigo II.il quarto felamentt del fenarie della Sirima
col quarto così della rivolta , come della volta della Fronte s'accompa-
gna . Ber. Di quante ftllabc fono i verfi , de' quali fi ttjfe là Cannone ì
Min. Di undici li più nell’Eroico ftilc , cioè , quando narriamo , ficomo
nella Can'^pne del Petrarca >
Nel dolce tempo .
0 quando la materia è grave , e illufire : fitcome in quella »
Spirto gentil .
Allo 'ncontro » quando lo fiilt è Comico , o la materia lieve > é molle :
qual'è nella Cannone ,
Se ’l pcnfier , che mi ftrugge »
1 più fono di fette : perciocché nè l'una , né l’altra di quelle in ciafeuna
fianco ha più d’uno di fette ; nè quefia d'undici più di tre . Della qual
mifitra due foli ha quella dello Imperador Federigo II.
Poiché ti piace, Amore .
E quefia di Dante da Ma]ano ,
Tutto eh* co poco valila .
ma quella nella femplicc Sirima ; e qùefia gli ha nella doppia Fronte 2
Rade fono quelle » che d'undici abbiano tutti li verfi : qual'è quefia di
Dante »
Donne , ch’aVete intelletto d’Amorc .
E certamente i verfi rotti , perciocché fono piacevoli , fi trovarono ftr
temperare la gravexgfi degl’interi . Ma fecondo, che è più , o mcn grave
quel , che fi tratta ; convien , che quefii con quelli nella fìanx,a s'adatti-
no . Tra' rotti ancora fono i verfi di cinque , e di tre fillabe . ^elli per
fe rade volte fi trovano ; quefii non mai . Ma ben gli uni e gli altri nel
verfo intero han luogo in guifa di ripercoffa di rima . Nella Cannone di
Dante ,
Pofeia , ch’Araor del tutto m’ha lafciato ,
quel di cinque fìa per fe, e rifponde nella confonanza all'antecedente', ma
quel di tre nell' intero la ripercote , e l'uno c Patirò nel principio della.
fian':^a ; fitcome agevolmente in lei veder potete , la qual giù vi s'allegò ,
quando vi 0 diede l’efemplo della fenaria doppia Fronte . VfolU ancora
Guido Cavalcanti nella Cannone ,
Don-
y
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2.11
LIBRO TERZO.'
Donna mi pricga , perdi’ io voglio dire .
non però fiparatamcntc ; ma eome parte degl' interi • per ripercoter la
rima , che va t ma il verfo di cinque nella fronte , e quel di tre
nella Sirima . Z)iò fi mi Imcnte quel dt cinque il Petrarca nella Sirima
della Can-^n»e ,
Vergine bdia .
Pii fu alcuno degli antichi, che or quello, or quello^ or Puno e Paltro non
ufaffe . B'r. ^tal regola mi ci darete , acciocché io fappia , dove lab-
bia ad ufare ì Mis. Certo non altra , fe non che ufar lo pojfate, per dar
compagnia al verfo feompagnato del tutto, o pure in parte . Con lo feom-
f agnato del tutto è Puno nella Sirima della Can'gpne , Vergine bella ,
Soccorri a la mia guerra ;
Bendi* i Zia rena , e tu del Cicl Regina t
percìocchè>non è verfo , col quale s' accompagni >
Soccorri a la mia guerra .
Onde meflicrcgli facea la riper coffa della rima in quel, che figue . Con lo
feompagnato in parte é l'uno e Poltro nella Cannone allegata di Dante,
e in quella del Cavalcanti.Nella Fronte in quella di Dante il primo ver-
fo non ha compagnia nella prima parte , ne anche il primo nella feconda,
prima che Puna parte con l'altra s'accompagni ; la qual compagnia quivi
fi fa, la prima rima con la prima, e la feconda con la feconda, e cosi tut-
te l'altre per ordine diritto infieme accompagnandofi . Il che ancora tro-
verete nella Fronte , e nella Sirima di quella del Cavalcanti , ove Puna
e Poltra è doppia.Nclla quale ancora i primi ver fi de' terzetti della Fron-
te nella quinta fillaba s'accordano : ficome in qucjìa del Petrarca ,
Verdi panni .
vgni fido verfo nella quinta , ed ogni quarta nella ter^a fi rifponde .
J^la, oltre a ciò, il verfo di fette fillabc, come parte dello intero ficaie fo-
vente ripercoter le rima del precedente ; come vedete nella Canffme del
Notare Jacomo da Lentino ,
Madonna dir vi volilo ,
in quei verfit della Sirima ,
More pili fpdTo , e fone t
Che non farla di morte naturale l
e in quefli ,
£ voi pur lo fdegnate ;
Dunque voBra amlBatc vide male ^
9VS ripercuote la rima (^el verfo tn tutto fiqmpdgnaiù I ^ in quella ài
cOante Ma}ano %
• LalTo
Di cinque, e
di tre 1 come_»
p^rte dtjjl’ in;
ceri .
Ripei'cofla di
Rime ove fi ufi.
1 NellaC^iiici.
1 Nella Teli?,
Per accompa-
gnare il verfo
del tutto feor»-
pagiiato .
Per accompi-
gnarc il verlo in
parte l'compa-
gnato ,
3 Nella fettima
col verfo fcgm-
pasuato ,
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1Z2 DELLA POETICA TOSCANA
LafTo mercè chercre .
ferciocihi il frimo verfo delb Siritna roti s'accorda nel fine alt ultimo
della Fronte ; via fa tomento con lui nella fettinìa fUlaba , nella quale
ancora , non ihc nell' ultima rote del primo z,erjo, i due quinar) s'accor->
daiiO : toruiojjiacofachè alt ultimo thtJo della Fronte , tl qiiaté >
Mi fembra gioco il fuu , qual pai languiflc ,
4 Nella Quarta Sirtma di quel modo, del quale ^là ruttata De l'albìamo . Z^sò
jauc volte. quijìa riptrcofia di rima nella quarta ftllaba lo Jtnperador Federigo II.
nella CanXfine ,
Poiché , ti piace , Amore .
Ilihe non mi rimcn.br a aver letto altrove , 7/c il Giudice Mtifmefe in
Rima. quella.
Amor , che lungamente m'hai menato ,
1 Per Vcgèoaa ^ >’'”*** /«** vagher^’^ji , thè per neceffità di legge : per-
1 Per NccefTtà. ^ verfo in lei feempagnato . Ber. fonando farò cojlretto di
Efetrplo di ri- • Min. ,^ando avverrà in altana delle voflre Cali-
percofla iiecet ^oni ciò , che avvenne in quella del Petrarca ,
S’ i ’l diflTi mai ,
nella qual fono tre rime pari di confonan%e . F. , perciocché nelt ultima
fianca ctaftuna ripeter due volte fi dovea , e quella dove intera non fta,
ejjer non può più lunga della Sirima, la qual'é quinaria in quefla Canzo-
ne, fu coflretto quel Poeta di fare la ripercojfa della rima nel quinto ver-
fo , per non lafciar quivi feompagnato il quarto, in quijìo modo ,
Quando ’l CicI ne rappclìa,
Girmcn con ella in lui carro d'Elia .
Quali veilì ri- di quefte maniere di verft darà principio alla Canzone! Mik.'
cerchi la prima Non quel di cinque , né quel di tre ; ma , fe crediamo a Dante , quando
Erotta , e grave é la materia , quel d'unditi: quando Elegiaca, c molle,
1 NeU’rincipio comunalmente fi fervo ;
non però fimo , tb'effer ci debba inviolabil legge : peiciocché quelle tre
ncbilijfime , ed cccellentijfime Cannoni , che di Amote , e della Bellez^
altamente ragionano ,
Perchè la vita è breve .
Gentil mia Donna , io veggio .' E
Poiché per mio desino .
dal verfo di fette cominciano . E in quefla ,
si è debile il filo , a cui s'attcne .
j Nell’ l'itimo Elegiaca , é d'undici il primo . Ben lodo , ed affltrmo
, della houle, quel, thè fctvò il Petrarca, ebe CultimOi della Folta, e dilla Bivolta deb
la
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LIBRO TERZO.-
la Trònte fta fempre intero j ancorché Dante non l abbia feroato nella
Can%one ,
Le -dolci rime , c l’amor , eh’ io folla ,
nè in quella i
• Doglia mi reca ne lo cor dolore >
nelle quali è di fette . jdlla Sirima ancora comunalmente darà fine il ver- j Nel fin ilella
fo d'undici fìllabe più toflo , che di fette : perciocché una fola con la cop- Sifiraa . _
pia di fette ne chiufe il Petrarca , cioè nella Cannane «
Se ’I pender , che mi drugge .
Ber.T ale adunque farà la compofr^ione della prima Stanca della Canxp- ai„'tud|-„e
ne , Ma qual farà l'abitudine y e la corrifpondenxa dell' altre fìan':^ con abbiano le altre
lei ì Min. In compor la prima Stanca s'avrà libertà di fare la Frontey con la-.
e la Sirima femplice , o compofla nel modo y~che s'è detto . Ma in ciafeu- Nelle partì,
n' altra converrà , che redola vi fta Informa in lei tenuta . Laonde alla Nella mifura.
prima ogni altra fimile y ed eguale farà nella mifura , e nel numero de' Nel numero.
verft y e delle fillabe , e nella corrifponden%a delle rime talmente y che 'I Nelle rime.
primo al primoy il fecondo al fecondoy il tereep al tcrxp'y e fimilmentc eia-
feuno altro per ordine diritto nella quantità delle fìllabe y e ne' modi delle
confonanxe rifponda . Bna. Sarà corrifpondeni^a di rime nelle Stanile ì (^ando fìa cor-|
Min. Ninna y dove tal non fìa la compofìlione y che maeflrevolmente la felle Ibn-
richieggia : fìicome la richiedeva in quella Canrone artifìciofìiffma y le.
S’i ’l diffi mai , PeSrea**’®
la qual non ha più di tre rimCy e tutte in ciafeuna delle Stan%e con ordi- * ’
ne meravigliofo ripetite: perciocché la prima di loro in ogni Stamp é di
quattro verfi , la feconda di due y la ter“ga di tre . E ciafeuna è prima in
due Stante y e in altrettante feconda , e ter^^a . E nel Commiato ciafcit-
va due volte è ripetita ; acciocché ninna fìa di più confonanje , che l'al-
tra . E M.Ruggieri in ogni Sirima ufa la medefìma confonangay la qual'é » Ffemplo di
nel ter-zp verfo dell" uno e Patirò terzetto y poiché s'obbligò di ripigliare Ruggien .
in quella parte quell una rima per tutta la Canzone y
In un gravofo affanno
a
Fronte doppiai
Ben m’ha gittate Amore }
B
£ non mi tengo a danno
■ -a
Amar si alto fiore .
Ju
Ma s’io non fono amato y
c
Sirima doppia.
Amor fece peccato »
c
Chc’n tal parte donao meo intendimento.
d
Conforta mia fpcranza ,
e
Fenfando , che s'avanza ;
e
Lo
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it4 DELLA POETICA TOSCANA
Lo buon foffrcnre afpctta complimento . A
Froiice doppia. Però non mi difpero ^
D’amar si altamente .
Adeflb mercè chero , f
Servendo umilemenre ; V
... . , . Ch’ a pover’ huomo avveno h
" Per avventura bene ; h
, Che monta , ed ave affai di valimcnto «
Però non mi feoraggio ; i
Ma tutt’ hor fcrviraggio »
A q4ella , c’havc rutto infegnamento . à
3 Ffeir, lo di àirem di Giotto Mantovano ì coftui , fecondo che narra Dante , la-:
Giotto, feiava in ogni Stanca una rima daW altre feompagnata ; ma facea^ che
per ciafeuna Stanco cita a fé fìejfa nel mede fimo luogo rifpondeffe , quelli
ordine, e quella coKcordan':^a in un vtrfo fervando , che in tutti ft ferva
nella Cangone ,
Verdi panni .
ReeoIa,cfievie- ^ tale, nè ad altra fmil legge il Poeta fi fottopovga,fi guar^
ta ìa Kipttiiio- dcrà di ripeter rima in parte veruna della Cangone . Àng^i il Petrarca
5«ardà ne' T rionfi là , dove avea campo più libero, e fpedito; per-
' ciocché non troverete Capitolo, rei quale la medefima rima una pur volta
fi ripigli , altro che nel T nonfo della Cafiità , ov' è ripetita la medrftma
fentenga , che Dido non moriffe per Enea . Dante altresì rade volte da
y quejìa regola fi diparte; nè mi fovvienc,ihe in altra Cangone fe ne dipar-
tile , che in quella ,
Voi , che ’nrendendo il terzo del movete ,
la qual nè gli ultimi verfi delP ultima flanga in diverfe voci , di quejio
tpodo ,
£ dichi lor diletta mia novella ;
Ponete mente almen , com’ io fon bella .
ripiglia C ultima rima della prima , la quale è in quefla coppia i
£ come un fpirto contra lei favella ,
Che vnen pe’ raggi de la voftra (Iella .
Rirre di arti- confonange, diteci, quando, e come le medefi-
celle roedeiime, me particelle nelle rime ufar poffiamo . Mm. Percionhè in ogni cefi il
coire fien iii>e-^ovirchio, e lo fpeffo a ciafeuno fcntimcnto offtfj,e »r)a partati fcr, i fpe-
*'lL'le o!t cialmente agli orecchi è no)ofa la troppo rifetìta r ote , vogliamo , che
1 fn /ion heati 7“^^° lecito li fìa , ma rade volte , e in figm(cati diverfi . Di thè non
divci'/ì.""* 'mi fi fa innangi luogo alcuno, dd Cang^'tiUre del Pttraita , ihe per
X cfm-
4
\
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I
1
I
I
5
I
/f
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LIBRO TERZO.* «y
tfemplo allegar vi poteri ; altro thè ne' Sonetti , tra’ quali i qUefto y
Quand' io fon tutto volto in quella parte .
Bbr. Come nò ì 11 Petrarca nella Con^^onf }
Chiare » frefehe , e dolci acque ,
• non diffe ,
Se quella fpeme porto »
Non potia mai in più ripofato potco
' E in quella ,
SI è debile il filo f a cui s’actene *
con quel verfo .
Le treccie d’or , che devrien hx' il Sole ì
Che 1 Petrarca
noo ha ripeti,
te le meddìme
particeJle, nelle
Canzoni , ma f
oc’ Seoccti .
non accompagnò queflo ì
, Rade nel mondo > o fole .
Min. Sì bene . Ma le con fonante fono di voci diverfe • perciocché altra Maniere tlT Vo-
'voce è Porto, quando i nome ; ed altra, quando è verbo: ed altra voce è
Sole nome dt fojìanxa', ed altra, quando è di qualità, ed aggiunto fi chia- Jab^. ’ ”
ma, i^è io quelle intendo, nè altre fimili particelle , delle quali altre ne i Divede;
ficn nomi di un modo , ed altre di un' altro ; altre verbi , altre avverb),
ed altre parti del parlare ; che , benché fien delle medefme ftllabe com~
pofìe , non però non fona voci diverfe . Ma intendo una fleffia particella, » lileflè di due
la qual ftgnifìchi pià cofe , quaCè , quando diciamo Cane , o Pefee , o
Leone ; o che propiamcntc abbia un fignificato , e metaforicamente pià *
altri , quaCi il nome hucc, che nelP allegato Sonetto fìgnifica la fiamma,
la vifìa, e la vita . Né anche niego, che talvolta maeflrevolmente a flu- » Di un mede-
dio far non poffiamn in alcuna compofixjone le rime delle medefme par-
ticelle in un nudefimo fignificato: qual' è quel mio Sonetto ,
Odiar la notte , c diiìare il giorno . Ancoil °
a dimojlrare , come le medefme cofe eran mutate in colui, della cui per-
fona quivi mi veflo . B&r. Che mi direte di quella Can'Xflne di Dante, Di Dantei'
Amor, tu vedi ben , che quella. Donna ,
non fono in lei le rime delle mcdcfime voci tefjute ì Min. Sì bene . Am^i
le pià volte d'un medefimo fignificato, ma con artifino degno di cjfer co- k*|°'** ***
nojciuto: pcrciocehè quel Poeta di cinque voci tcjfe la fianca, la qitaPé di
dodici ver fi, ripetendo la prima fei volte, e lafciando la feconda, e la ter-
%a fconipagnata ; e facendo della quarta una coppia , ed un’ altra della
quinta. E di quelle mcdefime voci col medefimo ordine compone ogni fian-
delle quali ha compofla la prima ; ma con quefla abitudine , che ripi-
glia nel primo verfo della feguente la rima dell'ultimo di quella , che va
funan^i } e ntlfctoudo la rima del primo . £ perchè il tcr%p , e 'I quar»
f f to
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iz6 DELLA POETICA TOSCANA
ro al primo s'accordano » nel quinto quella del fecondo ; e perché il fejlo
e'ifettimo fanno coppia concorde col primo t nell'ottavo quella del
quinto ; e perchè l'ottavo fa coppia col nono > e nel decimo vien ripetita
quella del prima , negli ultimi due ver fi la rima deWottavOi e del nono,
che ihfteme t'accordano , ripiglia : come veder potrete, nella prima, e
conda flanxa , che io ve ne reciterò ,
Fronce doppia. Amor , tu vedi ben * che quefVa Donna a
La tua vertù non cura in alcun tempo , b
Che fuol de l’altre belle farli donna ; a
E poi s'accorfe , ch’ella era mia donna »
Per lo tuo raggio , ch’ai volto mi luce , e
D'ogni crudelità fi fece donna ; a
Suima doppia. SI che non par , eh’ ella habbia cuor di donna , a
Ma di qual fiera l'ha d'amor pii'i freddo } d
Che per lo caldo tempo , c per lo freddo d
Mi fa fembianii pur, come una donna , a
" Che folTc fatta d’una bella pietra e
Per man di quel , che me ’ntagliaffe in pietra . e
Fronte doppia. Ed io , che fon collante pifi , che pxtra e
In ubbidirti per biltk di donna > a
Porto nafeofo il colpo de la pietra , e
Con la qual mi ferilli , come pietra » e
Che t’avelTe nojato lungo tempo ; b
Tal che mi giunfc al core, ov’ io fon pietra . e
Sirima doppia. £ mai non fi feoperfe alcuna pietra e
O da vertù di Sole , o da fua luce , c
Che tanta havelTe ne vertù , nè luce , _c
Che mi potelTe atar da quella pietra e
Sì , ch’ella non mi meni col fuo freddo d
' Colè , dov’ io farò di morte freddo . d
Artifìcto del-; E la eompoft-^ione è di Fronte , e di Sirima doppia , La Fronte è di due
n terzetti , ne' quali i verft del me^xp ftflanno foli, e feompagnati. La Si~
’ rima anche è di due terzetti, ma d'altro modo;perciocché ‘I primo delPuna
e P altro terzetto s'accorda al primo, ed all' ultimo della Fronte ; e Puna
Come vi fieno ^ P<^ltro terzetto ha la fua coppia concordante . E di quefle cinque voci,
ripetjce cinque le quali fono Donna, Tempo, Luce, freddo. Pietra, /a ter^n nella pri-
in var j roo- flama, e nella quarta, e nel Commiato è verbo', in tutte Poltre fiaH’-
è nome : e la quarta or' è nome di foflanxa , ed ora i aggiunto . Ma
fempre è nopae di fojìanxa la prima, la feconda, e la quinta ; e , comcchi
più
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LIBRO TERZO.
117
pii volte alitano il medcftmo figtiifìcato , pur talvolta l'hanno diverfo l
iV^ tacerò > che quante fon le voci, tante fono le panie", acciocché al pne Come tante..
eia feuna voce ft truovi egualmente ripetila : conciò fia che ciafeuna in ftanic vi ficnoi
cinque Panie dodici fate fta poPa con i ordine già detto ; la quaP eguali- voci .
ti fervar potuto avrebbe nel Commiato , fe non che eleffe di farlo , fe-
condo la regola comune, di verft e di fillabe pari alla Sirima: perciocché
in quello la quarta due volte nel meno è ripetita,e niun' altra pii (Cuna.
Ber. Adunque è da fuggire la ripetiiione di una Peffa rima per tutta la Ri'petitioni vi-
Canione , e fpecialmente nelle medepme voci; e majjìmafucnte dove il ft- .
gnifeato non fta diverfo, purché non fta qualche nuova compopiione dall'
arte maePrevolmente trovata ; quali nella detta Canipne, e negli alle-
gati Sonetti . Che direm de' generi , e de' numeri delle particelle ì Se la » d; «no fieno
rima farà fatta in un genere, e in un de' numeri di alcun nome , potraffi rome,^iiché di
far poi nell'altro genere , o nell altro numero di quella Peffa voce ì cioè, roVo'in'gèij'enC
s’io avrò detto Mio. potrò dir poi Mia , o Miei ì Min./o non prenderò
ardimento di darvi in ciò legge ; ma non dubiterò di farvi accorti , che
fta da febifare nella rima la ripetiijon di uno peffo nome in numero , o
pure in genere diverfo . Nc mi rimembra di averla mai letta nelle rime Ripethìone dì
del Petrarca ; ancorché in quelle fi truovi un verbo in diverfe perfone,
in diverfi tempi , e in dtverft modi ripctito ; perciocché egli diffe in una „on di Cernii.
mcdefima compopiione , veggio, e vedi; dulfc, e duole ; ardo, ed acfi;
muova > e muove ; potei . e poria ; fofpira . e fofpirandu ; debbe. e
devrebbe; amani, ed ami. Bau. Percionbé, come avete già detto,dalla Varietà dell’ut*
prima ft prenderà la forma di tutte Coltre Panie , e truovo C ultima non tima Stanza , e
una volta dtffimile alla prima ora in parte, ora in tutto, dipdero, ci p di-
chiari , onde qutPa varietà proceda . Min. Non certo altronde , che dal- j Simile alla.j
la troppa libertà de' compofitori . Ma paci quePa regola già dal Petrar- P-'""» del tuc-
ca fervuta , che Cult ima Pania effer debba del tutto fimile , ed eguale *
alla prima , o pure alla Sirima ; overo ad alcuna parte di lei in quella
maniera , che diremo . In quelCuna Canigne del Petrarca ,
Latlumc.eh'i non so. in qual parte pieghi. .
troverete Cultima Pania del tutto ftmile , ed eguale alla prima . Nell al- t Simile alla Si-
tre alla Sirima , overo ad alcuna parte di lei . Jn quelle , xima del tutto.
O afpettata in Ciel beata . e bella .
Sì c debile il filo , i cui s’attcne .
_ Ne la llagion . che *1 Ciel rapido inchina .
Spirto gentil .
e in altre non poche , Cultima i ftmile , ed, eguale del tutto alla Sirima 3 Simile ad al-
dtlla prima . In quePe ad una parte di lei . la 'sirmia'ì ' *
• , F t 1 Nel
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ztS pELtA POETICA TOSCANA
Nel dolce tempo de la prima etade ,
tttlla qualeftjfendo laSirima di verfi qHattordiciffHltima fianca è di nove.
Perchè la vita è breve >
nella quale effendo quella di nove « quefta é di tre ,
^ '1 pcnfìer , che mi Arugge ,
nella quale , benché fta quella di fettes quefìa i pur di tu .
Che debb’ io far I che mi conAgli Amore ì
ove quella é di un quinario , e quefìa di un teri^tto .
Standomi un giorno fulo a la fcneffra ,
la quale. ha quella di fei verfi , e quefìa della jnetà .
Solca da la fontatu di mia vita »
nella quale , ejfendo quella d'un fenario y quefìa è d'un quartetto > e pure
di due coppie .
' Quando il foave mio fido conforto y
A quii parce^ ove, benché di un fettenario fia quella, quefìa è di un quinario.
Tult^ma *^s’aiìói non é di tanti verfi, di quanti é quella,a qual parte di lei la fa-
migl'i cs'aggua- fintile, ed eguale ì Min. Cominccrete da quel verfo, finto il qual ttiu-
gli . . no altro ne fia, che s'accordi ad alcuno di quelli , che gli fon fopra , e fé-
guirete infin' all' efìremo . E , fe quel verfo , onde principio farete , in
quella non truova dopo fe alcuna rima,cbe gli rifpondafin quefìa fi potrà
Primo verfo rimanere altresì fcompagnato-.perciocchè nella Sirima di quella Cow^one,
dtirultimaflan- jsjcl dolce tempo y
IO, c^nie q*fdlo “(f"»' >tove verfi , il quaf é ,
della Sirima . Io, perchè d’altra villa non m’appago ,
truova dopo fe quella coppia, che nella confonanga gli rifponde ,
Ch'i fcnti trarmi da la propia immago ,
Et in un cervo folitario , c vago .
Jl primo deir ultima fìanga , la qual'é di nove verfi ,
Canzon’ , i non fu’ mai quel nuvol d’oro ,
trova altresì dopo fe quefìa coppia , che gli s'accorda >
Alzando lei , che nc’ miei detti onoro :
Primo verfo P'*" figura il primo alloro .
dell'ulcimaDan* Non così nell' ultime flange dell' altre Cannoni , nelle quali il primo “óer-
t* co^***uelló quella parte,che l'ultima fianxa fe ne prende ad imi-
della Sirima . tare , come chefaccia concento con alcuna delle rime , che tnna»:;i gU
Primo verfo ‘t;dnno ; in quel , che fcgue , non ha veruna compagnia . Né però.niego ,
delJ’iiltima/laii- che ’l primo verfo dell' ultima fianga , che rimaner potrebbe per la detta
to i^e *felJa ^‘‘gitine fcompagnato, non fi poffa con alcun di quclliyche feguono accom-
Sirima fia Icom» pagnare : fitome acfompagnata il truovo in quefìa ultima ftani^a y
pagnato, ‘ . Si-
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LIBRO TERZO. :■ xtp.
Signor ) tù m'hai intcfa
La vita , ch’io foUcuni reco llando ;
Non ch’io ti conti quella per difefa ,
Anzi t’ubbidirb nel tuo comando :
Ma , fc di tale imprcfa
Rimarrò morto , è che tu m’abbandoni ;
Per Dio , ti prego almcn , ch’a lei perdoni ^
la qnaCè fimile , ed eguale alla Sirima d’uua delle Cau:^ni degli antichij
comincia ,
Da che ti piace Amore , ch’io ritorni .
Uè certo in altro è differente da lei , fe non chi in quella è fcompagnatOf
come che alfultimo della Fronte t'accordi ; in quefta truova compagnia,
9da nelle Cannoni di Dante qucfìa le pià volte è fimite^d eguale del tut-
to air altre flange , overo alla Sirima , E, quando è in parte , folamente
gli ultimi tre verft fie ne piglia , ne’ quali fomiglian%a % ed egualità [eco
aver debba . Ma del tutto diffimile , e difuguale in alquante la troveretet
ficome in quelle ,
Le dolci rime d’Amor » ch’io folla.
Voi , che ’ntendendo il terzo Citi movete J
Ahi fòulx ris per que trai havesl"'
Gli occhi dolenti per pietà del cuore .
Ed, acciocché daWefemplo conofeer quefla difagguagUanxa, e quejìa dijjl-
militudine poffate , vi recherò innanxi di quella Can’t^ne, Voi; che ’n-
tcndendo ; la prima , e Cultima fianca ,
.Voi , che ’ntendendu il terzo Cicl movete , Prima Hauza,*
Udite il ragionar , ch’è nel mio core ,
Che noi su dire altrui > si mi par novo .
Il Ciel , che fegue lo vullro valore
Gentili criaturc ; che voi fete ,
Mi tragge ne lo (Iato , ov’ io mi trovo .
Onde ’l parlar de la vita , eh’ io provo *
Par ) che fi drizzi drittamente a voi ;
Però vi prego , che lo m’intendiate .
Io vi dirò del cor la novitate ,
Come l’anima trilla piange in lui ;
£ come un fpirto cuntra lei favella i
Che vien pe’ raggi de la voflra Bella .
Canzone , io credo , che faranno radi Ultima flanza.'
Color t §hc tua ragione intcndan bene
Tan«
A Ultima ftania
del tutto dilli*
tnilealliifrÙBat
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i -■
Che faccìi nell'
ulama llauuil
Poeta .
I Volge il par-
lar’ alU Ganzo»
ne,
» Segueodo pon
fine.
Xjo DELLA POETICA TOSCANA
Tanto lor parli faticofo , e forte ;
Ma f fe per avventura egli advviene , »
Che tu dinanzi da petfune vadi ,
Che non ti pajan d’elTa bene accenre ;
Allor ti prego , che tu ti conforte ,
H dichi lor diletta mia novella t
Ponete mente almen , com’ io fon bella .
'we chiaramente vedete, Fultima fianca effer minore della prima,e mag-
gior della Sirima di lei ; benché nclC altre Cannoni allegate fta dell' una a
l'altra più breve : oltraché ella è difftmile nell'ordine de' verft, e talvol- ^
I ta in loro , c nel modo delC accordare . In tiuefla ancora il Poeta fpeffe
1 volte dirixx^ il parlare alla fua Cannone eziandio, titiando del tutto è li-
mile, ed eguale a tutte P altre flange t fuome fa Dante nella Can-t^ptie ,
Donne , c'havete intelletto d'Amore .
Canzone , io so > che tu girai parlando .
E in quella , Morte > poiché io non truovo , a cui mi doglia.
Canzon, tu vedi ben , come è fottile .
E in quella , Amor, che ne la mente mi ragiona .
Canzone, e’ par , che tu parli contraro .
ft^ quello, voglio io, fi prenda come legge : perciocché in qutlP altre ,
Doglia mi reca ne lo core ardire .
Fofeia , che Amor dei tutto m'ha lafciato .
Anor , che muovi tua vertb dal Cielo .
non fi volge quel Poeta a ragionare con la Can-^one, ma feguendo pon fi-
ne al fuo dire con-quella concbiufione , che più conveniente gli pare . Né
anche il Petrarca in quefla , '
LalTo me , ch'i non so , in qual parte pieghi .
E , bitiihc tal volger di parlare le più volte fi faccia nelle Cam^oni , le
quali hanno l'ultima fiamma in tutto , o pure in parte alla Sirima confot -
ine J non però fi fa in quefla di Dante ,
£’ m'increfce di me si malamente .
né in quefla di M. Cino ,
La dolce viAa , e '1 bel guardo foave .
mé in quella del Petrarca ,
b’i ’l diffi mai .
Amor , fe vuoi , eh' i torni .
Quando il foave.
Quell’ antico mio dolce .
V ergine bella .
Laon-
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LIBRO TERZO. xjt
Laonde, ptrtiocchè alla Canxone (omunalmente al fine il parlare fi diriXr Perehè fi chìa-
Xa , m'avvifo, che l'ultima fianca Commiato fi chiami : come fé 7 Poeta mi Commiato 1*
giunto al fine del fuo cantare a lei dia licenxa', e dandola a lei , dar' an- fianaa,
che glie la pa)a agli Vditori . Accommiatando adunque la Cannone, come Soggetto del
fua mejfiggiera, il Poeta l'ammonifce, o che fila , o che vada je le corti- commiato .
mette quel , che dire , a fare le convenga , con qualche affitto di Mode- i Commetter*
ftia , 0 di 'Umiltà ; fitome il Petrarca nella Cannone , Se ’l peaiicr f
che mi iirugge ;
O poverella mia , come fc’ rozza :
Credo , che te ’J conofehi :
Rimanti in quelli bofehi .
E in quella , SI c debile il filo .*
Canzon , s’al dolce loco
La Donna noftra vedi f
Credo ben , che tu credi i
Ch’ella ti porgeri la bella mano i
Ond’ io fon sllontano.
Non la toccar , ma riverente a’ piedi
Le di • ch’io farò li torto , ch’io porta,
O fpirto ignudo , od huom di carne , e d’oflà l
0 di Confidan%a : fitcome in quefla , O appettata in Ciel .
Tu vedrà’ Italia, e l’onorata riva,
'0 d' Amore, e di fede r ficome in quella , Spirto gentil .
Sopra ’l monte Tarpeo , Canzon , vedrai . •
O di Manfuetudine: ficome nella Canxpne , Italia mia .
Canzone , io t’ammonifeo .
O di Fortcxxa d’animo e <t ardimento: ficome in quella , Ben mi crcdea
partar mio tempo .
Canzon mia, fermo in campo .
O di Paura : ficome in quefla , I’ vo penfando i
Canzon , qui fono, c ho’l cor via pih freddo
0 di Dolore : ficome nella Cannone , Che debh’ io far ì
Fuggi ’l fereno, c ’l verde .
O di Pietà : ficome nella Cannone , Tacer non porto J
Detto querto a la fua volubil rota .
O di DifperaXfOne : ficome nella Cannone , Solea da la fimtana T
Canzon , s’huom trovi in fuo amor viver queto .
Talvolta ragiona con la Canzone degli affetti fuoi, e del fuo fiata : fico- ^
fw in quelle Can-j^oni , '
Nel
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ijt DELLA POETICA TOSCANA
Nel dolce tempo .
Perchè la vita è breve .
In quella parte .
Di pennerin penlier .
Qual pih diverfa , e nova .
3 Moflrar , co- T ahoita le mojìra , come difendere fi pofa da chiunque la riprendeffe ì
. me fi polla di- ficome in quefla , <
fendere . Donna più bella .
imitando per avventura gli antichi , che per lo Coro dall'altrui calunnia
Cannoni. fi diftndeano. £br. Conchiudiamo adunque, che le Cannoni di quefia ma-
cii^ Moiioflro/j- ffiera , della quale lungamente s’è ragionato , fé l'ultima fianca del tutto
X Epodiche . é conforme alla prima, Monoftrofìche; fe dijjimile, Epodiche fi diran-
3 Mille. tio . Nè fono da riprendere’, ma pià tofto da lodare Dante, e gli altri an-
tichi: perciocché fecero non una volta l'ultima fianca, nè in parte, nè in
tutto fimile alla prima , nè alla Sirima di lei : concioffiacofachè quanto è
pià difforme , e diverfa quefia da quella , tanto ptà abbia dell'Epodico :
perciocché l'Epodo nelle Can^'oni di Pindaro , come dimoflrato ci avete.
Di quante flan- del tutto è dalle Strofe, che voi Volte chiamate, differente. Ma, percioc-
7e la Canzone, thè la Cannone di fian%e, e la fian-^a di ver fi fi compone’, diteci, dì quanti
l4*^llSiiza ^ , e di quante flange ejjèr debba la Cannone ì Min. biffai
malagevole cofa è il voler certo numero all'una , ed all' altra preferivi-
re: conciò fia che grande,e molta differenzia nelle cofe da trattare trovia-
mo, delle quali ad altre ptà, ad altre mcn lungo corfo di parole fia richie-
fio. E, benché limpià lunga delle CanTfiui, che fi leggono di Dante, fia di
fette fianxe , e del Petrarca di otto ; nondimeno la materia imprefa da
me nella Canztpne ,
Padre del Ciel , che tutto muovi, c reggi .
mi parve , che non men di dodici ne richiedejje ; nè men di quattordici
Come tutta la 9"^^ » nell' Epitalamio . Nè ragionevolmente mi s'opporrd ,
materia li Hrio- che 'I Petrarca , non poffendo in una Cauzione di grandezizia dicevole di-
ge 111 unaCan- fe tutto quel , che imprefo avea de' begli occhi a ragionare ; in tre leg-
vo'/tVjirpiu giadramente il trattò: perciocché era materia , che volendone igli ragio-
nare , come ne ragionò , non che ’n tre ; ma in pià Cauzioni ancora fen-
Zia dubbio trattar fi potea : conciò fia eh' egli confumi non poco in far
proem), e digrejfioni, per fare pià bella, e pià grande la fua fabrica . Nè
tacerò , che tutta quella materia firinger non fi foffe potuta in una Cau-
zione di conveniente lunghezi^a. E con tutto nò non è cofa nel Canzionie-
re'di lui', della quale più volte , e in più parti non fi ragioni : percioc-
ché pativa , ch't ragiouarfcne fi partiffe , c in pià luoghi, e molto , e
varia-
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LIBRO TERZO.’
variamente fé ne fcriveffe . Ma nè quella materia, ch'io p'rcft a trattare', che la molcaJi
foflcnca, che aò di lei fi faceffe', nè anche il luo”o, e ’l tempo, di che non lungheaaa delle
poco riguardo averfi conviene, il concedeva : conciò [offe cofa che io non ^
eveffi ithprefo a comporne libri . E, fc per non dar no')a a' lettori, o pure
agli Uditori, effer non dee molto lunga la Canxpnc', più fia nojofa la ma-
teria trattata in tre Cannoni infume, che in ma. E, fe la divifione fatta
in tre opera, che men di no)a fe ne fenta-, la partigione delle flanree dimi-
nuifee l'offefa , che prenderfene potrebbe , Nè certo, al parer mio,dodici. Chela piu Itm-
nè quindici fialide trapajjano il fine della Can^^one : perciocché leggendo
voi Capere de' Linci antichi, a' quali più, che agli altri la mente dirit^- j,e . ’ ,
a^.ir debbiamo , troverete fovente le Cannoni di Pindaro cinque volte in P/ndaro ;
tre partite : e C Epitalamio di Catullo di quaranta fette volte -, ancorché Catullo.
tre di loro non vaglian più , che una delle fiamme , nelle quali fi dividon
le Cannoni de' noflri. Ber. Di quante fianTg trovate la più breve ì Min. che la più brieip
Io non negherò,cb’iffer non poffa di una fola, fe’l foggetto più non ne ri- veCanaonepiid
chieggta . Ma la più breve , che ne' Cannonieri de’ noflri mi fi fia fatta * **
leggere , è quella di Dante ,
Quantunque volte laflb mi rimembra ,
la quaCè di dueflanxe. EtK.Siaci adunque lecito di flare infra qiiefli ter-
tuini -,e, fecondo che Cimprefa materia richiederà ,far brieve , o lunga
la Cattinone ; con aver fempre cura di non effer nojofo all'Uditore, o pure
a quel , che legge . Ma di quanti ver fi farà la fianca J Min. Non più di Dì quanti verfi
venti le ne diede il Petrarca nella Cannone , ^ *
IMel dolce tempo .
nè più di ventuno Dante in quefla ,
Duglia mi reca .
nè più di ventidue Dance da Magano in quella
Laflb merzè chcrere ,
Ma ritener noi volendo i numeri , i quali abbiam dimofltato , che alla ntimeiì
Fronte , cd alla Sirima fi concedono -, fc l'ima e l'altra di due fettenar)
compomffmo , di ver fi ventotto la fìan:^i faremmo : fe di due fenarj, e neJJa Sirima,
di ventiquattro . E , quanto piùfofje l'una e l’altra ripetila , tanto più
lunga quejìa diverrebbe . Laonde l'allegata Cam^one di Dante da Ma}a-
no , (perciocché la Fronte è triplicata in lei ,e la Sirima doppia ) crebbe
più dell' altre . Nondimeno io direi, che quei numeri non fi fono ricevuti. Che ! mimeri
perchè i più grandi di loro effer debban nell'una e nell' altra parte ripeti-
ti : ma janpre loro co' minori accompagnarci . E , s'io di loro ah uno in s’ accotnpagni-
una delle due parti raddoppiaffi , farei l'altra femplice d'un di loroficffi ; uoco’miaon,
0 pur d'un de’ minori-, e, je pur la ripttcffi,non più di due coppie, o di due -
G g tcr-
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DELLA POETICA TOSCANA
Chela Rintani, terzetti, o di due quartetti il pi A le darei. E, perciocché non truovoflan^
non ha meno di ^ aver meno di nove , da queflo numero falendo rade volte giungerci a
trapa/farei ventiquattro . Z)/ verfi nove è la fianca nella
' Cannone del Petrarca ,
S’L‘l difli mai .
£ in quella di M. Cino »
La dolce villa , e ’I bel guardo foave ,
Che la flania-» E , benché fi legga ancora di dieci , di undici , di dodici , di tredici , di
cOTUiialmenteè qif^ttordici » di quindici, di fedici, di dicifette,di diciatto , e di dicinove^
d> I J. ti> 0 t6. comunalmente di quattordici, o di quindici, o di fidici la tro-
ucrcte . Bs*. Poiché compiutamente delle Canzoni , le cui flanze fono
divife , già sé trattato ; di quelle ancora , che t hanno continue , fate ,
Delle Canrofli, che vi udiamo ragionare . Mm. Comune a tutte le Canzoni di quefto mo-
le cui danze ib- do é , che la prima flanza fi teffa di verfi , che tra loro non abbian foii-
IVranfere fonanza alcuna . Ma poi la corrifpondenza delP altre fianze con lei , ha
Della Drima-, differenza , che due maniere ne genera . La prima in ciafeun' al-
manieia , dove tra flanza ha le rime rifpondenti a quelle della prima con ordine diritto ,
alla prima (I m- qualità, e nella quantità , come nel concento ; e nella terza fitl-
l'^lrVc dSca- laba ogni quarto , e m ila quinta ogni fiflo verfo con armonia accampa-
ireiue . gna r di che efemplo vi fta la Canzone ,
CaSe“, Sf » f^nguignt , ofeuri , o perii ,
panni , la quat iion ha più , nè meno dì otto fianze intere ; e ciafeuna di fette
sni , a/curi , a ^crfi,che tutti fono di undici fiUabc,altro che'lfccondo,c l'ultimo, i qua-
JiTniiciodi det- li fono difetto . Aggiunge fi a quefle la finale di due foli, che nelle con fo-
ia Onione . nanze,e nella quantità delle fillabc rijpondono agli ultimi due verfi dell'
Che fi tratti in altre flanze dirittamente . ^anto in quella fi tratta , tutto è in laude
detta Canzone, itW amata Donna , con belle comparazioni , e con leggiadre metafore,
e con vaghe figure di parlare ; ma non fenza ordine ofeuro, né fenza in-
^ * viluppo di parole duramente teffiite , che a tal maniera di rime fi conce-
de . E, s'èvertù, che fi fippia talvolta la teffituradel dire acconciamen-
te ofeurare , fecondo che quel maeflro antico a ftioi difccpoli comandava,
rKo'mifj» dicendo ', e' mi par , che fia propia di quefla Canzone ► L’or-
dine adunque delle rime ripctite dimoflrifi con quefle lettere , sì che fe
Della Sediin_i, fia la prima flanza abc/,deffg', la feconda , e tutte l' altre filmili
ch’è la feconda pif„ ddle rnedefime rime , ma con altre voci , a b c /, d e ffg ; la
fon tdé fif^ele fg . Dell' altra maniera avete Pefemplo in quella del medcfimi»
oblzliquameiice. Poeta ,
A qualunque animale alberga in terra .
L’Artificio del- £ in altre non poefie , le quali ban tutte le flanze di un fenario di verfi
la Scdiua . ‘ ' " intc-
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LIBRO TERZO. a>y
interi f altro che la fce^a]a, di cui farleretn poi» E quelt ultime voci jìef-
fe, che fono in una fianca, fono anche neW altra con ordine obbliquo ripen-
tite: perciocché il primo verfo della ftanxa, che fegue, nel fine ripiglia la
final particella delt ultimo, e feflo di quella , che le va innanzi e'I /c-
fondo del primo; e ’l ter^fi del prcjfimo alt ultimo ;e'l quarto del fecon~
do*, t 7 quinto del quarto; e 7 feflo del ter^o in queflo moda. Sia la pri-
ma ftan%a , ab c d e f , La feconda ,f a e b d c . E come la fianca ha il Che la Sefli'nt
Senario de' verft; così la Canr^one ha il Senario delle flan\e, il quale tal- vm}}**^'**
volta fi radoppia ? fuome in quella , me di ftani:t>,
Mia benigna furruna > e ’l viver lieto . ne premi*
£ fìimo, che più volte ripeter fi potrebbe. Ma infin' a qui più d'uno voi- * ’
ta ripetito non fi truova, credo sì per la malagevolcT^a della compofixio-
»e , e jì per fuggir la noja, che 7 ripeter troppo le medefime voci appor-
tarebbe . Laonde ragionevolmente Sedina é chiamata . Aggiungevtfi ul- Stanra finale dì
timemente la fi\xa)a di tre ver fi interi , ne' quali a due per verfo, Luna , 'e^t’te 1°T
al fine , e l'altra in qiialurque parte può ejfere accento , [ultime fei voti tinìel^'v^
fieffe , convien , che fi ripiglino . L'acci nto effer può innanxi olla ter^a
fillaba , innan%i alla quarta , innanzi alla quinta , innanzi alla fettima,
innanxi all' ottava , e innanzi alla nona . Ma ben verrà poi , dove par-
lar degU accenti, fen^a i quali il verfo ogni fua grafia perde, ne conven-
ga . E , benché nel ripeter [ultime fei voti in lei non foto un modo fi fer- Vari modi dì
vi, pure il più ufato é di quelV ordine obbliquo, il qual moflrata v'abbia- ripigliar l’iiltì-
mo aver la ftanxa feguente con quella, che le va innanxi. Ma , per tbia- gif iiItirS*^trt^
rexXd di quel , che io dico , non lafcerò di fignificarvi con lettere i varj verfi.
modi , che vi fi tengono in ripigliarle . Sia per efemplo [ultima delie fei
flange, abedef. L'ufato modo di ripeterle negli ultimi tre verfi farà
queflo, f ale b i de . Oltre al quale altri ancora ne fono,comc nelle fiflinc.
del Petrarca, e di I>ante,e nelle mie fi troveranno.il primo, f a le b \ c dì.
Il fecondo, f a l b d l e c . Il terxo,f «Indice.// quarto,bf\ e a\dc.
Jl quinto, aflbclde. Il feflo, fblaeldc.il fettimo, f al e c \ d b.
Ma fen^a dubbio altri più farne ancora potreflc. E, chi cercaffe le forme,
nelle quali f ofjon tra loro convenire brenta prima ne trovarebbe moltipli-
cando cinque per fei . .^efle poi variando , di quante maniere fi pujfon
variare, infinite ne farebbe . Fu alcuno degli antichi, il quale nella Itan- Mo»lo antico
X* finale non ripigliò delle fei , fe non tre voci : nè due per ogni verfo ; »
delle fei
voci non fon ri-
petite , fe non
della qual vi recherò innauxi l'ultima flan%a intera, e li tre "^erfi fi-
Mali, ^ '
ma una fola nel fine , come veder potete in quella Seflina
Amor mi mena tal fiata a l’ombra >
Gg 2
Quan-
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Scania ultima
incela .
Tre Verfi finali.
Altro efemplo.
Qiaii efterdeb-
ban riiltime vo-
ci della Seliiiia,
Che l’tiltimsLj
Voce fi muta ni
altra delle me-
d.-fime fillaóe^,
benché lade-ji
voice .
Che I’iilcimi_i
voce talora mu-
ta fignificaco .
ij(S DELLA POETICA TOSCANA 1
Quantunque io fia intra montagne, e colli , '
Non m’abbandona Amor; ma tiemrai verde ,
Come tenclTe mai ncun per Donna : -
Che non fi vide mai incaglio in pietra ,
Nè alcuna figura , o color d’herba ,
Che bel pofl'a veder , come fua ombra . _
Così m’appaga Amor , eh’ io vivo a l’ombra
D’aver gioja > e piacer di quella Donna ,
Che ’n cella mefla m’ha ghirlanda d’herba .’
Delle mcdcfme voci un' altra Sejìina della medefma miniera intorno al
mede fimo foretto , nel mede/imo luovo teffuta troverete , la qual co-
mincia t
Gran nobiltà mi par vedere a l’ombra ,
e par, che nè l'una nè l'altra fi fappia partire dalle voci flejfe, che Dan-_
te usò in quella Sefìina ,
Al poco giorno , ed al gran cerchio d’ombra .
Bsr. .f^ati faranno qtiefle ultime voci ì Min. Belle, vaghe, leggiadre^
rotonde , fonorc ; e nomi pià toflo , che verbi ; e di foflan'^^a ptà lofio,
che aggiunti', e di due ftllabe . Come che in quella feftina del Petrarca,
Mia benigna fortuna , e ’l viver lieto ,
una fola voce fta di nome aggiunto', e due in quefla , ^
Anzi tre d) creata era alma in parte .
E’/ nome divenga avverbio nella medeftma Cangone', e verbo di tre fil-
labe , il quale , perchè comincia da vocale , e come , fefofje di due , in
quella ,
Giovane Donna fotto un verde Lauro ,
ove di Riva fi fa Arriva : ftcome nell altra di Parte , A parte a par-
te . E in quefla di Dante ,
Al poco giorno , ed al gran cerchio d’ombra ,
il nome di foflantivo diventi aggiunto : perciocché avendo egli detto, il
Verde, dice poi Foglia Verde , e Legno Verde . Ma io fimo, che cia-
feuno di noi fi debba attenere a quel, che piti s'ufa, e chiaro fi vede, che
a' più eccellenti fcrittori più piacque . Nè tacerò , che , benché l'ultima |
voce in altra delle mede fi me ftllabe non fi muti , fe no» , come s'è detto,
rade volte ; non però talora non muta fignijìcato : perciocché nella Se-,
fiina ,
A la dolce ombra de le belle frondi ,
la voce frondi altro fignifica nel prima verfo ; ed altro in quello ,
£ quando a terra fon fparte le frondi ,
ed
\
’ - 1
I
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LIBRO TERZO. ’
td Mitro in (fueflo >
E di far frutto , non pur Bori , c frondi .
B«R« Che fi defcrive nelle Sefiine ì Mis. falche fiito del viver nofiro Materia di Se-
alle umane pafjìoni, ed agli accidenti della fortuna [oggetto ; come veder ftina .
potrete in quelle , che H Petrarca ne fcrijfe . Benché io non nieghi y che
non vi fi poffa dcfcrivere così la beata, e tranquilla vita , come la peno-
fa , ed afflitta ; ed altra materia ancora . Ber. Come fi defcrive ì Min. Modo , e via da
Con allegorie , con metafore , c con dicevoli compara%ioni : ficome aper» «"«‘■e nella Se-
tamente ci fi moflra nelle Can%<ini di qtiefta maniera dello fieffo Petrarca, '
e fpecialmente nell’ allegata ,
A la dolce ombra de le belle frondi
E in quelle ,
Chi è fermato di menar fua vita I
Anzi tre di creata era alma in parte .'
L’acre gravato , e l’importuna nebbia ;
Non ha tant’ animali il mar fra Tonde .
E in quefle mie ,
Non ha tant’ herbe in qualche verde prato .
A la dolce ombra de la nobil pianta .
Al dolce fuon del mormorar de Tonde .
1 chiari giorni , e le tranquille notti . ,
Qi^ai’ animai di si contrarie tempre .
Ber. J^tal fard lo flile ì Min. Non [ecco, ma fiorite^ non afpro,ttìa pia~ Qual fia loftile
ccvole ; non enfiato , ma pieno ; e con parole elette, e foavi , ordite chia- della Seftiua,
ramente , e vagamente teffute. Di che l'allegate, e taltre ancora Sefiine
efcmplo vi faranno . Ber. Infin' a qui ho voluto differire il dimandarvi
della Canrone , ^al maniera
Mai' non vb pih cantar , com’ io folcva , S
avvifando, quella effer nella compofigione differente dalle altre: percioe- taatar .
chè il Reverendifs. Bembo , lume chiarijftmo di quefla lingua, rifponden- Opinione del
do a M. Felice T rofimo Arcivefeovo T catino , nel numero delle Frottole Bembo .
par , che la ponga ; tenendo egli , eh' ella fia fatta per fare una Can%p^
ne tutta di proverbj , fen%a dar loro alcun propio [oggetto , altro che ,
conf egli dice ,- 1' adunanr^a di loro medrfima raccolta d" ogni maniera
di motteggio , e di fcntenxa , che a guifa di proverbio dir fi poffa . La
qual cofa , dice egli , eh' era in ufo a quei tempi , e chiamavanfi Frot-
tole cotali Cannoni . Nelle quali ben poteva il Compofitore fpargere ,
e intramcttcrc qualche motto ad alcun propofito del fuo flato ; ma non
tutti ; che ciò ngn era ilfcgno f a cui il fuo penfiero fi diri'ttp’affc : ma,
tra
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1^8- DELLA POETICA TOSCANA
tra di coTUpor la Frottola di qualunque mtfcolanxa di cofe , che ben gli
venijfero a dirft motteggiando : perciocché egli dite , che 7 Petrarca ne
fece un’ altra pur di provcrb) , ma più volgarmente ragunati,e più alla
guifa di quelle degli altri y che ne componevano , E thiamolla Frottola
egli ftejfo altresì . La qual Cannone non piacendogli, come F altre fue pia»
covano ^ e non la /limando egli degna di /ìar con quelle , fece poi que/ìa,
la quaC egli ( perciocch' ella era più gravemente , e più leggiadramente
tej/uta ) volle , che fi legge/fe > e rimaneffe net fuo Canxpniere . Or eba
Opinione JcU’ perjhna di tanta autorità , e sì riputata da tutti.
Autore, degno i più toflo fi ceda , che fi contraili . Né certamente fi può negare ,
che quella Coninone , la qual’ egli fcrive cjfergli venuta alle mani , tolta
d'un libro antico non correttamente fcritto , non chiamaj/e Frottola il
" Petrarca, fé 7 Petrarca fu , chi la compofe , dicendo egli ,
Troppo forte s'allunga
Frottola col fuon chioccio .
Ma non v’affermerò , né anche vi negherò effer cotale quejia , della qual
mi dimandate . Né condefeendo volentieri a credere , ch’ella non abbia
altro propio foggetto , che una radunanza di motti in guifa di proverò} .
OefuaUo, epe- ”** Gefualdo affai chiaramente abbia dimofirato,
n dell’ Autore poterfi tutti quei motti ad una fieff'a materia dicevolmente adattare, E ,
fopra il Pctra> alcuno ve n'é , che adagtarvifì convenevolmente non poffa , a Jludio
fatto tener debbiamo , per ofeurare lo intendimento della Camtfine così ,
come fi fa da coloro , che ferivano in cifera ; che tra quelle note, le qua~
li fignifeano , per effer meno intefi , ne fpargono , e intramittono alcu-
' Frottola feiiia niuno fignificato , Ma , benché in quei tempi le Frottole , così com’
legge • egli fcrive , fi componeffero , ( perciocché di loro non altra n’é venuta a
mia notiXfa , che quella attribuita al Petrarca , la qual comincia ,
Di rider’ ho gran voglia )
Soggetto di però mi fi fa credere , che tutte a quello fegno , dico a radunar fola-
Fiouok . mente proverbi , fi dirigi^ffcro , né altro foggetto avtffcro : perciocché
in altra età dappoi fe ne Jon fatte non poche j né certo ignude di leggia-
dria j nelle quali non di motteggio , ma d’altro foggetto matiria propia
troviamo . Ma per dirvi di quella ,
Di rider’ ho gran voglia , <. i
Canrone libera, »» ”on veggio legame di compofìxjone altro, che di rima, né divifionc
e fciolu . alcuna ; ma un dir continuato feh7,a certa legge , onde por fi può nel nu-
mero delle Canr^oni libere, e fcioUe, che com' ho detto, da' Greci fi chia-
mano « wsKtXwjui’n . Non così vi dirò di qiiefla ,
hiai non vb piii cantar , com' io lukva ,
la
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Y
I
LIBRO TERZOi
U. qu*k per efler piena di artificio , e molto matflrevole ] né Pronte doo-
pia , né Sirima femplice mancarle ; io chiamerò CanTone di fianxe divife
più toflo , che Frottola : conciojjiacofacb' ella fta divi fa in lìawze , e eia-
[cuna di tiHclie in Fronte di due ter%etti ; e Sirima di un quinario , e di
un quartetto; e fieno in lei tutti li verfi d'undici fillabe, altro che un del
quinario , ed un altro del quartetto della Sirima ; né altro del fìmilc con
quefla abbia quell" altra nella compofi^ione , che la ripercoffa della rima:
perciocché in quefla alF ultima voce del verfo d'undici , che va innan-
zi , s’accorda nel me^x» H "oerfo d’altrettante fillabe, che fegue per tut-
ta la fianca > fe non il primo verfo del fecondo terzetto della Fronte , il
qual dirittamente al primo del primo rifponde nel mexxp r e nel fine ; fi-
come anco il fecondo al fecondo^ e 7 terzo al terzo » e nella Sirima quel-
li f a' quali vanno innanzi U verfi di fette ; e ’l fecondo del quartetto
nel fine folamente agli- altri s' accordano . E , benché ninna flanza con
l’altra abbia corrifpondenza alcuna ne' verfi ; pure il primo della feguen-
te nel mezzo ripercote la rima finale dtll’ulnmo di quella , che le va in-
nanzi . May per chiarezza maggiore di quefto artificio , a leggervene da»
rò la prima flanza con le figure p che dinotino le confonanze , come h»
fatto nell' altre Canzoni p
Mai non vb più cantar , com’ io (blcva ;■
Ch'altrui non m'intendeva .• ond’ ebbi feorno.
E puolTt in bel foggiorno eflìer molcAo .
11 Tempre foTpirar nulla rileva ..
Gii su per l'alpi neva d'ogn’ intorno ;
£d è gii predo al giorno : ond' io fon dcAo.
Un* atto dolceoneOo è gentil coTa.
£ in Donna amorofa ancor m'aggrada ,
Che ’n viAa vada altera > e dlTdcgnofa p
Non fuperba ,^e ritrofa ^
Amor regge Tuo imperio fenza fpada .■
Chi Tmarnt'ha la Arada , torni indietro .
Chi non ha albergo , pofìA in fui verde .■
Chi non ha TaurO', o'I perde r
Spenga la fete Tua con un bel verro ..
I diè in. guardia a San Pietro ; or non più- , nb l
Né lafcerò di farvi accorti che la ripercoffa della rima in tutti quei p
ne" quali fi truova ,• fi fa nella fettima ftllaba altro , che nel terzo della
Sitima y ove fi fa nella quinta . Ber. kbbondevolmente , e chiaramen-
te ^ H quanto nella Canzpnc é^richieflo y ragionato ci avete ; attendia-
a b
b e
c d
rir
b c
c d
* /
/ «
e
f S
b
b
S
Artificio della
CaoUMie delPe*
trarca ,
Mai non firn
cantibr •
Fronte doppia.
Siilnia femplice
Di fette fillabe..
Di fette fillabe.
Il primo veri»
della legucutf..
nto>
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240 DELLA POETICA TOSCANA
bd Sonetto, wo } che dell' altre compoftxionì ; e prima del Sonetto ne 'nfegniate queì^
Che cofa fia il faperfene conviene. Che co fa è dunque il Sonetto ì Mis.Compofiti^ioHe
Sonetto f grave, e leggiadra di parole con armonia di rime, e con mifura.di fillabo,
tcjjute fotta certo numero di verfi , e fatto certo ordine Imitata . Ber.'
yldunqtic voi non ajfomigliate il Sonetto a quel , che i Greci , e li Lati-
Diffèrciiya tra il «' chiamano Epigramma .* Min. credo, che da lui fia molto diffe-
Soi;ctto,el*Ei)i- rtnte : perciocché l’Epigramma £ particella deW Epica Poefta , il Sonct-
gramira , delta Melica : ficome per lo nome jleffo vi fi dà a conofeere: conciojfia-
cofachè così dal fuono il Sonetto , come dal canto la Canxpne fi dica ; nè
altro fia il fuono , che canto . Onde , chi tal nome gli diede , nuli' altro
Eilirologla del ^ leggiadrctto canto fignificare . Nè , perchè la voce
Sonetto . fia diminutiva , baffcijfl alcuna difiile fe ne dinota ; ma ri ben Icggia^
ària e vaghe7X<t > fen\a la quale quefla compofii^tone fpecialmente è nul-
la , 0 poco vale : ficome lufingando diciamo , animetea mia , fratello
mio 5 non per diminuimento , ma più tojlo per accrefeimento della no-
flra verfo altrui benivolen%a , e de' vec^i , eh' altrui facciamo . Oltre
a ciò nell' Epigramma nè vaghe'i^'i^a , nè leggiadria di compofit^ione fi ri-
chiede ; ma agute^xa di motteggio, o di fenten^a . Nel Sonetto con le pa-
role elette , c vagamente, e leggiadramente ordite , e compofte or gra-
ve , or aguto , or dolce fentimcnto . Nelt Epigramma non fi preferivo
certo numero di verfi , quantunque s'egli n’ha più di due, o di quattro ,
Elegia più toflo fi debba chiamare , Nel Sonetto è determinato il fine ,
SomielianM tra H qn<tl non fi può trapajfare . Nè , perciocché la materia , che in lui fi
il Sonetto I e la tratta , fi può riflringere in pochi verfi , non è fintile al foggetto delle
Canzone t Canxoni divife in fianxf : perciocché il Petrarca in quel Sonetto ,
Il fuccdTor di Carlo , che la chioma .
1 Nellpggetto. f chcftringa ciò , che lungamente trattò nella Camene ,
O afpettata in Ciel beata , c bella .
Nè fimite non è quel , che fi tocca nel Sonetto ,
Laura cclclle , che ’n quel verde lauro ,
a quel , che fi flende nella Sefiina ,
Giovane Donna lotto un verde lauro.
nè di foggetto men grave fono quei Sonetti ,
Vinfc Annibai , e non ìeppc ufar poi.
L’afpcttata vcnìi , che ’n voi boriva .
che la Cannone ,
Spirto gentil , che quelle membra reggi .
Molti Sonetti ancora cominciano da quelle voci , dalle quali fi dà princi-
pio alle Cannoni . Comincia una Canr^onc del Petrarca , -,
' Spino
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libro terzo.
spirto gentil .
Comincia altresì un Sonetto i
Spirto felice .
Cominciano altre Canxfini da qitefU voci ,
Solca da la fontana .
SI è debile il filo .
Quando il foave mio .
^al più divcrfa , c nova
Poi che per mio deflino .
Mei dolce tempo .
LalTu me f ch*i non so à
Gentil mia Donna io vcpgio '
Che debb’ io far ? 6s •
T. /, ch’i torni.
Snir/rff 7' altresì quelli Sonetti ,
Soican nel mio cor .
Solca lontana .
SI traviato.
Quando il Sol bagna .
Qual donna attende .
Poi che mia fpeme è lunga a venir troppo ;
Foi che 1 cammin m'i chiufo di mercede ,
Me 1 età Aia pifi bella
LalTo ben so ^ '
Lallo , che mal’ accorto
Donna , che lieta .
Che fai > che penfi i
Amor , che vedi .
Amor , che meco al buon tempo ti flavi
acciocché vediate , quanto nella telfitura delle parole fien fmili tra loro
Per far una leggiadra Aia vendetta .
£ia 1 giorno , ch’ai Sol A fcoloraro .
J*rega in qiuflo ,
Padre del Ciel, dopo i perduti giorni . \
Conforta in quello ,
Hh La
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i4i DELLA POETICA TOSCANA
La gola , c ’l fonno > c Toziofc piume .
Lauda in qncfìo »
Quand’ io movo i fofpiri a chiamar voi .
Biafma in quelli or tolti del Cannoniere ,
Fontana di dolore , albergo d’ira. S
L'avara Babilonia ha colmo il Tacco . E
Fiamma dal Ciel su le tue treccie piova ^
Si difeonforta in queflo ,
Amor t natura , e la bell’ alma umile .
Come il fine-i t^^do , fia , ehi creda , che la intensione dell" Epigramma fi dirin^f
deir Èpigram- a queflo fegno . E, fe pur lauda, o biafma , intende di farlo con acuteg-
le da' quéuo ‘ ornamenti del parlare , che tal materia
SooeuQ . richiederebbe . Laonde il fin di lui non il laudare, overo il biaftmare fa-
ri i ma il dar laude, o biaftmo acutamente . Ni perb nego, che 7 Sonetto
nella materia non fta talvolta ftmile alP Epigramma ; ma sì ben dico ,
che nel trattarla tiene altro modo, ed altro fìile. Di che certamente con-
vien , che abbiano cura coloro , a cui diletta di fcrivere Sonetti intorno
a cofe paflorali : per ciocchi di Teocrito e di Mofeo trovano paflorali
Epigrammi , Ber. Sia dunque il Sonetto compofixion grave, e leggiadra»
di parole con armonia di rime , e con mjfura di ftllabe , ordinatamente,
e limitatamente teffutr, ma, perciocchi in quello non fari differente dal-
Dffltrenia tra la Cansone , dichiaratecene la difcrcnsa . Min. La prima diffcrenxa i,
h Caiizoue)e ’l cfje , balchi la materia , della qual tratta il Sonetto , fa talvolta grave
ooiteuo . ^ illuflre , come quella della Canxpne ; nondimen^quefli non la dilata :
ni per adornarla, altre cofe porta di fuori ; ma di tutte quelle ricchexse
la vefle, che può per fe fteffa in picciol corpo ricevere . ,^ella con eroi-
ca prerogativa di varie digreffioni la fa pii* ricca, e grande ; e da diver-
fe parti reca pellegrini ornamenti, per accrefcerle macfli , e leggiadria :
altra che le dà fpagio, nel qual poffa ella crefeere , e fendere le membra.
Poi quel , che fegue della diffinigione ,fa queflo da quella differire : cor*-
cioffìMofachi ni alla Cangone certo numero di flange,nè alla flanga cer-
ta quantità di rime fi preferiva ; ma il Sonetto aver non poffa pii , ni
meno di quattordici verfi . Ber. O quei Sonetti di Dante ,
O voi , che per la via d'Amor partate .
Morte villana , e di pietà nemica .
non fono di due fenarj , e di due quartetti ì Min. Certo sì : ma io parla
di quefla maniera di Sonetti , la quaC è in ufo : perciocché quella , che
m'allegate ; e Coltro ancora , delle quali poi ragioneremo , come che
a Dante , ed agli altri di quei tempi piaceffero , nondimeno fi fono poi
fatte
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LIBRO TERZO, i4j
fatte antiche ; é dal Petrarca , e dagli altri Poeti , che dopo lui fono flati
in pregio , fi tafciarono y come ejuelle , a cui manca quella vaghe^z^j^a , e
leggiadria > che al Sonetto fi richiede , Ber. qucfla ufata maniera di
Sonetti quante, e quali parti fi danno! Min. j^iante, e quali fe ne dan-
no a ciafcuna flanxa della Canzone’, dico la Fronte ,e la Sirima doppia:
nè mi par, che quefli nomi fi debbano in lui cangiare: conciofliacofacbè 7
Sonetto altro non fia , che una flanxa di due quartetti, e di due terzetti:
peraocchè , benché laflanza le più volte abbia f una parte doppia , e
t altra fempltce j non però le fi toglie , che l'una e l’altra doppia aver
non pojfa. hax.^ial maniera di compofìzion Lirica in lui trovate! Min.
^^l'altra, fe non quella, che fi fa con la fomiglianza, ed egualità delle
parti ; conciofftacofachè così la Fronte , come la Sirima fia ripetila . Il
che non è altro , cb'ejfer compofla di due parti ; eioé , di Folta , e di Ri-
volta, fimili ed eguali nel numero, e nella mifura de' verft, eoi concento
delle rime. ^xx.Ji^àli fono le due parti della Fronte ì Min. 1 due quar-
tetti. fisR.j^anfr fono le'rime, onde in loro nafeon le confonanze! Min.
Due e ciafcuna di quattro verft . Ber. Con qual’ ordine fi rifpondono J
Min. Or per diritto,or per obbliquo', e certo in più modi. Sien le due ri-
me de’ due quartetti, ab ,de' quali il primo fuole ordinarfl , o per obbli-
quo, qual' è, abbaco per diritto, qual'i, a b ab . S’egli s' ordina per di-
ritto, il fecondo a lui fuole aecordarfi in quattri modi’, de’ quali il primo
fard ,abab,e‘l troverete nel Sonetto del Petrarca ,
Pace non trovo, c non ho da far guerra .
Il fecondo , b a b a ,ìl qual fi vede in quello ,
In tale Stella due begli occhi vidi .
Il terzo ,b a ab , e'I vedrete in queflo ,
Kon dall’ Ifpano Ibcro all’ Indo Idafpe ^
Il quarto ,ab b a ,del quale non ho da mofìrarvi efemplo altrove > che
nel mio Canzoniere, ov’ è di tal guifa il Sonetto ,
L’ardente fuoco , che nel primo alTalto .
Fia fe ’J primo quartetto s’ordina per obbliquo , il fecondo in altrettanti
modi fi può variare. De’ quali il primo fard , a b b a, ed è il più ufitato ,
Il fecondo, baa b. Il terzo, bah a. Il quarto, a b a b. Del primo tutti
a Canzonieri fono pieni. Del fecondo flavi efemplo nel mio, quel SonettOt
Biuova armonia del Cicl , nuova Sirena .
Del terzo queflo ,
Re degli altri fuperbo , c ’nvitto augello .
Del quarto quello ,
Vaghi augelletti , che per bel coftumc .
H h z Bbiu
Le parti dd S**
netto .
I Fronte,
R Su ima .
Che le pini
del Sonetto Co-
no compoKe di
Voltale di Ki-
volta, limili, C(1
eguali .
Fronte di due...
Quartetti, con
due Rime fola-
mente .
Come, e in quà-
ti modi s’ ac-
cordino i Qual•^
tetti .
Per diritto ,
Per obbliquo.
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244 DELLA POETICA TOSCANA
Altri moJI dì Bit-Potrebbonfi in altre guife variare i quartetti ? M»n. Certo sì:
variare i Quar- in altre non poche, tra le quali è quella, che usò M.Cino, abbb.baaa.
nel Sonetto,
L'anima mia vilmente sbigottita •
Dell' altre , ancorché non mi fowenga , ove efemplo darvene io poffa^
non però lafcerò di mojìrarvene alquante:per ciocchi t quartetti fi potreb-
bero formare in qtiefle altre maniere, aaaa,bbbb, Ed,a b a b . kb a a.
Ed, ab ab . aab b. Ed, a b b a. a ab b. Ed, abba.bbaa. Etn altre
Sirlma di due-* ancora . Ber.^wc/ì fono le due parti della Sirima ì Min. 1 due terzetti,
Teraetti con_i fono le rime,dalle quali in loro nafee il concento ì Min. Or
due, otre Rime, ^ ^ Ber. Con qual’ ordine s'accordano i terzetti ? Min. Or per
Come.e in qui- diritto, or per obbliquo in varie guife . Sien le due rime ,ab,Di quelle
ditw i ^ le confonani^e de'ter'Z^tti in diverfi modi, quali fono quefU,a b a.
di due Rime, b ab . come vedete nel Sonetto ,
Rcal natura , angelico intelletto .
ah a, ab a, ficome in quello ,
Quand’ io movo i fofpiri a chiamar voi .
ab b . b a a . ftcome in quefìo ,
Quando fra l’altre donne ad ora ad ora .
aab . b b a . ftcome in quel mio ,
Da' pili bei lumi ,,^che iì vider mai •
10 ricorro al mio Canxpntere , quando di quel,ch'io propongo,in alcun degli
antichi efemplo non ritrovo .abb.abb, ficomc in queflo di M, Cino,
Oimè , ch'io veggio, ch’una Donna viene .
a b a . a b b . ficomc in quello del Cavalcanti ,
Deh , fpirti mici , quando voi mi vedete *
Oltre a quefti modi fono altri ancora, quali farebbero, abb . ab a . Ed,
a a b • b a b , de' quali al prefente non mi fowiene , ove efemplo dar vi
Modi d'accor- poffa.JihK.P'cggiamo i modi delle Confonan%f,quando fono tre rimeì Min.
dare i Terzetti £ quelli ancora fono molti.Sien le tre rime, abc. Il prtmo,e 'I più comu-
i tre Rime . a b c . a b c . il qual'è nel Sonetto del Petrarca , ,
Padre del Cicl , dopo i perduti giorni .
11 fecondo ,abc.bac.il quali in quello ,
1 begli occhi , ond’ io fui ferito in guifa .'
Ed è fpeffe volte tifato da quel medefimo Poeta . Il ter^p ,abc.cbal
. il qual' è in quello ,
Piìi volte Amor m’avca gik detto , ferivi .
Il quarto , a b c . b c a , il quat è in quello ,
Cosi pocefs’ io ben chiudere in verfi .
Il
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LIBRO TERZO.' 14?
'Jl ^uin*f) b b, ac e . e fi truova in quel Sonettó dì Dante ]
Sì lungamente in 'ha tenuto Amore .
Sono altri modi ancora , de' quali parecchi vedrete nel mio Cannoniere: Altri modi di
quaCè ^a b c .c ab. nel Sonetto « Tcitetti ,
A qualunque l'andar gi^ dolfe unquanco .
JEd tabe. acb. in quello t
Anima bella.^ che *1 bel petto reggi
’^d t o b a . c b c . in queflo ,
L’almo fplendor , che non deriva altronde .
£ in molti altri : perciocché molto a me è piaciuto d'ufarlo fovtnte • Ed
aba.ccb.in quello t
Stette il Signor nel mezzo de’ fratelli .
£d , a b a . b c c . in queflo ,
Donna , che di beltà ne vai tant' alta
£d t a ab . c b c .in queflo t
Poi che la vodra angelica bel tade
Ber. a che tante maniere di quartetti , e di terzetti J Or non dovea il Perche
Sonetto di una, 0 di due contentarfi 3 Min. Non certo , fe la varietà di~
letta, ed è propia del Melico, la quale ufar non poffendo i noflri ne'verfi, to ,
ufaronla ne' modi d'accordar le rime , Di che anche avviene , ch'ejfendo
fìretto legame la confonan%a , per quefla libertà di patere il modo in lei
variare, non vi coflringa a dir quel,che per avventura men vi piacereb^
he. effer debbon le rime de' terseti, fìmili, 0 dijfimili a quel- Che le rime de*
le de' quartetti ì ÌAvu.NcI Cannoniere del Petrarca fempre fono differen- fièti'aicre
ti', e quefla differen':^ è molto in ufo . Ma de' pià antichi fu bene alcuno, da quell^ de*
che talvolta a' terrtetti non diede altre rime da quelle due, che date avea Quartetti.
a' quartetti , come fece Onefio Bolognefe in quel Sonetto ,
Sì m’è fatta nimica la mercede .
Altri tuna ne fervò folamente , e l’altra ne cangiò : ficome M. CinO ì
Una Donna mi pafla per la mente .
BiK.Di^uante fillabe è il verfo,del quale il Sonetto fi teffeì Min.Z)’««- Diqualverfo fi
dici', nè d'altro verfo dal tempo del Petrarca in quà s’è te/futo. Comechè ‘ Sunettv.
coloro , i quali innan:^i a lui fiorirono , de' verfi di fette or tutto , come
fè Pantaleone da Roffano , il componejfero or parte , ficome M. Ciao,
del quale quel Sonetto ,
Deh piacciavi donare al mio cuor vita *
nelP uno e nell altro quartetto ha il fecondo e ’l quarto di fette , e così
neir uno , come nell altro terxftto , il primo e' l tertp , £ queflo ,
lo priego Donna mia ,
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24(5 DELLA POETICA TOSCANA
re’ (juartctti il primo , e ’/ ter^fi ; e nc' ferc^erfi il fecondo folmtnte I
Altre iranlere BtR.Trovanfi altre maniere di Sonetti. Min.5» bene. Ma, come quelUt
di Sonetti «late f/^ „on hanno molto di vagherà , nè di leggiadria, fi fono del tutto la~
Sen pUe! . f‘ chiamavano dagli antiihi ì Min. Parte Semplici,
Mi/Jijc comuni. ' ® fillabe, o di fette . Parte Comuni,
* U quali eran miflt delt una e t altra guifa di ver fi con quell' abitudine,
e con queir ordine , che moflrato negli allegati Sonetti di M. Cino v'ab~
Doppi biamo . Parte Doppi » H cjuali interponendo due di fette nell’uno e faU
tro quartetto , ed un fole nell'uno e nell'altro terzetto , avean di due Se-
uarj la Fronte , e la Sirima di due quartetti ; ficome veder potrete in
quel di Dante ,
O voi , che per la via d’Amor patfacc. • ■
E in quello ,
Morte villana , e di pictk nemica I
T alvclta ne ’nterponeano anche due ne’terxetti,e ne faeean quinarj. Par-
Caudati • chiamavan Caudati , li quali in ogni quartetto due verfetti , or di
quattro, or di cinque fillabe dopo due di undici interponeano : ni s'accor-
davano agV interi , de' quali fi fanno i quartetti ; ma tra loro : e nel fine
dell’ uno e l’altro terzetto uno pur ne poneano : e fimilmente il feconda
Continm. al primo folamente nel concento rifpondea. Parte Continui, li quali ne’
terzetti le due rime de’ quartetti continuano , ficome di fopra moflrato
v'abbiamo ne’ Sonetti allegati di Oneflo Bolognefe , e di M. Cino . Parto
Tornellati Torncllati , nt quali s’aggiunge al fine il tornello or di un verfo , che
rifponde nella confonanga all’ ultimo verfo del Sonetto ; or di due , che
s’accordano infume j or di tre , de' quali il primo è di fette ; ed ha la ri-
ma dell’ ultimo verfo del Sonetto e li due feguenti di undici ; e infìeme
fanno concento : come veder potete nel Canzoniere del BorebieUo , a cui
qtufla maniera molto piacque , Parte Incatenati , nc’ quali ogni prin-
iKitei I. jgi precedente s'accorda . Parte Ripetiti , «e* qua-
Kipetm . (/£./ precedente verfo è ripetita nel principio del fe-
Ret omdi. Retrogradi, li verfi de’ quali, o per diritto, o pur’ al ro-
* vefiio, che fi leggano, hanno la fentenza perfetta . Parte Muti , li quali
Sdiuccioli. hanno nell’ ultima fillaba C accento . Parte Sdruccioli , li verfi de’ quali
fono tutti di dodici fillabe,e con l'accento nella tcrt^a innanzi all'ultima.
Mirti . Parte Mifti di quefli, e di quelli verfi. Parte di due lingue , Parte di tre,
Di varie lingue. J^al'è la Canzone di Dante ,
Ahi faulx ris per que trai haves
Oculos meos ì & quid tibi feci ,
Che fatto m'hai cosi fpictaca fraude 2
' Est.
Caudati •
ContiniH t
Tornellati.
IiKitenati.
Ripetiti .
Retiogradi
Muti .
Sdì uccioli*
Mirti .
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I
LIBRO TERZO. 247
Bitl Poiché del Sonetto l’é detto affai , ed apertamente s'é dimofìrato ,
qual compofi-^one e^li fta ; e quante , e quali ften le parti di lui ; e come
ctafcuna di loro fi teffaidifidero intendere altrettanto della Ballata.M,is.
'La diffini'^ion di lei fard , ch'ella fta vaga , e piacevole compoftxione di
farole , con armonia fatto certo numero , e fotta certa mifura teffìite, ed
ordinate ; ed atta al canto, ed al ballo', e divifa in parti ad un fentimen-
to dilettevole indirixp^ate ; e fotta certo canto , e fatto certo ordine lhni~
tata . BtR. Per quejia diffini^jone intendiamo la materia , che nella Bat-
tala fi tratta , effer di Amore . Min. Infin' a qui ninna n'ho letta , nel-
la quale d’altro fi ragioni , E ragionevolmente : perciocché fi canta net
ballo, il quale non é già d’uomini gravi', ma di lieti giovani, e di gragio-
fe e belle Donne .Eik. ,^ante fono le parti di lei l Min. Tre: la prima
delle quali i chiamata per nome antico Riprefa ; perciocché nel fine da
qua, che cantano, fi riprende a cantarella feconda Mutazione', perciocché
in lei fi muta il Canto r la terga Volta ; perciocché torna al canto della
Jtiprefa, alla quat ella è nel numero de’ verft, e nella mifura delle fillabe
fimtle, ed eguale . Bf r. Di quanti > e quali ver fi è la Riprefa ì Min. Or
di una coppia, or di un tergetto , or di un quartetto , or di un quinario,
w di un fenario . E , benché in lei effer poffano i vcrfi or tutti di undici
fillabe , or tutti di fette , or parte delf una maniera , e parte dell'altra ;
pure comunalmente la coppia è di ver fi interi , e talvolta ne riceve un
fola di fette : fiicome in quella Ballata di Franco Sacchetti ,
Cucila , che '1 cuor m’acccDde .
Del tergetto , e del quartetto , non é da dubitare • eh' effer non poffa or
tutto d'interi ; or parte d’interi, e parte di rotti. T ulto d’interi è il ter-
getto nella Riprefa di quelle Ballate del Cavalcanti ,
Gli occhi di quella gentil forofetra
Hanno dUlretta si la mente mia ,
Ch' altro non chiama , che lei, nè dilia . B
lo vidi donne con la Donna mia
Non che niuna mi fembraHe Donna ;
Ma fimìgliavan fol la Aia ombria .
E ’l quartetto in qucfla ,
Veggio negli occhi de la Donna mia
Un lume picn di fpiriti d' Amore j
Che portano un piacer novo nel core >
SI che vi della d'allegrezza vita .
E in quella di Dante ,
Deb nuvoletta , che ’n ombra d'Amore
Nc-
Della Ballata.'
Che colà Ila la
Ballau .
Materia deliaci
Ballata .
Le Pani della
Ballata.
1 Riprefa.
1 Muiarioiie.
3 Volta.
Della Riprefa.
Dì quanti veld'
da, e di quali.
Coppia , tutti
d'interi, omie
Ila ..
Tenetto d’in-
teri.
Quartettod’Iif
ieri .
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248 DELLA POETICA TOSCANA
Negli occhi mici di fubito apparici ;
Habbi pietì del cor * che tu ferini t
Che fpcra in te , e deliando muore .
Quartetto mi- Parte d'interi, e parte di rotti è il quartetto in quefla del medefime
fio di , c j»0eta ugualmente ,
I)!'i5ance . 1° domando , Amore ,
Fuor che potere il tuo piacer gradire }
Cosi t’amo feguire
In ciafeun tempo , dolce il mio Signore I
Di Clno ; £ in quefìa di M. Cino ,
Donna ’l beato punto , che m’avvenoc
Al voftro bon remiro ,
Con l'acre del rufpiro
L’anima mia in su ’l palTar mi tenne
Del Petrarca. Sicome con un fola di fette fillabe in quella del Petrarca »
LalTare il velo , o per Sole , o per ombra ,
Donna non vi vid’ io ;
Poi che ’n me conofccflc il gran defio ,
Ch’ ogni altra voglia dentr’ al cor mi fgombra
Del Cavalcanti. E in tutte l' altre, che nel Cannoniere di lui fi leggono. E con tre in quel-
lo del Cavalcanti ,
Era in penfier d’ Amor , quand’ io trovai
Due forofette nove ;
L’una cantava , e piove
Gioco d* Amore in noi .
Quirtetto tutto Tutto di rotti fi vede in quejìa di Dante da Ma')ano ,
di Kocu . Donna , la difdegnanza
Di voi mi fa dolere ',
Poiché merzè chercrc
Non mi vai , nè pietanza .
Ter7etro mìfto La qual tutta ancora è di verfi di quefia mifura V Con un foto di fette
di Kotùjt d'Lì- ffTgfe il ternetto nella Riprefa, come vedete in quella di M.Cino ,
' ' Madonna , la pictade ,
Che v’addimandan tutti i mici fofpiri ,
E' fol , che vi degnate , ch’io vi miri .
£ in quefia del Cavalcami ,
La forte , c nova mia difavventura
M’ha disfatto nel core
Ogni dolce penfier , c’havea d’ Amore .
E con
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24?
LIBRO TERZO.
jC «Off due } fieome in quella del Boccaccio t
Niuna fconfolata
Da dolerfi ha , quant’ io ,
Che ’n rati fofpiro , laiTa , innamorata ;
Che direm del quinario , e del fenario ì Non ha Cuna e l'altro nelle Ri~
frefe più rotti > che interi ì perciocché così il quinario ha falò un verfo
di undici fillabe in quella di Dante da Magano t
Per lunga rofferenza
Non cangio la mia intenza
Da voi Donna valente >
Cui fervo lealmente
Di pura fede , e d’amorofo core T
Come il Senario in quefta del Cavalcanti ,
Pcrch’ io non fj^ro di tornar giammai ,
Ballatetta , in Tofeana }
Va tu leggiera , e piana ,
Dritta a la Donna mia >
Che per fua corteiia
Ti fark molto honore
Bm.Come s’accordano le rime nella Ripreft ì Mim. S’ella è di Coppia ,
0 s’accompagnano infume nel concento deltultime voci : ficome in quella
del Boccaccio ,
Qual Donna canteri , fc non cant’ io t
Che fon contenta d’ogni mi’ delio ì
0 fono feompagnate , e difeordanti nel fine ; ma concordi , ed accompa-
gnate nel tnejjfi del feguente verfo con Cultime fiUabe del precedente ;
ftcome in quejla del Cavalcanti ,
In un bufehetto trovai paftorella
Più che la della bella al mio parere .
Ne’ T erx^etti le più volte fi lafcia feompagnato il primo, o pure il fecon-
do verfo ; e rade volte il ter%^o . Del primo avete molti efcmpli in tutti
li Cannonieri. Del fiondo ftanvi efemplo Callegate-,Cuna del Cavalcanti,
lo vidi Donne con la Donna mia .
L’altra del Boccaccio ,
Niuna fconfolata .
Ma talvolta s’accordano tutti tre infume : fieome in qiiefia di M. Ciao,
1 più begli occhi , che lucelTer mai
Oimc laflb lafcia i .
Ancidcr mi dovea , quando il penfai <
1 i Del
Quinario di pia
Rotti, che d*lo-
Senario di pia
Rotti, che d’la«
ieri ,
Qual ffen Ie_»
Coiifoiianie , e
Concenti nella
Ru lelà .
a Della Cor pia,
I Modo .
a Modo t
t Del Tertetto.
I Modo,
a Modo,
J Mtdoi
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4 Modo .
3 Del Quartet'
to .
i Modo.
X Modo .
i Modo.
4 Modo
4 Dfl Qui'iiana
I Modo.
X Modo.
3 Modo t
xjo • DELLA POETICA TOSCANA
Del terxp > del Cavalcanti ,
Oimc Donna amorofa>
Ove Oatc nafcofa >
Ch’ io non vi so vedere ?
S'è di J^iartetto, troverete di lui quejìe forme, che con lettere, come h$
fatto nelle Cannoni , e ne' Sonetti vi deferiverà ,abba. come vedete
in quella di ZXinte ,
Deh nuvoletta , che ’n ombra d’Amore .
Ed , ab b c . fteome in quefla del Cavalcanti ,
Veggio negli occhi de la Donna mia .
Ed , a a b ic . qual fi vede in quella di Dante da Majano ,
Gaja Donna piacente , c dilcttofa >
Volka cera amorofa
In ver me rallegrate ;
E ’n gioi’ cangiate mia greve dollienza .
ot>e il fine del fcr^o truova compagnia nel mer^o del quarto ', che nel^
ultima voce rimane feompagnato . Ed ,ab a b , ficome in quefla di M*
Guido Novelli ,
Madonna , per vertute
D’Amor la pena m’ è gioja, penfando»
Che giufio affanno fa dolce falutc ^
£ Tempre vive quel , che muore amando!
S'è di .Quinario , una maniera ne fard, a a b b c . qual fi vede ntU'alle^
gota Ballata di Dante da Magano,
Per lunga fofferenza .
ove folamente l'ultimo verfo rimane feompagnato , Vìi altra, abb c $ i.
qttal'è in quella delf Alaghicri ,
Frcfca rofa novella ,
Piacente primavera ,
Per prata , e per rivera ,
Gaiamente cantando ,
Voftro fin prefio mando a la verdura .
nella quale il primo , e [ultimo verfo non fono con alcun' altro nel fine
concordi ', e'I quarto farebbe altresì fenica confanan\a , fe nel
dell' ultimo non la trovaffe . Vn altra, a b b ae , qual vi fi fard vedere
in quefla mia ,
Or eh’ io fon lungi ; il Sole , ^
Cb’ a’ pib felici giorni
Co' Tuoi be’ lumi adorni
Raf-
7
'I
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LIBRO TERZO.
RafTercnarm! fuole ;
Liete , e ferenc fa mie notti in fogno .
nella quale l'ultimo fot verfo fi lafcia fenica compagnia . Differente da 4 ModoT
tutto quefle è quella, a bc cd. la qual fi triiova nella Ballata di M.Cino,
i\mur ) c’ha meffo in gioja lo mio core >
Di voi gentil Mclferc
Mi fa in gran behignanza furmontare :
£d io noi vb celare :
Come le Donne per temenza fanno .
perciocché in lei il primo , il fecondo , e l'ultimo fen%a veruno concento
trovate . S’è di Senario , altra forma , la quale io pojfa mofirarvi , non S Del Seoario.
ho, che quefla, abbccd. che fi vede nell'allegata Ballatetta del Cavalcanti,
Pcrch’ io non fpero di tornar giammai .
£ek. Intefo abbiamo chiaramente, di quanti, e quali verfi fila la Riprefa’, Della Mutaziòa
moflrateci , di quanti , e quali fila la Mutazione ? Min. Che la coppia, ®
e 'I ttr%ctto , e'I quartetto far poffa lei con verfi or tutti di undici filla- * **
be , or tutti di fette j or parte deli'una , e parte delP altra maniera , non
è certo da dubitarne . Ma quale abitudine abbia con la Riprefa ,è da ve~
dere . E nel vero comunal cofa è , che quefla prima , che fia ripetit a, non a^iacou la Ki«
abbia pià verfi , nè fillabe di quella , nè anche nelle rime l’una all' altra
rtfponda : come vedete nella Ballatetta di Franco Sacchetti , la cui Ri- tazione pari di
prefa è di un verfo rotto , e di un altro intero , > * di lìUar
Qiicfta , che ’J cuor m’accende , fi^plo del
Cu ’l cuor mi fugge , e con gli occhi mi prende . sàtehetei.
E la Mutazione altresì ,
Vaga de la mia pena,
Ogn' ur fi fa : perchè col dolce fguardo .
E in quefla del Boccaccio , la Riprefa della qual' è di un tergilo COH uno DelBoccaccip,
verfo di fetie , e con due di undici fillabe ,
Lagrimandu dimoflro ,
Quanto fi doglia con ragione il cuore
D’dler tradito fotto fede Amore .
Ed altresì la Mutazione , ma con ordine mutato ,
Amore allora , che primieramente
Puncdi in lui colei , per cui lufpiro
Senza fperar falute .
E in quella di Dante da Magano , la cui Riprefa è di un quartetto tutto Del Majano.
con verfi rotti ,
Donna la difdcgnanza
I i z Di
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i Riprcfa mag-
gioi e di velili e
di fiUabe .
jRìprefa mas-
g^ore di fillabc.
Ripreià .
MuUzibiiei
4 Riprefa mbo^
re di fillobe tal-
volta .
Rìprelà .
Mutazione »
Riprefa ^
Mutazione.
1 Riprefa mino;
re di verfi , e di
fiilabc talvolta.
1^1 DELLA POETICA TOSCANA
Di voi mi fa dolere
Poi che merzè cherere
Non mi vai , nè pietanza •
£ parimente la Mutazione ,
Non mi doglio co , s’Amore
Donna di gran valenza
Mi diè coro , c voglicnza
Di gir voi diHando .
Benché le più volte la Riprefa di verft c di fillabe , o dì fìllabe almena
avamfi : ficome fi può vedere ne' Cannonieri degli antichi , e fpecialmen-
te in quel del Petrarca , nel quale , come che nella Ballata >
Di tempo in tempo >
così quefla, come quella fila di un quartetto j nondimeno quella ha più fiU
labe.
Di tempo in tempo mi ft fa men dura
L'Angelica figura , e ‘1 dolce rifo »
£ l'aria del bel vifo ,
£ degli occhi leggiadri men* ofeura .
Che fanno meco ornai quelli fofpiri » '
Che nafeean di dolore «
£ moflravan di fuore
La mia angofciofa > e difperara vira i
Ma con tutto ciò troverete alcuna Ballata , nella quale abbia più fillabó
la Mutazione ; ancorché fila ne’ verfi alla Riprefa uguale > come appare
in quefla ,
lo fento il fommo bene >
Tal Donna tiene giojofo il mio cuore ;
Lo fuo valore col cortefe afpctto
Lo gran diletto mi fa lei fervire «
£ in quella del Boccaccio , ■
Niuna fconfolata
Da dolerfì ha > quant’ io i
Che ’n van fofpiro lalTa , innamorata •
Colui , che muove il cielo, ed ogni llella ,
Mi fece a fuo diletto
Vaga , leggiadra , graziofa , e bella .
Ed alcun’ altra, nella quale fìa la Riprefa di verfi e di fillabe minoresfi-
come vedete in quefla pure del medefimo Poeta } ove quella é di una cop»
pia f t la Mutazione di un tert^etto ,
Qual
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LIBRO TERZO.-
Qual Donna canterà , fc non cant’ io >
Che fon contenta d’ogni mio defio ?
Vien dunque , Amor^ cagion d'ogni mio bene f
D’ogni fperanza , e d ugni lieto effetto ,
Cantiamo inficme un poco .
7* revercte ancora , ma rade -volte , la Mutaiione rifpondere in alcuna
rima alla Riprefa ; fteome in quella Ballata, nella quale il fecondo verjo
di quella al fecondo di quella t'accorda ,
DifTcmi Amor , quefla Donna pih volte ,
Che neffun’ altra , a fua man fiallatclla >
Ella fi dà per Donna Ballateila >
Per fuo fervo m’appello tutte volte •
Fatti cantar davanti a la fua faccia
Che troverai pifi bella ,
Con pili diletto , che nuli’ altra parte l
£ in quefla di M, Cino , la cui Riprefa é di quinarià i e la Mutazione di
ferT^etto ,
Amor , c’ha meffo in gioja lo mio core
Di voi gentil Meflcre ,
Mi fa in gran benignanza formontarc ;
Ed io noi vò celare ;
Come le Donne per temenza fanno.
Amor mi tiene in tanta ficuranza»
Che fra le Donne dico il mio volere »'
Come di voi Meffcr fon namorata .
T alvolta così nella Mutaxione, come nella Riprefa la rima fl ripercuote:
pcomc appare in quella ,
lo fento il fummo bene ,
Tal Donna tiene gio;ofo il mio cuore :
Lo fuo valore col cortefe afpetto ,
Lo gran diletto mi fa lei fervire .
Bsx. ^ante parti ha la Muta-spione ) Min. 2>ue le pià volte i e pochiffi.
me tre: perciocché femplice non fi truova-, ma femore è ripetita . Laonde
di quanti , e quali verfi è la prima parte ; di altrettanti , e di tali , con-
viai , che fìa la feconda : e rifponde quefla a quella nelle confonampe per
diritto, 0 per ohbliquo ^ fteome s'é detto nella Fronte , e nella Sirima ri-
petila delle Campani , e de Sonetti ; e fìmilmente nella ripercoffa della
rima. Erk. La Muta-spione adunque fard comunalmente di due coppie,
0 di due terspetti ,odi due quartetti . T rqvafi di due quinqr) , o di dtte
Riprefa .
Mucaaione .
Che laMiirazlo'^
ne , alcuna volta
rifi^nde ad al-
cuna rima della
Riprefa .
Riprefa I
Muuaiotte :
Riprefa.
Munaione .
Ripercofsi dì
rima nella Mu-
tazione, e Ki«
frelà.
Di quante parti
fia la Mucazi».;
ne .
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154 DELLA POETICA TOSCANA
Mutailoiie ** *” i'é fatta , altro
Coppie. thè di due coppie in tjm fìe maniere ,cd .c d . E,c d , d c , E,c c , d d .
E di tre in quella Ballata di M. Guido Novelli ,
Ejpreià. D’Anior non f'j giamiiiai veduta cofa
Tanto leggiadra e bella »
Coni’ è quella Donzella,
Per cui lìmil delio nel mio cor pofa .
Miitwlone tri- ’
plieata . \ Che l’alto immaginar nel cor dipinge .
Quando havran gli occhi poi sì dolce villa !
Onde fuoco d’Amor la mente cinge .
Sì ehe tutto ardo , che ’l piacer gli acquilTa ,
Che fempre in defiar lei più mi pinge.
Altro efcir{ lo » percioeihè di quejìi fei verfi agevolmente fi fanno due fendetti in
di tre Coi pie . quel modo , che ne' Sonetti comunalmente fi tiene ; io vi recherò Cefem^
fio di tre coppie affai più chiaro in quefla mia ,
Riprefa . Qual cola nuova , o llrana ,
S’Amor piange , e s’adira ,
E co’ begli occhi lega , e ’nccnde , e tira ì
Mutazione tri- nacque la coftui vezzofa madre
plicau . Ne l’ondc ì non è padre
Di lei l'ardente ciclo , c caro amico
Marte , c già fpofo amico
Vulcano ì Or le catene, e ’l cieco ardore
Ha di Vulcano Amore .
Mutazione di terzetti truovo in più guife, quali fono, e d e. de d,
teizetci . EfCde, cde,Eycde.edc, EfCde.dce,EtCed. dee, EfCcd.
dee. E}Cdd,cee, Ejcdd.ccd, Eycde, ede.le quali troverete
Mutazione di n«’Ca«^on/eri degli antichi, e de'moderni, e nel mio . E parimente di due
4'iartetii , quartetti, quali fono, c d d e. c d d e, E,c d d c, c d d c. Ere d d c. d c c d.
E, c d d e . e e e d . E,c d c d . d c c d. E,c d e c ,d e d d. E in fomma
di quante maniere ne' Sonetti , e nelle Canipni fi poffono i terzetti , e li
quartetti variare j di altrettante filmar debbiamo , che teffere nelle BaU.
Ltc fi poffano . Ber. Se di due coppie fifa il quartetto , perchè non vole-
Che la Muta- Mutatfone di un quartetto femptice fi faccia ì Min. perché, fe
ei Ile non tiii_j di un quartetto fcmplice far fi poteJft,di un terxctto ancora, o di un qui-
^'cTiM MiéTiccT ”tirio, 0 di un fenariofar fi potrebbe: perciocché non è più ragion di quel
vj il Quinaiio, numero , che di quefii . Laonde , perciocché la Muta-rfionc convien , che
nè il bienario . fempre jìa ripetila , mi fi fa credere , che ni di quinarj , nè di fenar) el~
la
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LIBRO TERZO. ayj
la fi leffa,per fu^tr la lunghex^j^ttbe la ripeti':^ione di qutfìì numeri ap~
porterebbe : conciojjìacofaché in lei fcbifamo il dir lungo . Il che ancora Perchè fobmf-
effcr cagione flirnur pofjìamo, che non così il terrei to , nè il quartetto tre '' vi
volte in lei fi truovi ripetilo, come vt fi truova la coppia . Ber. Per la’muca-
cagione la Mutazione è ripetila ì Min. Perciocché fi canta nel ballo, nel tione lia ripeti-
quale non fi fa mai Mutazione , che ripetita non fia e qu into pià ella « .
fofie breve , tanto più volte ripeter fi potrebbe . Ber. Poiché apertiffima- ^ jj
niente della' Pipre fa e della Mutagtone s'è ragionato ; dimoftricifì , di quanti e quali
quanti e quali verfit la terga parte , che Folta é chiamata , fi teffa ; e fia .
qual’ abitudine in lei fia con P altre parti ì Min. Di tanti e tali ver fi la Modi di adatta-
Jf olta fitcomponà, di quanti e quali fia compofìa la Riprefa . E comunal- re 'I primo ver-
ntente il primo verfo di lei s'accorda , o nel fine all' ultimo della Muta- ® /'Accordato
gione , come vedete in tutte le Ballate del Petrarca", o nel mer^o, ficome con alcmiodella
legger potrete in molte Ballate de’ più antichi > e jpeciaìmenie in quella
di Dante da Ma]ano , Con V ultimo
Gaja Donna , piacente , c dilettofa , ®
nella cui Mutazione l'ultimo verfo è quefio , «netzo,
Gentil mia Donna , per cui vò penando .
al quale s'accorda nel meggp il primo della Folta in quefio modo >
Ch’eo non fino penfando doze Anaore .
E neir altra , che Jegue ,
Tanto amorofamente mi did'ringc .
Talvolta rifponde nel concento ad alcun' altro verfo della Mutazione, fi- Col primo del
come J» quella mia , fecomlo eenec-
Prefaga de’ miei giorni ofeurij c gravi . *
nella quale al primo verfo del fecondo terzetto , ch’é quefio >
Cinto di fiamme meco ardendo giacque ,
S'accorda quello , ch'é il primo della Folta ,
Ch’ avean , si la mia vira altrui difpiacque .
Talvolta fa confonanga con l’ultimo della Mutagione , e con alcun* altro ^ Accordato có
iella fieffa p'olta : ficome nell' allegata Ballata di Dante da Majano , l'ultimo de.la_>
Tanto amorofamente mi dillringe , IdcStro de^-
nella quale nel meg^o s'accorda al fine delf ukimo verfo della Mutagio- layolca ,
re; e nell'ultime fillabe all'ultima voce dell’ultimo verfo della fieffa Fol-
ta : perciocché dopo l'ultima verfo della Mutagione , il quale é quefio,
Ch’ eo prenderla di mia benvoUienza ,
fegue la Folta in quefio modo >
A la mia percipenza dolce fpenc
Havria tanto dolzore ,
g»e
Con I’ ultimo
della Mucazio*
ne nel mezzo, e
coo_> l* ultimo
della Volta nel
fiue.
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ij(5 DELLA POETICA TOSCANA
Che mai nullo dolore
Porla dislocare lo mio bene
Con l’ ultimo *** tjuella mia «
della Miitazio- Amor , fe pur non fai ;
delia Volta me- ^ l'ultimo vcrfo della Afittaxione i
dc/iniai Lieto vedrei , chi m’arde , e difcolora .
E la Volta é ,
Queflo Signor mio fora ,
Onde in benigno , ed in malvagio fato
dove ’l fin d’ogni mio mal dimora ,
Tu mi potrefti far Tempre beato .
3 AccorAito CÓ primo della Volta col terxp della Volta fiejja , e io» tultinio della
l'tiltiniodelIa_, Mutazione fi concorda . Talora s' accorda foUmenie nel fine all' ultimo
Un cnte^^* verfo della fiejfa Volta , quando è d'un quartetto : fitcome in quella Bai-
' lata di Dante ,
Io non domando Amore «
la Volta della quale è quefla , .
Che dilettate il cuore
Dappoi non s'è voluto in altra cofa I
Fuor che ’n quella amorofa
V lAa } eh* io vidi > rimembrar tutt’ ore l
4 Scompagnato T alora è del tutto feompagnato : fitcome in quella di M. Cinó i
del tutto I Donna • '1 beato punto , che m’avvenne » -
la cui Volta è ,
Se non che i’aer del fofpir comprefa ,
Che di dolcezza nacque >
La tenne , come piacque
Al mio Signore Amor , per cui m’avvenne.'
Qual fia la Voi- E, fe la Riprefa è di due verfi, o di quattro, o di piò', bafla, che l'ultimo
la Rr'p'cfa all'ultimo verfo di lei s'accordi. Ma gli altri verfi, an-
é di Coppia*, eoìthè non abbia» le medefime confonanxe, ( perciocché thanno comunal-
mente diverfe)nondimeno, perciocché fimili ed eguali nella mifura e nelf
ordine fono i verfi della Volta a quelli della Riprefa ; così quefii , come
quelli tra loro, convien , che fi rifpondano . Laonde , fe la Riprefa avrì
la coppia di una fìefia rima , la Volta le rifponderà or folamente col fe-
condo verfo mi concento: fitcome in quella Ballata del Boccaccio f
Q^al Donna canteri , fe non cant* io ì
or con l’uno c eon l’altro, come veder potrete in quefla mia >
Dolce amorofu fpirto .
Ma,
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LIBRO TERZO. 257
JV/4,/c coppia di quella non fi accorderà ielle ultime filale, il fecondo
di quefa folamente col fecond 0 dì lei s'accompagnerà nell' ultima voct^ e
nel met^o ripercoterà la rima di quei, che gli va innanvj : come fi vede
in quella del Cavalcanti ,
In un bofehetto trovai padorclla .
Se la Riprefa farà di un J^iartetto , il più delle r che C ultimo fol verfo Se la Riprefa è
della Volta s'accorda all' ultimo di lei : qual fi vide in quiila Ballata del *^1 Quartetto.
l’etrarca ,
Lafciare il velo , o per fole , o per ombra .
R/a talvolta qiiijli , e 'I primo ancora ; fineme in quella di Dante ,
lo non dimando Amore .
E y benché 7 fecondo^ c 7 telilo della Volta firn ctmunalmente dijfmili
nelle rime al fecondo , ed al rer^o della Riprefa ; non però altramente
qtiefli tra loro , che quelli s'accompagnano : come vedete nelle allegate
Ballate . Ma talora troverete in quefìi le confonan'Zf di quelli ; ficome
nella Ballata del Cavalcanti >
Vedete ) eh’ io fon’ un , che vb piangendo.
E > perciocché talvolta al primo della Riprefa rifponde il ter^p, ed al fe-
condo il quarto , quefi' ordine medefmo nella Volta fervane ci conviene;
ove , quantunque la rima del primo e del terTo fia diverfa da quella del
primo c del ter-zp della Riprefa , nondimeno la confonai, za del fecondo
col quarto di quella s'udirà nel fecondo , e nel quarto di quifta: come ap-
pare nella Ballata 'di M. Guido Novelli >
Madonna , per vertute .
Talvolta nella Riprefa troverete qtiefla forma, la quale qui con lettere vi
difegno ,aabic. di altrettanti verfi col medefmo ordine vedrete la
Volta , nella quale hcltitno folamente all' ultimo della Riprefa rijpondc:
ficome nella Ballata di Dante da Majano ,
Gaja Donna , piacente , e dilcttofa .
Ma, fé la Riprefa fia di un ^^mario, 0 di un Senario, benché di tanti f 3 Se la Riprefa
tali verfi la Volta cjfcr debba , di quanti e quali ella farà ; nondimeno in
ninna delle rime , altro che nell'ultima , èneceffario, che le rifponda alla
confonanza . £' il vero , che in quel modo i verfi dì quefta tra loro ccn-
vten , che fi rifpondano , col quale i verfi di quella s'accordano: come
vedrete nell' allegate Ballate ,
Per lunga fofterenza . E
Pcrch’ io non fpero di tornar giammai . E
Prefea rofa novella .
di Dante da Majano , del Cavalcanti , e di Dante Alaghieri . Ma Dan-
te da Mayvio accorda tutti i verfi dilla Volta , cime accordati gli avex
K K nella
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4 Se l3 Riprefa
c (li Tcnccto.
Quando, e do»
ve li faccia
Riwrcofla del-
la Kima itella_«
Volu.
158 DELLA POETICA TOSCANA l
nella Kiprefr, l'Alaghkri ne lafcia il primo fcompagnato\ e ’l Cavalcane
ti , comi che al primo della Riprefa non dia compagnia veruna , nondi-
meno il primo della t'aita accompagna con l’ ultimo della Mutax^ione .
Ber.,^m/ fari la Folta, fe la Riprefa fia di tre verfi ì Wiu.^^il' altra,
fe non che comunalmente il primo verfo di lei s'accordi all' ultimo della
Mutazione ; e 1 due feguenti infume nel concento rifpoiidano al fecondo,
ed al terxfl della Riprefa ì Ma , fe'l primo e fuliimo di quella s'accor-
dano , e 'I fecondo ft fla in mc'xrxp feompagnato ; col medeftmo ordine le
rifponderà quejìa nelle confunan'Xe: ficome in quella Ballata ,
Quando fpccchiatc , Donna , il voflro vifo .
Ma le più volte il primo di lei s'accompagna con l'ultimo della Miita-
^ionc ; e ’l fecondo col fecondo ,e'l ter%o col tet%a della Riprefa : fico-
me in quella del Boccaccio ,
Deh lalTa la mia vita .
T alvolta il feiondo , e ’l ter'gp di quefla s'accordano all' ultimo , cd al
primo di quella ; e 7 primo all'ultimo della Muta'xjonc : ficome in quel-
la del Cavalcanti ,
Io vidi Donne con la Donna mia .
Talvolta co5Ì in quejìa , come in quella il fecondo feompagnato fi rima-
ne : tome in quella del Boccaccio ,
' Niuna fconfolata .
E , fe la Riprefa non avrà confonan%a nelle ultime fillabe , ma ripercof-
fi di rima nel tafanebe farà la volta', rultitno verfo della quale
folamente nell' ultima voce s'accorderà con l’ultimo di lei , e 7 primo ri-
pcrcoterà nel mrgptp la rima deW ultimo della muta'xione : come in quel-
la di Onefìo Bolognefe ,
La partenza , che fue dolorofa .
E in ogni maniera di Ballate ho notato , che ’l primo verfo della Volta,
il quale non ha confonanxa nel fine con la rima delC ultimo verfo della
Muta'xjone tfpejfe volte nel me'gxp la ripercote : ftcome nell' allegata di
Ducilo Bolognefe , e in quelle di Dante da Ma)ano ,
Tanto animofamente mi dillringe . E
Per Oco, dolce mio lir, non dimolirate .
Ma nella ripercoffa della rima fia quefla regola comunale , che far ft deb-
ba nella Volta, dove, e come, e quante fiate fi fa nella Riprefa-, qual vi fi
darà chiaramente a vedere nelC allegata Ballata di Onefìo , e in quella
di Dante da Majano ,
Gaja Donna , piacente , e dilcttofa .
E in quefla del Cavalcanti ,
la
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LIBRO TERZO. '
In un bofchetto trovai paHorelIa .
E in quella deWAlaghicri ,
Frcfca rofa novella .
Ber. Trovafì Ballata , della quale ciafeuna parte non abita più di un
verfo J Min. Si bene ; ma rade volte : qual' é quefla ,
Non perdei fpcne mai nel mio tormento ,
Nè pazienza ne l'altrui durezza .
£d or ne l’incredibile dolcezza
De la nuova pietà non mi contento .
nella quale il primo verfo é della Xiprefa, il fecondo e 'I ter%p della Mu-^
taxjone y e'I quarto della Folta . B^k. Tali adunque fono le Semplici t
e nude Ballate . Ma , perciocché detto ci avete ejferci le Vejìite y le quali
altri chiamano Replicate , altri Spingale ; infegnateci , com' elle fi com-
pongano . Min. ,^clle chiamo io Feflite , le quali , benché non abbiano
più di una Riprefa } nondimeno > fecondo che la materia richiede , han-
no due , 0 più Mutaxjoni , e Folte col medefimo ordine y che dopo la Mu-
tazione fegua la Folta: perciocchéy come delle Cannoni quale ha più fan-
Zf t e t^ual meno , fecondo che la matcriay la qual fi tratta y è degnay che
con più y 0 men lungo dire fi fpieghi ; così delle Ballate qual più , e qual
meno di Mutazioni e di Folte farà vefìita . £ così le Mutazioni tra loro,
come te Folte , convien , che fieno eguali e filmili nella quantità > e nella
qualità de' verfi , e nel modo delle confonanze : ancorché le rime di cia-
jcuna Mutazione fieno diverfe , e fimilmente di ciafeuna Folta , fe non
quelle , con le quali alla Riprefa nel concento fi rifponde . Due Muta-
zioni , e due Folte con C ordine già detto ha quella Ba 'lata del Pe-
trarca ,
Quel foco , ch’io penfai , che folTc fpcnto .
T re y quefla di Dante ,
lo mi fon pargoletta , bella , e nova .
J^utro y quella pure del medefimo Poeta ,
Ballata io vb , che tu ritrovi Amore .
Cinque , quefla di Francefehino degli ^Ibiz^t ,
Per fuggir riprcnlionc ,
Raffreno il mio talento .
Sei , quella del Cavalcanti ,
Era in penfier d' Amor , quand’ io trovai
Due forofettc nove .
Di più veflita niun altra ne truotso . Ma comunemente or di due , or
di tre , or di quattro fi fogliano veflire . Né tacerò , che troverete Bal-
K K X lata
Due maniere di
fialbie .
I Semplice, t-»
nuda, in cui ci?"
fciii'n parie non
Sa piu di un_.
veilo .
» Cbmpofla, e
Vdfita , in cui
fono piu Muta-
aioni , e Volte.
Efemplo di Bal-
lata vrllita.
Due Volte ,
Tre.
Quattro.'
Cinque ì
Sei;
Due voice coiw
tinue dopo la_«
Mucaaioue nlci-
ma .
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I
I Efemplo
Dji)Cc •
l/iinzi^nCi
Volta I.
Volta i,
ì Efemplo
Cino I
Kiprefa :
Mutazione.
Volta li
Volta a;
x6o DELLA POETICA TOSCANA
lata nel fine dopo la Muta%ione aver due volte continue ; qual’è quella
di Dante ,
lo non domando , Amore ,
lì mila quale fono dopo tultma Mutarjone due Folte continue di quejla
maniera ,
Quefla membranza. Amor , tanto mi piace ,
£ s) l’ho immaginata ;
Ch’ io veggio Tempre quel , ch’io vidi alT bora :
. Ma dir non lo porria , canto m'accora , '
Che fol mi s’è pofata
Entro a la mente ; però mi do pace ,
Che *1 verace colore
Chiarir non fi porria per mie parole .
Amor , come fi vole ,
Dii tu per me la v’io fon fervitore . >
Ben deggio Tempre , Amore ,
Rendere a te honor ; poiché delire
Mi defii ad ubbidire
A quella Donna , cb’c di tal valore .
di Due Folte anCt>ra continue nel fine dopo la Mtitat(ione ha quella Ballata
di M. Cino f
I pili begli occhi , che luceficr mai ,
la quale, perciocché ha la Riprefa di tre verfì concordanti, e la Mutaxio^
ne di due terzetti fenza confonanza ; io vò , che vi fi dia diflcfamente a
lep^ere ; non già perche io la fimi degna d'imitazione , ma perché fi co-
nofea , quanta fia fiata la libertà degli antichi nelle Ballate , '
1 pih begli occhi , che lucelTcr mai
Oim: lalTo laTciai .
Ancider mi devea , quando il penLi .
Ben’ ancidere mi devev’ io fieflb ;
Come f; Dido , quando quell’ Enea
Le lafciò tant’ amore r C
Ch* era preTcntc , c feccmi lontano
Da quella gioja , che piii mi diletta :
Che nulla creatura
Dee partirfi da sì bello fplcndorc ;
Dov’ io tanto fallai ,
Che non è colpo da paflar per guai .
Oim* piu bella d'ogni altra figura ,
&
a
a
T
e
i
e
f
g
d
a
Per-,
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LIBRO TERZO.- léi
Perchè tanto peccai , <
Che nulla pena mi tormenta afTai . a
E > benché nella Ball t . dt Dante non altramente la fecondai che la prì- DifTerenza tra
ma l'ojè^:cordi il primo verfo al primo della Riprefa ; nondimeno in
cjuella^TM. Cina gindiciofamcntc la prima l'accompagna con Pultimo
del primo terzetto della Mntaxjone , e la feconda con l’ultimo del fecon-
do : perciocché comunalmente il primo della Volta alC ultimo della Mu-
taxione , come s'é detto , nel concento rifponde . Bur. Poiché è tanta Van nomi di
varietà nelle BallatCi con qual nome Puna dalt altra ft difìingtie ì Mr^.
jifenome quelle ft chiamano, delle quali ciafeuna parte è di un verfo". Pie- i),cciolcV
ciole quelle , che di due verft hanno la Riprefa j Mc:t!^tne quelle , che di M«?ane,
tre ; Grandi quelle , che di quattro , o di cinque , o di fei : conciofliaco- •
faché maggiore non ft trovi . Bbr. Io non vi dimanderò , fe quefli nomi Come ftii.Mio bs.
propiamente , e dicevolmente fìen loro impojli . E certamente , tome che qu?ih nomi.
alle Semplici , e nude convengano ; io non veggio , come poffanollar be-
ne alle Vefiite , e compofle ; perciocché tanto maggior fa la vefla, quan-
to più lunga farà la materia , Onde avviene , che la Ballata , la cui Ri-
prefa è di coppia , talvolta fia maggiore di alcuna delle grandi . Di che
ftavi chiaro argomento quella Ballata del Cavalcanti ,
In un bufehetto trovai padorella ,
che più lungamente ft fende di quefla pur del mcdefimo Poetai la cui Ri-
prefa è di un quartetto ,
Veggio negli occhi de la Donna mia .
e luna e P altra è vefiita . E ,fe la ragion voleffe , che lunga materia in
Ballata di picchia Riprefa non ft trattaffe ; da riprender farebbe il Ca-
valcanti , e qualunque altro ha trapaffato i termini della picciola Balla-
ta . Ma IO non farò tanto ardito , cl>e degno di riprenftone fimi un Poe-
ta così giudiciofo , come fu il Cavalcanti . Ma , poiché della Cant^one , Midif^afe.
e del Sonetto , e della Ballata s'é ragionato appieno ; infegnatcci , che
cofafta il Madrigale , e come ft componga . Min, Cheldtro diremo , eh’
egli é , fe non vaga compnftgionetta di parole , con armonia di rime , e Madris>3le .
con mifura di ftllabe teffute , folto certo canto, e fotta certo ordine limi-
tata intorno a cofe rufiichette , oni' egli ttaffe il nome : perciocché dalle Ecimolo^ia di.1
rnandre vicn , ch’egli ft nomini Mandriale, che dappoi Madrigale s’é det- MaJiìsale .
to . E nel vero , fe compofìgione ft tritava in noflra lingua , la quale ab-
bia qualche ftmilitudine dell' Epigramma , é quejia t perciocché, come
fapcte, T cocrito e Mofeo fcrijfcro ancora Epigrammi paflorali . Ma feto- jel
Xji dubbio , ftcome il Madrigale ha più del vago e del piacevole , che Madrigale.
P Epigramma j nè tratta materia , che non fu molle , e dilettevole ; così
qucjli
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i6t DELLA POETICA TOSCANA
(jucfti ha pm dtll'acHto e del fottilef ed a più materie fi adagia. Bb». Di
Di quanti , e di ^ * Min.Cì tanti, che non fiten più di undici,
quali veifiVuil nè meno di otto . Ber. Di qual mifura faranno i verfi ì Min. Di undici
Madiigale. fHabe . E difcorrendo per li Canzonieri degli antichi , non troverete nel
DI qiiantf , Madrigale verfo rotto. Ber. Quante, e quali fono le parti di lui J Min.
quali parti fi s'egH fa di undici verfi, avrà tre terzetti, ed una coppia: fe di otto, due
con poiiga . tirzittif ed una coppia: fe di nove, tre terzetti: fe di dieee, due terzetti,
Di qual manie- •ì'*ortetto ; o tre terzetti t ed un tornello . Ber. Di qual guifa fa-
ta iiaio i teiict, ranno i T erzettiì Min. Non di una certo', ma, perciocché varie maniere
ti in lui . ,jp truovo, le vi dipingerò con lettere, come ho fatto nelle altre compofi-
ManleradiMa- zjt^tii • dunque la prima maniera del .Madrigale di otto verfi ,abc,
cingali . ab c .d d . come la vedrete in quello del Petrarca ,
1 Di otto verfi. Kova angelctta fovra l’ale accorta .
La feconda , ab a . b c b .c c . ficome in queflo ,
Non al Tuo amante pih Diana piacque .
La terza , ab b .b a a. ce. ficome in quello di Franco Sacchetti ,
Come fdvaggia fiera fra le fronde .
La ^larta ,abb .cdd.ee . ficome in queflo del medefimo Poeta ,
Di poggio in poggio , di fdva in fordla .
La J^inta , ab a. bab.ee .ficome in quel mio ,
Stavalì in un fiorito , e verde piano .
Del Madrigale di Nove quefta una guifa ritruovo , abh . a c c . c d i .
la quaC è in quello del Petrarca , -
Or vedi , Amor , che giovanctta Donna .
Benché piùfarfene poffano, quali farieno, a b a . b a b . b c c. Ed, ab c.
abc.cdd. Ed, abb.bac.cdd. Ed, a b b . a c c . c d d . Ed altre
ancora . Del Madrigai di Dicci fia il primo modo, aba.cbc.dede.
il qual fi vede in quello del Petrarca ,
Pcrch* al vtfo d’Amor portava infegna .
21 fecondo, a b h. b b c.ddc.c. il qual vi fi darà a leggere in quel mio.
Benché mal nati , cd infelici fpini .
Il tetZO} ab a. b c d.c d e.e. il quale in queflo pur mio fi potrà vedere.
Più non fi teme de’ tuo’ colpi , Amore ,
e l'uno e l'altro di quefli ha il tornello di un verfo.Del Madrigale dì un-
dici , come che più maniere effer pojfano ; non però ne truovo altre , che
quefle due , Puna delle quali è, abb.cdd. eff . gg. e fi vede i»
quello del Boccaccio ,
Come su ’l fonte fu prefo Narciflb .
L’altra i,abb. cdd.de c.ff. e ci fi moflra in queflo di Franco Sacchetti,
So-
B DI nove ,
ì DI dieci.
4 DI undici .
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LIBRO TERZO.
Sopra la riva d'un corrente fiume .
Bc». I Madrigali allegati del Petrarca , e i vojìri , per conofeer , come
ften compofti , legger potremo a noflra pofla . Ma quelli di Franco Sac-
chetti , e del Boccaccio , ( perciocché non abbiamo Cannonieri } ne' quali
trovarcifi facciano ) di federiamo , che ci fi difendano . Min. Il farò vo-
lentieri lofio, che al fine de' nofiri ragionari giunti faremo . Ber. Benché
queflo ragionamento fia della Melica Poefia , e delle compofinìoni di lei ;
nondimeno , poiché 7 nofiro ragionare delle rime è corfo tanto avanti ,
non vi rincrefea di parlare alquanto de' ver fi , de' quali gid t’ Epica fi
ferve . Min. Tre maniere di compofinione ha quefia Poefia . La prima é
di Serventefi", la feconda di Romangi', la terna di rime Sciolte. Serven-
tefe é voce Provennale , e contiene un dir lungo , come ad Epico Poema
fi richiede', le parti del quale Canti nominò Dante, e Capitoli il Petrar-
ca • Onde or di un Capitolo fi contenta: quaPé quello del Sannazaro ,
Scorro dal mio pcnlìer tra’ falfi , c Tonde .
Or di più fi compone , fecondo che la materia è meno , o più lunga : per-
ciocché il Petrarca il T rionfo del T empo in un Capitolo deferiffe ; e quel
di Amore in quattro . E fi teffe , or di terzetti , ed or di quartetti . De’
terzetti la comunal forma è quella , che ufarono Dante ,e'l Petrarca .
Dante , quando comincia ,
Nel mezzo del cammin di nofira vita •
E ’/ Petrarca ,
Nel tempo , che rinnova i miei rofpiri .
L'altra forma é quella , che 'I feguente ter^ftto con l'antecedente fola-
mente nel fecondo verfo accompagna in quefio modo, ab a . d b d . come
veder potete in quclP efemplo , che M.Giorgio Trijfino nella fua Poetica
ve ne diede ,
La tarda (Iella de la fpera grande
Mantien la terra , c ferva in fua natura .
La prima (Iella Tacque muove , e fpande
La difpictata (Iella muove il fuoco .
Mercurio tiene l'aere in fua figura ;
Tempefia muove per fuo tempo , e luoco .
Gli fpirti fono quattro principali .
L’un vien da TAgnol primo a TOrizonte ,
Che ’n noi conferva gli atti naturali .
Modrafi fua natura temperata
Fra le due qualitati attive , e conte .
Sana la terra , per qual fa giornata .
E in
M;idriga|i ••
Del Sacchetti.
Del Boccaccio.
Delle conip ili-
rioni iifjte nell’
Epica Poefia .
Del Serventefe
fatto di Canti )0
Capitoli .
Capitolo telTii-
to di Terzetti
in due manieie.
I Maniera di
Dante,e del Pe-
trarca .
f '
1 Maniera ad-
dotta dal Tril-
lino .
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2(?4 DELLA rOETICA TOSCANA
Opicolo teflu- E in qucfla gtiifa, di due m due terzetti, fe tic va iiifin' al fine. Di ejuar'
to di Qiurtccti. fitti , come fi componga > efemplo vi farà quel , che 7 mede fimo T riffino
ci reca innanrj ,
Tra Scrchio , e Macra furge un’ alto monte
Vdliio d’hcrbc , e di nodofi abeti ,
Con bei luoghi fcgicti ,
D'albergar fterc , e d’annidarvi augelli .
Qui fon due vaghi , c limpidi rufcclli ,
Che mormorando van di faflb in fafTo ;
E difccndendo al baffo ,
S’afftcttan di trovar Tonde marine.
Ove il primo c l'ultimo verfo vanno feompagnati ; ma con ordine • ihc
fempre il primo del feguentc quartetto s'accompagni con l'ultimo dcltar-
VcrfoaegJiinto tcccdintc . h' il vero , che de' terzetti iultimo divien quartetto , e de’
al fine del Ca- quartetti quinario; perciocché vi fi aggiugne al fine,in g/ùfa di tornello,
pitelo. zicrjó, il quale nel terzetto al fecondo s'accorda in tal modo, a b a b .
Della Ottava-» ^ ultimo nel quartetto in qtirfia maniera , a b b c c . Bir. Intendo ,
Km a . che cofa fita il Serventefe; e come fi componga. Che cofa è l'Ottava rimai
Che cofa fia, y. Compofvzjon vaga , e grave con imitazione talvolta di atti degni
telìe l’oefia,come s'i detto nel primo ragionamento\e fi teffe di quat-
C%>pié ,^ma'!h tro coppie, delle quali folamente la quarta ha nelle ultime voci il icrcen^
tre Rin e; e co- to ; ma l' altre , come che ninna di loro in fe fieffa abbia conjonanga t e-
ne li atcoruino. ^ iaficmc s’accompagnano talmente , che i ve>fi dell'
una rijpondono .ucordevolmenie a’vcrfi dell'altra in qurflo modo, ab. a
b .ab. c c . ove fono tre rime , delle quali per ordine diritto il primo al
primo , e ’l fecondo al fecondo rifpondendo , due fanno armonia ni tre
Perche le Otta intervallo , c l' ultima è contenta di una concorde coppia . Di
ve fi chia nino quefie rime fi compongono quelle, che per eccellenza Stanze fi chiamano:
iuiue . SI , perche l'armonìa loro più , che di ciafeun' altra compofizione per gli
orecchi entra piacevolmente nelC anima , c Cempic di diletto : e sì , per-
chè con più gitiflo , e più piacevole fpazio fi pofa , ove lungamente nar-
Eccellenaa dell’ convenga : perciocché egli non è così breve , come il terzetto , o
c3ttavarinia . pure il quartetto ; né così lungo , come farebbe , fe foffe di più ver fi .
Laonde in lunga narrazione così il tcrzetto,come il quartetto , perchè fi
pofa troppo fpcjfo,non par,cbe tanto diletti', e la Stanza di più vcrfi,per-
Materia diOt- pofa farebbe, farebbe nojofa. Deferivefi in Stanze ma-
tavarima. teria, alla qual faccia mefliere un dir lungo , e continuato", o fia di Amo-
B.-nibo, re, quali fono le cinquanta del Bembo , la prima delle quali comincia,
Is’c l’odorato , c lucido oriente ,
Odi
LIBRO TERZO.
O a Amore , e dì fatti altrui glorioft : quatè la T ef eida del Boccaccio , Boccaccio.
il quale fu il primo, che in ottava rima Epicamente fcriveffci e i Romana
cj» del Conte Maria Bo]ardo , e di M. Ludovico Ariojlo . Divife il Boc-
caccio il fuo Poema in libri , Virgilio ed Omero imitando . Divifero il vedivifi
Bojardo , e PAricflo i Romanxj loro in canti, gli altri feguendo, che Ro- J-'jijl/
mawzcvolmente fcritto innanzi aveono . Vfanfi ne' principi de' libri , e
de' canti or proemi , or digrcjfioni ; or quelli , e qiiefle ; ne' quali foglio” Quali'/Fcno ì
no ancora gli fcrittoi i de' Romanzi 'I dir loro ad alcun Principe dirizZ‘t~
re , come fe dinanzi a lui cantaffero i loro verfi , o pure recitajfero . Ma '
de’ Romanzi i'c detto affai nel primo ragionamento. Ber. Di quante fìl- Qiul vei focoii-
labe é il verfo, del quale fi compone la fianza ? Min. Di undici: nè ver- allalìan-
fo di altra quantità riceve . Ber. Delle rime , che fciolte e nude fi cbia- belle riire_»
mano , io non vi dimando : pcrcioechi so certo , che fe ne parlerà, qtian- Sciolte fi dui
do della qualità de' ver fi ; e di ciò, che loro è richiedo , ragionerete , Ma Prottob;
priego , che non fi taccia di quella Melica compofirione , la quale ufata o ÌJanclctta.
da' Moderni , or Frottola , or Ballata , or Bareellctta , trttovo , che ft
chiama ; e tutta di verfi d'otto fillabe fi teffe : quaPè quella del Magni-
fico Lorenzo de Medici , il cui principio i quejlo >
Donne belle , io ho cercato
Lungo tempo del mio core .
Min.O/ quefta compofizione certo non una maniera mi fifa leggere. L'u- i Maniera.
na è filmile in gran parte alla Ballata : perciocché ha ella la Riprefa, la
Mutazione ,e la Volta . Mafempre il verfo di un modo ,e la Riprefa di
due coppie tra loro obbliquamente concordi', e la Mutazione di altrettan-
te , che dirittamente fi rifpondono ; e la Volta eguale , e fimile alla Ri-
prefa ; ma con legge >' che 'I primo verfo s'accordi all’ ultimo della Mu-
tazione, e ne’ tre feguenti fi ripetano le rime della Riprefa ; anzi gli ul-
timi due verfi di quefìafono anche di quella , come vedete nclP allegata
Frottola del Magnifico de Medici ,
Due maniere dì
Frottola .
Donne belle , io ho cercato
Lungo tempo del mio core ;
Ringraziato ha tu , Amore , i
'Cih’ io l’ho pur’ al fin trovato ,
Eli’ è forfè in quello Ballo»
Che ’l mio cor forato havia :
Hallo feco , c Tempre havrallo ,
Quanto fia la vita mia .
Eli’ è si benigna e pia ,
di' ella havrà Atmpre il mio core
LI
Efcmplo
Medici.
Kipielà .
del
l?V.
Mucat’one .
Volta .
Rin-
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Riprefa ripcciu
io patte .
» Mauiera .
Efempb del Se-
rafino .
RipreA i
Motauone i
Voltai
Riprefa ripecita
lutea.
Altro efemplt).
Riprelà,
Mucauonc.
Volta;
Altro elemplo.
R^relà.
166 DELLA POETICA TOSCANA
Ringraziato fìa tu , Amore ,
Ch' io l’ho pur’ al fin trovato .
V altra ha pure la Riprefa di due coppie , e di altrettante la Mutaxionei
ma di due ver fi la t'aita, de' quali il prima nel emeento rifponde all' uUi~
mo della Mutazione, e 't fecondo ora al primo della Riprefa , quando ella
dopo la Volta fi riprende tutta : come fi vede in quefta del Serafino ,
Ah > ah , ah , chi non ridelTc
D’una sì diformc vecchia ;
Che per bella ogn’ hor li fpccchia »
Pur com’ altri le credclTe .
O tenace opinione ,
Quanti tu ne ’ngaoni al mondo ;
Centra te non vai ragione : '
Crudcltìi tu metti al fondo ,
Solo a te , pcnlìer giocondo ,
Le menzogne fon concelTe .
Ah , ah ah chi non ridclTe
D'iina sì diformc vecchia ;
Che per bella ogn’ or fi fpccchia «
Pur com’ altri le crcdclfe..
Ed ora al fecondo ; fitcome in quella f
Io non vb morir fuggendo ;
Che ’l fuggir dii poco honore •
Voglio prima aprirti il core ,
E dappoi morire intendo .
Ogni colh in te mi piace ;
Che a mio danno lo rivelo r
A te par , che toglia pace ,
E difirugga ogni mio pelo .
Ogni cofa vicn dal Cielo ,
£ dal Tuo degno Fattore .
ove farete accorti , che fi ripiglia tutta la Riprefa • Ma neir altre fe ne
ripetono folamente gli ultimi due verfi,i quali chi giugneffe con gli altri
che vanno innanzi, farebbe la Volta di quattro verfitficome in quefia
quaC è fimile a quella del Magnifico de' Medici ,
Tu , che femprc vai cercando -
Ne lo mondo lieto dare ;
Se non VUOI precipitare ,
Non andar pellegrinando .
Io
f
u
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.. i<S7
LIBRO TERZO.
Io volli cflcr pellegrino.
Per cercar luoghi diverfi ;
Mi trovai per un cammino ,
Che là quali mi dirperfì ,
Dove molti fon fommerfì
Senza mai più ritornare.
Se non vuoi precipitare >
Kon andar pellegrinando .
A ijuefia maniera di Cannone fta bene lo Itile baffo , ma piacevole , ed
aguto j e 7 motteggiare con proverb) , e con detti feflevoti . Bbr. Che ci
direte delle Rime non già [ciotte, e nude ma liberamente veflite , e non
fottopofle ad alcuna di quelle leggi , alle quali fottoponiamo le Canxoni,
$ Sonetti , le Ballate , le Frottole , i Madrigali, i Scrventefì ,e le Stan-
te ì Min. Che altro , fe non che la Pocfia [cnipre fi rifervò ,e fi riferì
vera queflu libertà nel comporre ì Fedele Pindaro , quanta varietà di
verfi usò nelle fue Cannoni , e quanti modi dagli ujati diverfi ì Poi nelle
Tragedie , e nelle Commedie , quante Strofe , le quali noi Folte chia-
miamo , fen%a fmilitudine alcuna congiunte trovate ì Similmente pone-
te mente nelle compoftxtoni di quefla noflra favella, e molte ve ne vedre-
te di altro modo da quel, che fecondo la legge delle rime tener fi dovreb-
be . Né v'allegherò tante Camtfini , che da molti fi fono fatte , e di dì ia
dì fi fanno liberamente , e fen\a regola ; ma leggete le rinie del Bembo,
il quale s’ha tanto di autorità acquiftato , che da quefia età, par , che fia
nello fcrivcr regolatamente Numa , o Licurgo riputato . E vi fi farà in-
nanzi quella Ballata fen\a la forma , che nelle Ballate s' è detto con
Pefemplo degli Antichi doverfi tenere ,
Come n convenìa de' voflri honori ,
S'io non forivo , Madonna , e non ragiono j
Ben me ne dee venir da voi perdono .
E nella CanTfine ,
Pelice (Iella il mio viver fegnava.
troverete confonano^a con intervallo di verfi nove : il che è contro afa
regola data {fe la memoria non m'inganna ) dal medefimo autore . E in
quella ,
Ben* ho da maledir l’empio Signore ,
lafcia una rima feompagnata ; ancorché le dia compagnia di un verfo in
tiafeuna delle flange, che feguitano; ed é quefia la rima innanjj all'ulti-
ma coppia delia fianxa , E nel Madrigale ,
Che ti vai faettarmi , s’io già fuore .
LI X il
MucatiOfle,
Volt*.
Riprel* ripeti»
t* in parte .
Stile bailo di
Frottola .
Delle rime libe-
ramente legate.
Quanta da la li-
berta.
Di Lirici .
Di Scenici.
Di Canionieri
Tofcaiii.
Efemplo del
Bembo di rime
(ènea legge ,
Ballata .
Cantone .
Madrigale.
I
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tfcmpli del Siti.
n.V3t o ,
Canioni libere.
Con’ poli zione-j
(inule al Sonet-
to, ma con cif-
(bmijlian7a nel<
le confoiianze^
de’ Qiiaicecci.
Inni Latini, fat«
ti da’ Sacerdoti
con Cai maniere
Tolcane,
I Di Quartetti.
a Di b'cnajJ,
268 DELLA POETICA TOSCANA
il tjui/ito verfo è di fette filUbe . Ma quella maniera , che tennero ^li
/Intich: r.el Madrigale , niun verfo rotto riceve . Leggete ancora le Ri-‘
me del Sanna'zr.ro,e vi fi faranno vedere qicefle due com^ofiT^onette fuor
di. ir ufata legge ,
In quel ben nato avventurofo giorno . E
Se per colpa del volìro fiero fdegno .
le quali nè di Ballata, nè di Madrigale, nè di Canzone forma ritengono.
BtR. Come adunque fi chiameranno ? Miv. Come altramente , che Can^
Zoni , ma fcritte alla libera i ^uefìa liberti io feguendo nel mio Pane-
girico feci , come ho già detto , molte Canzoni fciolte della legge da’ no-
flri Jiitkl i , e da me nelle rime fervuta . E' il vero , che non mi piac-
que mai di tifar tanta licenzu, che , quando ferivea Canzone di più flan-
, di altro modo da quel, che tenuto avea nella prima, alcuna delle al-
tre feguenti faciffì . Nè lafcerò di farvi avvifati , che in Canzonieri an-
tichi infin' a qui non dati in luce , ho trovato compofizione fimile al So-
netto ; ma ne' quartetti con quefla differenze^ t ohe , benché nella qualità
del verfo , e nella quantità delle fìllabe Pun quartetto all' altro rifpon-
da ; nondimeno or tutto , or parte nelle confonanze è diffimile . Della
qual maniera è quella mia , ^
Già fiammeggiava in Oriente Apollo .
E quefla ,
Eran le Grazie tre care forelle .
Quefla fomiglianza , e diffomiglianza di quartetti vedrete ancora negP
Inni da' Criftiani Sacerdoti a laude di Dio cantati , ne' quali non così la
mifura ,e'l numero de' ver fi Latini , come delle rime vulgari fi ferva :
perciocché così nell' una , come nelP altra favella quel fecolo , nel quale
filmili compofizioni fi fecero , queflo modo tenea . Di che vi farà efcmpla
l'Inno ,
Verbum fupcrnum prodicns .
che , benché fia di più quartetti , ve ne dirò due Jolamente >
Verbum fupcrnum prodicns ,
Ncc patris linquens dextcram >
Ad opus fuum exiens ^
Venie ad vitx vefperam ,
In mortem a difcipulo
Suis tradendus xmulis ,
Frius in vitx ferculo
Se tradidit difeipulis .
Nè pur di ^uartelli , ma di Senar) ancora Inni compofli troverete :
qual'i
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LIBRO TERZO. i6p
quit è quello %
Pangc lingua gloriofi .
£ di Settenarj : qu.if è queflo ,
Sacris folenniis
Jungla fint gaudia ,
£t ex prxcordiis
Sonent prxconia .
Recedane vetera ;
Nova fine omnia t
Corda , voces , & opera
Bencbv furfene pojfa uh quartetto > nei quale tre verfl (ìen di dodici plt
labe , e di otto il quarto . Ber. Bimane , che dclT Elegia a' Greci > ed
a' Latini comune , e della Satira propia de’ Latini fi ragioni , come da
noi trattare fi convenga ; perciocché degna cofa è > che tana e Caltra
Poefia non manchi alla noflra favella , maffimamente che alcuni fi fono
ingegnati a quefli tempi di darne dell’ una e delf altra alcuno affaggio .
Che cofa dunque è C Elegia ì Min. Imitaxjonc di una perfetta faccenda
propiamente lamentevole , la qual fifa con terzetti , o fe fleffo , o pure
altrui a lamentarfì il Poeta introduca , ed a mojlrarc il piangevole , e ’/
dolorofo . Ber. Non vi dimanderò , perchè fia imitarjone di una per-
fetta faccenda : conciojliacofachè dimofìrato ci abbiate ciò effer comune
ad ogni Poetica compofirjone : ma , perchè lamentevole ì o nella Ele-
giaca Poefia non troviamo fcritte cofe feflevoli, ed allegre ì Mm. Sì be-
ne : ma non propiamente , fe riguardiamo al fine , perchè ella fu trova-
ta : perciocché in principio ella altro non fu, che lamento , il qual fi fia-
cca per colui , ch'era morto : il che fi dinota per la voce fleffa, cotti' è no-
to a chiunque non è della Greca lingua ignorante . Ber. O non fiaccano i
Lirici Canzoni piangevoli ì Min. Anzi gli Eroici ancora , come nelle
opere del noflro Papinio leggiamo ma di altro modo , e di altro fiile .
Ber. Adunque propio della Elegia tra il lamentevole ? Min. Si certo :
e ’l primo , eh' elegiacamente cantò , dicono , effere fiato Teocle Naffio,
quando egli divenne pag^o > fp^ffo ripetendo la prima lettera della Ele-
gia , che Grecamente è fignificatrice di dolore , e di lamento . Altri l'at-
tribuifeono a Mida , che piagnendo la morte della madre , e fofpirando ,
fpcfj'e volte la medefima voce tramettea . E la cornamufa piangevole ,
al cui l'uono l'Elegia fi cantava , fcrivono , che prima aW efequie fer-
viva ; c fi trovò da quel Re in fare onore alla madre , la qual'egli va-
Ica nel numero degl' Iddii locare . Laonde tufìcio propio del Poeta Ele-
giaco farà di dire sì piangevolmente , che muova a pietà . La materia ,
iotor-
3 Pt SctccDori.
Della Elegia.
Che cofa fia_i
l’Elegia .
Propio di Eie*
già é il laineoce.
vok.
Inventore di
Elegia.
Oficio di Ele-
giaco .
'Maceria di Ele-
gia I
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17» DELLA POETICA TOSCANA
intorno alla quale quefla Poefta ft volgeva t era di cofe degne di lattdtt
(onciofoffe cofa t che conftflejfe in lamento funerale , e in lodare il morto,
Dappoi difcefe a cofe più leggiere : e per quelli , che ft erano dati agli '
amori , ed alle dilicatex^e » divenne amorofa e lafciva ,ofi lamentace-
lo , 0 fegni di allegrei^a mojìrajfero, o pregajjero , o ammoniffero , o ri-
, prendejjero f o la donna loro commendaffero, o lorofleffi fcufajfero, o per-
dono chiedefjero , o qualunque altro affetto di animo dimojìraffero : per- |
ciocché gli amanti , effonda di lor natura atti , e difpofli a lamentarfi ,
par , che ragionevolmente lor propia ft faceffero quefla Poefta , la qual
Come la mate- pofla ne' lamenti vedeano , Ma così rallcgrc‘:^'7;e, come i cordogli, e le no-
datata”* ^ofe fatte ella cominciò a ricevere . Di che
vi farà efcmplo tra’ Latini Ovidiofll quale molte, e divirfe cofe con verfi
elegiaci trattò : conciojfacofaché amorofi Poemi fien te vaghe lettere
deli' Eroine , gU^Amori , PArte deWamare , i Rimcdj , che ragionevol-
mente dir ft poffotto precetti. Funerali compofi^ioni ften quelle, nelle qua-
li egli piagne la morte di Tibullo", e quelle , nelle quali la morte di Dru-
Jo . Dogliofe quelle, che del Ponto, e delle cofe trifle s'intitolano . Poche
ne fon liete , quaPè l'Elegia , nella quale del Germanico trionfo con C(-
fare ft rallegra . ,^uella operetta chiamata Ibis , tutta é acerba , e pie-
na di vituperi in altrui biafìmare . I libri da lui falli nominati , con-
tengono le fefle , e i fieri flc) de’ Romani . Tcognide ancora Megarefe, I
che fu Poeta Greco , non pure giuochi , ed amori ; ma fentenge , e pre-
cetti di vita fcriffe : e fece una belli ffima Elegia di quelli Siracufani , ;
Cbe l’Elegia fia che dal lungo ajjedio fur tolti , e liberati . Nè , perchè i verfi Elegiaci
dell’ Epica Poe- 4/ fuono della piangevole cornamufa fi cantaffero , fono della Melica , e
■ non delP Epica Poefta : perciocché P Elegia non ha Coro, il quale alla Me- f
lica è riebieflo. Nè ciò, che fi canta, i Melico: conciofoffe cofa, cbe P Eroi-
Quii verfocon- fo Poema alfuon della celerà ft cantaffe . Con qual verfo in quefla no- ‘
utngì lii'Eie^a flff, fgyclla fcriver fi convenga P Elegia, il v' infegnò il Sanna%aro ,
del quale abbiamo due bellijjime elegiache compofiv^oni , nell' una delle I
quali egli piagne il cafo del Mar cbe fe di Pefeara , nelP altra di Pier Leo- '
ne Fifteo eccellentiffimo . J^iulla comincia , j
Scotto dai mio ^cnficr tra’ falTi , e fonde . 1
E quefla , i
La notte , che dal Ciel carca d’obblio .
Aggiungali loro quelP altra , nella quale invita a piagnere la morte del
noflro Signore , e Dio ,
Se mai per meraviglia alzaie il vifo .
E quefle due , che troverete nel mio Amore Innamorata ,
S’io
t
I
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LIBRO TERZO. 171
S’io (bn colui , che tutto vince , e sforza . E
LafTa mi Tento non so che nel core .
§ve chiaramente il Poema ejfer di terxetti compoUo ft vede. Il T/Vn/èjwa-
no ancora fili altri , che fon dappoi venuti , e nominatamente fi moflrano
fcrivert Elegie . T ra’ quaU è Lui^i Alemanni « che in quello flile non
foca laude ha trovato . E, perciocché mifia è quefla maniera di fcrivere. Modo Eleeiaco.
quaPé per certo I Epica Poefìa , il Poeta Elegiaco or la fua per fona ritie-
ne , ed or la depone : il che , come fi faccia , affai chiaro fi è dimojirato
in quefli noHri ragionari . ^uaf , e quanta fta la faccenda , e quanto fi Quanta lìa l*E-
ftenda , dalle opere allegate vi fi farà chiaramente conofccre ; concioffia- kgù.
tofachè effer non poffa gran Poema quel , che non all’ univerfale, ma va
dietro al particolare p ed acciòp che di quefiop e di quello avviene . Né fi effenaijlì
dubita, le parti , che fanno la forma dell' Elegia , effere la favola , i co- •
fiumi, le e le parole. Della favola, e de’ coflumi fi é detto affai. Favola .
Delle fentenxe,e delle parole fi dirà fufficientemente al fuo luogo. Ma non
tacerò , che quefla Poe fta , come che le pià volte fìa coflumata e morale, parole .
i nondimeno fervente pafjionevole ; e certamente delP una e dell’ altra
maniera di affe tti è piena . Divide ft , come ogni altra , in due parti : Membri di E te*
perciocché propone , e narra . Molto adorna tei la digrefflone fpeffa , e ^'^roooRiione
breve , purché le fta ben congiunta . Di che niuno può darvi efemplo ^ Narrazione
meglio-, che Tibullo , Adornanla anche non poco gli efempli , le campa- Ornamenti di
ragioni , il dtfjìmile , il contrario , il pià , il meno , il pari , Pampliare, Elegia .
e gli altri ornamenti , de' quali rimane a ragionare , Dilettafì di fentcn- Delle Sancente.
%e brevi , ed acute . Che diremo del dire ì fe non che debba ejfer piano , Stile .
e piacevole , e leggiadro . Altre cofe ancor’ a chi leggerà i buoni fcritto-
ri fi faranno innanzi degne di effer mirate , e imitate. E, poiché a noi Quali Elegiaci
non é cofa antica P Elegia, io conforto coloro , a cui diletterà di fcriver- imitare.
la , che fi rechino innanzi i Poeti Elegiaci Latini ad imitare , e fpecial-
mente Propcriio, e Tibullo . Direi anche i Greci Callimaco, Fileta , ed
Antimaco , ed Ermefianatta , fe P opere loro fi trovaffero . Bsr. Poiché Dalla Satira.
s’é detto della Elegia , udianfo , che cofa è la Satira Latina . Min. Pri- Chi trovò la Sa*
»»a che la dilfiniamo , non fi taccia Lucilio mio vicino in Roma averla
trovata : perciocché effondo fatta una legge , che in T eatro niuno foffe
motteggiato , 0 morfo ; e pochi nella Città fi trovaffero indegni di effere
dalle unghie de’Comici fquarciati ( conciofoffe cofa, che pochi di mal fare
fi vergognajfero ) moffer lo fdegno di Lucilio , che non poffendo egli i rei
coflumi , e i vìt() de’ fuoi tempi fofferire ; in notarli , e ’n biafimarli , Con quanta li-
trovò quefla nuova maniera di fcrivere , la quaP egli Satira nominò ,
/<r»7'4 partir fi da quel Satirico motteggio , del quale cql Signori Angeli^ ^
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i7t DELLA POETICA TOSCANA
s'é ragicv>Uo ; fcrcìoctbè , quiìntunque lafciati gf introduciiKcnti deHt
cofc Sceniche, c delle pcrfonc, c cangiati i ver fi, Epico f faerffe: non però
non ritenne il pungente , ed acerbo motteggiare, sì che per nome i Citta-
diKÌ Romani afpramente mordea . AV difpiaccva a' Principi, che la ma-
li^ia, e la iniquità fi biafmaffe ; la qual libertà, f dolj'ero i fucceffori di
Oliai’ site feivò lui, che fojjc lor tolta . Ma , benché Orarjo qnefìa legge difpregiaffe, e fe
Oiazio nel li- ridcjfc', nondimeno altra maniera fervè nel mordere , e nel motteggia-
ptei) ere . _ perciocché cgji feppe mcravigliofarncntc diffìmnlare , cd usò arte mi-
rabile nel riprendere: conciofojfe cofa, che dov egli parca, che cianciaffe,
ed altro fatrffe ; a poco a poco faette di riprcnfonc tirajfc ; li cui colpi
non fi conofccano prima , che giunti nelle vifeere dell' anima f fentiffe-
Qiial modo teii. ro . Ma Pcrfio , e Giovenale , non pof indo Lucilio nel nominare i vi-
GiovenaJtT imitare, il fegitirono nello fpargere apertamente, quanto è di afpro,
c di acerbo nel biafmare. De' quali Giovenale con tanto più [piegate vc-
Matcjia di Sa- [degno fi lafcia andare ; quanto più largamente ogni
tira . menoma particella di vÌ7jo ne va firignendo . Come adunque le infermi-
tà,e le ferite del corpo direfie effer materia della Medicina, come di quel-
la, che in loro fi rivolta : così le pajfioni, e le piaghe dell'animo foggetta
Fine di Satira, di quefia Satirica Poefta chiamcrefle . E, perciocché P una e C altra het
per fuo fine la fanità , quella del corpo , quifla dell' anima ; fimilmente
ha cura di fanare , quella con le cofe , quefia con le parole ; quella con
C/iuo di Satiri- bevenda, quefia con acerba riprcnfionc. Ma, perciocché la Ftlofo-
co. fia è medicina di quelle malattie , onde l'anima s'inferma , c'I Ftlofofo
riprende per fanarla ; intenda il Satirico fcrittore , che non s’appartiene
a lui quel , eh' é propio delta Filofofia , il trattare delle vertù , e delle
cofc, che loro fi contrappongono : ma il ripnndcrc altrui fefievolmen-
tc , né felina [degno con verfi , per li cofiumi ammendare £ , benché
talvolta ammonifea , e infogni , che fia , come omfio , da feguire e che
da fuggire , come brutto : nondimeno egli tal vi fi mofira , che agevol-
minte Satirico , e non Filofofo il conofeete, come colui , che liivimcntc
tocca i precetti della onefia vita ; e ben fi guarda di parere , che fi fiud)
Che cofa ila la di ratinare Filofofici ammaefiramenti . Da quefie cofc già dette coglier
Satira , pojfiamo , che la Satira è imita'gione di una vixjofa , c biaftmevole fac-
cenda , con verfi nudi e puri , e con parlare femplice e netto ; ma sì be-
ne acuto, per la vita ammendare ; ed univcrjalmtntc più tofio , che par-
’Dìfferentatra'ì ticolarmcnte : concicffiacofachè in qiicfio fia differente dalla J ambita
Satirico , e ’l p^^fia , che i vix.) de' particolari acerbamente pungendo riprende . N)
jam ICO, prima qnefio noflro Satirico ufeirà a pungere, che preparato abbia
l’animo dell' uditole a rncvcrc fint^a i.o)a le punture , le quali con-
, " ’ vini.
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LIBRO TERZO.
i?;
vien i che vadano tinte , e condite di tanta piacevoìcx%A ì che Vafprcx^ Qual modo
7ja non prima a fentire fi cominci, che fa tutta nelC animo fenr^a offefa di tenga il Satirico
lui raccolta : acciocché daW efemplo del buon Fiftco non fi diparta , il cevdm^entc
quale, per ingannare il gufo dello 'nfermo, tempera la medicina con quel
foave condimento, che non fa nella bocca tamaro di lei fentire , ,^eflo,
come far f convenga, niuno meglio vi può, che Orayo,infegnare', il qua-
le allora tratta le cofe, che alla vertù s'appartengono , quando con dan-
de avrà acquiflata la volontà di colui , il quat egli riprende . E quefla Diffèien*a cnui
differenr^a è tra Cantica Satira , e quefla nuova : perciocché quella mot- l’antica , e ia_»
teggiando , c cianciando , i viy mordea ; quefla ridendo tocca il vero ; Satira.
col qual rifa nafcondcndo lo fdegno , afluiamrnte a riprendere s'introdu-
ce . Quefla dolce maniera di riprendere io flimo migliore , che tafpra, Che la pìacevo-
ed acerba ; come quella , che più vale a confeguire il fine di quefla Poe- le maniera di ri-
fa , il qual'é di ammendare i coflumi : perciocché tanto manca , che pa- c
Xjentemente alcuno tafpreg^a della riprenftone fopporti , che tanto più ^ra^* ' *'
s'indura ne t;iiy , da' quali egli é vinto ; conciojfiacofaché per la durex^
%a dtl maeflro la beflia naturalmente fera più fiera divenga , e meno *
afcolti . Bb*. Moflratcd , come quello eccellcntijfimo Poeta abbia quefla
materia trattata } Min. Avendo egli deliberato di riprendere aflutamen- Come Orario
te quel , che di riprenftone degno giudicava ; per moflrare , che in que- trattò la Satiri-
Zio anche uficio di buono amico facea , fi difpofe di efeguirlo in due mo- due"mS^Ì*
di , ora per lettere , ed ora , come s’egli ragionale con quelli , alli qua- i Con fermoni.
li egli parla , o pure introducete alcun ragionamento : onde tacitamente *
a riprendere procede , affineché chiunque ode le cofe degne di biafimo , Artificiode’Ser
fe fono in lui, le ammendi ', fe in altrui , fe ne guardi . ledete come moniSorwióÌ
leggiadramente i precetti del padre dimoflra , il' qmC-egli finge , che ,
mentre infegna il figlio di viver bene , ora in queflo , ora in quello noti
ciò, eh' é da fuggire , Taccio, quanti egli per nome in diverfi modi ,
come fe ad altro hitendcffe , punga : perciocché ampliando con l'iperbo-
le egli dife , Kiman tanto a dite , che Fabio ftancherebbe ; ove fi
biafim^^ cicalare di Fabio, il qual non era mai faxjo di parlare . E con
la comparazione , Se foflì più cicco d’Urea, quei vizj vederefli ; per-
ciocché quella donna era lippa . £‘ pazzo piti di Labeone , il qual' era
flolto. E con l'efcmplo ammonifee, che non fia avaro, Non far quel, che
’l ricco Uvidio farebbe ; né che fia difiìoluto , Volete adunquc,_ch’io
viva , come Nevio .’ o come Nomentano .* Era quegli sì avaro , che
nulla più : eran qticfli dtfiolutijfimi . Molti ancora breviffmamentc hia-
fima , qual'é , Grave è il lezzo di Rufillo ; Gorgonio rende odor di
«.apro. Talvolta nomina chrar amente coloro, i quali egli prende a lacera-
la m ' re ,
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z74 della poetica TOSCANA
re , quali furono il profcritto Re , Rupulo , Perfio , Lucilio . Talvolta
ve tate il nome, tome fu, quando per la via Sacra incontro gli venne uno
a lui noto folamente per nome , in cui dipinge il mal confederato , e lo
sfacciato , e l'Importuno . guanto fefievolmente , ed avvedutamente
alla riprcnfione di molti s'apparecchia, quando fi feufa: perciocché le Sa-
tire fcrivea , ed era tenuto mordace riprenditore . .guanto afìutamente
narra i mordimenti , che gli fi davano s perciocché origine avea da gen-
te fervile ; voleitdo egli biaftmare il giudizio di coloro , che alla vertù la
nobiltà del fangue antiponeano . piacevolmente , e quanto arti-
, ficiofamente la fciocchee^a degli uomini fchernifee , quando afe flejfo
non perdona ; perchè gli altri fen%a loro offefa riprenda , introducendo
Damafippo , il quale mentre rimorde gU feiocchi , la fua paj^a dimo-
ftra , .parafo corteggianamente quelli , che al ventre fi danno , ripren-
de , quando fchcrnendo la fetta di Epicuro , introduce Ca'i^io di lui fe-
guace a dare i precetti delle vivande . E quando fa, che ’l Fondano Nom
fidieno narri il convito , non morde motteggevolmente in lui lo infipido,
e inconfiderato apparecchiator di cena ì e in Rufo , e fomentano la
ghiottoneria ì Che direte di quella motteggevole vaghet^xaì Non vi par'
ella ftjlevole , e piena di prudenza , quando introduce T irefta a ragionar
con VUffe , come fi acquiflino le ricche'^xf » volendo egli il coflume de’
Romani in avere l'eredità fchernire I /djfai certo leggiadra , e piacevo-
le , cd avveduta ajìwi^ia è quella , con la quale a fé fieffo gli altrui difet-
ti attribuifee', acciocché gli altri nella propia fua perfona rimorda, quan-
Artìficio dell’ do fi fa riprendere dal fervo . Tenendo poi alC Epilìole , non vedete,
Epidole di Ora. q,unto aftutamente s'infinga , quando , fcrivendo a Celfo, riprende in fe
**° * medefimo le cofe, le quali erano in lui degne di riprenfitone’, acciocché ac-
cortamente ammoniffe lui di ciò , che foffe da fuggire ì ,^anto meravi-
gliofamente dijfimulando rimorde Giulio Floro , come troppo all'ira fog-
getto , e difeordante aW amico , che per opera dello fieffo Poeta , e degli
altri amici s’era con lui rappacificato . Arte meravigliofa éauella »
quando per riprendere Albio , che ( perciocché le ricche'^e glf^anxa-
vano ) continue no')e, e foUecitudini gli abbondavano : e per confortarlo
a menar vita libera di molefii penfieri, il lauda prima, che V riprenda", e
fe gli offre pronto, ed agevole a riprendere , acciocché quegli pià agevol-
mente fofienga d’ effer riprefo . E perfuade a Torquato , che fplendida-
mente , ed allegramente viva , e fi goda delle riccbc’^c , lodando il pia-
cere, e la ftfia, e Cimbriachcx^'^ : non già, ch'egli ciò nell'animo fentiffe%
ma perchè lui dalla troppa avari7^a,e dalla miferia rimoveffe', ed a quel-
la mediocrità , che tra l'uno e l'altro vi-^io confifie , riduccjfe . Mille
altre
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LIBRO TERZO. 275
altre fomìgUanti cofe troverete da quel Poeta motteggevolmente ,
fìevolmcnte , e lon leggiadria , e con afìuxia trattate . Ni fen^ arte Come Perfio , «
Perfio , e Giovenale a mordere i vi^) (i diedero ; ma guardandofi dal ri- c
prendere i potenti, e’ ricchi di loro tempi , fotta finti nomi , 0 come fin- ca MatCTu!'*""
ti , ancorché veri foffero, li biaftm avano : perciocché Damafippo é nome
finto appo Giovenale dalt effetto , nel qual nota ,e figna la Romana no-
biltà, così data alla cura , ed allofludio de' cavalli, come fe foffero coxe
Xpni , 0 carrettieri . yere , ma come finte per fané fono quelle ,T aurea,
Vrbico , Crifogono , nelle quali coloro , eh' eran loro fimili , rimorde .
Talvolta col nome di quelli , ne' quali fu notabilmente ciò , eh’ i da ri-
prendere , biafima coloro , che fono degni della mcdefima riprenfionc: fi- '
come in Clodio vitupera i Merchi •, in Petofini, e in Trafililo gli Aflro-
laghi motteggia . E , perciocché ’l Satirico non perdona a’ morti, allora
uja liberamente i veri nomi , afftneché ciafeuno filmile a quelli riprenda .
Ftjìcvoli fcbernimint! nelle Satire troverete , quali fono quelli di Gio-
venale , quando fchernifee la fuperfiixione di quel tempo , e la ghiotto-
neria di Domiziano , e la Poefia di Cicerone . Suole ancora il Satirico Invocastìone d«*
invocare , ficome fa Orario , chiedendo Pa)uto dilla Miifa a dire la con- Satirici,
tefa di Sarmento beffardo, con Mcjfo Cteirro ; e Giovenale a deferivere
la graffexxa di Domiziano , Ni mancano alla Satira le parti effenxioli: Parti efTen^iali
perciocché la favola fen^a dubbio é faccenda ; c ’l Satirico tratta alcu- Satira.
na faccenda , quando introduce alcuno a notare i vi^j >o pure a dar ma-
teria da ridere ; o narra alcuna cofa alla riprenfione appartenente , il
che fa veriftmilmente . T utta c coftumata , e morale quefia Poefia ; Come la Satira
perciocché , oltre che fi dirixxtt a//’ ammenda de' rei cofiumi , pure tal- fia coftumau.
■volta , quaCè dentro nclP animo difpojto , e quaPé coflumato quel, che fi
morde , fi dipinge : perciocché l'avaro , Pinconfidcrato , il dato al ven-
tre, il lufinghiero ', il biffardo , e ciafeuno altro degno di biafitmo, quan-
do parla ,fi fa , qual' egli fia , conofeere , Narrando, qual fia la natura,
e 'I coflume di ciafeuno di quelli , che morde , dimofìra . E in deferive- Quale Stile .
re alcun atto , qual fia colui , che vi s’introduce , leggiadramente ne digrcjfio»
dichiara . Ama ella molto nel dire il puro , e netto , e leggiadro ", e nelle
fentenxe Pargujia , e Pacuterg^a . tifa digreffioni , dallo argomento e
dalla imprefa materia paffando a dire alcuna favola , 0 novella , 0 vero
in alcun' altra maniera di narrare . Né fi difiderano in lei le parti , che Membri della.»
fanno il corpo del Poema : conciofftacoftché non le manchi il proemio ,
né il narrare , come vedrete , leggendo le opere di quefìi Poeti , che io Che ora tenga ,
vi allego . £ , benché le pià volte il Satirico ritenga la fiia per fona, non ®ra Jepnngà la
però talvolta non fe ne fpoglia : ficome Or agio , quando introduffe Ti- sliriro
• M m 2 ' refia
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116 DELLA POETICA TOSCANA
rcfid con Vliffe a ragionare ; e Priapo a perfeguitare Canìdia incanta-
trice ; e Ca^io a parlar [eco , Talvolta ufa quella forma di ragionarct
nella quale s’interpone Dice , e Dico . Ma y o ritenga la fua perfona , o
dell'altrni fi vefla ; rade volte entra fcn'ga quel , che fìa in gnifa di proe-
Proemio di Sa- tnio . Ber. Io credeva , non effere alla Satira il proetnio richiefio : oer-
tita . ciocché l’entrata i di fubito , e repentina : conciofjiacofachè ’l Satirico
dall'ira , e dal difdegno fofpinto fubito a mordere ne vada . Mim. Bench'
eglii come voi dite, di fubito, e di repente a dir male cominci’, non è però,
che ciò non fta principio al mordimento : perciocché queft’ è dell’ arte ,
che cominciando punga : conciofjiacofachè pungendo proponga quel ,
eh' é da trattare . E nel vero queflo repentino cominciamento rade volte
altrove , che nella prima Satira , la qual fta principio di tutta [opera, fi
Che r infinua- truova . Ma , perciocché la materia del Satirico i delle cofe biaftmevo-
tinne alla Satira li, egli tiene quella occulta via del cominciare, che i Latini chiamano In-
convenga . fmuagione . Onde par , che non ufi proemio ; perciocché il principio non
Qual fìa il Satl- é chiaro , ed aperto . Né balìa a lui , che fia mottcggevole , ed agro nel
rico nejicparo- riprendere ; ma fervar gli conviene la femplicità , e la leggiadria nelle
^^firione^’^a'n- p^tole ; [aguteg'^a , e la brevità ne’ fentimenti ; la compoftxione atta,
ciare . e dicevole ne’ verft ; con l’afpregg^a le donde nel dir male r condoljta-
cofaché ’l dottiffimo Oragio ne 'nfeg^ni , che nel riprendere non fi debba
Che'l ShItìco fpandere tutta laforga dello fdegno . ^efìa legge gli diede Giovena-
noo finge . ^ „p/ narrare non dica cofa finta , come i Comici, overo i T ragià
Come,econ_. hanno in cofìumc di fingere . Come s’abbia a fcrivere la Satira , non pu-
quaUeirofìfcri, fg / Latini maeflri vi faranno ; ma anihe i noflri,e fpedalmente l’ Ario-
va la Satira. quale non contento di quella gloria, la qual fopra tutti. gli altri ne'
Laude dell* Romanci trovò , fi difpofe di quefìa laude fimtlmente acquifiare . E mo-
Ariofto. firò poterfi la Satirica materia attamente fcrivere con terzetti . Ma,
■ perciocché le fi richiede fide fimile al ragionare , come Oragio nammo-
nifee , fen%a quei numeri , che oltre a’ piedi il verjo rotondo dilidera’, io
direi , che le flarieno affai bene le rime fciolte , e nude di eonfonangc :
Della Jamhìca anco abbiam detta , che la Commedia le richiede . Ber. Lafcerem
Poefia , onde è dj parlare della Jambica Poefia , e deli Epigramma ì Min. Breve , e
nata la Gomme- cornpofìgionc é la Jambica ufata dagli antichi a mordere alcuno
particolare per nome ; dalla quale , s'I detto , effer nata l’antica Comme-
Antichitd , ed dia . E non é dubbio, che non fia tanta antica, che con [Eroica del[anti-
origme della-» chità contende : perciocché è da credere, che toflo,chc [ottimo flato degli
Jambica. uomini fi cominciò a contaminare , e dalle profonde, ed occulte vene
deWanimo a forgere la fonte perpetua delle pafftoni , onde ufdrono gran-
dtffmi fiumi di , li quali per tutto ’l mondo fi fono fparfi ’, elJi o da
feber-
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LIBRO TERZO. 277
fcherto , 0 da dovtro fi diedero Putì Palerò a biafimare , E , perciocché
i Jiìmhi , tome nel parlare , così nel dir male più d-ogni altra maniera
di verfi loro fi Paravano innanzi i s’elcffero come i più pronti , ed atti
a rimordere . Il primo , che faceffe quella compofiTjone , dicono , che Inventore Jella
fu S>monide~^morgino , il tjual fiorì quattro cento anni j poiché fu Tro- J^njl***’* Poefia»
ja d flrntta . Ma certo i più affermano , che Archiloco fu il primo ,e'l
mizliore a fcrivere di qurflo modo . Onde per odio 0 del peccato , 0 più
tofìo de' peccatori , i wj'j biafimando , i Poeti di quei tempi tei vixjofi
per nome riprendendo, e ciò parendo , che alP ammenda de' coflumi molto
giovaffe t {conciò fpffe , che ciafctino fi guardaffe dal commetter ciò , clte
degno era di biaftmo , e di mordmento ) fu lor conceduto , che libera-
mente quefìa maniera di fcrivere ufaffero . Laonde Ptificio di tal Poeta Ofkio del Jama
fard di biaftm ire , e di mordere sì , che muova , ed ammendi , E nel ve- ““^0 •. .
ro tanta^ tale fu Pafprex^a di quei verfì in quella eri, che non folamen-
te roffbre negli sfacciati , non che ne' vergognofi volti generava ì ma
perturbava anche i petti sì, che non pochi fe noccideano , per non poter
Cofiefa pa'gientcmentc foffrire : come avvenne a Licambe , il quale non
poffendo mitigare il dolore, nè far delle 'ngiuriofe punture vcndetta,con
un duro laccio fijolle lo fpirito della vita rE, perciocché lo fìudio di tal Materia del
Poefia è pofio in vituperare , la materia di lei è brutta , e biafmevole : I^nibico .
quali fono i vietai, i mali coflumi degli uomini, gli atti difonefli,e vitupe-
revoli, e tutte l'altre cojc laide, e dalla oneflà lontane. Onde ragionevol-
mente é da riprendere, chi morde i buoni, e biafima i degni di laude; con-
ciò fia che in loro non fi truovi materia a quella Poefia conveniente , E'
il vero , che poi ( benché non propiamsnte ) pur fi diede ad altrui loda-
re . I Latini hanno Catullo , ed Ora'gio , da' quali pofflamo anche noi Qitali Jambici
ejémplo pigliare ; e i Greci Anania , Ipponatta , Archiloco > Simonide, ■*" ‘
c motti altri , i quali fcrtffero bene , e molto : non però ne' tempi nofìri Greci 1*
cofa alcuna fe ne legge , che ci poffa in qualche modo fcrvire , De' nofiri
antichi ninno mi fi para innanzi fil quale dar vi poffa in luogo di maeflro.
Ma sì bene in Roma Pafquino ha in coflume di fpeffo molti in quella ma- Torcati!,’
niera di fcrivere, efercitar ai , che ce ne dà talvolta belli(]ìme,ed acutif- Paf<iiiim.
fime eompofigioni .. .^uel modo in qucfla Poefìa fi terrà , che nella Lirim eiTeiMlali
ca detto abbiamo doverfi tenere', ed altrettante parti le fi daranno, altro deila Ja.nbica ,
che ’l canto, e la rapprefentaxjone : benché pur foffe uno flrumento chia-
mato Sambuca , al cui fuono ijambi fi cantavano . Finge queflo Poeta Favola,
la favola , com' è verifimile, e come conviene : perciocché , chi vitupe-
ra ^o laudi , convien , che qualche atto deferiva ; come colui , che bia-
fima il malfatto , e'I benfatto commenda ; e funo e l'altro fa breve-
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17* DELLA POETICA TOSCANA
Della Dìgref- . Jfade volte dalla propofla materia fi diparte, e la dipartita i bre-
/ione . vifiima . Come dipinga i coflumi , non i mefltere , che fi dimoflri . Ma
affitto, e paffìone: concioffiacofachè induca odio , e [degno con-
Membn jambici biafima , e rimorde . Nè a quefla compofixjone manca-
Pi tncipio. no le parti, che fanno il corpo : perciocché in lei il principi»-, e la narra»
Nafrazìpne. ^ione troviamo . E , benché continciamento di tutta l'opera non fia mai
fenica proemio , pure talvolta nelle particolari compofii-^jonette quel, eh' è
in vece di lui , ci fi fa leggere . La narra%iont è femplice , nella quale il
Poeta le più volte ritiene la fua perfona , e in due modi ,ficome anche il
Melico ; perciocché o narra i detti, e i fatti altrui', o pure così parla , co-
me fc ftejfo a parlare introduca : il che vai tanto , quanto fe faceffe al»
ModidiTambi- trui parlare . Talvolta dclf altrui perfona fi vefle . E l'uno e l’altro d
co Poeta. imitare: perciocché, fe ’l veflito dell’ altrui perfona fi dice imitare ,
rapprefentarc ; non imiterà , e rapprefenterà fefieffo , chi fe fteffo intra-
Del verfo con- durri a parlare ì Ma , benché appo gli antichi quejìa Poefia molte ma»
veniente allaj niere di verfi riceveffe , ( perciocché quelli non pure co' Jambi , ma co»
Jambica Poefia, Endecafillabi , e con gli Epodi , e con altri modi di compofixfone ri-
mordevano , e motteggiavano ) nulladimeno in quejìa nojìra favella due
fole maniere di verfi truova ; luna di undici fìllabe , ch'é degl' interi', e
l’altra di fette ; e tutta o dell' una', o dell altra potrà vejiirfi , e variar-
la ór di coppie , or di ter'zetti , or di quartetti ', e per avventura di qui-
narj , o di jìnar) ancora . Chi giugneffe luna e l altra maniera , al verfo
di undici fit labe quel , eh' è di fette foggiugnendo , l Epodo farebbe ad
imitagliene de' Latini . Né farebbe forj'e da biafimare chi quello , ch'é
di otto fillabe , ufajfe o fole, o pure in compagnia del verfo intero . Ma,
per dirvi quel , eh’ io fento , le rime ignude di confonanga Jlarieno ajfai
bene a quejìa compofigione , per quel , che s’é trattalo nel ragionamento
della Scenica Poefia . E qucjlo é quel tanto , che della Jambica compofi-
gione al prefente mi par da notarc.EhK.Seguite a ragionare dellEpigram-
Dell’ Episram- Dell’Epigramma, mi rimembra, aver detto per avventura fuf-
nia . , ficiente'mente-, perché fi conofea la differengx,la qualé tra lui,e’l Sonetto,
Che rEpieram- f^ddisfare alla vojìra dimanda , non taceremo , che quejìa ma-
rna è'ancichifli- niera di fcrivcre è antichijjima : perciocché , tojlo che a’ templi fi comin-
. ciaroHO a confecrar doni , ed a far fepolcri ; e luno e l'altro è chiaro,
Quando, ejp^ cominciò , quando nacque la religione , e Nuore , e la riverengx
fi trovò l’Epi- degli uomini wrfo Dio , e verfo i morti ; la quale, creder pojfianio , che
giamma . nacque infiemc con C umana gencragione ', é da tenere , che s’ordinò , che
verfi nelle ftatue , nelle immagini , nel muro delle cafe agli Iddìi confe-
crate , e nelle fepoltureji feriveffero , per far tejiimonianga del culto di-
vino.
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LIBRO TERZO.
vino , e la memoria dr^li uomini confcrvare . ,^efla fcrittura fatta in
ver/} chiamarono Grecamente Epigramma , la cofa fiejfa con la voce fi^
gmfcando . Di que/ìa maniera compofi^ionette non poche fi leggono di Epigrammi dì
Omero", della cui Poefia, molti affermano y non trovarfì opera fcritta pii Odierò •
antica : (fual'è , cjuando egli dedicò a Febo la coppa a lui dottata , i Nel dedicar
Feho Re , queOo don , che ’n dono Omero ^ •
Ebbe , confagra a te ; tu fammi onore .
E, quando per confagrare la memoria del Re^Mida di Frigia , ornò la fe- » Nella fepolru-
poltura con ver fi di que/ìo fentimento , • « del Re Mida.
Vergine io fon d’un bel metallo , e fervo
La memoria di quel , che ’n Frigia tenne
L antico Regno ; mentre corre il fiume ,
Mentre fi fpoglia , c fi rivede il bofeo ,
Mentre la Luna , mentre ’l Sol rifplende ,
Eternamente porta in querto marmo ;
Dico a chi parta , Mida è qui fepolto ,
Cojj Poefia da prima trovata per la memoria fervere delle opere Qiial Materia
magnifiche, e fplendide, che ad onore degli Udii, e degli Vomini Illuflri d‘ Erigramnia.
fi faceano , abbracciò poi molte altre cofe ; perciocché ciò, che verfo aU
fxna perfona, o verfo alcuna cofa così animata, come fen^a anima leggia~
dr amente , ed acutamente , e brevemente di laude , o di biafimo } tPalle-
gre-z^ , 0 di cordoglio ; di motteggio , o di vero dir fi potea , con que/lo
modo, e ftile di fcrivere fi trattava . Talvolta materia gli diede la Sto-
ria", talvolta e la T ragrdia, e la Commedia", né una volta P Epica Poefia:
ficome ne 'nfrgnano gli Epigrammi , che tra’ Greci fcriffero Simonide ,
Alceo , Archia , Ateneo, Agalla , Antipatro, Pallada, Filippo, Antifilo,
Leonida , Luciano , Bianore , Lucilla , altri innumerabili ; e tra’ Latini
Cantilo , Marziale , Aufonio , l’opfre de’ quali al prefente fi trovano •
L uficio di queflo fcrittore é di talmente dire,che motteggiando con mol- Quale ofìcio dì
ta meraviglia delP uditore, o di quel, che legge, non pur diletti", ma fac. Scritcored’Epi-
cia profitto : perciocché tra motti i vi^j notando, biafima leggiadramen- •
te, e faporit amente quel, ch’é da riprendere ; ed ammoni fee, che fia come
laida cofa da fuggire , e commendando quel, cb’é degno di laude, mofira,
f he fia come lodevole , ed onefio da feguire . Defìa ancora gli animi di
quelli, che leggono, a Dio riverire , quando di verfi adorna P entrata del
tjtttpio >t-ad imitare gli atti , e i coflumi degli Vomini eccellenti, quan-
otfepolcri, e le fatue loro conia fcrittura leggiadramente onora ,
urga le paffioni dell’ anima , quando deferivo quel , che muove a com-
pafpone, overo fpavtnta: quali fono quelle cofe, che avveanero agli Eroi.
In-
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i8o DELLA POETICA TOSCANA '
In fomma egli motteggia, [come chiaro fi vede) rimorde, punge, fcherni-
Che cofa fii_» fie, biafima, riprende, ammonifee, conforta, loda, Infinga, L' Epigramma
l'tpigiairima. duncjue è compofitxjone , con la quale brevemente , ed argutamente quel,
Qual irodoten- ”on effere taciuto, fi deferivo , non però fempre di un mo-
ga Jo Scnttore do : perciocché quejìo Poeta or fimpUcemente narra , or parla egli ad
u tpjgrammi. ^ jgi perfona fi fpoglia : qual’é , quando Eco da
Bi evita richicfla Àltfonio a parlare P introduce. Nell' Epigramma gli antichi amaron moU
nell' tpigram- brevità', e tanto tornarono alcuni, che Cirillo non pur chi facea pià
* di tre verfi ,fiimava , che Poema Eroico fcrivejfc ; ma il difiico ancora
troppo lungo componimento riputava : come s’egli volejfe , che ogni cofa
con un folo verfo fi comprenda ; quatè quel di Marxiale ,
Povero vuol parer , povero è Cinna .
Ma , come quefla legge farebbe troppo dura ; così mi par vera , e degna
d'ejferc fervata quella , la qual' è di Parmenione , che fia lontano dalle
Muje , chi di molti verfi compone t Epigramma . Benché a Marinale
quel folo paja lungo , il quale abbia tanto , che fottrarglielo pojji , Ma ,
perciocché non una volta par , che' Latini abbiano i termini di quefla
Perché deliba eompofii'ijonc trapaffati ; vorrei , che’ noflri in lei ad imitare i Greci
clkrc L'ieviirinìo più toflo , che' Romani fi de fiero : perciocché la lungbegjt^ dclt opera
J tpi£) amnia. pelile leggiadria , c la piacevole%;^a , e l’ arguzia , che quefla Poefia
richiede . E ,fe' detti fcnten%iofi , o gravi, o motteggevoli , quanto fo-
no più brevi , tanto più forga acquifiano', nelle compofi%ioni argute, che
fono di una fimil maniera, non fia richiefla la brevità, per la quale più,
che non fi dice , fi lafci , che s'intenda ; come farà acuto quel , che lar-
gamente fi dilata ì Conciofiiacofaché fi riniuT^i l'aguteXjtfi di quel dire.
Che l’ Argueia troppo ci trattiene . T alta farguifa ali Epigramma , che gli refla
ihV3i\mnieÌìo da poter dilettare ì ang^i chi lei gli toglie , deli anima il priva. Ma
Epigtamma . frtdo sì bene , che quefla Poefia abbia abbracciate le compofixioni fcrit-
te più Lungamente , eh' ella non richiedeva : perciocché più a lei , che
Della Narraaio- « ciaftuna delle altre s'apprefiano . Narra qiuflo Poeta , come ciafeuno
«e . altro , le cofe ftmili al vero ; e narrale, com'é vcrifimile , e convenien-
De’Coflumi e efier fatte , o dette . Deferive belliflìmamente i coflumi , e le pafito-
Paflioni . ni . T accio quel , che al vulgo é manifcfto , com' egli dipinga gli afiet-
De’ Sentimenti. quanto arguti e brevi fentimcnti tl fiio dire adorni , con
quanta leggiadria di parole illtiflri la materia prefa a trattare ; benché,
fiicome non una qualità di cofe egli tratta } così nella feelta delle fenten-
Dello flilc va- delle voci non ad una maniera s’appiglia t perciocché lievcmen-
xio. te , c lentamente tocca le cofe leggiere ', qwile, che fono da ridere, fefle-
volmentc, c corteggianamciitc', le trifle, ed afpre, feveramente', le gravi,
incita-
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LIBRO TERZO. 281
fncitatamentei e nel vcroy quanta la brevità dell' opera gli permette. J?, Delle piror«_i
bench' egli abbia in coflume di ufarc le propie parole i pure talvolta // propie, eU ornar
ferve delle traslate, delle mutate, delle fatte, delle compofle , delle anti- “ •
che , delle Jlraniere . Talvolta le piglia per accrefeere j talvolta per di-
minuire ; variamente le compone , di varie forme di parlare tadorna:
ma talmente, che 'n loro non trovate cofa dura, nè lontana dalla confue-
tudtne , nè temerariamente ufata . Se cercherete Proemio in queflo Poe- Proemio
ma, noi troverete altrove , che nel principio de' libri , e di tutta l'opera, “
quando è fatta di molti Epigrammi: qiiaPè quella di Marciale; perciocché
in ciafeuna particolar compoft^joiie di qtiefla maniera non è richie/ia quel-
la partigione,che fi divida in Principio, e Narrazione. E, fe alcuna vi fe
ne fa leggere, la quale abbia le vertù del proemio, {perciocché ella è bre-
ve ) nulla più comprende . Rade volte propone , e narra : ficome in quel
mio Latino Epigramma , Della Propofi-
Heu fccUis infanduoi , heu nimium vis afpera fati u'a't3^Vt°r
Munquajn audica priìis ; fifte viator iter . tpieramm^'^* *
Fratrcm incauta furor , natam iri pcrcitu matcr ,
Vir necat uxorem , lex violenta virum .
il qual'c sì fatto, che 7 fecondo difliio può ftare fenz^ H primo . E Mar-
Z'ale talvolta dimanda , c rifponde si , che la dimanda par , che tenga il
luogo del Principio, e la rifpofla della Narrazione . Di qual verfo fi feri- Del ver/b eotW
va in qiiefta nojìra lingua , non è chi dar vi poffa efemplo , lo penfo, che vomente aU’&
le coppie 0 di una fliffa mifura,o con un verfo di undici ftllabe,e con l'al-
tro di Jettc',0 con le eonfonanZf,o fenza',o pur le rime, fciolte di due verfì,
0 di tre, 0 di quattro , 0 di cinque, 0 di più, 0 pure di un folo adattarvifi
pojfano. I terzetti anche,o pure i quartetti acconciar^ft potrebbero, pur-
ché fien pochi. E, perciocché C Epigramma talora è una corta Jambica cam-
po ftzionc, quella maniera di vcr(ì,chc a quello fia bene, a queflo può conve-
nire. Né fi può negare, che non fia particella dell'Epica Pocfia,a cui non Che l’Epìfi:ram;
fa meflicre né canto,nè rapprefentazione. Molte altre compofizioni Poeti- ileirtpica.
che trovarono gli antichi,molte ancora tutto dì da'nofiri fe ne fannoicon-
iiojjiacofaché alcuni lodino i bacelli, altri il pcpone,altri la primi era, alni
l'ago, altri altra fimil cofa , per l'eccellenza del propio ingegno dimofìra- tutte ti ridueo-
rc. Ma tutte, quale a quefìa, quale a quella delle tre principali fi riducono,
fecondo la particolar diffinizione di ciafeuna data da noi là, dove di toro
s'é ragionato: EtB,.Poicbé s'é detto fiifflcicntementc della Melica Poefia,e Conchiufio-
delle partì di lci,anzi della forma di tiafcun'altra compofizione,darò luogo Ragiona.
al Sig.Fcrrante, e lafccrò,chevi dimandi tuttoquel,cbe a trattar fi rimani, * '
per d.ire a quefi noflri ragionari della Tofeana Poefia intero compimento.
11 ime del Terzo Libro della Poetica Tofeana .
N n DEL-
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(
POETICA TOSCANA
DEL
SIG. ANTONIO MINTURNO
CÌJJARTO RAGIONAMENTO.
FERRANT E CARAFA , E 'L MlWTVRm .
O 1 c H e’ , per dar jìne a' ragionamenti della T o-
^eana Pocfta , non d’altro rimane a parlare , che
de' Sentimenti > che Sentrnxe ancora fi chiamano ,
e delle Parole ; ad efplicar bene tjiiefla parte , la
qual tutta è del dire , che ci bitognerà fapere ì
Min. ^uel , che i Rcttorici, e i Poetici maelìri ne
’nfegnano, che'l parlar fta Tofcano^he fta chiaro^
che fia ornato, che a ciò, che fi tratta , e fi narra,
Dtllc Sencenxe. fia dicevolmente atto, ed acconcio . , perciocché tutto quel , che
col parlare comprendiamo, fi dice, che nell’animo fi fonte', e prima è den-
tro conceputo, che fuori apparifea-, onde prima delle fcnten%e,che delle pa-
role, par, che ragionevolmente dimandar vi debba . Che cofa è la Senten-
Diffiniiionc-» ' Min. Non voglio, che penfiate ciò, che, rffendo prima nella mente, fi
della Senieazi- fpir^a poi con parole, fatto il nome dilla fentenxa contener fi ; perciocché
Arifìotcle, del quale ninno mai meglio ne ’nfegnò, di quali cofe ella fia, e
dove dir fi convenga, e da cui', la diffinifce,effer Detto,col qtia'e non tutto
quel, che fi voglia', ma ciò, che fia da feguire, come cofa eccellente, e buo-
na’, 0 da fuggire, come trifla,e cattiva, generalmente, non particolarmen-
te , profferifea a tempo opportuno perfona grave , e non ignara di quelle
cofe, delle quali ella parli ’,o fe pure qualche cofa particolarmente verrà
Dicliìamione detta , quella fiotto generai fenten%a fi contenga . Il che non è altro , che
della Diffiiiizio- dimoftrare , e conchiudere quel , che ’l giudicio vi detta , overo opporre ;
0 pure le cofe oppoflc alleggiare; o del tutto rifufare, Defiare ancora nell'
animo paura , mifcricordia, ira, invidia , ed altre pajfioni ; ampliare , ed
accrefeere quel , che per fe meravigliofo non pareffe ; e quel , che troppo
foffe, diminuire : conciò fia che in quello fi tenga ejfer pofla la rara laude
del Poeta, che aumenta le cofe di lor natura grandi , o miferabili , o pure
^ntenie partì odiofe; e quelle, che non fono, fa, che fitcn tali riputate. Eaonde Sentente
di ÀrBomeiitoi oya i princip) degli argomenti : quali è ,
1 iincipj , ^ g ^ g l’oziofc piume
Hanno del mondo ogni vertìi sbandita .
• epf-
.
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LIBRO QUARTO. i8^
e però , chi fi fludia d'acquiflar vcrtù tfugga la vita oxjofa e molle. Ora ^ Conch^ifionì.
le conchiufioni r qual^ è >
Pcrb, lafTo, convìenfì
Che rcdreino del rifo alTaglia il pianto .
^Àggiungavift la cagione : perciocché la Fortuna è invidiofa ; Sentente argo-
E lieto flato picciol tempo dura . Ja^cagiwje ^
e fi farà toflo l'argomento . Tiovanft ancora Sentente y le quali , benché chiula.
non fieno parti delC argomento ; nondimeno hanno alcuna [imbianca di
lui: perciocché racchiudono in loio la c agi onCyC fono molto lodate: quaPéy
M*a voi non piace
Mirar sì balfo con la mente altera . E
Che fai i che penfi ì che pur dietro guardi
Kel tempo , che tornar non potè ornai .
Perciocché ella ha la mente altera , non le piace mirar ii baffo . E , per-
ciocché ’l tempo pafjato non può tornare, in vano egli in lui guarda . Al-
tre ne fono , atte quali n una ragione fa mcfliere, per confermarle, o per-
ciocché comunalmente fono accettate ; qual' é ,
O che lieve è ingannar , chi s’aflccura . E
iSè fi fa ben per uom quel , che ’l Ciel nega .
0 perciocché fono manifefle, e chiare : quali fono ,
Veramente llam noi polvere , c ombra .
Veramente la voglia c cicca , e ’ngorda .
Veramente fallace é la fperanza .
E, come quelle, che fempltcì fono, e ninna ragione richiedono, (perciocché
ninna cofa degna di meravigUa contengono ) molto dilettano . Onde può
chiaro veder fi , che delle dubbiofe e incerte cofe , e di quelle , che fono
fuor della opinione altrui, fi dicono le fcnten't^e dicevolmente, aggiiigncn-
dovi la ragionc.E certo in due modi',0 che vada innanzi l<t ragionetqiial è,
Ond’ io , perchè pavento
Adunar Tempre quel , eh’ un’ ora fgombre ,
Vorre ’l vero abbracciar , lalfando Tombre .
Due modi dì
collocar la ra-
gione.
1 Che preceda .
0 che fegua : quaC é , . * Che fegua.
0 ciechi , il tanto affaticar , che giova •
Tutti tornate a la gran madre antica ;
£ ’l volilo nome appena ft ritruova .
E ncUe coje, che non fono fiior di ogni dubbio , cosi i brevi ed avveduti Detti brevi> ed
detti ftanno bene, poiché moflrato avrete, perché fi dicano: qualé , accorti .
1 rovaimi a l'opra via pih lento , e frale
D’un picciol ramo , cui gran fafeio piega .
N n z £ dilli:
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x84 della poetica TOSCANA
E dirti ; a cader va , chi troppo falc .
Detei oftiiri . coìììc gli ofctiri t quali é ,
Che fai J che pcnfi ì che pur dietro guardi
Nel tempo 4 che tornar non potè ornai ,
Anima fconfolata ì che pur vai
Giugnendo Icgne al foco , ove tu ardi ?•
Che.igW attem- j\/.i che agli attempati fticno bene i detti fenten%}oft y come a coloro , a
f ” ctlr fcntcn- autorità , e che non fieno ignari di quelle cofe, delle quali
ziufi , fentcnxiofamrnte parlano , il v'infegnano i Contadini , i quali agevol»
mente dicon fcntcnie lodevoli di quelle cofe , delle quali hanno efperien-
%a . Laonde ne' T eatri i vecchi s'introducono, che con detti ragionevoli
Che II Seiiten- commendino, riprendano, ammonifeano , confortino, fpaventino . Nè du-
ra confine nell’ Uterà delle cofe particolari univerfalmente dover fi parlare, chi ciò farfi
Bnivcrùle . intenderà, per far fede, e prova di alcuna cofa ; o quel fi conchiuda, o fi
preponga per conehiudere ciò, che s'imprende a dimofirare » e quel majji-
manente accettarfi , che alcuna cofa umverfale comprende , come fe a
Sentente tifate ciò tutti , o la maggior parte confentano . E ragionevolmente le dtvul~
l>er Comuni, g^te, e conte fenten%e, come comuni , ufano i Poeti ; quali fono ,
Divulgate, Che , quanto piace al mondo , è breve fogno .
Che contra’l Ciel non vai difefa umana
Ch’ un bel morir tutta la vira onora .
Che bel fin fa , chi ben’ amando muore .
Provci bi , gitali fono anche i Proverò) ,
E puofli in bel foggiorno erter molefto.
E per ogni paefe è buona danza.
Detti ofciirì. B i detti ofeurt
Grave foma c un mal fio a mantenerlo .
Mal fi conofee il fico .
E la rete tal tende , che non piglia .
Come all’jccera yfUe fenten^e comunalmente accettate non una volta fi contrappone Pu-
rlinuTO 'affetto affetto , e 7 mal coflume . Ninno è , che la vertà fopra ogni cofa
fjcontrappvnc. ”on laudi, e lo fìudio di lei ad ogni altro non antiponga: nondimeno can-
tra quella comune fentem^a è ,
Qual vaghezza di Lauro , qual di Mirto ì
Povera , c nuda vai Pilofofìa ,
Dice la turba al vii guadagno intefa .
Conforme alla comunale opinione è quella querela ,
Quefti m’ha fatto men’ amare Dio ,
Ch’ i’ non devea, e mcn curar me fieflb .
(ori-
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/
' LIBRO QUARTO;
totiìri Ut è rìfpofla »
Ch’ è in grazia dappoi ,
Che ne conobbe , a Dio , e a la gente .
ia quaPha luogo in pochi . Né mi difpiace quella partigione delle Senteh^
e^e t che altre abbian riguardo alla cofa : qual’ è t
Ira è breve furore .
’Altte alla per fona ,
Infinita è la fchìcra degli feiocchi
Nè quefla , che parte fe n'appartengono agli abiti intellettuali > quali
fono quelle y per le quali appariamo la fcien%ia delle cofe : di che avete
tf empii non pochi nelle Rime di Dantey e ne' 1 rionp del T empo, e della
Ìi:iviniti . Parte a' coftumi, le quali fi diri^i^ano alP ammendare la vita,
ed al bene operare r di che è pieno il Cannoniere del Petrarca . Sentenza
Intellettuale è quella ,
Sicom’ eterna vita è veder Dio
Mè piJi fi brama , bramar pili lice ,
Cosi me y Donna > i voi veder felice >
Fa in quello breve , e frale viver mio I
'Morale quefia ,
Mifcr , chi fpeme in cofa mortai pone ;
( Ma chi non ve la pone ì) c, s’e' fi truova
À la fine ingannato , è ben ragione .
'Lodata ancora partigion' è , thè ( perciocché gli ofic] del Poeta fono, che
infegni bene , che diletti , e che muova ) le Sentenze effer debbano di al*
frettante maniere . -Acute fono quelle , che infegnano: quaP è »
La vita il fine , il di loda la fera .
'Argute quelle y che dilettano t quaPé ,
Beati gli occhi y che la vidcr viva S
Se fu beato y chi la vide in terra ;
Or che fia dunque a rivederla in Cielo }
Gravi quelle , che muovono :
Così nel mondo *
Sua ventura ha ciafeun dal dì , che nafee E
Veramente fiam noi polvere , ed ombra .
E, comechè commalmente con ordine diritto le Sentenza fi dicano', cont’éy
Mifer y chi fpeme in cofa mortai pone .
iiondimeno mutando forma di parlare prendon forza maggiore , com' è y
Mifero mondo infiabile > e protervo ,
Del tutto è cicco , chi ’n te pon fua fpenc .
E quel
Altre partìgfo<
Ili di fentenze.
1 Reali .
* Perfoiuli .
Senteiffe
I Inccllecttuli.
t Morali •
Sentenze
I Acute .
i Argute.
/ Gravi .
Sentenze •
I Con ordiue..!
diritto .
X Con varie S-
gure,
. Digitized by Google
i8(S DELLA POETICA TOSCANA-
Volgendo il E tjutl detto , che la Morte è prefla a torci in picciol tempo il frutto di
parlare , molte , e lunghe fatiche , con quanto più fpirito dal Petrarca , gridando
con accento di dolore, e volgendo il parlare alla Morte, fi diffe i
Ahi Morte ria, come a fchianrar se’ prefla
Il frutto di molt’ anni in s) poche ore ì E quelC altro,
Un’ ora fgombra
Quel , che ’n mole’ anni appena fi raduna ,
Non muove più forte , quando gridando , e dimandando fi fa udire , in
quejlo modo ì
O noftra vita , ch’è si bella in villa :
Com’ perde agevolmente in un mattino
Quel , che ’n molt’ anni a gran pena s’acquilla . E
Che vale a foggiogar tanti paci! ,
. £ tributarie far le genti llranc ,
Con gli animi al Tuo danno Tempre accefi ì
ba più di vigore , che fé dirittamente ft fojfe detto ,
Non vale a foggiogar tanti paeli .
Attribuendo il Trasferifconfi ancora dal comune al pt^^ilare non fenXfi aumento di
comune alpar-y^y^a : qual' è ,
Dcolarc. pg mortai terra caduca
Amar con sì mirabil fede foglio ;
Che devrò far di te cofa gentile?
comune e diritto è, che con maggior fede amar fi dee la cofa eelcfle e fin-
ta, che la terrena e caduca ; ma quii, eh' è della cofa ttniverfale a perfo-
na fpeciale s'attribuifee . Né pur gridando con empito fofpirofo fi dico-
no : quat è ,
O tempo , o Cicl volubil , che fuggendo
Inganni i ciechi , e miferi mortali .
ma Con gravità, per confermare quel , che s’ è detto , fi dirà : quaN ,
Ugni cofa al fin vola .
Tanto è ‘I poter d’una preferitta ufanza .
Da cofe direrfe Tolgonft non una volta dalle cofe diverfe : com'è ,
Non pub far Mone il dolce vifo, amaro ;
Ma ’l dolce vifo, dolce pub far Morte .
E dalle contrarie ,
E veggio ’l meglio, cd al peggior m’appiglio .
Né poche fe ne pigliano dalle fimiti , e dalle inopinate , e dalle ripetite,
e da molte altre parti , delle quali trattano i Rettorici maejlri . appor-
tano e vigore e lune al parlare le 5entcnjp:',fe rade volte , e dove il hi-
fogna
Efclamando.
Acefamand-T.'
Da Contrarie.
Da b'i'niili .
Da Inopinate.
Da Hipetice.
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LIBRO QJUARTO.' 187
fogno ìé richiede , ft pongono : conciò /la che 7 tacito uditóre vi confen- Come le fenten-
ta, intendendo alcuna cofa alla vita, ed a' coflumi appartenente, cd uni- te conformjnfi
verfalmente detta , conformar/i con la fua particolare opinione . Con- opinione.
formera/ft colgiudicio dell’ uditore ; fe , come fa lo Scenico , con la con-
gettura giugne a ciò , che ejuegli commenda , ed accetta , ^c/ìe fanno che le fentenie
coflumato , e morale il Poima ; concio/fiacofachè per loro la difpoftTtio- fancoftunuco il
ne ,e C abito dell’ animo , e 7 coflume , e l'appetito di quel , che parta, •
fi dimojlri , Laonde , perciocché qual’ è l^ affetto , e lo /indio , e la ele-
zione , e la cofiumanza di ciafcuno , tal' effere il fentimento dell' animo
fi /lima ; le cofe ben dette fignificano la bontà , le male la malvagità
di quel , che ragiona , Ed è da molto mirare , che le Sentenze non pur Quali etler deb»
non fienfalfe , nè fuor di tempo , ma che non fieno ofcure , nè intricate, bano le lènten-
nè fpeffe . Chi mai conf nte a quel, che non intende ì Com' effer può, lu-
minofo ciò , che fi nafconde ì E come la moltitudine di quelle può l'ope- i a tempo .
ra illuminare , fe meno affai ne rifplende ì Nè pià lucenti , nè più belle j Chiare .
ci fi mojìrano le /ielle , quando fpeffe , che quando rare appari fcono . Nè 4 Rare .
dà ornamento alla porpora l'oro , che vi s'inteffe ; fe' fregi non fono con
intervallo diflinti . / frutti ancora nell arbore , quanto più pochi fono,
tanto maggiori , e più vaghi, e belli divengono .'Di qui avviene , che 7
dire del verfo sì breve , e fretto , più toflo fatto di pezv , che di mem-
bri farebbe ; e gli mancarebbe quella rotonda, e piena , e. leggiadra com-
fofizione , che maefià , e bellezZ‘t all' opera apporta : nè fuggir fi po-
trebbe , che non ne pareffmo freddi , e leggieri , e difeipiti , e maC av-
veduti ; conciò fta che manchi la fcelta , ove il numero abbonda . E ri-
cordati , quando le Sentenze interporrai , che non fei maeflro di colìumi,
nè di dottrina : ma quel, che narri alcuna cofa‘, 0 pure introduci in atto,
e in parole altrui . Per. ,^al Poeta l’ufa più fovente ì Min./1 T ragico più
più di tutti : concioffiacofachè egli tratti quella materia , alla quale elle ufi le fentenae.
fan molto bene ; e coloro introduca, a' quali conviene commendare, bia- > Tragico .
filmare , ammonire , confortare fentenzìofamente . Dopo lui il Comico , ^ comicq .
e fpecialmente l'antico, che a dire le cofe utili alla Città il Coro in Tea-
tro recava : perciocché vogliono effer trovata la Commedia ad ammen-
dare la vita . A coflui s’appreffa il Satirico , come riprenditort de’ viz)> j Satìrico ,
e delle cofe laide , Dappoi fegue il Melico, il quale, 0 feriva lode , 0 vi- 4 Melico .
tuperj , tratta molte cofe a' coflumi appartenenti , In fine l'Eroico , che, j Eroico,
benché nella gravità , e nella copia degli alti fentimenti tutti gli altri
avanzi > nondimeno fparge rade volte nel Poema le cofe , che fi foglia-
no , come fentenz‘ofe , notare ; conciò fila che non effendo l'oficio di lui
poflo in riprendere, nè in btafimare\nè anche indicendo egli i recitanti in
con-
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i88 DELLA POETICA TOSCANA
tontefa di paroUi ma prendendo a narrar fatti illnflri , e degni di eterna,
memoria or fetnpUcemcnte , ed or con imitaxionc ; in certi luoghi agui-,
Strtenxe jiiter- /c interponga, majfmamcnte ejuando gli p fa in-
l>o((e ili cok^ nan%i alcuna cofa nuova , e inopinata , che per quelle p poffa iUuprare:
nuove, e inopi. i ,
• Ma tarde non fur mai grazie divine . E
Che piti d’un giorno è la vita mortale
Nubilo , breve , freddo , c pien di no;a ;
Che pub bella parer , ma nulla vale ì
Delle parole , E del fentimcnto , come di parte effenvpale del Poema , penfó aver detto
fillabe,e lettere, ajfai . Fbr. Seguite ad infognarci , come Tofeanamente , cd ammendata-
IN, Poiché di quefa parte coloro, che ne fan-
datameae , no profejpone , p trovano aver molto e ragionato , e fcritto ; credo jari
foverchio, che io v'ammonifca doverp nel dire, come parti prima le Let-
tere guardare ^ poi le Sillabe, che di quelle fi fanno ; dappoi le Congiun-
e^ioni ; oltre a ciò le Parole , e quelle , che fenica tempo pgnificano , come
quefa voce Vcrtli , e quelle , che al pgnipeato della loj'a aggiungono il
tempo , come la particella Amo . Z>i loro anche i cap , i tempi , i gene-
ri , i numeri , e la compop7;}one di quefe voci , che tome da' Latini s'è
detta Orazione , così ancora da noi , che non abbiamo altro nome,p di»,
rà . j\'è penfo vi peno occulte le cofe , che i Filofop arnbt^iop v'aggiun-
Cle le paroIeJ S®"® • * benché quelle , tome non molto importanti , ma più tofa
licéngoiiolana. propofa materia lontane , io Pimi , doverp lafciare ; non però giu-
gni dcHe^fi^ diiQ difconvenevole il veder delle lettere , qual fta la for%a di ciajtuna ,
om’e'foiio't^ t qftelc il fuono : conciojpacofaihé da’ loro congiungimenti nafeano le
polle. miftirc , c quei numeri , che noi tempi ehiamiamo : pcreiocehé , come le
ftllabe totnpoPe di lettere più ri fonanti fono più chiare •, cosi le parole
fatte di ftllabe più fonare empiono più gli orecchi : e , quanto di fpi-
rito ha più ciafeuna , tanto é più bella ad udire . E quel , che fa il con-
. giungirncnto delle fillabe , fa anche là compofis^fonc delle parole , che
Varie cpinicni Z"*'*“* ® '1**'*^ rifuoni . Per. Ma prima
dintorno alle-» ragioniamo , quante lettere ci debbano in quefa nofra favella fervile :
co;ind/Ì4 r/jc alcuni alt antico Alfabeta di lei nuove lettere aggiunga-
no , altri glie ne tolgano parte delle ufaic . Era /’ antico Alfabeto ,
Alfabeto antico Abcdcfghilmnopqrstuxzy; perciocché quefe due ultime
I Opinione di (^the Jolamente t Latini tifavano. Ma de’ Moderni alcuni al-
Mtduiii. te vocali aggiungono due altre , e dif inte fgure danno alla 1 confonantc,
ed alla vocale. Nè ferve loro la X altrove, che no' princip) delle pellegri-
ne , ejìranierc parole . Né ferivano Prezzo con quello medcpmo Z col
qua-
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LIBRO QJUARTOJ »8p
'quale Mezzo fi fcrive . Altri del tutto ne tolgono X, Y, f</ H ; il qual x Opinrène di
vordimcno pure ufano nel dolorofo fofpiro della particella Ahi, e nel ver- Modcnii ,
ho Hu , e in quelle voci Vaghi, Luocht , Chiarì , Chiodi , e ncWaltre
fmtli . Min. Aon penfav' io ccttamenie di ciò far parola , come colui ,
che prepongo il giudigio così di qiufii , come di quelli al mio ; anzi Cho
fimpre avuto in femma riverenia , come di giudizio fiffime , c dotnffme
ferj'one , ed a me amtcìjfme . Ma , poiché a voi piace , che qui fe ne ra-
gioni ; fe io panò dir loje ,né a quella , nè a quefìa opinione conformi ,
fre^o , non mi s'attribuifca a volontà di non confentirvi ; conciò fia
<he io non riprenda Cuna , o Faltra ; nè conforti a dover/i tenere pià
quel , ch'io ve ne farò udire, che ciò, che gli altri ne fcriffero . Ridirov- 3 Opinione di
vene adunque un ragionamento fattone in quella nobilijjima Accademia, ^ccadenuci Se-
che in Siena fiorì ne' tempi di Leon Decimo, del quale buona parte in lu-
ce ne diede il Polito , giovane allora di molta feiengia , e di eccellentiffi-
tno ingegno : ptriioichè veggendo egli la Sofonisba del TriJJino data in hwtMìone dì
iflampa con alquante lettere di nuova maniera ; e giudicando, che quegli Accademici Se-
de//’ altrui penne veflito al mondo moflrato avejfe quel , che gli Accade- Xr
mici dintorno alP Alfabeto non una volta parlato aveano , ma chiufo verdicata_> ^
ancora tra loro tcneano ; ancorché l'uno alP altro fcrivendo cominciato t'olito ,
avejjero ad ufare quelle figure di lettere , le quali ejfi filmavano manca-
re al voler con la penna i concetti dtlP animo in carta efplicare ; porfe
la mano a fcrivere un libro di picciolo volume , per dimoflrare , che la
invenxione delle nuove lettere era della Senefe Accademia ; ma per non
aggiugntre altrui fatica di nuovi elementi , né far mut alcione di Alfa-
beto , la qual non volentieri fi farebbe ricevuta , né fen^a no)a udita,
non s era pubblicata. hxR. Che dunque il Polito intorno a quefia materia Dottrina del
fcriveaì Min. Che , fe al fuon delle voci della nofìra favella attender Polito,
vogliamo ; e, tome quegli é vario negli elementi , de' quali fono le paro-
le compofie ; fori variare i nomi, e le figure debbiamo ; ftnx.a dubbio al- ed alcune toverj
quante lettere al noflro Alfabeto mancaneno , ed alquante torvene con- chiauo.
verrebbe. Vnu.^ali vi finien richiefie ì Min. Aon quel fuono ha la vo- Delle Vocali
cale nella prima fillaba di tcro in vece di Perifeo, il quale ha nella pri. quante, e quali
ma fillaba di Pero , quando figmfica il frutto dill'urbore da’ Greci e da' ’
Latini Pyro ihumato . E , perciocché in quella voce il fuono della vo-
tale della prima fillaba è veramente aperto , in quefia è ihiufo ; non una •
rnedefima vocale farà nell’ una e nell' altra . J\’è in Uio ugualmente U
prima , e l’ultima vocale ttdircifi fa ; toniiojjiacofaitt' apertamente
quella , chiufamente quifia rifuoni . Laonde fervendo a noi con quel fuo-
no E , ed O , col quale fervono a' Latini ; di quelle , che chiufo l'hanno^
O o y e del-
« •
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zpo DELLA POETICA TOSCANA
. e àdle quali luna è tra E c l , e tra O ed [J t altra , ci bifogne^
fieno i nomi , e le figure . Laonde è regola generale, che quel , che per I
in lingua Latina , e ftmilmente quel , che per U fi pronmigja » quati.
Pilo, Sordo ; quando fi cangia , Tofcanamente cade nel mexjo , e chiù*
Quante fieno kfamente fi dice Pelo, Sordo . pER.Sar/eno adunque fette le Focali, e t»o-
Vocali . lendoci noi del Greco Y nelle voci tolte dalla Greca favella fervire,otto.
Ve' Dittongl. ìAiu.Tante appunto. Fcn.^anti Dittongi fe ne farieno ì Min. Molti,t
certamente due nelle voci dalla Romana , o dalla Greca lingua venute f
Au, cdE\i‘,e fei propj noftri, fe a Gramatici moderni crediamo, la, le,
di fuono aperto, le di fuono chiufo, lo di fuono aperto,\o di fuono chiufo,
e lu, ed Ùo; come udir potete in quefie pdrriVe/ie,Laura,Euro,Ciancie,
Piato, Fiero, Ieri, Nicve, Fioco, Ciocca, Giova,Giunone,Giuro,Uo«
Dell’ Unione-» mo,Suono. direi mai dittongo Ai, né Oi, ma congiungimento di vo.
A’*ed'o^*^* di cali , che da' Greci fi chiama evralffnt , e fifa nel vcrfo , nel quale aU
’’ * ’’ tretì non una volta le medefime vocali feparatamcnte fi pronun%^iano,
come in Oimè, che in quel verfo è di due filile ,
Oim: '1 bei vifo, oimè ’l foavc fguardo .
in queflo è di tre .
' Oimè terra è fatto il Aio bel vifo .
Che Ai, Ei,Oi, benché nel principio , e nel meg^P talvolta la pronuncia di tai voca~
fono di una fil> // congiunta, ed unita', onde più tofla rvuxod’irif , che dittongo dir fi
ne di due”.' "* potrebbe-, pure nel fine é fempre divifa, e difgiunta ; perciocché Fai, Lei,
’ Noi, e fintili , che nel principio e nel me-ggp fino rade volte , o mai non
. più , che di una fillaba , nel fine fempre fono di due . E , fe tutte l'unio-
ni delle vocali , delle quali fifa una fillaba ,foffcro dittongi , più. anco~
Di Ea, Ee , li tie farieno ; concioffiacofaché Dea, e Dee, e Dii, e Lui , di una fìlla^
. Ui ', per lo piu ha le più volte diventino , prima che ’l verfo giunga al fine , ot;e effer
Dia”"nel po/To»® di due . Il che fìgnìfica, che in tutte quefie , e nelle altre
due. fimili voci la pronuncia di fua natura è divifa-, ma per arte una diventa.
Llé mi fi dirà, che allo 'ncontro nel fine per arte fia fciolto quel , che in-
nangi di fua natura é congiunto. Né cofa nuova é lo fciogliere i dittongi:
perciocché cosi i Latini, come i Greci hanno in cofiume di farlo : conciof-
fiacofaebé , ovunque fi pofi il corfo del parlare , così in profa , come in
verfo, quefie vocali divife naturalmente udir fi facciano . Ma,fe l'unio-
ne di due vocali dittongo faceffe , Ae farebl(e dittongo in Aere ; percioc-
ché in quel verfo ,
£ fui l^ugel , che piti per l’aere poggia ,
Di Ai, ed B. prime due vocali in quefia voce fanno una fillaba. Ma, come che in Lai-
do la prima fillaba difender fi poffa , eh' eli' abbia il dittongo Ai ; non
così
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LIBRO QJJARTO. xpi
tosi dir ft potrà del £i in Deidamia ; concioffiacofachi divifo in due ftl-
labe f$ legga in quel verfo del Petrarca ,
Procri , Artcroifia con Deidamia ,
ficome due ftllabe fono anche appo i Greci. Nè del tutto fi dee confentire. Dell’ 1 liquido
che innanzi a qualfivogUa vocale dopo il mutolo elemento lo 1 faccia Wueg-
dittongo. Materne nelle voci Greche, e nelle Latine lo L,co/ quale il mu~ *
tolo elemento s’accompagna , liquida lettera fi chiama ; così nelle noflre
da quelle derivate con mutazione di L in l,chiamarfi I liquido dovrebbe.
Onde in quefte particelle Piano,Chiaro, Fiato, Fieno, FioreiFiumc, Piti,
ejjendo in I cangiato lo L,che nelle Latine udiamo, Plano, Claro,Flato,
PIeno,tlbre,Humine,Plus,»/«no dittongo por fi conviene. E, chiaman-
dofii 1 liquido, farà altro, che la vocale 1, e la conjonante , che con U in
Ajuto,e con A in Troja,e in Gioja, fi congiugne. T alvolta udite in que- De» Tn'ttongì.
Jla nofira lingua pronuncia di tre vocali infieme, che Trittongo dir fi po^
irebbe, quaCè ino , in Lacciuolo . Fcr. Quante lettere mancano tra le Delle Conlb^
tonfonanti ì Min. Parecchie. E cominciando dal C, non vi par' egli, che
altramente fuoni in Luci,c Duci, ed Angelici; che in Luochi,e Pochi, Dei <; .
ed Angcliche.iVirf mi dtrete,che lo H n'i cagione -.perciocché non vi fa ufi-
do di fpirito . E delG non avviene il medefimo in Pregi, e in PreghiF Del G
E in Bacio, e in Agio, non pentite certo fpirito , il quale , par, che par-
tecipi dello S, col quale alcuni lo ferivano , e pronun'giano ì Conciò fia
che in diverfe parti d'Italia altri dicano Bafeio , altri Bafo, ficome Afo
ancora . Laonde altro fuono avendo il Ciò in Bacio, che in Ciocca, e in
Concio ; ed altro il Gio in Agio, e in Partigione, e in Pregio ; che iu
Giovanni , e in Giorno , e in Veggio : né ciò venendo dal dittongo ,
che in tutte quefte voci é il medefmo ; t»4 dalla prima lettera di tal fili-
laba , la qual’ é confionante ; converrebbe , che in loro con altra figura
quella fi dipingej[Jè . Né pure altramente fuona il G in Agi , che in Gi«
ro ; ma in Ghino non ha quel fuono , il quaPha in Ghirlanda , ove fo~
miglia quel , che s’ode in Ghiaccio.» perciocché in Ghino, par, che fia il
Gamma, come da' Greci di Puglia, o di Calavria fi pronuncia', e in Ghir-
landa, come dagli Orientali . Per la qual cofa, par, che ragionevolmen-
te alcuni vorrebero quefta Greca lettera ufare in quefte voci , Vaghi,
Luoghi , Preghi, Ghino ; altri in quefta particella Ghirlanda, e in ft-
tnili , e in quelle altra lettera . Vorrebero ancora , che ’l K fervijfe a
quelle voci , Luochi, PocM, Angeliche , ed all’ altre fomiglianti . Ol- aj„,- j;
tre a ciò lo fteft'o (i altramente udir mi fifa in Leggo, che in Prego; ed C, e C.
altramente il C in Fiocco, che in Fioco? ancorché in quefte particelle fia
jimplice l’Htto e l'altro, in quelle doppio : perciocché in Prego, e in Va-
O q z ’ go.
1
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xpi DELLA POETICA TOSCANA
go t c in Fioco, e in Luoco , e in altre fimili io odo certa fomiglianxi
di fpirito f che in Leggo , e in Fiocco agli orecchi non mi viene; e par,
che in Prego , e /«Vago veramente il G fu meTjtp tra il G di Leggo,
e quel di Pregio , come è il Gamma appo i Greci . E fimilmcnte il C in
Fiochi, e in Luochi tra il C di Fiocchi, e’I C di Baci . Mi, co-
me che il Gamma per lo mer^o delP uno e dell' altro G fervir ci poffa ;
qiiaP elemento tra que[lo , e quel C fa , che ci ferva: conciofft icofach' e’,
Greci non abbiano altro me-^^o lievef e l'afpro, che'l Gammaì le-
dete ancora lo fìeffo G, come fuoni altramente in Seguo, che in Sego; ei
altro ancora faccia fignificare : perciocché feguita, chi Segue; e chi Sega,
taglia, come che gli Oltramontani Sego dicano in vece di Scgilb, i quali^
imitando il Petrarca diffe ,
Talora in parte ; ov’ io per forza il fego .
nel Sonetto ,
< r ho pregato Amore , e ne ’l riprego .
Ma , come i Latini in Seco , che da' T ofeani Sego fi dice , ufando il C,'
fio» Fufarono in Sequor , che Tofeanamente Seguo diciamo , parendo
loro, ch'egli non era di fuono sì graffo,quale in quella voce fi richiedeva^
ma trovarono il Qj co 7 quale in quefla, e in altre particelle fcrivere le
fitlabe folcano", così per avventura un'altra lettera di fuono pii pingue in
Seguo, Guado, Guadagno, Guerra,Guida, e in tutte l' altre fsmili bi-
Dcl Q. 'fognerebbe . Del Q, anche noi l’ufo tenuto abbiamo per le voci ingraffa-
te : concioffiacofa^ noi abbiamo Qui , Quadro , Quetare , Quello ,
Quello, c molte altre particelle, nelle quali l'ufiamo. E nel raddoppiar-
lo in luogo di lui ferve il C così a’ Latini in Acquiro, e in Acquiefeo;
come a noi in Acquillo , e in Acqueto ; e par, ch'egli al fuo luogo , onde
tolto era flato, non folo, ma in compagnia di quel , che la fedia fua tiene
, Dello I confo- » ritorni. Confonante ancora è quella lettera , che con A fa
nante. fillaba in ffvojì , e con U in A;uto . Nè però propia figura abbiamo ,
Dello U confo* con la quale pingerla pojfiamo . Confonante fimilmente è quella , che con
nante, A /» Uva /ì congiugne , ed altramente fi pronun'g^ia , che la prima vo-
cale della mcdefima particella . Amf fi raddoppia in molte voci , quali
fono Avviene , Avvampo , Avveggio ; il che non le avverrebbe ,fe
confonante non foffe . Chiamavafl da' Greci della Eolica nazione , Di-
gamma , come fe doppio Gamma diceffero , in quefla guifa pingendola F:
perciocché il fuono di queflo elemento s'ode nelle prime fùlabe di que-
fle voci Aura > Euro , Èva , quando Grecamente fi pronuii'^iano : il
quale i Latini nelle propie loro voci ufarono , come il •> nelle loro ufa-
vano i Greci . £ , come in prette fona differenti nella pronuncia le prime
let-
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LIBRO QJJARTO.
»PJ
lettere di Vado, e di Fato; coti dovendo quelle aver diverfe figure, a»-
corchi nel fuono abbiano qualche convenienxa ; alcuni in Vado, [liman-
do che cenvenia , che fi fcriveffe con altra lettera , che con la vocale V,
cominciarono ad ufare il Digamma rivolto in quefìa forma q , il quale
non effendo flato da tutti ricevuto , fi lafdò poi del tutto . Che diremo jjjj ^
del Z , col quale fm-ga differenza alcuna fcriviamo Zelo , e Zoppo ì E
nondimeno altramente fuona neiruna , che nelf altra voce . Che altro di-
remo, fe non che in quefle particelle Zoppo, Zappa, Vezzo, Dolcezza,
e nelt altre ftmili altra lettera ci fa mefiiere ì Del T, chi non sa,che non
ritiene egli il fuo propio fuono nella feconda fillaba di Titio , che nella
prima, la quale è quella , che s'ode in Tito , e in Timoteo ? Onde alcu-
ni tal fillaba , feguendo la vocale , con quella fteffa lettera la fcrivonot
la quale ufiamo in Zappa, e in Zoppo . Ma , fe l'una e l'altra è doppiai
0 fenga neceffitd l'una in Mezzo, e l'altra in Vezzo /? raddoppia ; o di-
verfa lettera convien , che fia nella prima fillaba di Zelo , e nelt ulti-
ma di Mezzo ; e fimilmente altrafettera nella prima ftllaba di Zappa,
e nelt ultima di Dolcezza . Fammi ft 'ncontro poi la prima ftllaba di
Zio, 0 come altri fcrivono Tio; e par, thè nè deU una, nè dell'altra let-
tera contenta rimanga : perciocché Tofeanamente fi pronunzia col fuono
molto Ornile a quel del Z Grecamente profferito , il quale par , che fia
mezzo tra il Z ufato da noi nella particella Mezzo, e lo S.T accio , che
lo S altramente fi fa udire col C innanzi allo I, ed allo £, che innanzi al-
to A,ed allo 0,ed allo \J; perciocché lo Sce in Scclto,e lo Sci in Scilia-
guagnolo, altro fuona, che lo Sca, in Scaltro , e lo Sco >» Scoglio, e la
Scu in Scudo : concioffiacofachè dir mi ft poffa , ciò venire dalla diverfa
qualità delle vocali, ^ tn.Trovandoft quefle lettere , che dimofirato ave-
te, aW Alfabèto della nofira favella mancare ; quali torvene converreb-
be ì Mim. Alcuni di meravighofo giudizio , e di grandifftma dottrina ne Quali Iwert-» •
sbandi feono lo H, e 7 Th, e 7 Ph , c /o X, c /o Y Greco . Onde ferivo- coglier conven-
no , e dicono , Onore , Teocrito, Filofotia, Serfe , Ninfa ; e ragione- Alfabe-
volmente ; dovendo noi così fcrivere le voci , come le pronunziamo . Ma
qual particella della nofira lingua trovate , nella quale udirvift faccia '
quello fpirito , che un tempo nelle voci Latine, e nelle Greche s'udia ì E
potendo a noi fervire lo F in fcrivere Philofophia , e tutte altre fomi-
glianti particelle, che mefìiere ci fa il Ph ì Nè più pervenendo agli oréc- .
chi noftri quel fuono del Greco Y , che agli orecchi degli antichi perve- y Greco
ma', nè fonando altramente appo noi, che ’t nofira I, chi non dirà, ch'egli
é foverchioì E, perciocché lo X non vale appo noi, come appo gli antichi Del X,
valea, in vece di C S, 0 di G S , ma in tutte quelle voci, nelle quali an-r
tica-
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ip4 DELLA POETICA TOSCANA
tUetnente ferviti , reme lettera doppia > oggi non s'ode altro ,cheS, 9
ftmplucy quafè in Serfe; 0 doppio tra due vocali, quaCè in Saffo; chi Jli~
unirà ncceffurio tufo di lui i Err. Ove fa femplice ì Min. Nel principia
della voce , e dopo it alcuna delle confonanti , quati in Setfè ; e innanxj
aie , quùtè in Efcellcnte , e in Efcelfo , fecondo la pronunzia de' Se-
vcfi: perciocché comunemente fi pronunziti, e fi fcrive col C raddoppiato,
-Giudiiio deir Etccìlcntc , ed Eccclfo. Fru.S bandi fcanfi adunque del noftro Alfabeto,
Amore nel ri- tcwe vane , e difutilt ì Min, Non farò io ardito a farlo , Fer. Perché ì
to Min. Perciocché nel parlare, e nello ferivere pii può tufanz»,e Pautori-
tà, che la ragione', la quale non è dubbio, che non le metta in bando: per^
ciocché non fi pronunziano . Ma già da miltanni infin' all'età nojlra nel~
10 ferivere fono fiate in ufo , ancorché non fi conofeeffero neceffarie ; ed
ufaronte nelle cofe da loro fcritte i nojìri principali autori Dante , Pe-
DtlI* H. trarca , e Boccaccio , come comunalmente s'afferma . E credete voi , ebe
a' Latini ferviffe molto nella pronunzia lo fpirito ne' tempi di Cefare ,
e di Ottaviano, che di fiamma dottrini , e di eccellentiffimi ingegni fopra
tutti gli altri fiorirono i Né credo io , che voi penfiate per altro Arrio ,
11 quale non Commoda, ma Chommoda; nè Ìnfldias,m<> Hinfìdias; nè
lonios, ma Hionios fluAus dicea, lo fpirito in quelle parole ufando,nd~
le quali non era in modo alcuno riebieflo , ejfer da Catullo motteggiato:
fe non che , perciocché gli era troppo amica e famigliare l'afpirazione, la
pronunzia di lui era no)ofa agli orecchi dilicati de’ Rumani avvfx^t ad
Del Greco Y *</*'"* lievemente , e piacevolmente pronunziate . E ’l Greco Y
da prima nelle parole della Greca favella , 0 pur nelle derivate da lei
(^quando elle da' Latini s’ufavano ) in\J fi cangiava : onde Purrho , e
Murtho fi dicea . Dappoi , perciocché non bene quefia lettera al fuono di
quella rifpondea-, fi lafciò di fare tal mutazione , e fi ritenne il Greco Y;
I e Fufo ottenne, che fi fcrivejfe con lui Pyrrho, e Myrtho ; e ciafeun’ al-
tra fimil voce, ancorché in guifa dell'l Latino fonaffe, ficome oggidì fuo-
DelPhr • Non così avviene al Ph Grecamente chiamato VbX ma fempre
s'usò nelle voti tolte dalla Greca lingua, ancorché in vece di lui ufarfi lo
Obbieiione che ^ potefje, PcK.Cbe affare abbiam noi co' Latini,dal cui parlare é sì diver-
’l parlar ToVea- fo il noftro , che dicono alcuni Valentuomini , tanto queflo effer migliore,
110 fi dilunghi qifanto pià da quello fi dilunga ì Miv.iVbn poco certo a farvi abbiamo', e
*R*-f l'"''** guardatevi , rifponderebbe il Polito, dal feguitare l’opinione di coloro , i
cl^' fi”d3)ba-* fi ftadtano di perfuadere,cbe fi feriva, come fcriverebbe una fempli-
parlare, come-» ce femminella ; che appena , com'è in proverbio , cominciato abbia con le
nra ’fcrìvl^Tco'- l'Alfabeto . lo ho fempre udito , che parlar fi debba ,
me i dotti ’ tome comunalmente fi parla , ma non che fi ferivano le parole , come dal
vulgo
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LIBRO QJJARTO. . ipy
vulgo ignorante fi ferivano . E la ragion'à, che , benché i dotti fcrittori
rufo del parlare al popolo concedano , nondimeno la fcitnxja fe ne rifer-
vano 3 della quale gran parte nello fcrivere confijìe ; conciò fìa che dalle
figure degli elementi conofcercifi faceiaj quali fieno le parolei e donde ab-
biano origine : alla qual notizia mai non perverrebbe , chi nello fcrivere'
l’ufo del vulgo feguitaffe . Chi mai faprebbe Honorc , Habito , Hora, Che Io H, e Y,
e limili particelle effer tolte dalla Lingua Latina ; e Pyrrho , Myrtho, v(x?'jCadiie*'^
Nympha, Philofophia dalla Greca : ove ferine le vedeffe, come le feri- Greche. *
verebbe un femplicetto , e ignorante fanciullo , Onore , Abito , Ora,
Pirro , Mirto , Ninfa , pilofolia ? Ma , chi ferine le vedrà altramen-
te 3 ch’egli 3 per più non fapere , non le fermerebbe , s’ingegnerà d’impa^
rame la cagione ; offendo egli vaga di fapere , e n’aequifierà la feiengia.
Per. Poiché tutte quefie voci fi fon fatte nofire3 e l'altre fimilmente nofire Obbieiìone dì
tufo farebbe', perché volete darne cagione di travagliare, e di fpendere il lòtica,»!
tempo in acquiftar notigia di altre lettere , che delle propie nofire ? Or
non ci è affare altro affaiì o non ci avanga men del tempo, che dell'opera,
in che [penderlo convenga ! Mi n. Pedete, rifponderebbe il Polito , di non Rifolutione-/,
errare con la (ciocca plebe, a cui chi vuole in ciò compiacer e, non s'avve- «he l’ufo ^
de 3 che [paglia la noflra favella d’agni ornamento , e d'ogni autorità ; e fc'eniià di ^
lafciala ignuda nella fontina delP ignoranga , e là, dove la feiengia di lei chi .
in poter di pochi fi ri fervaffe, (perciocché pochi fi danno alla feiengia del-
le cofe, e delle parole) ella fenga dubbio la fua maeftà riterrebbe . Ma,fe
così la notigia, come l'ufo al vulgo fe ne concedeffe , vile del tutto diver-
rebbe.Ingegnianci adunque di non pur mantenere quefla noflra lingua nel-
la fua dignità , e di arricchirla ; ma di levarla dalla volgar viltà , nella
quale fempre fi giacerebbe ; mentre più. nulla ftperne , che la plebe ne sa,
ci piacejfe', a quell' allegra, alla quale i Latini , da’ quali tratto abbiamo
principio , la loro algarono', ed algiudicio loro il noflro fottoponiamo ; fe i
non ci piace per a-uventura noi fleffi moderni , che appena di lontano le
buone lettere [aiutato abbiamo , a’ Cefari , ed a’ Ciceroni antiporte . Mx
tornando alla vofira dimanda , che aff’are abbiam noi co’ Latini ; non cre-
dete voi , che la noflra lingua via più dalla Latina dipenda , che quell*
dalla G reca ì Perciocché , benché Carmenta di Grecia portate le lettere
aveffe in Roma ; non però i nomi , nè anche le figure del tutto fe ne ri-
tennero . Ma tutte le nofire fono Latine ; e niuna nelP Alfabeto noflro ij noflri.,
abbiamo , che nome , o figura fi vegga aver mutato . E qual voce ufia- lingua dall i_,
mo , che Latina non fia , fe non fe alquante portateci da Barbare nagio- »lil?«ndi. •
rii 'quali fono Guerra, Tregua, e l’altre fimili : come che molte
corrotte , e guafle n’abbiamo per la mefcolanga delle genti diverfe , che
in
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iptf DELLA POETICA TOSCANA
in gKifa di acque da molte parti raccolte ad inondare i felici campi delt*^
Onde fia natu-j Italia concotreano . Dalle cui lingue infume confufe non varie favellcf
la ndlra favella. Babilonia ; ma una fola ne divenne più fmilc all'antica , e n<r-
' t'ta , che a veruna delC altre Jiraniere ; né altramente , ehe nello incen-
dio , e nella rovina di Corinto dalla confu/ìone de' ìiquifatti metalli «
, quando il fuoco disfi , quanto v'era d'oro , e d’argento , e di rame , e di
bronco ; nacque una nuova fpecie , ehe metallo Corintio fi ehiamò , e fu
di molto pregio: perciocché l'oro e l'argento vinfe gli altri mtn degni me-
talli ; ficome dal natio del luogo fempre quel , cb'èfìranio , vinto rimane.
Il che fpecialmente s'é veduto, e fi vede in queflo Regno lafaato a' Bar-
, bari in preda , e pojìo in guifa di premio , non come in Grecia ne' giuo-
chi Olimpici a certo e definito dì dell’anno, ma di ogni tempo a’ combat-
titori : acciocché coloro, che con l'arme più poteano, quando ciò loro nelC
CoiiAfione di cadeffe ,fe'l guadagnaffero : perciocché oltre a' Greci, ed a' Goti,
lingue ifraniere ed a' Longobardi , non piccioli eferciti di Normandia , di Terra Tede-
t^b'itàl'ana* che Frunria , di Spagna , e di Fiandra qui venuti , e infignoritife-
Latiiia lì chia- ne , e fattifene poffeditori , come che ejfi non poteffero sì bene apparare di
niava . quel paefe la favella , il quale teneano occupato } che' non mofir afferò ,
end' eran venuti , e non poche voci della patria loro ci lafciaffero i non-
dimeno i loro fucceffori poi dagli altri abitatori antichi e natii non fi co-
nofcivano . Laonde in quefla Città molte parole in ufo abbiamo di lin-
gua oltramontana , delle quali parte i Francefi ci portarono , parte gli
^ Spagnuoli ; ma riformate fecondo la guifa del parlar nofiro : conciofftaco-
faihé né pronung^iate ficn da noi , né fcritte , come fuonano in loro lin-
Che la nofira ^ fi notano . Dico adunque , ch'effendo confufe le favelle dc’Barba-
favellaè vulga- ri, in Italia venuti a fignon ggiarla , con l'antica e natia di lei , la quale
re del.a Latina. fi chiamava ; {bmehé non così pura e finccra, come ne' tempi ad-
dietro) quella fignoreggiava, ed afe tutte i altre a poco a poco riducea, e
feco le conformava non fentt^a ritener qualche fegno delle Barbariche lin-
gue . E, perciocché quefla noflra favella , che col latte infieme a bere in-
cominciamo , da tutti Folgare é chiamata ; di qual' altra é volgare , che
delta Latina ì perciocché , ficome quella é folamente de' Letterati ; così
quefla è del vulgo . Né di tal nome era detta la lingua , che volgarmen-
te in Roma , e dintorno a quella Città ne' tempi antichi s’iifava : lon-
ciò [offe cofa , che una jola favella aveffero gl'idioti , c i dotti ; ma con
quefla differenza , che i dotti folto certe regole f accendo feelta delle pa-
role , e ’l dire di bellijjime forme adornando , l'ufavano j né però sì ,
che la plebe non CtntLndefjé , quando effi in pubblico alcuna orazione fa-
ceano in laudare , in biajimarc , in aecufare , in difendere , in delibera-
re .
/
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confufa , e gua-
da i la Volgare
iuliana .
LllaRO QUARTO; 197
re ^ Il che irthe Avviene della noftra ; la quale , effondo Una t comune a Dìfièren^à tra ’l
tutti gf Italiani , 0 pure almeno a tutti i Tofeani , non coti dal /»
parla t come da coloro p che dottamente e in profa pC in verfi [’ufano • della purità,
Né il Petrarca direbbe , *)*5?'’**.r
Qucfti fon gli occhi de la lingua noflra, ,
Cicerone, e Virgiito moftrando, i quale non ebbero in ufo quefta lingua, U
quale oggi uftamo', fe non intendeffe, la favella Latina effer noftra-, e quel-
la ftijfa con P altre confufa e mifta , effere la Volgare Italiana . Ni anche cheja Latireui
direbbe ,
£d egli al fuon del ragionar Latino ,
fe quelle parole dette prima da lui p
1* prego p che m’afpctci .
thè fon del volgare Idioma, non s' avvi faffe, effer della lingua Latina non
pura, 0 finccra, quaPera prima-, ni regolata , come dagli antichi fcrittori
Pera ufata t ma tale, che , benché fofje confufa e guafta, pur nel fuono fi
moftrava effer Latina. Laonde conchiudiamo, eh' e ffendo quefta nofira fa-
vella nata della Latina; e niun altra in lei tanto avendo, quanto quella
ci ha, (perciocché, s'ella tutto il fuo fe ne toglie ffe;nulla fi poco le rimar-
rebbe) ingrata e feonofeente a tanta e tal madre farebbe, quando diceffe,
che affare ho io lingua T ofeana giovane, bella, e tutta piena di dolcex^a,
e di leggiadria, e gradita nella corte, e pregiata da'Donne,e da' Cavalieri,
con la Latina veccbia,difpiacevole,e no)ofa,e difpre-^ata, e sbandita da'
palaX7i,e da'templi,e dalle loggie, e dalle piai^ delle Città fi nelle fcuo-
Ic a gran pena ratcolta , e cara folamente a’ Pedanti , ed a' Fifici, ed a,'
Dottori, cd a'Frati nel difputares concieftiacofaché l'effenxa, e la forma,
e la btlle-g^ct di quefta, tutta le venga da quella. Fan. Di quefto ragiona-
mento qual tonthiufiont faremoììAtH.Cbt non vogliam noi faper pià de- Conchiude, che
gli antichi più fav) di noi, né dal giudizio loro dipartirne-,ma,com'effi nel- d debba tenere
le VOCI Greche non F, ma Fh,»^ 1 Latmo,ma Y Greco da'noftri Fio chia- de^"*^Ait1chi
muto, ove quefte lettere avean luogo , ufavano , ufianle noi ancora j e in neH’ ufo dell»
quelle particelUpuelle quali fervia loro lo H» ferva anche a noi;non per- H , « Y .
thè lo fpirito fi faccia udire, ma per tenere la fcienxia delle parole, e co-
nofcere,onde hanno origine . E così feriveremo, non Mirto, ma Myrtho;
né Ninfa, ma Nynipha;n^ Aggio,ma Haggio;n^ Tefuro,ma Theforo»
FBR./lggi ugneremo alcun’ altra lettera all' Alfabeto ì Min. Niuna , Ma
contenterittci di quelle, con le quali infin' al prefente fi fono fcritte tutte
le VOCI della noftra favella. F'EH.Se con altre lettere Myrtho,che Spirto Obbieaione d)
fcnvercmo,come faran concento nelle rimeì Min.ìVo/1 dubito, che voi non
Japptatcpla (onjonanz^a venir dal concorde fuono delle parole', come la vo-
P p ce
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con vario Tuo»
no, renaa iiitro»
diirne akre iiuo'
ve
198 DELLA POETICA TOSCANA
Riroluxione, €t ftcjja fignifìca . Md, perciocché Puna parola fifa non altramente i che
che la l'altra udire ; nè diferen^a alcuna di fuono in loro !^li orecchi nolìri co~
nie!kVniV*rii<v ”ofiono per la diver fitta degli elementi d'un modo fieffo pronunciati ; non
no , non Jalla-j fi terrà la confonanca > la qual torfi dovrebbe > ove difcottvenienxa di
fcrittura . fuono vi fi conofeeffe; quaté in Errore, e Cuore; e in Suono, e Sono;nè
però fe ne perde. Ma troverete, che quelle, e l’ altre fimili fanno bellijftmn
concento j ficome nel primo Sonetto del Canxoniere del Petrarca >
Voi , eh’ afcolratc in rime fparfe il Tuono
Di quei rofpiri , ond’ io nutriva il cuore
In su ’l mio primo giovcnil’ errore ,
Quand’ era in parte altr’ uom da quel, eh’ i fono
Che non fi dee Fbr. Adunque feguendo il vofìro Polito, per non accre fiere con la novi ti
«ll^*Alfaì>«^ ^ ^ ijitflli , che fi trunvano avere apparato , ed ufato l'Alfa^
antico. * nofìri predecefiori l'aveano, e Pufavano ; in lui ninna muta-
Come fi ufi una riceveremo , ma firmeremo Angelico , Angelici , Angeliche ,
nella lettera^ , Luoco, Luocbi, Poco, Pochi, Fioco, Fiochi, Fiocco,Fiocchi, Bacio,
Baci, Concio, Conci, Vago, Vaghi , Prego, Preghi, Pregio, Pregi,
Ghino, Ghirlanda, Ghiande,Ghiaccio,Giaccio, I^o, Leg-
go , Legge , Egli , ( ancorché l'ultima filUba di quella voce non fuoni,
come la prima di quefla Latina Glifco ) Guerra , Guardo, Seguo , Se-
guito, Sego, Quetare, Qui, Acqua, Acquetare, Chiaro, Piano,Chio-
do,' Pioggia, Chiudo, Piìi, Serfe , o com' altri fcrivono Xerfe, Sena-
to , Senno, AlcTsandro, Safso , Efcmplo, Eccellente , 0 come i Senefi
pronunciano ETccllente, £fce,Scelto,Sciolto,Tio,Otio, 0 come nuova-
mente fi firive , Zio , Ozio , Dolcezza , Zappa , Zenobia , Mezzo ,
Prezzo, Mele frutto delle pecchie, ÌAe\e frutto dell'arbore, Fiore,Fuo-
, re. Suono, Sono, Aita, A;uto, Troja , Mia , Uguale, Valore, Uva,
Spirto,Myrtho,Hora quando fignifica tempo. Ora in vece d'aura,Cho-
10 congregacjone di cantori, Coro vento, Filo, Philofophia. In fomm*
ninna particella farà , nella quale altre lettere cercare ci convenga . Né
anche in bando metteremo quelle poche , le quali nelle voci d'altra lin-
gua , ancorché fi fien fatte noftre , fervir ci potranno per la ragione da
voi detta , e per l’autorità di coloro , che doverfi in quelle ufare ci di-
Obhìexìone dal tnoflrarono . Ma , come rifponderete a quel detto di J^intiliano , Pauto-
detto di Quin- rità del quale, par , che molto confermi Popinione di coloro , che all' Al-
fcrivT coTC fi noflro alquante lettere tolgono , ed alquante altre novellamente
vronuiiaia . aggiungono ì Min, A qual detto ì Fi». Che fi debba così firivere , come
Rifolujiione.che fi pronuncia . Min. Dicafi il detto intero,e non tronco , né feemo . Io
fc^uir la ^ die’ tgU ) per quel , che otterrà la confuctudine , così ciafeun vocabo-
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LIBRO QJUARTOi ipp
10 giudico dovtrfì fcrivere « come fuona . Dunqne , dove la confuetu^
dine altramente ottenga , non così > come fi pronun^^ia , converrà , thè
ogni voce fi feriva ; perciocché gli antichi aveano in coflumc di pronnn-
ttar Gajo , e Ga;a , e Gneo ; e nondimeno le prime (illabe in tjuei nomi
per C fi notavano . Pronkn%iavano ancora Confulcs, e fcriveano Goff.
togliendo lo N f e raddoppiando lo S . Pronunciavano , come oggi fi pro-
nuncia y Optinuit ; e fcriveano Obeinuit, come oggi Latinami rne feri-
vtamo . Fbr. Che é tfueflo , che voi chiamate Conjuetudine ? Min. Non i„ cj,e confìfi*
certo , fé a qutjio EccelUntiffimo Autore crediamo , quel , che fa la pià la Ò>aiuecu«ii.
parte ; conctolfiacofaibé di quà venir poffa grandijfimo danno alta vita, *
non che alla favella . Ma così nel parlare Conjuetudine chiamerò il con-
fentimento degli feienciati ; come nel vivere il confentimento de' buoni.
ftK.Se Dante, Cin da Ptftoja, Guido Cavalcanti, il Petrarca, il Boccac-
cio,e tutti gh altri ebbero in cofiume di fcrivere iiznt\o,i'ÌinAo,Pi:ito, Perché di Sam-
Tetìo, JLcéto , Paéto ; perché quefii noflri moderni del tuttone tolgono j «
11 Ci E ,fe da tutti i dotti, e intendenti ciò s'é ricevuto , ed accettato ; tolco*iTc'’ ^
non fi potrebbe altresì col confentimento di tutti loro ciaftuna di quejie
lettere fcacciare, le quali alluni oggi fludtano di mettere in bandai Min.
Uè quel fu nectffario , né quefto convien , che fi faccia , rifponderebbe il
Polito . Ma , poiché quel s'é fatto , ed accettato convien , che fi abbi»
a tollerare , qualunque egli fifta.E forfè meglio flato farebbe, cht quel-
le VOCI fi laftiaffero fcrivere , quaf era il coflunte , per le ragioni da noi
già dette ; ancorché nella comun pronuncia il C non vi s'udiffe: percioc-
ché , fe così oggi i Latini vocaboli fcriver fi dovefero , come fi pronun-
Ziono , fenz» dubbio da quelli fimilmente ilCfi sbandirebbe . Né cre-
der vt fi faccia , che ne' tempi antichi , dappoiché lo imperio de’ Roma-
ni venne in poter d’uno, ne quali col dominio e vita , e favella cominciò
a mutare ; e prima , che quifia noflra lingua principio avefe , il medefi-
mo non farebbe avvenuto, fe quel Jeguito fi foffe, che nella bocca del vul-
go rifuonava. Ma quel fempre fi tenne, che piacque al confentimento de- '
gli jcienziati . Né vi fi lajci penfare, che con la pronunzia non fi fisa pià
volte la maniera dello fcrivere cangiata . Ma , poiché la lingua Lati-
na giunfe alia Jua perfezione , ancorché la pronunzia fi fia poi mutata ,
non però le voci fi fono jcritte altramente , che allora fi cofiumava ; co-
me fe quel , che nelle voci fentte fervo quell' età , flaio fofe una le«ge,
(he fempre da tutti invioLbitmcnte poi fervar fi àovtft • Né quijiiun che non fio-a
nuova é , fe lettere ti mancbiho ntcìff-rie al noflro Alfabeto , non quan- quiltion nuova,
do I vocaboli Greti Jcriviamo , ( conciofjiacojaché da loro due , come dt-
« Ji^ttttliano , in preflanz^ togliamo ) ma propumeiite ne’ Latini ; beto°
f P i per-
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joo DELLA POETICA TOSCANA
percioccbi in tjiufli nomi ScrvOi e Volgo t l'Eolico digamma fi difìderai
Ed un fuono é tra \J e l in Ouitno : onde or' Ottumo, or' Otti-
mo fi truova ferino ; e in Here f che Hicri oggi fi dice f ni E chiara- (
mente , ni I s’udiva . Ni così udir ft facea IO, quand' era breve , come
quando era lungo : perciocchi il breve molto aWXJ s' appre/fava", come ci
moflrarono coloro, che fcriveano più tofìo Servom, e Ccrvom , che Ser-
vum, e Cervuin^ e Robura e Marmura più toflo, che Kobora e Mar-
mora ; perciocchi il principio i Robur , e Marmur , che poi negli ob-
Maniere di con- bliqui mutando fi dice Roboris , e Marmoris . Fbk. Se meglio era, che
foicuize Pcfto, e Sanélo» com’ era il coflume antico , fi lafciaffero fcriwre ; co-
i*5i con ttiefarien confonanga lune con Metto,e [altro con Tanto ì nelle quali
Mtua , e Sana» voci non ha luogo i7 C . Mi n. Non s'i detto, che ’/ concento non già nel-
con Tantt. fcrivere, ma s'attende nel fuono ì II che non i però fempre vero s per-
ciocchi Errore, e Cuore s'accordano', e fsmilmente Sono,c Suono;e non-
dimeno le fillabe innanzi al[ ultima diverfamente fs pronungiano.Accor-
a T>ìAucide coa darono ancora gli antichi Ancide con Mercede ; Fede e Credi con Vi-
c (ioiili. Lidi, Piena con Divina, Mifura con Innamora, Virtude
jDiVirtmUcoa con Prode,?uoi e Poi con Lui e con Altrui; bencbi I ed £ fseu diverfe
froda, vocali, e differenti anche U cd Otoltre a ciò Tempi da Tempo,e Tempi
da Tempio fanno belliffmo concrnto:benchi in quello il fuono fia dello I
liquido giunto con la vocale I, fscome in Efempi , ed Empi ; e in quella
folamente della vocale . Ma , come che la moderna pronuncia ne fcacci
Pronunzia anti* del tutta il C, non però, quando vi fi pronungiaffe moderatamente, com' i
di CT™*^**^*** credere, che. dagli antichi fi pronungiava , tanto Urrpito farebbe, che
, * la confonanga tor ne doveffe . Ma tengafi quell' ufo nuovamente intro-
Che fi dee con- dotto, poichi accettato il troviamo . Ni però fi confenta a co/oro , direb-
raftare a nuove yg ,/ Polito , che s'ingegnano di far nuove mutagioni : perciocchi, fitcome
mutaaioni . ritenere quel, che [approvata ufanga ci ha tolto, e di un troppo teme-
rario e fuperbo ardimento ; cori il mutare quel , che la cenfuetndine de-
g[ intendenti e dotti ha fempre tenuto , i d'animo troppo amico di novi-
tà ; alla qual mutagione molto e lungamente, dice .Quintiliano , doverfi
’ tontraflare . Or tutto ciò fia detto , non per concbistSére , a qual più di
quelle differenti opinioni attenerci debbiamo: perciocché noi lafcerema li-
/ beramente a ciafeuno [elegione di quella , che più gli piacerà , fengé
approvar più [una , che [altra ; ma per rifpondere alla dimanda vo-
ftra , come ejferfene troviamo nel[ Accademie non una volta r alenato .
Divifiooe di Fm. Ma, poiché affai s'é detto , per infegnarci , quante , e quali Ietterò
I<ctcere . g^rter debba il nofiro Alfabeto diteci quel , che al Poeta rimane di loro
a conofeere . Mih. Prima i da fapere , per fe quali ft n’odano , quali
con
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LIBRO QJJARTO. joi»
etn t'altrt ; t di tfttelfe quali ften vocali , quali niente per fe > con
t altre affai poco udir ft facciano . Dappoi , quali abbiano pieno e orando QtuI fa fbfw
.. ^ t I /»• J ^ za di ciaicuiia.»
»/ fuono t qnalt umile e baffo ; quali afpro, quali piacevole ; quali gravot L^f^ra , e qua-
quali acuto , quali inchinato ; quali fofco e chiufo, quali aperto e chiaro; le il liionOt
quali wtolle , quali duro ; quali veloce , quali tardo : perciocché FA è
fià fonante , e pià chiaro ; TO piU pieno, e pi A grave ; pii acuto , e p/d
dimeffo tl ; pià fattile , e pii languida ; di fuono mexp^o tra quelli
due elementi fE . Con quefle vocali lo R fuona pii afpramente, pii pia~
tevolmente loL , e lo H . Antecedendo pii , che feguendo udir ft fa lo
Mi allo ’ncontro lo S con pii flrido feguita , che non antecede i onde
€ome dal fine fovente dagli Antichi ft togliea, così del tutto fcacciato da,'
mofiri fe ne vede , fe non nelle voci di lingua fhraniera , come Paris ; ac-i
tiocchi le parole non gufolaffero , Le Mutole raddoppiate prendono pià
for%a : r tutte le Confonanti o diverfe giunte infieme , o divife , F una
tenendo il fine della ftllaba antecedente , Valtra il principio della feguen~
te , con pii gagliardo fuono agli orecchi ne vengono . Spiritofa rende la
•voce /o F , e ’/ Ph ; lieve , e piana il P ; megga tra luna e l'altra lo V,
quando i confonante ;e’lVy ,e‘lQ fmilraente , purché non fi raddop-
fi . Fiz. Delle parole , che faper ci conviene ì Min. fien femplU Delle parole^
ci f quali compofie ; quali propie ; o fieno fpeffo ufxte , o dall' ufo lonta~ •
me ,0 pur tra quefle e quelle ; quafì di lingua flraniera ; quali traslate ;
quali fatte ; quali mutate ; quali fi faccian lunghe , quali brevi , E ,per Jd ^fre;
eonofeer bene , elle al chiaro ed ornato parlare ci fervano , ignorar t Chiarezza.
non debbiamo , la virti del dire effer pofìa nella cbiarexptpt ; purch'egli * Ofiwnaenc»,
mtnil non fia , né vile s la chiarexp't fpecialmente nella propietd delle
parole s propie parole effer quelle, che fono quafi nate infieme con le cofe Della Chiarez«
fteffe : in loro quefia riputarfi zzerà laude del Poeta , che non fien tolte * iue cajio*
dalla fentina della plebe , né tenute a vile , ni fatte dal tempo ofeure , " Propìeti,(ceI-
ui d'ogni bellexXP ignude ; ma fcelte , e illufiri , e leggiadre , e piene, ta di propi .
r rifonanti , per le quali grande e maelìezzote il parlare apparifea : con»
eioffiacofacbi per dare al zzerfo tal maefià , fi conceda al Poeta l’ufar
talvolta l' antiche, e difufate: quali fono Dolzore , Tenoenza, Sormon- Parole ancich*
ca , Rappella , Ingombra , e fimili appo il Petrarca .* ancorché a lui
pik , che ad ogni altro la confuetudine del bel parlare, e Poffervare dili-
gentemente quel, ch’era in ufo, piace ffe. E' il vero, che in quefia manie» Oiudìcio del
ra di zzaci maffimamente molto inteft alla fcelta, e cura grandifitma n'eb» .,"'***
be ; accioeeh’ egli non ufaffe particella indegna della cofa, la qual fi trat. Jj' “ '
tava ; ni voce alcuna lafciaffe di mifurare , e librare col fevero giudicio
degli orqccbi , nel quale nùr abilmente egli valfe . Laonde delle parole Qual lù la
ufaie “•
»
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jot DELLA POETICA TOSCANA
Hfate quelle, (he men fono volgari , e men trite j e delle difufate , ed an^
tithe quelle , che meno inufitate fi tengono , eleggeremo . Conojeere an~
cera ci bifogna , di quante maniere fi dica quel , ch'é propio nel parlarci
di (he firitto ahbondevolmente avendo coloro , che Rettorica c'infigna»
Vàio d’Impro- «o » non fa mt fiere , che le medefime vivande vi fi rifialdino . A queftot
t’X’ • in guifa di vizio , fi contrappone il non propio ; come che alcuna volt*
ei fi conceda : qual'i ,
£ fol Morte n'afpetta . E
RiAreito in guifa d’uom » eh’ afpctta guerra
* Ordine dirit- percioethé propiamente le cofi felici e dilette afpettiamo , Ma non pur t*
to • propietà delle parole alla cbiareZfiia é richicfla ; ma l'ordine diritto an-
cora , e la non troppo dilungata conchiulione ; e che nulla vi manchi', né
Viti contraij f^fi* alluna foverchia . A quefìa vertù prima è contraria Cambi-
alla ciuarcua. guità, dappoi la mala compofìzione, oltre a ciò il vano circuito di troppe
parole , e Cefiuro e malagevole intendimento delle cofi . £ certamente
qutjla laude , che */ dire piaccia a' dotti, e fia piano, ed aperto agl' igno-
ranti , i propia della Commedia, la quale va dietro alle parole di-vulgatcp
ma pure, e nitte ; ed ogni umil maniera di parlare la propietd nelle voci
Del parlar* or> rithiede . Ma quelle , che fanno magnifico , e illuflre , ed onorato il ver-
na(o,oiide nafea fi ,o fino Inufitate , o Pellegrine , o Nuove , oT rasiate , come quelle»
che più liberamente alla licenza de' Poeti , che degli Oratori , fi conce-
dono : perciocché Poeti effer non peffono coloro , che non inducono mera-
Varie maniere parole non s'acquifla . E ^fe Cufano gli Ora-
ài parole orna- tori ne' panegirici, e in tutte quelle oraz'oni , che fi fanno a dimoflrare
*** l'eloquenza, per altrui dilettare ; a quejti , che non altro per fine, che la
loda , e la gloria fi propongono , non più dicevolmente firvtranno , ac-
' 1 Delle parole ciocché rendano il dire più macjtevole , e più meravigliofo ì Sono Inu-
Inufiute . filate parole , come ne 'nfigna Cicerone , le antiche , e difufate , e dalP
ufo del comun parlare tralafciate: quali fono quelle poche, che pur dian-
zi dtffi trovarfi nel Canzoniere del Petrarca ; e Forfennaru, Horrcvo-
le , Rintuzzato, Cappia, Scherano, Ondunque, Quandunque, Mis>
fatto , Dco , t co , Traicutato , Da fczzu, ed altre molte , delle quali
noi quelle ufare potremo , eh' effer piaciute a' buoni ferii tori troveremo!
conciojjiacojaché l Petrarca abbia detto Da fezzu, e Dco, e Feo, e Rin-
tuzzato; e 7 Bembo, Fuifcnnato ; e 'I Boccaccio, Hurrcvole, Trafeu-
1 Delle parole Misfatto, e Scherano . Pellegrine poi quelle fi dicono , che di lin-
Pellf^n'ne_^ di gua firantcra fi pigliano : quali fino Alma, Aocidc, Arncfe, Augello,
più n anitre, , Calere, Chcro, Conquifo, Gai, Gioire, Ctama, Guidardone,
' Guifa, Uopo, Ligio, Membrando, Rimembra , Rimembranza, Ob-
blia-
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LIBRO QUARTO. joj
bliarc, Obblio, Opra per Apra, Orgoglio, Poggiare, Primiero , Sce-
vro,Sembrar, Snello, Soggiorno, Sovente, di favella provenutale ufa-
te dal Petrarca . Infinite farieu quelle , che dalla lingua Latina ci ven- Latine
gono\ fe tutte ricontar le voleffi , Ma quelle fole noteremo , che novella-
mente fe ne fono tolte, e conformi pià alla forma del parlar Latino , che
del noflro : quali fono appo il medrfìmo Poeta , Ab experto, Mifcrere,
Merco , Delibo , Deferibo, Bibo , Folce, Flagro , Rifulfe, Infulfc,
Rcpulfe, Avulfe, Paluftrc , Illuftrc , Triluftre , erf altre s e nelle mie
Jtime, Prole , Mirando , Delubri, Salubri, Colubri, Rubri . Taccio Greche ;
le voci Greche, come prima a' Latini, e poi da quelli a noi preflate ; qua-
li fono , Nympha, Lympba, Philolbphia , Lyra , Adro, ed altre non
poche . E, quando i prop) nomi imponiamo , le pii* volte dal fonte Greca
tratti gli abbiamo ; come fa il Boccaccio , appo il quale , Decamerone,
Philocopo , Cymone , Dioneo , Pamphilo , Philofirato , Philome-
na , Emilia , Neiphile , Elifa , e parecchi altri fono della Greca favel-
la . T roverete ancora forme di parlare da pellegrina lingua pigliate , r •
qual è quella tolta da' Latini , * r * » torme Laune.
Cinto di ferro i piè , le braccia , e ’l collo .
E da' Prevengali , Proveniali.
Ne l'Ifole famofe di fortuna
Due fonti ha ,
cioè, fono . Nuove parole poi quelle diciamo , che fa nuovamente lo flef- j parole
fo Poeta . O derivandole, come f è colui, che prima derivb da Coraggio, Nuove, di più
Coraggiofo; da Vezzo, Vezzofo; da (ìuazzo, Guazzofo ; da AflTan- J^Per^DenVare'
no , AlTannato ; da Verace, Veracemente . Overo aggiugnendovi leu i Per lettere iiì
fere, qual'i Spinto in vece di Finto ; o fillabe, quali fono Iftcfso , If- •
critto, Ifncllo, Mercatante ; in luogo di Stefso, Scritto, SnclIo,Mer- Ageii'E'W'ido.
carne . O fottraendolene, quali fono Sendo, Tenzone, Foftù , Aveftù, Sottraendo,
Stendo, Spiace, Sparve, Mè, Crè, Dritto, Drizzare, Maflro; in vece
* Efsendo , Contenzione , Foflì tu, A veflì tu, Difccndo, Difpiace,
Difparvc, Meglio, Credi, Diritto, Dirizzare, MaeAro . O mutando- Mutando.’
levi , come in vece di Defìrc ,
S) crefeer fcnco il mio ardente deEro .
e in vece d’Aura ,
Hor di dolce ora , hor pien di dolci faci
t in vece di Difpetto ,
Per isfogar’ il Aio acerbo defpitto .
t Voi, Conofeia, Credia, Solià, Mute, Fuora; i» veci di Voi, Cono- Tralponendo»
fcca, Credea, Solea, Muti , Fuori • 0 trafponendolevi , com'i Drieto,
Drcn-
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^04 DELLA POETICA TOSCANA
Allungandow
/
Abbrerìando.
Coneìiignendo
1« Vocali .
t Per comporre
le voci .
Con prepoC-
KÌone •
Di due parti-
celle .
Di tre,
Drento, Interpetre;ri> luogo di Dietro, Dentro, Interprete. 0 pure «l-
luttgando le fUlabe brevi : perciocchi la voce Umile di fua natUT4
avendo ractento nella prima, come vedete in quei verfi ,
fondata in calla , ed iunil povertatc .
L’ombra , che cade da quell’ ùmil colle .
Che ’n troppo hmil terreo mi trovai nata
Queft* hmil fiera .
£d atti fieri, ed ùmili, e corteii .
il trafporta alla feconda in quefti ,
Perb che ’n villa ella fi moRra umile
Qui tutta umile , e qui la vidi altera •
Co ’i cuor ver me pacifico, ed umile ,
£’ dolci fdegni , alteramente umili .
Overo abbreviando le lunghe; perciocché comunalmente neU’ Italiana fai
velia rjfendo lunga la projfima all'ultima nel nome Annibdlle , come ve~
der' anche in quei verfi fi può ,
Dopo tante vittorie ad Annibdlle . E
Che con arte AonibUle a bada tenne .
fi fa breve in quefio ,
Ch’Annlbale , non ch’altri , &riao pio
0 col congiungimento delle vocali riflrignendo due ftllabe in una i f*r~
ciocché la voce Aureo, ch'é di tre fillabe in quefli ,
\Ove fra ’l bianco, e l’aureo colore . Ed
Aureo tutto , e pien de l'opre amiche .
tu quelli é di due ,
L’aura, che ’l verde lauro , e l’aureo crine . S
De l’Aureo albergo con l’Aurora innanzi .
0 componendo le voci : nel qual componimento , benché la nofira lingua
non fia felice, non che ficome la Grtca,ma pur ftcome la Romana', nondi^
meno ella pur' ofa dire Indila , Imperla , Inufira , Indonna, Infiora,
Inverde, Imbruna, Infiamma , Imbianca, Impallidito , Invaghito,
Ingelofire, Inghirlandare, Ingiallare, ArrofTa, Apprefia, Accrefee,
Adagia, Appanna , Addita, Addolcifce, Immantenente, Immezzo,
Imparte , Intuito , Debutto, Datraverfo , Davanti,, Deporre , Di-
velle , Direpente , Difama , Disdice, Disdetto, Disleale, Dinuovo,
Difetto, Difopra, DifolTo, Intorno, Ifnervo, Ifpolpo, Ifcarno, In-
carno, Incauto, Difarmato, Difacerbo, Difpcrato , e fimiU voci infi-
nite di due particelle compofle: ficome di tre fono quefìc, Kafsecura,Raf-
feicna, Rafsembra, Ravvicinarmi, Rallenta, Rinverde, Dintorno, -
Indl-
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LIBRO QUARTO; joy
Indifpartc, DIfagguaglianza , ed altre non poche ; e di quattro quella, d; guietro
Dognintorno . Ma, come che agevolmente , e felicemente quefla lingua Senz
con la Prepofixione componga ; nondimeno fen^a lei , non che di tre , o tione.
quattro voci di loro natura fignificanti , ma pur di due compoflo noma
non ci troverete, fe non per avventura alcun propia: com'é tiiancitiore
Biionaccorti , Buonconvcnto , Capigraflì , Capibianchi . Nuove pL 4 finirti
role fono altresì le finte , e nate novellamente: quali fono quelle, che dal hiono.
/■«onayi/<i»«o, Rimbomba, Bombarda, Scoppio.
cangiando Genere : concioffiacofachè comunalmente dicendofi Ja fune, eli AeSù”
abbia mafchilmente detto il Petrarca , più modi. *
E ’l fune avvolto Cenere ,
Era a la man , ch’avorio , c neve avanza .
0 Capo : quaPè ,
Che non ben si ripentc
De l’un mal , chi de l’altro s’apparecchia .
dovendo dirft , a l’altro , /«ondo la propia , ed antica forma di parlare.
B , come fi diffe ,
Ch’ogni mafehio penlìer de l’alma tollc •
richiedeva il diritte , che fi diceffe ,
Ch’ogni mafehio pcnficro a l’alma tolle .
0 fe pur volete , che Tolle altro non fia , che leva, e rimuove , • trae i
D’ogni mafehio penlìer l’aniroa tolle .•
perciocché s'è detto in un' altro luogo ,
£ mi tolfe di pace .
O Tempo in quelle voci , che fempo fignificano : quat è ,
Eranvi quei , ch’Amor sì lieve afferra ,
in vece di , Ch’Amor fi lieve afferrò . 0 Modo : com'f, Non so che
dirvi; in vece di. Non so, ch’io vi dica. 0 Tempo, e Modo ugualmen-
te : com i, ' * ,
Cafo^
Tsmpo ;
l’ era amico a quelle vollrc Dive ,
in vece di farei fiato .* perciocché rifponde a quel verfo ,
Non m’avcfie difdctta la corona .
0 ^salità : quali fono quefle voci , Arde, Agghiaccia, Imbianca, at- Qualità;
tivamente , e paffivamente ufate : paffivamente in quel verfo ,
Ch’in un punto arde , agghiaccia, arroflà , e ’mbianca .
e attivamente in quefli , , .
Forfè tal m’arde , £
Ch’in un punto m’agghiaccia , c mi rifcalda . £d
A quel crudel , che Tuoi feguaci imbianca »
Qj 0 NU-
f
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Numero .
Numero, e Ge-
nere .
Perfona i
é Pet cangiare
una parte con_f
l’altra in più
modi .
Nome per No-
me .
Nome per Av-
verbio .
Verbo infinito
per nome .
306 DELLA POETICA TOSCANA
O Numero : ficome in rjuel luogo , ove detto avendo il Petrarca ,
Vidi una gente andarfen queta , queta .
foggiunfe,
Di lor par piìi , che d'altri , invidia s'abbia .
0 Numero , e Genere infume : quaC è «
Parte prefi in battaglia , e parte iicciiì »
Parte feriti da pungenti (frali .
Mutaft ancora leggiadramente la Perfona ; fteome in quel luogo ,
Se , come i tuoi gravolì affanni fai ,
Così fapeifi il mio (ìinile (fato ;
Verreffi in grembo a quelfo fconfolato
A partir fcco i dolorofì guai .
ove di fé , come di un'altro^ ragiona . Ed avendo detto in ter^a perfetta,
Iv’ eran quei , che fur detti felici .
parla poi in feconda, come fe prefenti gli foffero :
O cicchi , il tanto affatigar , che giova ì
Ed altrove a perfona incerta volge il parlare :
De l’aureo albergo con l’Aurora innanzi
Sì ratto ufeiva il Sol cinto di raggi ,
Che detto avrefti , e’ fi corcò pur dianzi .
Nuovo anche accidente di perfona è , quando la prihta par , che chiamìi
t tiri a fe la lercia in quel modo, che in quefìomio Sonetto veder potete.
Mifera hglia , e fconfolata maitre .
E , quando Cuna parte del parlare con l'altra fi cangia , non vi par' egli
certa leggiadra novità ì perciocché fi pone il nome non folamente per.
l'altro nome : ^ual'è ,
Che l'avara mogliere ad Amiiarao ,
per Erifile. Ed
£' sa , che ’l grande Arride ;
per /igamcnnonc , Ed
Al primo falTo del garzon’ Ebreo ,
per David Paftorc . Ma per quella particella , che Latinamente Avvcr»
bio fi chiama ,
£ come dolce pada , c dolce ride .
E quella voce, che non fen%a tempo fignifica,quado é infinita, per 1$ nome.
Sicome eterna vita è veder Dio ,
Ns piò (i brama , nè bramar piò lice ;
Così me , Donna , i voi veder felice
Pa in quello breve , c frale viver mio .
E po^
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LIBRO QJJARTO.
0 poco dappoi t
E , fc non foflc il fuo fuggir si ratto .
‘ e nel numero del piti ,
1 voflri dipartir non fon s) duri .
E per quel , che da' Latini Participio , o Gerundio fi chiama ,, Infinito per
Egli ebbe occhi a vedere , z volar penne . E Pauitipio , g
Da volar fopra ’l Ciel gli avea dat’ ali , 'E Geauwjo .
Per darti a diveder .
E ’l Boccaccio dijfe , Io le darò Beccare . Se non é più tofìo forma di
parlare tolta da' Greci, i quali in molte altre cofe la nofìra favella /itole '
imitare . Oltre a ciò le voci da’ Latini Prcpofizioni chiamate, tuna fi- Prtpefizioni
mtlmente per l'altra s’ufano : qual è la De, c /a Di , in vece della Per, I>«r l’altr*
Poi eh’ a me torno , trovo il petto molle
De la pietate . E
Ma non in guifa , che lo cor fi fiempre
Di foverchia dolcezza .
E la A , ora in vece della Per : quaPè ,
Ch’a forza ogni fuo fdegno io dietro tira .
ed or per la In ,
Pih di me lieta non fi vide a terra .
td or per la Secondo .• com'è ,
Pcrch* io t’abbia guardato di menzogna
A mio potere . i
Voce ancor nuova fu quella ufata dal Petrarca , Forme nuove.
Ch'Ambrofia , c nettar non invidio a Giove .
E nuovo parlar'é, quando vi s’aggiungono parole fovcrchie , benché leg- Aggiognendo
giadramente ; fitcome in quel verfo , parole .
Quel tanto a me , noi» pih, del viver giova. E
Non fon mio , nb .
Perciocché badava. Quel tanto a me; c , Non fon mio . O pure quan- Sottraendo pa-
do VI fc ni fottrafgono : quale , role. ‘
Ma poi vofìro defiino a voi pur vieta
L’elfer’ altrove , provvedete al meno.
Perciocché il dire intero farebbe , Ma poiché voffro defiino . In fom-
ma i vocaboli jt rinnovano in qualunque maniera fi mutino , o fi finga-
no , to/ìo che a mutare , o pure,a fingere fi cominciano . Pbr. Già cono-
feiamo , delle parole quali fien Propie, quali Innfiiate , quali Pellegrine,
quali Nuove', e confeguentemente quali Semplici , quali Cornpofte,
quali Fatte , quali Mutate , quali fi faccian lunghe , e quali brevi , Or
2- dimo-
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}o8 DELLA POETICA TOSCANA
4 Delle Parole dirnojìrateci, quali fien le Traslate ì Min.^a// faranno altre, else quel-
Traslate, o Me- le, che dal propio luogo ad un'altro non propto fi trafportano, o per dtfet~
cSo'i’diTra*. vocaboli : come fono ,
bnone . Lieti fiorì .
1 Per Difccto. Afpro corc , e felvaggio ; c cruda voglia .
Ma pur per nofiro ben dura ti fui .
1 Per più figni- ® per più fignificare quel, che fi deferivo : quaP i ,
/ii-'ai-e , Penfier’ in grembo , c vanitate in braccio.
Diletti fuggitivi , e ferma noja .
Rofe di verno , a mezza fiate il ghiaccio •
ì Per Ornameli- 0 per ornamento : qual' è ,
• Vergine bella > che di Sol vefiita ,
Coronata di fiellc , al fommo Sole
Piacefii si , che ’n te Tua luce afeofe
4 Per Onefii. Già quel, che meno, che oneflamente col propio nome fi direbbe , con
ce Traslata fi dirà più leggiadramente , in quefio modo ,
Certo il fin de' mici pianti . £
Si che ’l fuoco di Giove in parte fpenfe . E
Con lei fofs’ io , da che fi parte il Sole .
Conveniema di Laonde ilTrafportamento, che da' Latini Translatio» da' Greci Meta-
Traslazione , e phora fi chiama , trovato dalla povertà de' vocaboli , e dal voler diletm
Olmi Jtu me. accrefeiuto ; non è altro, che una fomigliant^a, per cui la parola po-
fla nell' altrui luogo , come s'eglifojfe fuo , cfjendo conofciuta , molto di-
letta : ficome allo ‘ncontro difpiace là , dove niente abbia del fimite , a
Liiochi di Traf» pure affai poco : perciocché non altra differenza è tra la fimilitudine ,e‘l
Jazione. trafportamento fé non che quejìi fi fa in una parola , quella in molte m
1 Dal Genere^ 2” rafportafi la voce , o dal Genere alla Specie : quaN ,
alla Specie . Provan l’altra virtù, quella, che ’nccnde ;
a Dalla Specie perciocché il potere incendere é fpecie di vertù.O dalla Specie al Genere,
«1 Genere. inonefti l’ho ritratto:
§Da Specie a cociofftacofaihé mille fien molti.O da una fpecie in un'altraiqual farebbe,
pecie . isjc la Città di fante leggi armata . £
1 Cavalicr d'arme lucenti ornati .
■4 Da propor- ove Annata per Ornata , ed Ornati per Armati fi pigliarebbe . 0 con
• certa proporzione , la quale fi fa , e quando abbiamo da potere la cofa
nominare : qual' é ,
Torcer da me le mie fatali fielle ;
Quando abbia- perciocché i begli occhi nella Donna fono , come lucenti fielle nel Cielo '•
mo nomi . £ quaN quel f ch'io dtfft ,
Mi-
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LIBRO QJJARTO. 50J»
Mirando de’ begli occhi il vivo Sole . B
Sparir l'occhio del Ciel pica d’oJco feorno .
perciocché effendo tale il vivo lume degli Occhi in un bel Vtfo , efuati U
Sole nel Cielo ; come dagli Occhi al Sole , coiì dal bel Vifo al Cielo fi fi
la compar axione . E quando ci manca : qual'i >
O paflì fparfi . E
Benedette le voci tante , eh’ io>
Chiamando ’l nome di mia Donna « ho fparte E
Quante lagrime laflb , c quanti verfi
Ho già fparti al mio tempo .
toncioffiacòfaché propiamente fi fpargan le femenge , e le frondi ; ma feri
•veci quella medefima voce neW altre cofej perciocché altra non ne abbia-
moj e tra quelle e quefte fi vede qualche comparaT^ione . Fsr. Benché
tiò , che del T rafport amento detto ci avete , agl intendenti debba , e
poffd baftare ; nondimeno per quelli , che non fono di altrettanto intel-
letto , non vi rincrefea di chiaramente moftrarci , in quanti modi egli fi
faccia. lAin.yoltndo io in ciò ubbidirvi, farò quefla partigione . Tutte le
cofe effendo 0 animate , 0 vero fenX anima ; dell' una e dell’ altra fpecie
tuna per P altra fi pone . Da quelle , che anima non hanno ,fifa il Traf-
portamento in quefto modo , ~ '
Con un vento angofeiofo di fofpiri , E
Pioggia di lagrimar , nebbia di fdegni .
quelle , che non fono fem^ anima ,
Perchè no ’l grave giogo ì ì^ì
il quaCè propio de' buoi , E
Muove la fchiera Tua foavemente ,
la qual’ è propia de' guerrieri. Taf ora quel, cb'è delle cofe animate, s'at-
tribuifee a quelle, che anima non hanno : quafé quel, che difs’ io t
Con la febiera
De’ venti orrenda, e fiera .
T alora allo ’ncontro : qual’é ,
A la mia lunga , e torbida tempefia
la qual’ è propia dell' aere . Di che avviene , che prendiamo ardimento
di dare affetto e paffione alle cofe di fentimento private : quafé , quando,
s'introduce a parlare il Sole ,
Ch'io porto invidia agli uomini , e no ’l celo . £
Poiché quello ebbe detto , difdegnando
Riprefe il corfo . E
L' acque ; parlanti’ Amore , e l’ora ; e’ rami i
Egli
Quantfbeima»;
cano i ngmi,
Maniere dì
Trasbiioiie dal-
la materia , on-
de lì prende.
X L>ì inanimato
i Da Am'matOi
} Ad Inanima-
»,
4 Ad Animato,'
AITetti dati a
C0I4 inanimale.
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Jio DELLA POETICA TOSCANA
E gli augelletti , c i pefci , e i fiori , c l’erba ,
Tutti inlìeme pregando , eh’ i fempr’ ami .
Sono altre maniere ancora del trafportare , U- ejujli, ninno dì noi è , che
> a memoria recare non fi poffa aver da' Gramatici tn fanciulle‘:^‘za impa-
Mani’ere di * fentimenti trar fi poffa quel , che fi traf-
Traslazione da’ porta ; da ninno però tanto , quanto dalla vifìa , la cui forr,a è gagliatm
Sentimenti . diffima : perciocché dagli altri fentimenti vengono quefìi traf portamenti,
I Dall’Odorato Con leggiadro dolor , par , ch’ella fpiri
Alta piet’a . £
L’altro è d’un marmo , che fi mova , e fpiri . E
Sua fama , che fpira
» Dal Tatto. ' In molte parti ancor per la tua lingu^ . Ed
Un’ ifoletta dilicata > e molle .
3 Dall’ Udita. SI chiara tromba . E
La chiara fama . E
Farli in pih chiara voce . E
Col dolce mormorar pietofo c baffo . E
4 Dal Gnllo. , 1 Dolci colli. E
li fuon de’ primi dolci accenti fuoi . E
Qucfti dolci «inaici . E
Che ’n mille dolci nodi gli avvolgca .
* E Dolci lumi , Dolci intelletti, Dolci nomi, Dolci baci, Dolci du-
rezze , Dolci accoglienze, ed altr infiniti di fimil maniera: concioffia-
tofachè lo fpirito fi riceva dal nafo\ il molle dal tatto fi finta', la fama,
la voce, la tromba,e ’/ mormorare dagli orecchi', e la dolcex^a dal guflo.
j Dalla Villa : Ma molti più fino , e di maggior gagliarde^'^a quelli, i quali hanno ori-
che fono i<iù ef- dagli occhi : perciocché nella prefinxa dell’ animo ti recano quel.
Ufo di Trasla- thè veder di fuori non potnjìi . Ma , come il T rafportamento è il pii»
aioue. vago, e leggiadro ornamento , del quale il verfo vtjìir poffiamo, fpecial-
mente in quefla noflra favella , che per fi povera effindo , e bafj'a , e po~
fla nella calca della plebe , convien , che alti onde taglia in prcjìanxa va-
Modcrni ofcurl fillamcnti di oro , e di argento; e dello altrui tefiro fi arricehifia; e fi le-
e gonfi nelle-» baffix":^ , e viltà plebea ; così mirar ci bifigna, ch'egli non ren-
■^raslaitom. parlare ofiuro e gonfio, nel qual vi^io caggiono volentieri oggi quel-
li, che ferivano , volendo più tofto imitare alcuni , i quali riconofeendo,
che loro la natura più toflo è madrigna , che madre , per coprire il man-
^ camento dello ’ngegno , ricorrono all'arte ; e s'ingegnano di dare a dive-
Petrarca mera- dere, ciò loro avvenire per ekrione, e non per difetto . Ma, fi 'I Pctrar-
vigliofo. fu imitaffero , il quale come nella fielta delle voci , e nella tcjfitura delle
, paro-
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LIBRO QJJARTO.
favole, così nel trafportare fu meravigliofo', fuggirebberó il dijfmile,e 7 vi*J dì TrasU;
duro , e 7 trafportar di lontano ,e'l bruito , e l difpiacevole e così il ^ione .
meno , come il pià , che converrebbe , e ’l men figntf canto : perciocché i Diflimik.
non fenxa diffomiglianxa fi direbbe ,
Grandi Lamie del Cielo .
Ifé fenxa duro , e di lontano trafportamento , ^ Lontano ;
Gih su per l’alpi nieva d'ogn’ intorno ,
él biancheggiar delle tempie intendendo . ,^anto brutto, e difpiacevole j Brutto '
farebbe ,
Cabrata è la Citt^ per la tua morte . Ed
O (Icrco del fenato .
'guanto più di quel , che fi converrebbe , quando chi fpargeffe confetti', 4 Maggiore;
dhcjfe ,
Tempefta di confetti .
^^uanto meno , ove quando grandina , fi diccjfe , j Minore.
Confetti di rcmpefla .
’^^anto meno fignificarebbe la voce traslata in quel verfo , che la propia^
Laffo ) che mi fi nega il veder voi >
ove dir fi voleffe ,
LalTo , che mi fi vieta il veder voi .
E, benché nel trafportare affai più Uberamente fi ravvolgano i Poeti, che LicenJta de’Po*-'
non penfano (Peffer toro in ciò tei mine preferito , come coloro, che tutte t'* maflimameii-
cofe dmxxano al dilettare , e parer vogliano nel rinnovare, e nel mutar jr^portare."'
le voci meravigliofi ; ninno però ai arduo fia, né sì prefuntuofo , che Jìi-
rni, a nojlri tutto effer iecito,come a Greci, la cui lingua foflenea, che 7
Ee da Omero Paftor di popoli foffe detto j come oggi il p'efcovo fi chia-
ma . Ma niun mai de' nojìri , ni degli antichi, né de' moderni pensò, che
do gli fi doveffe concedere . Molti altri mutamenti le parole ricevono. Altri Mutamen*
le quali , quando fi trafportano molte inficme , fanno , che altro fi dica, d di paiole.
ed altro s' intenda ; il che da' Greci Allegoria fi chiama t qual è , Dell’Allegoria.
E tremo a mezza fiate , ardendo il verno . R *
Fra si contrarj venti in frale barca
Mi trovo in alto mar fenza governo .
E tutto quel Sonetto ,
Pafia la nave mia colma d'obblio .
E quell altro , -
Una candida cerva fopra l'erba ,
il qual é tutto allegorico . Ma quel Commiato é mijlo a Mlfta .
Canzon , l’una forella è poco innanzi •,
E l’al-
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JIZ DELLA POETICA TOSCANA
£ l'altra ferito in quel mcdcrmo albergo
Apparecchiarfi : ond’ io piìi carta vergo.
ferciocchè tutto farebbe di un modo , fe non ftguijfe ,
Ond’ io pili carta vergo ,
j Con la Coiti- eh' è T rafportamento . ^eflo mutamento divien più leggiadro ] quando
yarazjoue . s'aggiugne la Compara-t^ione : qual'è quel , ch'io dijft ,
Selve notare , c monti
Direni in alto gorgo :
Parte volar , quafi veloci augelli .
E quel Sonetto ,
Qual poverel , che Ha del tutto lofco i
Ch« fi contìmii E parmt, che ragionevolmente fi comandiyche fi debba aver cura in que-
ll TiasUaione . maniera di trafportare, che ciò , che feguita , rifponda a quel , che ne
va innanxjj affine che cominciando dalla rovinalo dallo 'ncendio,non con-
chiuda la medefima fenten%a con la tempefia.Da quefla medefima fonte de-
Del ProYctbio. rivano i Froverby^ali fono quei motti, de'quali ècompofla la Cannone,
Mai non vb piìi cantar , com’ io foleva .
E quei detti, che tengono luogo, o di Proverbio , confi ,
Che tutti fìam macchiati d’una pece .
0 di Sentenza ,
L’infinita fperanza occide altrui .
Dell'Enimtna. E quei , che fono più ofeuri ; qual’è ,
1 die in guardia a San Pietro . E
Grave fuma è un mal fìo a mantenerlo .
Della Metonì- Mutanfi i vocaboli ancora per ornamento del dire , quando quel, tb’é
mia , più modi, nuto, fi piglia per quel , che tiene : com'i ,
Dal Contenuto. /
Dall'Inventore. E lo ’nventore per la cofa trovata ,
Non Giove » e Palla ; ma Venere e Bacco.'
cioè, non le vertù da Giove, e da Palla trovate', ma quelli vi^, che ye-
Dal Diodelluo, ^ Bacco trovarono . E per lo fiejfo luogo l’ Iddio di lui : quali
fio t quel , che difs’ io ,
Arma cotanti legni
Cefar , che n’empie i campi
Dei gran Nettuno .
Dal Contenen- E ’/ contenente per quel , eh' è contenuto ,
• Italia mia ,
Dalla Matetia. gfltaliani. E la materia per la cofa fatta di lei i
Chi non ha l'auro > o ’l perde >
Spcn-
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DalJ’ElBcJeflf^r
LIBRO QJJARTO* '31 j
Spenga la fctc fua con un bel vetro .
E quel , che fa, per la cofa fatta,
E Belzebiib in mezzo ,
per la concupifeenza della carne , della quat è cagione il Diavolo , ed
alla qual’ egli ’nfiamma altrui. E P Effetto per quel , (he n[é cagione, UalI'E/rettor
Ch’i veggio nel penficr dolce mio foco .
E la cofa poffeduta per lo poffeditore , £>aj Ppflèduroj
Infinita bellezza , e poca fede .
E quel , che fi dona per lo donatore ,
E ’l mio fido foccorfo .
E quel , che fi porta , per lo portatore ,
Che fan qui tante pellegrine fpadc ? E
Poi che l’arme Romane furon fparfe
Per Tefiremo Occidente .
Oltre a ciò con lo Strumento fignifichiamo non pUr la cofa, alla qual' egli Dallo Strame®;
ferve , to ,
Quel fior’ antico di vertuti , c d’arme . E
Che ben s’acquifia pregio , altro che d’arme .
ma quel , che l'ufa ,
O fortunato , che sì chiara tromba .
E dagli Effetti dimofiriamo lafor%a, e l’efficacia di quel , che fa; qual' è, DairEfetto al-
Dal pigro giclo . E ~ l’efficacia tirila
Dal pigro funno . E cafiiouc,
Di che lieve cagion , che .crudel guerra ^
Uè per altro fi diffe ,
Ch’agli animofi fatti mal s'accorda .
fe non perchè fi fecero animofamente . Uè per altro ,
E non pur quella mifera ruina ,
fe non per la miferia di coloro, a' quali avviene la rovini. Nè per altro,
"Tu vedrà’ Italia , e l’onorata riva ,
fe non per t onorata gente, che v’abitò . Nominiamo ancora cosi le virtU Dalle Virtù
per coloro , ne' quali elle fono ; quat è ,
Che pietà viva . E
Pietà celefie . Ed
Altra fede , altr’ amor vedi , Ipermneflra
tome I vi'^j : qual' è , Da* VIzJ
Così nafeofio mi ritrova Invidia . ^
La qual ne toglie Invidia , e Gelolia.
’Jn quefta maniera di mutamento^ cade quel , cb' effenSo uno fi fa del nu- Dall* Uno;
Rr ’ wer<i
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314 DELLA POETICA TOSCANA
mero del pià : (fu^xCè y
Amor , ch’a fuoi le piante , e i cori impenna :
conciò [offe , ch'egli poteffe dire , E ’l core ; perciocché , come che cia-
. forno abbia due piedi , niuno ha pià di un cuore : c con tutto ciò fi muta
.la parola , acciocché acqmfii più leggiadria , e più forila . Ma , perché
io ragiono tanto di quefio mutamento, net qual fi contiene tutto quel, che
Della sitiecJo- mutandofi la parola , più leggiadro e più vago diviene i Projfimo a que-
che , di più mo. fio é quello , onde o per la Parte il T utto intendiamo : quaté ,
li ju Pane. E farebbe ora,
onde il tempo fignifichiamo . B
Cofe , ch'a ricontarle è breve l’ora . B
L’oziofe piume,
onde il letto dinotiamo . E
Imbrunir le contrade d’Oricntc ,
Dal Tutto. c»o^, gli orientali paefi . 0 per lo Tutta la Parte
E non li trasformafle in verde felva ,
Dal Genere, verde arbore , che fu l'Alloro . O per lo Genere la Specie
Com’ animai , che rpelTo adombre, e ’ncefpe ,
Dalla Specie, Jl cavallo fpecialmente intendendo .0 per la Specie il Genere ,
Poi repente tempera
Orientai turbò sì l’aere , e Tonde ,
fe non volete , che fpecialmente s'intenda per la pelle , che venne dalle
Dall’Uno.' contrade orientali . 0 per uno più ,
Ma fe il Latino , o ’l Greco .
Da’ Più . ® •’ *
L’altra , eh è propia noftra ;
volendo dir mia. E qual'è quel, che tutto dì fi dice, Voi in vece di Tu}
e Voftro in vece di Tuo,
Quand’ io movo i fofpiri a chiamar voi , E
Vollro flato rcal .
Dal GeneredeU ® Gf^trc della voce aggiunta il Genere non del propio nome , m»
l'Aggiuuto. del comune : qual farebbe ,
La felice Pdermo ,
Da’ Sogni , perché intendiamo la flint Città. Di quejìa maniera ancora vogliano, che
farebbe , quando fi dieejjè ,
Quando vede il paltor fumar le ville ,
£ cader d'alti monti maggior Tombra ;
perciocché con ta' fegni la notte appreffar fi vedrebbe . E‘n fomma , in
qualunque nodo fi prenderà , non comefuona , ma come s’intende la pa-
rola ,
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LIBRO QJJARTO.
roh , fi comprenderà fatto quefìo mutamento . Marnano fimilment e il
parUre le voci Aggiunte : quali fono , candida colomba , rofe vermi-
glie , netto avorio , occhi leggiadri , polito vifo . £ certo , quando
non vanamente vi s'aggiungono, fi laudano aJJ'ai: il che avverrebbe, ove
fenxa loro foffe il fignificato minore ,
Quel , ch’infinità providenzia , ed arte
Mofirb nel fuo mirabil magiftero .
Onde si bella donna al mondo nacque . B
E de’ lacci d’Amor leggiera , e fciolta
Vola dinanzi al lento correr mio . E
De l’aureo albergo . £
Notte ’l carro ftcllato . E
Trionfai carro a gran gloria conduce . E
Sopra un carro di fuoco un garzon crudo .
E infiniti altri luoghi moflrar vi potrei , che fenxa loro meno fignifica-
rebbono . Nè perì neghiamo , che non fta tanta la licenza , che in ufarli
fi prende , che fpejje volte foverchiamente vi s'aggiungono : ftcome in
quei ver fi ,
E vivri fempre su ne l’alto Cielo . E
E da’ begli occhi mofle il freddo g|iiaccio . E
Dentro pur foco, e for candida neve .
Ma fpejje volte fewga congiun'i^ione giunti con una voct di fufian^a ag-
giungono forala , ed ornamento al dire : qual’è ,
£ poi in voce gli feioglie
Chiara , foave , angelica , divina . E
Quello antico mio , dolce, empio iìgnore . Ed
Arbor vittoriofa , trionfale ,
Onor d’imperadori , e di Poeti E
In mezzo di duo amanti unefta altera
Vidi una Donna . £
Quel vago , dolce , caro, onello fguardo .
E quel , che difs' io ,
Alto , vago , foave, empio penfiero .
E con la congiunx,iene : qual'è ,
Afpro cuore , c fclvaggio .
Lieti fiori , e felici .
Santa , faggia , leggiadra , onefta, c bella .
Chiare , frefcfae , e dolci acque .
Che '1 nofìro flato è inquieto , e folco
Rr X Sico-
Dell’ Epiteto ì
0 vero Aggiun-
to .
Manier# diFpi-
tC(Ì .
1 Coiriini polli
necdlariameiice
per più ligiiifi-
carc.
iPropJ,e per-
petui,per orna-
mento .
Modi di teHer
più Aggiunti.
1 Senta con»
giunzione .
a Con la con-
giunzione ,
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DELLA POETICA TOSCANA
Sicomc ’l Tuo pacifico , c fereno .
Ufo temperato aggiunti adinxiHc rendono il verfo vago , dolce , e piacevole .
fcpjuti. loro la compofr^ionc è certo ignuda , non che mal veflita , e
ruvida ; così quando troppo n'abbonda , è no)ofa, e molefia . E , percioc-
ché fono rjfi condimenti , e colori del parlare^ quel di lui n'avviene , che
delle vivande moderatamente, o troppo condite', e delle figure giufìamen-
tc, 0 foverchiamentc colorite ; perciocché in quelle così i’inftpido , co^
il farjevolc al gufìo difpiace',e in quefieagli ocihi così la Jembun:t,n ignu-
da d ornamenti, fonie la veflita , td ornata oltra modo à troppo tinta di
Ei'itetì con al- colori : conciò fia che in tutte le cofe fla richieflo il temperamento . Cre-
tti oinamenti. fcc poi queflo ornamento , quando vi s'accompagnano altri mutamenti di
parole , o trafportando ; qual'é ,
Con Metafora. L’aureo colore .
L’aureo crine. -
E' capei d’oro fin farli d'argento .
Con Metonimia « intendendo altro da quel , che ft dice ; quai è i
Pallida morte .
Lagrime trillc.
Con Ambedue. » ‘ ^'‘^^(*‘0 ,
A la matura etadc » od a l’acerba .
Dell’ Antono- J^ieflo medeflmo poflo per fé , e [epurato da quello , a cui s'aggiugne , è
• «»’ altro mutamento, per lo quale intendiamo ciò , che ’l propio nome fi-
gnificarebbe : perciocché il grande Atride per Agamennone .* /due
chiari Troiani per Ettore, ed Enea; /.'eterna luce per lo Sole; Padre,
e Re del Cielo per Dio; Il Vicario di Grillo per lo Papa;// fucceffor
Della Perifrifi. di Carlo per lo Re di Francia fi piglia . E con molte parole defenviamo
quel , che femplicemente con una propia dir fi potrebbe , o per ornamen-
to ; qual’é ,
L’altro c colui , che pianfè fotto Antandro
La morte di Creufa , e '1 Tuo amor tolfc
A quel , che ’l Tuo figliuol tolfe ad Evandro^
cioè Enea, che tolfe Lavinia a Turno, il quale mcife Fallante. 0 per ti-
ftre il men che oneflo a dire ; qual’é ,
Deh or fofs’ io col vago de la Luna , &c.
^lel , che col fuo propio nome detto bafierebbe , lungamente ancora fi
dtfirive , per adornare i ver fi ; qual' è.
Or , che ’l cielo , c la terra , e ’l vento tace ;
£ le fiere , e gli augelli il Tonno affrena ,
Notte il carro flcllato in giro mena ;
E nel Tuo letto il mai rcoz’.onda giace ,
dive
\
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LIBRO QJJARTO.'
3*7
Ove bajìava 1
Notte ii carro Hellato in giro mena .
fe non che feemava dell'ornamento . Ma. guardar ci debbiamo dal ca'derc Vùìo di Pet'J.
in quel viTjo , che vano, e lungo circuito di parole fi chiama. Abbitftama Giosia •
ancora Cpcffo i vocaboli , quando il ftmile e propinquo per lo certo e prò-
pio poniamo ; qual'i quel , ch'io dijji , f'irgilio imitando ,
In alto gorgo ,
per lo mare . E ciò facciamo così nelle cofe , alle quali mancano i propj
nomi, come in quelle , che gli hanno : il che é profjìmo al Trafportamen-
to . Mutanfì parimente le voci , quando per /'adultero fi piglia Parisr Della Mctale-
per lo invitto , Achille; per lo favio , Catone ; per / aftuto, Uliflc . Pfi •
^uaL'é quel , ch'io diffi , volendo dire Anniballe ,
Dal nuovo Ulifle
Cartaginefe .
E per la varietà degli ordini de'Religiofi la varietà de' colori, che óuellà
veflono : qual i , , - a .
E’ neri fraticelli , e’ bigi , c’ bianchi .
E Molli per lagrimofi , in quel verfo ,
Perchè di , c notte gli occhi miei fon molli ì
ed Atra per neri in qmfto ,
Non d’atra , tempeftofa , onda marina
E ’l Ghiaccio per lo Verno, e la Rofa per la State in quello J
1 vidi il ghiaccio , c 11 preffo la rofa .
Se vogliamo , s'intenda il contrario di quel , che diciamo j non fi cangia Dejjj Ironia
la parola ì 11 che effendo infinito , come la qualità della perfona, o la na- '
tura della cofa il dimoflra , con la pronun't^a ancora fi fa conofeere :
quali è quel detto da me ,
O giuflo guiderdon , giufta mercede
Di bene amar sì difpictate ofTcfc,
Mutafi ancora l'ordine delle parole per abbellire il parlare , che duro tal- Della IperhatoJ
Volta , e ruvido, eflrepitofo j o pure aperto, e languido , e di mal fuono, di più modi .
fe diritto fojfe, farebbe . Fajfi qtiejla trafmut anione , o pojponcndo , come Pofpouendo .
in quel mio verfo ,
Candido piè , cui fotto giace Amore ,
in vece di fotto cui giace , O tra/ponendo : quafè , Trafponendo;
Ch’a la mia lingua era diRretto intorno . E Bitvcmeute.
Veggendo a’ colli ofeura notte intorno . E
Quella bella d'Amor nimica, e mia . E
Quelle anzi tempo tempie . ' E
Dolce
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LuAgairente.
Dfl Protiftero.
o Pervcxfo «
Della Parcnte/ì,
o Iiiceipo/ùio»
ne .
DcIJ’Apo/Jrofè,
o RjvoJi;unenro
Aponrofc con
PareiJteli,
ji8 DELLA POETICA TOSCANA
Dolce del mio cor chiave .
ftrciocchà l'ordine diritto richiedeva , che fi diceffe , Che ’ntorno alla
mia lingua; e, Veggendo intorno a colli; e, Quella bella nimica ; e,
Quelle tempie; e. Dolce chiave . E con più lungo fpaT^o ,
Novella d’ella vita , che m'addoglia ,
Furon radice . £
Per quelle > che nel manco
Lato mi bagna , che primier s’accorfe »
Quadrclla .
in vece di , Novella radice ; e, Per quelle quadrclla . E
Mio, perchè fdegno ciò , ch’a voi difpiacc >
ElTer non pub .
f» vece di, Mio clfcr non pub.Pofpongonfì altresì le parti del dire:qual'è,
S’al principio rifponde il fine, c ’l mezzo . E
Ctr io mi ripolì, e levimi di terra .
perciocché prima è il che ’l fine: e prima ci leviamo di tetra, che
non ci ripofiamo . E s'interpongono : qual’ è ,
Ov’ era ( io non so per quale fato)
KipoHo il guiderdon d’ogni mia fede .
Quel vifo , al quale ( e fon nel mio dir parco )
Nulla cofa mortai puote agguagliarli .
Trafmutiamo ancora , cangiando forma di parlare in qneflo modo
Chi ’l vide , il sa j tu ’i penfa , che Tafcolcc .
E con affèttnofa digrcjfione ,
Vollimi a’ noftri ; c vidi ’l buon Tomaflb,
Ch'ornò Bologna ; ed or Meflìna impingua •
O fugace dolcezza , o viver lafTo ;
Chi mi ti tolfe sì tolto dinanzi 2
7rafmuta7Ìone altresì è quella del Petrarca ,
Che parlo ì o dove fono ì c chi m’inganna
Altri , eh’ io Bcflb , e ’l difiar fovcrchio ì
perciocché detto avea ,
Ella non degna di mirar sì baffo ,
Che di noBre parole
Curi ; che ’l Cicl non vuole ,
Al qual pur contraflando i fon già lalTo .
T rafmutiamo talora interponendo ; qual farebbe ,
La gola , e ’l Tonno , e l’oziofc piume , I
£ del cicco deEr l’ultimc prove ■
(E tu ì
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LIBRO QUARTO.
( E fu te ’l vedi, o fempircrno Giove)
Spento han del mondo ogni leggiadro lume .
^ certamente tjuefli o mutamenti di parole , o modi di parlate j che di*
vogliamo , e ^li altri fimi li , che fifaran mutando, aggiugnenda, fottra-
tndo , trafmutando ; muor/ono , e tengono in diletto l'Vditore : percioc-‘
che ni for%a lor manca , ni piacevoleggia . E , benché pajan projjìmi a
•vtxj ì nondimeno tra le 7rertà del dire ornato fi comprendono , purché
non fien molto fpcfji , ni d una fìejfa maniera : perciocché faggiunxione
della parola, la qual foveiite foverchia é riputata, actrefee talvolta mol-
to il frntimento ,
1 l’ho pifi volte (or chi fia , che me 'I creda)
Ke l'acqua chiara , e fopra l’erba verde
Veduto viva. E
Ben vcgg’io di lontano il dolce lume
eonciojfiacofachi in quelle voci L’ho veduto , e Veggio, fa la Io i md
nulladimeno ejfendovi aggiunta , a muover quel, ch’afcolta, for%a vag-
giugne . Nè dubitiamo talora di accrefeer la cofa fopra quel , ch’ella è :
€ certo in pià modi : perciocché o femplicemente : qual'è ,
E volo fopra ’l Cielo . fi
Tutto il mondo abbraccio .
0 con la Similitudine ,
Non con altro romor di petto danfi
L)uo Icon fieri , o duo folgori ardenti T fi
Non fan si grande , c si tcrnbil fuono ,
Etna , qualor da Encclado è pih feofla j
Scilla , c Cariddi , quando irate fono .
E pià brevemente : qual'è quel , che difs' io ,
Selve notare , c monti
Uirclli in alto gorgo ;
Parte volar , quali veloci augelli
0 con la compara-gione : qual' è ,
Que’ duo be’ Lumi affai pih , che ’l Sol chiari fi
Più leggiera , che vento .
O con certi Segni ; come farebbe ,
Ella su per le biade andrebbe a volo
Senza mai toccar l'erba , c fenza ofTda
De le tenere fpighc j o su per l’ondc
Senza tigner correndo in mar le piante
cimentiamo talvolta, aggiugnendo accrefcimntheomè in quella mìa Can-
^o»e,
Dell’ Effl lofi.
Della Iperbole;
o Accrefcimeii-
to,di piu modi.
Semplice.
Con SimilicU'
dine ,
Con Imnu£:m&
Con Compara-
kione t
Consegni,
Coatiouinde.
I
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Jio DELLA POETICA TOSCANA
XP^c , Alma reai ,
Tu mi lafciadi il Ciel voto di Stelle j
L’acr grave , ed ofcuro ; e fenza Tacque
Tutti i fonti ; la terra ignuda , ed erma .
e quel , che fegue . J^ijlo accrefter s'adorna , quando vi s'aggiugne al-
Per Contrap- parlare . E nel vero non poco di for^p acquifia
IK>lii t per li Contrappofìi : quaté in quella medcftma Cannone «
Da indi in qua non è giammai qui (lato
Altro i ch’un Tempre lamentar' il canto ;
Ciafeun diletto pene mille , e mille }
Senza le vaghe , angeliche faville
Ofeura notte ogni piìi chiaro giorno ;
Amaro il dolce ; fiera doglia il rifo ;
£ mal d'inferno il ben del Paradifo .
'Altrettante maniere fono del Diminuire : conciojfiacofachè fempUcemen-t
te fi diminuifea ,
Ed ella a pena di mille un’ afcolta ,
sì poca udienza ella prefiava a prieghi di lui •' E
Toflo vedrefte in polve ritornarle,
come fc della umana gloria niente rimaner toflo fi vedrebbe , fe pi^ luu^
ga foffe la vita . E con la Similitudine ,
Che , come nebbia al vento lì dilegua ,
Così Tua vita fubito trafeorfe .
E con la Comparazione : qual farebbe ,
Pih vii de l’alga fparfa per le piagge .
Bellijfimo diminuire per certo mi par quello ,
lo noi dilTi giammai , nè dir porla
Per oro , o per Cittadi, o per callella
^anto meno il direbbe per cofa di minor pregio ì Diminuendo éftcoroi
aumentiamo : perciocché dicendo ,
Col corpo fianco, ch'a gran pena porto .
molta flanchezXP ejfer quella dimoflra . E di fomma, e meravigliofa fori
za era colui , il quale fenza fatica gittava quel si gran fitjfo ,
Ch'a pena Tei di quefia nofira etatc ,
Eletti porterien fopra le fpalle .
Ufo d’Iperlxile. T rapaffa dunque la fede taccrefeer la cofa fopra quel , eh' ella fia ; nàn
però tanto , che ’l debito modo non fervi , fc non quando vizio diviene :
perciocché , come eh' egli menta ; non però fia, che inganni . E in tan-
to ufar fi conviene, in quanto genera meraviglia. Per la qual cofa le pa-
. role.
Della Dimi-
nii2ioi;e,dipiù
modi .
Semplice .
Con Similicu-
dtiie.
Con Compara-
zione .
Con Masgiore,
Altro modo
d’Jpeibole,
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LIBRO QUARTO. jxi
rote $ che rendono i! verfo magnifico e maefitvoU , fono le Antiche dalla Somira, e fcclta
confuetudine del parlare accettate: e le Pellegrine, purché non vi fia Sar~ delle paiole or-
barifmo : e le Fatte , e le nuovamente trovate, je Pufo le rieeve , e gli
orecchi non le fchifanoie le T rasiate, che a gui fa di mattutine /Ielle ador-
nano , e illuminano il dire . E , come che tutte tjuejìe maniere di parole
illuftrino il verfo , fe dicevolmente vi s'acconciano ; nondimeno le T ras-
iate fopra tutte I altre l' adornano : eonciolfiacofaché non vengano di fuo-
ri , ma dimoflrino un ornamento natio , e le Propie famiglino . E , per- Quali parole a
ciocché le Pellegrine , e le Antiche il rendono maejlcvole , ufale fpecial- y
mente l'Eroico Poeta : fitome il Melico Latino , e ’l Greco le Compo/ie,
e le nuovamente fatte ; benché il T ofeano così in ciò fia più parco , co-
me più cauto in fervore l'ufitate, ed elette . Ma, perciocché allo Scenico
i riebiefio quel dire , che nel comun parlare è ricevuto , le T rasiate ,
e le Propie gli fianno affai bene . f su. Se le voci T rasiate , e le Propie Opinione di
fono ancora della profa , ( perciocché è propio della prò fa il comun par-
lare ) come fi conofccranno le parole del verfo da quelle della profa ì rote dcHa
perciocché dicendo i Gramatici della nofira favella , quella effer voce jà altre del Veri
della profa , e non del verfo j quella del verfo , e non delta profa ; difi- ^
dcro intendere , onde nafta tal diffèren%a . Min. Io non so, onde cofloro
fi muovano a farquefli notamenti . Ben vi so dire , che io non una voi- Con fùta*ione,'
ta ho letto , il Poeta effer confine , an^i eguale all' Oratore nel giudicio, ^
e nella elexione delle parole e nella. grandetta, e nell' ornamento dello defr Aratore!!;
fiile ; ma più licenza aver il Poeta di trovare, e di comporre le voci', e ma per lo più le
d'attendere più al fuono delle parole, per piacere agli orecchi, che di ftr- vwlóVlannobe
virc alle cofe . Tolta quefla licen%flt Itt quafé di ufare alquante voci an- ne nella Profaj
. tiche, 0 flraniere , o nuove , che la profa fchifetebbe ; non viggio , per- « mageiormen-
thé le parole ufate da Virgilio non abbiano a fervire all' Orator Latino-, piou'i^l Verfo*
né quelle , eh' usò il Petrarca , al T ofeano : c onci offiaco fiche mila profa
troviamo non poche voci di quefìe maniere: perciocché il Boccaccio diffe
Misfatto, e Scherano, e Badare , t Calere , e Mafnadiere, e Impcr-
veifarc , c Inanellato , e mille altre voci parte antiche , parte flranie-
re , c parte nuove . Né veggio ancora , perché le parole ufate dagli Ora-
tori non debbano fervire al Poeta ; purché ficn belle , e vaghe , ed atte
a dolcemente empiere gli orecchi giudiciofi , ed a compiere i numi ri e
tempi del verfo . Né mi fi vieterà , ch'io non dica nelle rime Vezzofo,
e 7 rafeurato, perché fi diffe dal Boccaccio, e non dal Petrarca . Né cre-
do , i he la ftcfjo Petrarca fi recò mai nel pen fiero, ch'cffer legge ci dovef-
fe , quelle fole voci, ch'egli usò, non altre a noi dover nel verfo fervire:
perciocché egli non feguì nell’ elexjone delle parole il giudicio di Dante, y
S s nel-
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Elckione di pa>
fole ripofta nel-
lo arbitrio dello
fci iccore, mode-
rato da' piecec-
ti .
Differen»a vana
di Gl amatici.
Delle parole
contiiiovate , e
loro oflervazio-
ni .
iCompofizione,
di (il labe,
a Giacitura di
parole .
3 Mifnra,e Nu-
mero .
4 Figure .
I Della Com-
pofizioiie delle
liilabe.
Qual Ila Io Scó-
tro.ed Apriiiira
delle lettere .
Dello Scon tro
delle Vocali.
1 Li una voce.
Congiunte.
Divile,
J2Z DELLA POETICA TOSCANA
veir animo del ijuale credere ancor debbiamo tal pensiero non effer mai C4-
dKfo . Fer. Lafeiamo adunque nello arbitrio del giudieiofo jerittorx lé
elettone delle parole con quelle regole,che'date fe nc fono\ sì ch'egli, no»
perchè l'abbia ufate il Boccaccio , nel verfo ufarle non pojfa : nè , perchè
rabbia ufate il Petrarca , nella profa non fe ne pojfa fervire ; purché fie-
no, quali s'è detto, ch’elle effer debbono. Onde non poffo non ridere gran-
demente di quel notamente , che Nuvola , e Nuviletca fien della profa’,
e Nuvolo, r Nuviletto del Ferfo', come fe nel genere Mafchile non avef-
fe detto il Boccaccio , Subitamente il cielo fi chiufe d’ofeuri nuvoli ;
£d, Ancora etan vermigli certi nuviletti neU’Occidente ; nè patiffe
il verfo, che nel femminile dir fi poffa, perchè non P abbia detto il Petrarca.
^«<rnfo è da ridere ancora quelP altro, che Perifco fia della profa, e Pe-
ro del verfo ? Ma perchè non del verfo altresì Perifco , ficome Nutrì*
feo ? £* il viro , thè nè Pero , nè Nutre , nè Fiere , che detto hanno i
Poeti , direbbon gli Oratori . Ma , poiché delle voci s'è ragionato affai ;
dimojìrateci , quaPeffer convenga la Continovan%a di quelle ì Mm. Pri-
ma in lei ft rvar debbiamo la Scelta delle parole di tutti quei modi , de'
quali non poco parlato abbiamo i e la eompofi^ione delle ftllabe la qual
poffa dilettare P uditore , ' ed empiergli Parecchie . Dappoi la Giacitura
delle voci , per la quale fien' elle ben locate infteme , ed attamente tra lo-
ro giunte . Oltre a ciò la Forma , per cui con dicevoli intervalli fia di-
finto il parlare , e vada bollifpmamente a cadere . Vltimamente P libito,
onde il verfo figura , e colore , ed ornamento riceva . ,^ali maniere di
parole ad illuflrare , ed ornare il verfo elegger debbiamo , mi credo , ab-
bondevolmente aver dimofirato . Ma in quelle guardar debbiamo , che la
compofiitione e di loro feffe , e delle ftllabe , delle quali elle ft fanno , fia
qual già la cofa, che fi tratta , richiede : perciocché effondo le lettere par-
te vocali , e parte confonanti , che non per fe , ma con quelle udir fi fan-
no ; e così diverfe , e di vario fuono , come da noi sé detto ; i Gr (mie-
tici diedero quefio precetto , doverfi quelle talmente incentrare , e sì ac-
conciamente giugner tra loro , che ’l concorfo ,elo feontre non fia duro,
ed afpro ; nè languido , ed aperto , Ma , come che nel grave ed alto dire
delle profe tale feontro , e tale apritura fia da fuggire ; {cencioffiacofachè
nelP umile , e baffo non fi fchifi ) pur tanto è di lontano , che da' Poeti
non fi riceva , che affinchè ’l verfo con pià numerefo , e pieno fuono
agli orecchi pervenga , con fiamma fiudio , e con grandiffima diligenza fi
ricerca . T accio , come nelle medefime voci due vocali attamente fi con-
giungano , ficome in Voi , Studio , Odio ; e conte fi dividano , per fa»
più piacevole , e molle il corfo delle parole : qual’ t in Aureo colore»
e Mar-
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LIBRO QUARTO; ji;
e Marmorea colonna ; nn ben dirò, che in diverfs, ove le vocali non fi % \n diVerfè di
feontralféro , il verfo affai perderebbe ; o che [ultima vocale dett ante- or
«*Bfe parola ceda alla prima della feguente : qual è , runa, or l’altra.
Voi , ch’afcoltatc .
0 pure allo ’ncontro: qua[è la ’vc> in vece di là ove. 0 che [una non ce- ^on ordendo «
da aU’ altra: e ciò in due modi, o che [una e [altra fillaba intera riman- \
ga , il che rade volte avviene : fìcome , '
Ma io v’annuncio, che voi fiere ofiefi
Da un grave , c mortifero letargo .
0 che [abbraccino talmente, che, benché [una e [altra vocale s'oda-, non In una (illaba :
però fe ne faccia pià di una fillaba nella mifura del verfo : qua[é negli
allegati verft , t
Che voi liete ofTefi . E . ■
Grave , e moitifcro letargo . '
t in quell* , . . ■ -
Voi , ch’afcoltate in rime fparfo il fuono i
’^ueflo congiungimento di lettere con tale apritura , ( perciocché ritiene, Che l’Apriturt
e ritarda il corfo del parlare , rende più grande, e più grave il fuono del
verfo . Poteva il Petrarca dire , più grave il liio-
Di quei fofpir , di ch’io nutriva il core , E io, no,
E la fcrena mia querava l’ondc . ^
ma fermava della tardità, con la qual va più grave cosi quel verfo p
Di quei fofpiri , ond’ io nutriva il core .
tome queflo ,
£ la fcrena mia acquetava Tonde .
Conciofjiacofaché in queflo modo il fuono fi raddopp] , il qual fi fa non Scontro di Voci
meno udire nello feotttro amichevole delle medefime , che delle diffimili nel fine dell’ an-
vocali . Né tacerò , che molto diletta , che ’/ principio del feguente verfo fo*^corprincIpiÓ
comiBci da vocale, e fi feontri col fine deU’ antecedente: qual'é , del feguente . ^
Ond’ io nutriva il core
In su ’l mio primo giovenilc errore .
Jl che più empierà gli orecchi, fe fa la medcfima vocale , la qual termi-
ni [antecedente verfo t qual'é ,
‘ Quando fra l’altrc donne ad ora ad ora i '
Amor vicn nel bel vifo di collei .
E tanto manca, che queflo feontro , e quefl’ apritura difpiaccia , che non
. una volta in un mcdefimo verfo vien fatta . Ma di quelle vocali i più Di quali vocali
numerofa , e piena [ apritura , che fono più rifonanti : quali fono O , ed l’Aprieura fia_»
. A . Ne fi dubita , che meglio non fuoiiino le lunghe , che le brevi . Ma, ^ ’
S s z come
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Dello Scontro
(ielle Confoiun-
ti .
I la una voce.
Quali Hobuite.
Quali A^rei
Quali Piacevoli.
X In diverfc vo-
ci per lo fine-*
delr'anteceden-
tc co.'I prin-
cipio 'della fe-
guente .
Quali parole-*
pollano perder
Tultima vocale.
, Vari fuoni di
verli da varj
Scontri .
DELLA POETICA TOSCANA
come in tutte l'altre cofe , in ejucjia attrcsì un certo modo é du tenere ri,
che nò affettata , nè vanamente fatta effvr pa)a , nò a riempiere le fedie
del verfo ricercata . Per. Perciocché delle vocali s’c detto affai , di{idero
intendere , qual fia lo [contro , e 7 congiu^nimento delle confonanti .
Min. Di qtiefie quelle , che alle vocali fono più delf altre preffime nel
fuano , fe vadano innanzi alle mutole ; fìcome in quefte particelle. Alto,
Alba, Alpe , Onde , Arco , Argo ; o pur' innanzi ad altre confonanti.
Alma , Alzo , Anne, Arfe , Alfe ; rendon la voce più robufla ; e tanto)
più , quando alcuna di loro ancora con la mutola a far la fillaba concor-
re : qual' è in quelle , Antro, Evandro . Nè men gagliarda è quella vo-
ce , nella quale S con alcuna delle mute fi congiugne ; e quella più, nel-
la quale è Cuna e (altro concorfo : quali fono Scamandro , Spargo,
A(ìro , Afpro . Di tutte quefte , e delC altre fmili voci quelle fuonantt
più afpramente , nelle quali fi feontrano , e concorrono lettere più afpre,
e fpecialmente tra due vocali di una medefima parola : perciocché R, ed
S accrefeon f afprt%;:^a , e maffmamente fe dopo lo R feguita lo S ; qual' è
Orfo ’yOfeloKfi raddoppia : quaPè , Orrore . Allo 'ncontro L, ed N
piacevolmente corrono , e fpecialmente fe non fi raddoppiano , nè con al-
tre fi giugneno . .Quelle altresì , le quali ho detto , che fuonano afpra-
mente , effendo eli^emplici e fole , rendon la vaco men dura , che rad-
doppiato , 0 pure accompagnate con altre . Ma di qual fuono fia ciafeuna
lettera , già mi ricorda , eh’ io diffi , doverfi diligentemente guardare .
Oltre a ciò mirar ben ci conviene nella continovan'za delle parole , qual
fila (ultima Intera del( antecedente particella , e qual la prima della fe-
guente : perciocché, effendo (una e (altra confonante y il fuono fia pii
fermo ", e tanto più fermo , quanto più afpre le lettere , e più robufte fa-
ranno : perciocché , benché la noflra favella nel fine delle voci ninna con-
fonante riceva ; nondimeno ha in coftume di accorciarle , maffmamente
nel verfo , e tor loro (ultima vocale : perciocché diciamo , Avem rot-
to la nave ; ed , Un Ipirito celefle ; c , Quel bel fpirto ', ed , Al citi
rinacque. Né in altre confonanti fi fa quefto accorciamento, che in quel-
le quattro » che liquide fi chiamano : concioffiacofachè lo S per lafovet-
ehia afprezX‘* ZÒ*folare del tutto fi fia dall' ultimo luogo [cacciata t
perciocché , benché Poftu fia in vece , or di Fofliì tu , ed or di porti tuj
nondimeno la paffione della fillaba è nel meggp delta voce compofta .
Laonde ( perciocché dallo [contro , e dal concoi-yò delle lettere, e dal cort-
giugnimento delle voci il verfo afpro, o piacevole ; grave , o lieve ; alto,
0 baffo ; o meg^o tincfto , e quello diviene ; e ’l verfo ne va dietrd
alla materia delle cofe ) ragionevolmente fi comanda, tutte le parole cor^
fole,
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LIBRO QJtJARTO.*
fole , e per fe , come giunte con altre dover' in quel modo fonare , ch'alia
maniera del dire è riebieflo : cioè , nello flile pik grave quelle , che pii
gravemente ft fanno udire ; e nel più lieve quelle , che più lievemente .
Sì come nella materia più piacevole quelle, che più piacevolmente, e nel-
la pii afpra quelle , che più afpramente battono il fentimento degli orec~
chi t sì che con la voce fteffa quel , che ft dirà , efprcffo ne venga , Con
quanto dicevole fuono di vocaboli flrepitofi, afpri, e robufli, e fonori,tofa
dura, ed orribile s'efprtffe in quei verfi ,
Non con altro rumor di petto danll
Duo Leon fieri , o duo folgori ardenti ,
Ch'a terra , a ciclo , e mar dar luogo fanii . £
Non fan sì grande , e s) terribii Tuono
Etna , qualor da Encelado è pih feofla ;
Scilla , e Cariddi , quando irate fono . £
Non bollì mai Volcan , Lipari> od Ifchia »
Stromboli ,o Mongibdlo in tanta rabbia .
£ in queflo mio Sonetto ,
Qual tempdìufa , ed importuna pioggia ,
Che fparga ogni fuperbo , afpro torrente
Da’ monti , onde piìi alto al Ciel lì poggia »
Inonda i campi , e le Cittìi repente .
^^anto acconciamente con voci umili , e piangevoli il dogUofo pianto fi
rapprefenta a chi legge ,
Piangete Donne , e con voi pianga Amore . Ed
Oirtiè, il' bel vifo ; oimè, il foave fguardo . Ed
Oimè, terra è fatto il fuo bel vifo. E
Fuggi ’l fcreno , e ’l verde ,
Non t’apprelTar , ove lìa rifo , o canto ,
Canzon mia , nò ; ma pianto ;
Non fa per te di Bar fra gente allegra
Vedova , fconfolara , in verte negra .
yedete , come in efprimere quel , ch'i di fua natura piacevole , fi fpargo^
no i fiori delle parole, le cui vocali ottimamente rifuonino; e le donfonan-
ti foavemente fi facciano udire , ancorché parte ve n'abbia delle robufie,
e delle jìrepitofe ,
Nel tempo , che rinnova i miei rofpiri , >
Per la dolce memoria di quel giorno ,
Che fu principio a sì lunghi martiri . £
Gentil mia Donna , i veggio
Nel
Che 6 dcotio
elegger parole
di lettere , filla-
be , e feontrt
convenienti al-
la materia.
Efemplo di vo-
caboli flrepicolì
ili cofa Orribi-
le .
Efcmplodivoci
piangevolj nel
Pianto li
Efemplo di vo-
ci foavì in cofa
Piacevole,
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DELLA POETICA TOSCANA
Nel muover de* voftri occhi un dolce lume ,
Che mi muflra la via , ch’ai del conduce . E
Quaod’ io v’odo parlar sì dolcemente ,
Com’ Amor propio a Tuoi feguaci inlìilla ;
L’accefo mio defìr tutto sfavilla *
Tal , che ’nfìammar devria Tanime fpente .
E che dilato il mio ragionare in darvi efempli di ciò > che per tutti i
Cannonieri vi fi fa innann> ì conciojftacofach' egli fta propio fltle della
Efemplo divo- Melica Poefia. Ma Pumil materia e lieve udir potete , con quaP umiltà,
ci Umili in ma. e kggerex^ di voci efpreffa fta ,
cena iieve, q poverella mia , come fe’ rozza ,
Credo , che te ’l conofehi ,
Rimanti in quelli bofehi . E
Vago augelletto , che cantando vai ,
Over piagnendo il tuo paflato tempo .
E in quella mia pajìoral Sefìina ,
Non ha tant’ erbe in qualche verde prato ,
N: tanti augelli , e tante fronde in fclva ,
Nè tante lidie in qualche pura notte ,
Nè tanti pefei in qualche vago fiume ,
Nè tanti fiori in qualche amena piaggia ;
Quant’ io lagrime fpargo in verfi , e ’n rime
Che hi(h,che'l Nè meraviglia fta , fe nella piacevole , o nell' umil matèria fienvoci,
P'H delle voci fon iftrepito, o con afpro fuono udir fi facciano : ed allo ’ncontro uc/-
^iiclié " ^unè f terribile quelle, che piaccvoltnente,o pure umilmente fuonino:
i tilo d’altra_< conciò fita che sì pura cofa non fi trovi , nella qual non fi vegga alcuno
qualità . mcfcolamento d'altra qualità . Ma bafierà, che in ciafeuno fide il pià fta
di un modo . F>k. y^fiai s'è detto della qualità delle voci , per le quali
il verfo diviene afpro , o piacevole ; umile , o grande , over mentano.
Del Concento Or fate , che fi conofea il concento, che dallo feontro , e dal concorfo loro
delle voci , che nafee ne' verfi di quefla lingua i ftcome il dimofirafte ne' Latini . Mim.
rro*^dtl?é*med^ ^‘tnandate delle confonanxp delle rime , che nell' ulti-
iime lettere, o me voti fono propie noftre , delle quali a baftan'^a s'è ragionato col Sig.
iilJabe. Bernardino ; i»4 di quella Mufica concordanza , ,che dalle medi finse let~
tere , o fillabe nafeendo , non pur dolcerkente Infinga gli orecchi ; ma re-
ca talora la cofa innanzi agli occhi . Laonde è molto da ridere il pre-
cetto di coloro , che comandano, dovirfi lo feontro delle medefime lettere,
0 fillabe fuggire . Fajfi quefìo bcllijfimo concento , o nel principio dcl-
etnti d?iicont"ì ® tiel mtzxp, opUT nel fine\o quando il fine dell'antecedente par-
r ticel-
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LIBRO QUARTO. ^17
ticelU al principio della feguente s' accorda', 0 pur' al me:^xpi ovtro quan
do il mei^xo principio , ed alla fine delP altra . State dunqu
ad udire , come concordevolmente dalle mede/ime lettere due y 0 plà voc
continovatamente cominciano ,
Eicnipli di A Aniin3 sfTst .
Ad albergar.
B La bella bocca .
In un bel bofeo .
C Contra colpi d’ Amor.
Cosi colici .
D Doppia dolcezza .
Dolci durezze .
D'onor degna .
Donna di voi .
£ £d ella .
Non ella elTcr dcrifa .'
£d emmi .
L’altro era empio > c duro .
F Favola fui .
Per far forfè .
£ i cape’ d’oro fin farfi d’argento l
G Vedi Giunon gelofa .
Sotto il cui giogo giammai non rcfpiro .
A gran gloria conduce .
Queir è ’l gran Greco .
H Ne tant’ herbe hebbe mai .
Hera Hebbro .
Hor ho dinanzi agli occhi •
Habito honefto .
Hoggi ha feti’ anni . *
Hor hai fatto . ' .
I In immagini non fkife
Per ifcolpirlo immaginando ip parte .
L Non lafciar la magnanima tua imprefa .
Le lor luci prime .
Ugi la lingua altrui .
Lagrime l’altra y che ’l dolor diftilla .'
A cui la lingua lancia .
L’ultimo la^o .
L’uman
Concento di di-
verfe voci nelle
erimc hliabe,
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DELLA POETICA TOSCANA
I
^ L’uman legnaggio .
Lei lufioga .
Per lei lafciar molle .
Orli , Lupi > Leoni .
E lieta l'alma .
M Che mal mio grado .
Men m’afcolta .
Da man manca .
Di me medefmo meco mi vergogno
N Noftra natura .
Al nodro nome .
Nimica naturalmente di pace l
Nave , nè legno .
O Ofcuri , o perii .
O occhi miei .
Di cieca obblivione ofcuri abilH ^
F Libere in pace palTavam per quella .
Per pruova intenda Amore .
Ch’a gran pena porto .
In poca polve .
Q__ Or quello è quel , che piii .
£ di quello quel di mi ricordava .
R Roman ricever torto i
A le mie roche rime .
S S’ella fé *1 vede .
Secur fcnza fofpetto .
Sola li fedea .
Simile li colga .
E fuor fanti lofpiri .
T In terra Tofca .
Talor tace .
ToHo tornando
Or li tien trifti .
In terra trova .
V £ del mio vaneggiar vergogna è '1 frutto ^
Onde al vero valor .
Che ’n villa vada .
Nè giammai vidi valle 2
, La mia vertb vifiva .
E'I
Digitizc , Coogle
LIBRO QJJÀRTOi
£ ’l bel vilb veder .
£ nelle vene vive .
Vdiie poi , come l'ultime fillabe fi convengano 1
3^9
Om
A
Co
R
C
Gn
Ra
Ar
Do
Ta
V
Com’ nona ,
Timida , ardita vita.
Onde Tua fama geme .
Io benedico il luoco .
£’l mio caro teforo.
Nel del vedere fpcra .
A piè del duro lauro .
Cosi laudare , c riverire infegna.
Benché Banco .
Ogni benigno lume .
£ fiera terra .
NoBro fperar , e rimembrar s’appoggia.'
Pregando , amando .
L’alta beiti) .
Viva neve .
E così per tutte l'altre lettere difeorrendo troverete pmile cóncentà ,
Vdite ancora , come quelle di me^oip fi rijpondano »
M Alteramente umili .
L Talora a dolerli .
R Al verace Oriente .
S M’infegni la prefente .
T altre lettere fimilmente . Ma il pià bel concento è quel deW
fillaba della precedente voce con la prima della feguente :
E per
ultima
quaC é ,
D
L
M
N
Fochi compagni.
In cui chiaro refulfc .
Udir di fuore .
Quando dal propio lìto .
S’clla l’afcolta ;
Ma Maratona .
In me movendo .
£ ’n bel ramo m'annido.
D’importuna nebbia.
D'Elicona nafeer fiume.
Che faffi romper ponno .
11 tuo tempo pafsato.
Tt
Deh
sConcefiro nel-
le ultime fillabe
J Concento nel
mezzo delle vo-
ci.
4 Concento del
fine dell’antece-
dente voce col
principio della
feguente .
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DELLA POETICA TOSCANA
Deh foffe or qui quel mifer .
R Che sì amaro riefei .
Chiaro rivela .
Furon rotti .
Qual fiera rugge .
Mifera ruina .
Mirra ria .
Si fark ragione .
S Così fclvaggia .
D’eflcr fenza .
Ch’ai Sol fi fcoloraro .
Del corfo Tuo .
Nel bel vifo folo .
Ombrofe felve .
Foflin sì lunghe .
Fra fé fiefla fi fdegna •
Pofifi su ’l verde .
T Dell’ onorata telìa .
E ’l vento tace .
£ la rete tal tende .
St In quello fiato .
Con quella fianca penna .
Vofiro fiato •
V Non vi vid’ io .
De la mia grave vita .
In viva voce .
j Coocentodel Bel concento ancora fa la filUba del mex^o così con f ultima , e con ia
mezzo di un*-, prima delC antecedente voce, come con la prima, e con l’ultima della fe~
voce col fin*--». ‘
voce COI •
o col principio guense ,
deli’ altre i B
C
D
F
Nel bofeo alberga .
Per quello ombiofo bofeo .
Dolci accenti .
E dolendo addolcifce .
Del figlio afiìirta , e trilla •
E in fuggire affanni .
Sì leggiadra gente .
Givan ragionando .
Gik fiammeggiava .
Capclli<allor velati .
De
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LIBRO QUARTOiv 3}f
De la lor fai u te .
M Piovomml amare lagrime .
S’informa umana vita.
E' d’altri omeri foma .
N Sono animali .
E le tenebre noftre .
P La paftorella alpeftra.
Ch’Apenin parte .
Quando la gente di pietà dipinta
Pur quali equali .
R E ’l fiero Erode .
Del funereo rogo .
Amorofo raggio .
Del tcrreftre umore .
Che morir porla ridendo
D’amoroli penlieri .
S Ch’a l’ufato foggiorno .
Alquanto oltra l’ufanza fi foggiorna.
Rifonar feppi .
La fera deliar .
T Con beltà naturai* abito adorno.
Tacendo intefo.
E te ritenne .
V Dal vulgo avaro
Muovefi il vecchiarcl .
A voi rivolgo .
La tua giovenil voglia .
Giovane fchivo .
Vive faville .
Oltre a ciò l’ultima della feguente alla prima dell’ antecedente tal volta
s’accorda ; benché non faccia notabile armonia , né bene empia gli orcc-
chi f
B La bell’ alba .
C Dal cammino fianco .
D Da ta’ duo nodi .
Pur quel dolce nodo .
F Felice Tifi .
' G Ch’ogni giorno arroge il danno .
L Un liquido fonile .
Tt -z Lo
6 Concento del-
la ultima fillaba
della voce con
la prima dell’
antecedente .
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M
N
R
S
T
7 Conceiitodel>
le medelìme let-
tere in una ftefr
ià voce-
8 Concento del-
le medelìme let-
tere , e in una
flelTa vocC| < in
diverfe .
DELLA POETICA TOSCANA
Lo ’ntagliar folo .
De la morte avemo .
Mia lima .
Che dal Cicl mi chiami .
Nome Latino .
Ne mena.
Al nido torna .
lo prefi cfcmplo
Che ’n poco tempo .
Quant’ acque .
Quando nacque cofiei
Di che Roma ogn' ora .
Requie eri . .
Raddoppiato era .
Quel <*3ggio altero .
Sue difefe .
Tua falute.
£ tempo afpetta
V Pea quelle vaghe> nuove, forme onefte
A le vaghezze nuove .
Nè pure in diverfe voci , ma in una JleJfa , le medeftme lettere troverei
te , che gentilmente fi rifpondono ,
L’avara Babilonia .
Marmorea Colonna .
Col mormorar de Tonde
Magnanima tua imprefa .
M’infiamma . .
Si disdice .
- Disdegnando
Altera , e disdegnofa l
Difiofa , e lieta .
Infin ch’i mi difoflb
La difpietata corda .
Vidivi alquanti .
Crefee quefio confentimento di lettere j fe delle antecedenti , o delle jfè;
guenti parole alcuna fia, che nel concento gli rifponda : quatti ,
Vidivi di pietate ornare il ciglio .
Difiofi t e ’ntenfi .
1 mici fpirti contenti .
Fu
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LIBRO QJJARTO.
Fu contenta cortei .
Dolce concento.
Quando io fon tutto volto .
Q felice Titon , tu fai .
Che la vider viva .
Diletta ancora non poco il medefimo confentimento di lettere fatto con
picciolo intervallo .
A Almen non giunga al mio ,
B Tra l’erba verde > c ’l bel .
Beata , e bella .
Se beltà non ebbe eguale .
Benché di sì bel iìor fìa indegna l'erba
Albcrgan per li bofehi .
C Mei comune dolor fì cominciaro . -
In campo verde un candido armcllino
Cantò ruvido carme . y
Di che vi cal sì poco .
Che fuf conquirt .
D E de’ lacci d'Amor ìeggieraj e fciolta
Onde sì bella Donna al mondo nacque •
Cade verth da le ’nfìammate corna .
Chiamando il nome di mia Donna .
£ £ voglio clTere altrove .
£d hanne ertinto .
F Ma taci , grida il fin j che farle onore
E poi che ’l fren per forza .
. Ne l’età fiorita , e frefea .
Traggo a fe ’l ferro , e ’l fura .
Che’ frange , e afircna . T
Or fiero in afifrenar .
G SI ch’io cangiava il giovenile afpetto r
Amor con tal dolcezza m’unge > e punge .
Gli governi , o volga .
Piagner la gente .
H Hor l’andrò dietro homai •
Hor una , hor due . ,
Ed bora , ed hoggi .
1 In valle ima .
In qual' Idea .
r mi
9 Concento del-
le medefime lec.
tere iu diveriè
voci con pic-
ciolo iiKervalio
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}J4 della poetica toscana
r mi fido in colui .
r rivolli i pcnficr .
L Lardare il velo , o per Sole > o per ombra.
De la mia luce .
M Mi fcrilTe Amore .
Riman legato con maggior catena .
Da me le mie fatali (Ielle .
Ma poi eh' Amor di me .
Miraron gli occhi miei .
Occhi mei ladì mentre .
Mentre io fono a mirarvi .
Nimico de’ Roman , che si ramingo .
£ tinto in rolTo il mar di Salamina .
N Neflun vive pih trillo e giorni , e notti.
Che ben pub nulla> chi non pub morire .
Che Ila in memoria eterna il nome loro .
Chiamando il nome di mia Donna .
Lei , che ’l ciel ne mollrb , terra nafeoode.'
Canzon nata di notte .
O - Onde parole , ed opre .
Ond’ è si dolce ogni tormento .
C^n' altra olTefa . . >
P Tempo non mi parea da fàr riparo .
Perb al mio parer .
£ gran tempo h, ch’io prelì il primier falto.
Pb ben tu può’ portartene la feorza .
Che '1 tenapo le ne porta si repente .
Di rpial Sol nacque . .
Quante montagne > ed acque .
Quanta dolcezza unquancu .
• Quello ove quelli afpira .
Quelli fon que’ begli occhi .
Quinci , e quindi .
R li rivolfc , e qui ritenne il palTo
Non muHrar pur l'arco .
Da la rete , e Piero .
Per Tua natura il fa rclHo .
Col fìgliuol gloriofo di Maria .
In fe raccolta , c si romita .
Sol-
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LIBRO QUARTO. jjj
Sollecito furore , e ragion pigra .
A parlar d’ira , a ragionar di morte .
Altera , e rara .
Con ferena accoglienza raflecura .
L’aura, e l’odore, e ’l refrigerio, e l’ombra.
Su per la riva a ringraziar s’atterra .
Qual nel Regno di Roma .
S In rime fparfe il Tuono .
SpelTo dal Tonno .
Seguendo il delio . *
Con un vento angoTcioTo di ToTpiri .
T La vita , che trapalfa a s) gran Talti .
La mia vertute al cor riftretta •
Co ’l Tauro li ritorna •
Terra , e TeToro .
Temillocle , e TcTeo .
Che folli a tanto onor degnata allora .
Tutte le notti li lamenta, c piagne .
V Povera , e nuda vai .
Di trovar fra via .
Che non sa , ove li vada , e pur li parte
Ch’io veggia per verth degli ultim’anni.
Vidi un vittorioTo , e Tommo duce.
Il viver Tenza voi m’è duro, e greve.
Allor tenn’ io il viver noflro a vile .
E vivo, e ’l viver piìi non m’è molello .’
Quando udi’ dir’ in un Tuon trillo, e balTo.
Le ’nvolo or’ uno , ed or’ un’ altro Iguardo.
Udito ai ragionar d’un , che non volfe .
Quant’ è il poter d’una preTcritta ufanza .
Che diremo , tjuand'una lettera in diverfe voci variamente a fé JleJfa ri
ffonde ì non è egli vago , e notabil concento ì
A A qualunque animale alberga .
D Quando cade dal ciel .
Dinne quel , che dir dei .
£ dolendo addolcifcc il mio dolore .
P Fallir forfè non fu .
G Che ’l gran giogo a Grecia tolTc .
L £ laTciar le ghirlande .
Da
' IO Concento dì
uiia_ lettera, che
variamente iti_,
diverfe voci a fe
lidia rifpoiide.
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DELLA POETICA TOSCANA
Da lei vicn Tanimofa leggiadria .
Celar la vodra luce .
M Modrb nel Tuo mirabil magidero.
P Prima poria per tempo .
R Che morir poria ridendo .
Ben mi pub rifcaldare il fiero raggio.
Con la qual Roma, e' Tuoi erranti corregge.
Or mira il fiero Erode .
S Fra fe defla fi fdegna .
Or fopra un farsa adifo .
T Di quedo tempedofo mare della
Ed egli , io t’avea gii tacendo intefo ^
Concra tutta Tofeana .
V Più volte incominciai di fcriver veri! .
Concento di più 0 quando più lettere tra loro in var) modi s'accordano .
Acò altre Ad albergar col Tauro fi ritorna.
B Ahi bella liberti , come tu m'hai .
Non la conobbe il mondo, mentre l’ebbe .'
C Con la corona del Tuo antico adorna .
Con quede, e con alquante anime chiare.
Col corpo danco , ch’a gran pena porto .
D Dolci durezze , e placide repulfe .
Al dolce porto de la lor falute .
Onde fi feende poetando , e poggia .
Ch’io vi difeovrirb de’ miei martiri .
Non minacce temer debbo di morte .
Spefso dal Tonno lagrimando deda .
Quanto lodar ti dei .
F £ i cape’ d'oro fin fard d’argento.
G Ma dentro, dove giammai non s’aggiorna.
Gente , che d’Amor givan ragionando .
L Che le lagrime mie fi fpargan fole .
Da lei ti vien l'amorofo penderò .
Le rofe , e le parole .
M Che Madonna mi mande a Te chiamando T
Cbiamad fama, ed e morir fecondo .
Che mal mio grado a morte mi trafporra
Ma Maratona , e le mortali drette .
11 mio amato teforo in terra truova .
Sono
jecicie tra loro
in vari modi ac-
cordate .
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LIBRO QJJARTO;
K Sono animali al mondo di si altera .
F Primavera per me pur non è mai .
I mici palTati tempi .
Che fc fu paflìon troppo poflènte
Over piagnendo il tuo tempo palTato T
Qual mi fec’ io , quando primier m’accorli
Or quinci , or quindi ; com’ Amor m'infegna ?
Quella vita terrena è quali un prato .
R Ma gli amorofi rai .
II tuo caro teforo .
Dolce rentier , che si amaro rielci .
D'elTer fenza i Roman ricever torto .
£ la cererà mia rivolta altrove .
Quando i penlìeri eletti telfca in rime .
8 Senza rofpctto di trovar fra via .
SI fcco il ieppc quella feppellire .
Salvando infìeme tua falute .
T Vidi tela fotti! telTer Crifippo .
Com* uom , ch'a nuocer luogo , e tempo afpetta T
Umiliate efaltar fempre gli piacque .
Tanto ti priego pih gentile fpirto , . .
Vita mortai ych’ogn’ animai delia .
V Che fe ’l vb riveder , convien , che muora •
Se ’l viver voUro non follè sì breve .
Taccio le voci Compofle , quali fono , Di parte in parte , palTo palTo,' u Cooeintó dì
a paflb a palTo , a mano a mano , adora adora , d’ora in ora, intor-
no intorno . E le Ripetite , * R‘I?«tite.
Qual torna a cafa , e qual s'annida in felva*
In qual parte del Qelo , in qual’ Idea .
Oimè ’l bel vifo , oimè ’l foave Iguardo .
U’ fon’ or le ricchezze , u’ fon gli onori.
E i Bifgutr^i , u Concento di
Torre a la Terra . ejfgiierxi,
Del fiorir quelle innanzi Tempo-Tempie .
Amore Amaro , come vedi .
Nelle quali voci , convien , che per tutte le fillabe fien le medefìme
confonanti : né vi ft muti altro , che alcuna delle vocali : concioffiaco-
fachi niuno abbia sì fardi gli orecchi , che non oda , come convengano •
yu Né
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^j8 DELLA POETICA TOSCANA
Ni' pure in itn verfo fleffo quelli concenti fi fanno udire ; ma alt
ultime parole dell antecedente le prime del fcguente fimilmente s'ac-
cordano ,
11 fìglluol di Latona avca gik nove
Volte guardato .
Ma gli amorofi Rai
Rìfplendon s) .
Aer felice col bel vivo Raggio
' Rimanti .
Perchè la Rota
Terza del Cielo .
La bella bocca , angelica \ di Perle
Piena .
Poi repente tempcfla
Orientai turbò .
Non è si duro cor > che lagrimando J
Pregando, amando, talor non li muova T
Chetali Con- Fek. 0 non avvengono a cafo quefti confentimenti di lettere, ò di filiate
éono a°cafo ora \ e da fe flejji nella compofixione ci fi parano innan';^ , fenato
Kudiofamcntc fi ejfer da noi cercati } Min. S) bene : e fpeflie volte , Ma , fe così offende]"-
ricrovaao . j'ero effi gli orecchi del giudiciofo Poeta , come alcuni fìimano ; in modoi
ninno da lui , nel cui arbitrio è l'elezione delle parole , farien ricevuti .
Ànzj, comechè a cafo,o per fe fiejji innanzi gli vengano', o pur da lui con
molto ftudio fiten cerchi, e ritrovati ; non i da credere, ch'egli vanamen-
Effètto di tai te fe ne ferva : coucioffiacofaché , oltra che C armonia loro molto dilet-
^Dil«tàre * * muove , abbiano effi talvolta forza di far piA chiara , ed aperta la
Muovere * cofa , che fi tratta : perciocché udend' io ,
Efpsimere. £ fra le fronde fremer dolce l’aura ,
Come tal Con- foave fremito dcltaura frefea udire E cereamente in quello,
cento erprimii_f Tutte le notti fi lamenta , e piagne ,
quel, che fi tiac- ^^pùto del ruftgnuolo mi fi prefenta . E in quefio ,
Sopra d’un fafso affifo , e feco Rare ,
il zufolare del fiato mandato fuori da perfona penfofa , e fianca , e iifide^
tofa di trovare la cofa amata . E in quefio altro ,
£ ’n fu ’l cor , quali fiero leon , rugge ,
il ruggiar della fierezza d' Amore . E in quello ,
Non rompe il Tonno Tuo , s’ella Tafcolta ,
lo flrepito del lamento . E in quefio ,
MoRtb nel fuo mixabil magiRcro ,
fope^
14 Concento di
lillabe tra *1 fe-
giience verlb , c
l’anteccdcute.
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LIBRO quarto. 555*
l'opera weravigliofa . Sicome in quello ,
‘ c mnlti mici mali un non lapc3|
lamottdineecccjfiva: concicffiacofachi a qucflo foglia lo M
fcTvire . E , quando leggete ,
Poi repente tempefta , . . „
Orientai turbò sì l’acre > c 1 onde . ^ E
Non d’atra , tempeftofa , onda marma ,
non vi par' egU,che Vaere, e ’t mar turbato gli orecchi vi percuota Si-
come allo 'ncontro in quel verfo ,
Or che ’l ciclo, c la terra, e 1 vento tace ,
udite efpreffo il filen-^io . E in queflo ,
Allor dirà , che mie rime fon mute . ■
toncioffiacofachè connderar ben dtbbi amo, quali confonanti con quali vo-
cali fi giungano , per dinotare quel , che di figmficare intendiamo . Per.
Qual Lfidcravone poi delle voci , actiocché i ver fi fien
r^Tcr ci conviene ì Min. Mirar prima debbiamo ,
le parole , delle quali il verfo componiamo : perciocché, fe le particeUe
d'una fillaba fr.Jfir molte infume , il parlare a faltt fpejfi , e piccioli an-
dar ne parrebbe, e quaftape-^v minuti tagUato.
no,e inierpoflc, par, ch'egli fe ne fofienga: perciocché , fe tengono il pri-
mo luogo del verfo , par , che pongano il fondamento in pronunziarlo .
^ Gi’a fiammeggiava l’amorofa della .
Se ’/ mezzo , con la fermezza del fuono la pronuncia ritengono : qual è.
Levata era a filar la vccchiarella .
Se ’/ fine \ accogliono , e fermano quel, che ne va a cadere : qual é ,
Morte vi s'interpofe, onde no ’lfè. ^ .
perciocché fenza tal fojlenimento non f ^ ^
Se pur due fe ne pongono infume , o piA , pi A ritardono il corfo del dire.
Suol far gclolii.
Veder qued’ occhi ancor non ti fi tolle .
Giunfe nel cor non per l’ufata via. ^
E come il lungo indugio dinotar meglio fi potea , che con piu particelle
di quella maniera ; c con Copritura , che di fua natura rende la pronun-
zia tarda , e lenta in quel verfo ,
Tu llara’ in terra fenza me gran tempo .
Raddoppiaft quello foftenimento della compoftzione or con una , or con
p/iì fomiglianti voci »
l^cl cuinto £Ìro non abitrebb ella •
^ ^ Vu z I*"
X Della Giaci-
tura «ielle paro-
le .
1 Monolillabe.
X Polilillabe.
Monofillabe.>
poche foflengo-
110 il verfo.
I Nel principio
del verlò .
a Nel meaxo •
j Nel fine .
Che più Mono-
fillate più ri-
tardano .
Apritura ritar-
da la pronun-
zia .
Monofillabe Ib.
miglianti mag-
giormente.^ ri-
cardano .
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Nel principio
del Poema , o
della narrazione
le Monofillabe
rendono firavi-
u.
Intetpolìzione
Iodata di voci
d’una lìllaba_«
tra quelle.^ di
molte .
Polifillabe fin
Veloce il verfo.
Tardità,e Velo-
cita del verfo
nafce da più , e
meno Accenti ;
onde molte pa-
rolecorte il tar-
danoi e poche^
lunghe il fan_>
veloce .
Voci di una , e
due fìllabe fan
tardo il verfo ;
ma di più velo-
ce.
Accento nell’
antepenultima
accrefce veloci-
tale di tali fenfì
fli Sdruccioli. .
aiuMzaro.
540 DELLA POETICA TOSCANA
Per lo pifi ardente Sole , e per la neve .
FajJi anche in più parti .
Ma , fé vola pih alto , alTat mi fido .
C’ha i rami di diamante » e d'or le chiome
E ’l fuo parlar , c ’l bel vifo » e le chiome .
Ed, acciocché 'I principio del Poema fia grave, le più volte da voce d'unte
fillaba , 0 che non vaglia più d’una , incomincia : qual’ è ,
Nei tempo , che rinnova i mici fofpiri .
Nel dolce tempo de la prima ccadc .
Nel mezzo del cammin di nofira vita
O afpetrata in cicl beata , c bella .
Sì è debile il filo , a cui s'attene .
Voi , ch’afcoltate in rime fparfe il Tuono
E fmilmente il cominciamento della narra'^ione ,
Per fare una leggiadra Tua vendetta .
Stanno quejie brevifftme particelle affai bene tra le voci di molte fillabeì
qual’ é ,
Novellamente s’è da noi partita . E
Benignamente affai par , che m’afcolte .
Che mifuratamente il mio cor’ arda .
Perciocché, ficome quelle fanno il verfo veloce,e frettolofo', così qttefle la
velocità , e la fretta di lui raffrenano : concioffiacoftché con gli accenti
la tardità, e la velocità del dire mifuriamo: perciocihé di quel verfo l'an-
dare è più tardo , nel quale più accenti fono ; ed allo ’ncoiitro quel , che
n’ha meno , è più veloce . Vedete, come tofiogitigne al fne quel verfo ,
L’antichiflimo fabbro Siciliano .
perciocché non ha più di tre accenti : concioffucofacbé non abbia più di
tre parole', e niuna ve ne fia ri breve, che ’l corfo di lui ritardi. Né voce
alcuna fi trovi , nella qual s’oda, 0 fi noti più d uno accento . Laonde co-
me le particelle d’una fillaba tardiffimo rendono il verfo ; così velociffmo
le voci di quattro , non che dì più . E come quelle di tre più veloce , che
tardo ; così quelle di due più tardo , che veloce: e quelle accrefeon la ve-
locità , le quali hanno l'accento nella tcr\a fillaba tnnani'i alf ultima :
quali fono , AntichìiTimo , Bellllfimo, Dolclflimo, Tìmido, Lìicido,
Placido ; e tutte l’altre ftmili a quelle , delle quali i Latini farebbono
gli yìnapefiici , e i Dattilici verfi ; e i nojlri far fogliano gli Sdruccioli ;
(ome fono quelli , che trovò il Sannazaro ,
Quantunque Opico mio Hi vecchio , c carico.
Onde quei verfi più velocemente corrono, i quali hanno più voci di quefla
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34t
libro quarto.? *
maniera : qiiali fona quelli del Serafino ,
Non kbita in qucft* òrrido ckmpeftrico
i quali per efemplo v'allega ; e non già , perchè fienó quefii da imitare ;
né t ftmilt da ufare, fe non rade volte, ove il hi fognò gli richiedefTe: nco~
me fe il Petrarca , il qual dijfe , ^ ‘
L’odorifero, e Jiicido Oriente.' - E
Di poema chiarlflìrao , c di flòria
B ragionevolmente gli Sdruccioli f, fono dati a'verfi PaJloraU: sì perché,
effendo beve , cd umile la materia , che in loro fi tratta , voci di ninna,
0 di pochiffima gravita loro convengono : e sì perché gli antichi Poeti , e
fpecialmente I Greci inventori di tal Poema , i quali i nofiri fi fiudiano
d imitare , ufarono t Dattili, a' quali famigliano gli Sdruccioli, nel quar-
to, e nel quinto luogo ; come fi vede in quei verfi Firmili, tni ,
Nos patriae fincs , & duicia linquimus arva ;
Nos patriam fugimus r tu, Tityre, lentus in umbra.
Ove adunque converrà, che loflilefia baffo-, uferemo levoci di molte f.l-
AjAj , e /e Sdrucciolofe } opur dove la fretta , e la velocità , e ’/ follccito
Audio dinotar fi vorrà . Il che dinotar volendo il Petrarca diffe
Le braccia a Ja fucina indarno muove
L’antichiflìmo fabbro Siciliano .
ove pochi ffime voci usò , che foffero brevi ; r ninna , che con la durezza
1 ITJ ^ <^‘ovane, che a paro a paro co' nobili Leti va cancan,
do, nel fine pongono una voce di trefillabe, e innanzi a lei un' altra , la
qualfia filmile a quel piede, che da' Greci, e da' Latini Dattilo fi chiama.
Eli vero, che nel quarto verfo l'ultima parola da loro ufata è di due fil-
labe : perciocché quel verfo é di cinque , in quefto modo ,
Li nolira vita càrica d’affanni ,
£' veramente slmile al torrente.
Che piò , che vento , ràpido difeende
D’òrridi monti .
.■ primi s.,0à *■ o.„i , ,
men Mlj ..lira favtll. fin fimiU,td rg.tli; t rptcUlmctut «utili iL
ne nfri ' ^ "^oce : ficome sa , chi lette ha l’ode Grazia-
. Diciamo adunque , doverfi fuggire quefto nodo affettato , che u}or-
Seraiìiio intfe»
Rno d’imicMio-
nc.
Petrarca .
Perchè gli
Sdruccioli lieuo
PaAorali ,
A qual materia
e fìile conven-
gali voci di moL
ce filiabe.
Opinione in-
torno ai verfo
Saffico Tofea-
no .
Confutaaione.
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DELLA POETICA TOSCANA
t(.t, t la vaghc:^x/* toglie al verfo . E concediamo « che per dilettare con
la varietà , alcuna volta fta bene ad ufarlo , dove il tempo j f ’/ luogo il
Di quante fìJIa- richiederà . Fbr. Di quante ftllabe ù la pià lunga vote , che caper pojja
befra lapiulun- nel verfo delia Tofeana favellai Min. Di fette, vi rifponderò, fe mi di-
voce «lei v«- delle parole ufate dal Petrarca : perciocché egli diffe ,
Che ’n viribilcmcnte i mi disfaccio ,
fìgnificando , che toflo fi disfacca . Nè credo , che flar voce di pià ftllabe
Quanti luoghi ben vi pcjja ; perciocehè gli mancarebbe l’accento , che nella quarta , a
naVoce*”'*^ll^ fi richiede , Fer. ,^a/i , e quanti luoghi del verfo
occupale. eiafeuna di quefìe maniere di voci potrebte occupare ì Min. Non è fedii
Moiiofìibbe at- •” uella qual già le particelle d una ftllaba locar non fi poffano . Non
te ad ogni luo- però tante ; nè sì fpeffe vi fe ne locheranno , che tutto lui , overo il più
ne vengano a fare i qual farebbe , -
Chi non sa , che dal ciel qui ne vien tutto .
0 pure ,
£’ fu ben ver , che dal ciel ci fi diede .
Quante Vono- perciocché , come s'é detto , minurt^ato il verfo ne parrebbe . E' il vero,
fiilabc continue ^ Petrarca cinque ne diede continove a quel verfo ,
TrovaHi , e chi di te sì alto fcrilTe .
E fette a quefìo , > i
Nè si , nè nh « nel cuor mi fuona intero
Polifillabe da_a Più non truovo , che in verfo egli n'ufaffe . A tutte l'altre maniere an-
adognMuoM^ fi ^ quelle, che non fi con-
* tentano di fei ftllabe : perciocché , come che ’l principio tener ne poffano :
Di &tte . ficome in quel verfo .
fcSlSaVo- vifibilemcnte i mi disfeccio ,
ce . non però il fine le vi riceve ; ftcome alcuna volta vi fon ricevute quelle
I Talvolta di cinque , ■ '
cinque, e fei (il- V * ... .
labe , di fette-. £ SO , eh IO ne morrò veracemente .
cominciando da £ come ricevervi fi potrebbero quelle di fei, qualar fi diceffe
'°*^^ * * Arder non pofso mifuratamentc .
Ben vi concedo , ch'et'iandio quelle di fette vi troverien talvolta luogo,
ove da vocale cominciaffero : qual farebbe ,
Io mi disfaccio invifibilcmcnte .
il’er lo più non Bfa certo il giudiciofo Poeta fi guarderà di finire il verfo con voce , la
f«4t/ro ftllabe non fila contenta . Angi fi fìtidierà {fe punto cre-
derà a me) di dargli fine di due , o di tre ftllabe le più volte, e più fpeffo
di due, che di tre ; come troverete aver fatto il Petrarca nelle fue rime .
Perciocché le parole di tre ftllabe , che da vocale cominciano , vogliono,
come
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LIBRO QUARTO.” T j4j
come,fe fojfer di due: conciofflacofuché la prima fe ne perda, An%i l'apri-
tura, la qual' inghiotte quella fillaba , accrefce il fuono, e rende il verfa
flit tardo, e confeguentemente pii grave , Sia per efemplo quel verfo ,
La bella Donna , che cotanto amavi .
E troverete , che per fapritura fi lev* con pii, fpirito , che non farebbe
quefio ,
La bella Donna , che cotanto cara .
E fe , talora tultima voce é di tre, o di pii fitllabe , la prima delle quali
cominci da confortante', porle fi fuole innanzi, per dar pii fuono, e vigore
al verfo, alcuna cP una fillaba, o pure con Paccentct nell'ultima: ficome in
quei ver fi ,
£ so , che ne morrò veracemente
Eolo a Nettuno , ed a Giunon turbato ^
Era la mia vertute al cor ridretta .
Era ’l giorno , ch’ai Sol lì fconfolaro
Ni però nego , che fen'Xfl taP accento i e fen'^ tal particella non abbia
detto il medefimo Poeta ,
£ ’l pentirli, e ’l conofcer chiaramente «,
Favola fui gran tempo , onde fovcnte l
Fia la villa del Sole fcolorita .
Quanta vede vcrtò , quanta beltade
Mcdufa quando in felce trasformollo .
Ma ben dirò, che quefio dire è pii molle , e di minór polfo , e nervo, che
quello : quali fono altresì tutti quei verfit, ne' quali fien verfo al fine tre
voci, 0 due pur' almeno continove più lunghe, che quelle di due fitllabe j
Quella benigna , angelica falute .
11 bel vifo dagli Angeli afpcttato.
Chiara , foave , angelica , divina .
0 dal principio ,
L’angelica figura , c *1 dolce rifo.'
Infinita bellezza , e poca fede .
1 quali due verfit , e tutti gli altri filmili farebbon languidi e veloci , fe
f apriture, e le particelle d'urta fillaba , e quelle di due non foccorrejfero,
né riteneffero il corpo . Ma , che niun verfo di lunghe voci fia tut-
to cornpofio'y non però ci fi contende, che tutto di parole di due ftllabe far
non fi pojfa : qual'é quello ,
Dolci ire , dolci fdegni , c dolci paci .
E quefio ,
Vedi , odi ; c leggi, e parli , c ferivi , c pcn/i
E'il
Ch’c più fono-
ra la voce di ti c
filjabe , che co-
mincia (la voca>
le , che quella.,
di due .
Qual tempera-
mento accrefea
il fuono, fc l’iil-
tima voce è di
molte lillabe.
Che fenva que-
llo temperamé-
to il verfo fia_»
più molle .
Che continuan-
do due , o tre_»
voci lunghe , fi
fa il vcifo di
poco pollo.
1 Nel fine.
» Nel principio
Che continuane
do voci di due
fillabe , fi può
attamente cum-
por tutto il Ver.
fo,
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j44 della poetica TOSCANA
P il vero » thè non ft fa, che non vi fe ne inghiotta alcuna vocale. E,f}~
come in quello porta gravità la congiunxjonc , perciocché è d'una ftllaba:
COI» in quefto gran tardità, perciocché è molto fpeffa : conciofftacofacbé iu
Dolce Teirpe- /* accenti, e in quello ne ften dieci . Com-
ramento di vo- forgafi adunque il verfo di voci di due ftllabe , purché alcuna vocale vi
ci di dtie fillabc perda ; o non fen%a alcuna delle lunghe , come dolce temperamento
o°piu grcTz/fà ; overo con qualche particella d’una ftllaba per dargli pi A
nervo ; e talvolta fpeffa , per aggiugnerti tardità là , dove la materia il
richeggia : ficome nel verfo allegato , nel qual fi dinota , che Panima in
quelle cofe dimorajfe ,e'l fuo tempo fpendeffe ,
Vedi , odi , c leggi , e parli , c ferivi , c penfi .
perciocché fen%a sì fpeffe congiunzioni dir fi potea ,
Vedi, odi, leggi, parli , ferivi , c pcnfi .
Quanti Accen- .guanti accenti avrà il verfo ì Min. Lo 'utero non più di dieci, o fa
ti aver polla il di due ftllabe , 0 d’una ciafeuna vote in lui : come vedete in quello gii
• allegato ,
Vedi , odi , e leggi , c parli, e ferivi, e peo/i .
E come in quefto addotto per efemplo ,
£’ fu ben ver , che dal elei ci lì die .
/fé tnen , che due , quanti per efemplo quefli n'avrebbe i
Invifibilemente confumato . E quegli ,
Confumcriafi fmifuratamente •
Jda nelle rime del Petrarca no 7 truovo , che n'abbia men di tre, quante
n'ha quello pur fopra allegato ,
L’antiehilTimo fabbro Siciliano . E quefli ,
Arbor vittoriofa , trionfale .
Degli Accenti. Poiché rncH'^ione degli Accenti fatta ci avete , volentieri v'udirei
taDitfiniaione. parlar di loro . Min. Se defìderate intendere , che cofa è l'Accento , di~
rò, ch’é accidente di voce, quando fi leva, o s'abbaffa,o pure intorno i7n-
T- . china . Se quanti fonagli Accenti , rifponderò tre . Se quali , l'Acuto ,
accenti . tl Grave , e l Chinato intorno . L Acuto e , quando la voce ft leva: fteo^
I Acuto . Pie nella particella Me • Il Grave , quando ella s'abbaffa: quaPé in Mi,
S IncWnato . dicendo , Mi tolfe . Il Chinato intorno , che Latinamente Circonflcffo è
detto ; quando ella intorno s'inchina : il che le avverrà , ove fa, ch'ella
In quali parole f‘ abboffi : fitcome in Fo , che faccio fignifica : perciocché egli é
fia il Grave. compofio dell' Acuto , e del Grave . E' il vero , che riguardo avendo a
quelle particelle, nell ultime ftllabe delle quali la pronunzia con voce no~
tabu fi pofa , non faremo altri accenti , che t Acuto , e 7 Chinato intor-
no : conciojfiacofycbé 7 Grave quivi non fi noti : perciocché egli non al~
trfive
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LIBRO QJJARTO.
J4J
fi C2IIgÌ3 l'Acu-
to nel corfo Uei
dire.
tróve fi reta , che dove t Acute in lui ft cangia . Cangiaft in lui I Acute Che ne! Grave
nel eorfo del dire : ftcome la particella Si in quel verfo ,
A Giudea sì ,
ha raccerto Acuto . Ma in quello ,
Si crede ogn’ uom > fé non fola colei i
cangia C Acuto in Grave . Ma , come ch'egli non fi noti } nondimeno do- Chei Grave hi
ve non è l'Acuto, o pure il Chinato intorno , fenx,a dubbio ha ilfuo prò-
pio luogo : perciocché in ogni ftlUba , quando fi promn%ia , convien, che ^ eccecto
la voce 0 fi levi , o s’abbaffì , e pur s'inchini . Ma , come in ogni parola in quell’ uiia_j,
una fillaba fola ft leva , o s'inchina , e confeguentemente un da’ due ac- oprili!
centi fi nota , Acuto , o pure Inchinatocgli fta ; così ciafeuna altra s'ab- chinato’.
buffa, e per confeguente Grave in lei, convien , che fta la voce . Fes. In
quai parole fard l'accento Acuto, $ in quali 'I Chinato intornoì Min.Tut- In qnai parole
re quelle parole, la cui penultima è breve, o ft pronum^ia , come fe breve l’Acuto .
ella foffe , hanno l'accento Acuto nella ter%a ftllaba innanzi all' ultima,
fe di tre (illabe fono, o di pià : quali fono. Lucido, Lìquido, Scrìvere,
Scriverli, Antichìflìmo, Riprendere. Ma,fe di due, quali fono, Bine,
Màle, Rbfa, Fède , l'hanno nella flejfa penultima j e fmilmente s’ella è
lunga perciò, che la feguitano confonanti , le quali abbian forila IT allun-
garla , com'é in Vèrfo, Cbrfo, Mòrto, Mòtto , Lètto . Ma , s'è lunga In qual fia lo
per natura , quaté in Chiaro, Suòno, Cuòre, Ciclo , Dolóre, Perdò- "’^hinato ,
no , Amaro , in lei è quel , che intorno s'inchina . E, fe Caccento nota-
bile è nell’ultima ftllaba, e la voce non è Contratta, egli è Acuto: ftcome
in Farò , Dirò , Me pronome , Tè , Sè . Chiamo Contratta quella voce. Delle vociCon:
la quale ha tratte due ftllabe in una ; qual' è Fè , Morrò , Perde , De, iBchinar
Amò , Vò ; e in vece di Feo , Morirò , Perdeo , Dee, Amao, Vado, '
che Vao in quefle contrade dal vulgo ft dice . Onde tutte le voci di qtte-
fla maniera, e tutti i dittongi nelle ultime ftllabe , quali fono Può, Diè,
Piè, tn vece di Piede, Diede, e Puote, s'inchinano intorno. F8R.,^««r
accento fi nota in Libertà , Pietà , Beltà, Virtii, e nelf altre ftmilt vo-
ci ì Min. J^ual' altro , che 'I Chinato intorno ì perciocché s'elle intere Delle parole-i
t hanno nella penultima , coni' accorciate cangiarlo potranno ì F»r. Che
diremo di Vò in vece di Voglio.* Mm.Che fta particella più, tojìo acuta, «nt<f°che piri-
che inchinata ; perciocché io non la tengo Contratta , ancorché Accorcia- ma aveano .
ta fta t né già intera nella penultima s'inchina ; né in Fè , quando Fede
ftgnifca,ha luogo quefto accento: perciocché non fi truova anche in Fede.
Non così in Pifi , ch'é voce inchinata : ftcome Acuta , Su, Qui , Què,
Lì , Lk . FeR. Adunque fta la regola , che tutte le voci Accorciate ri-
tengono quello fteffo fictento , che prima, thè s'accorciajfero , aveano i
X X On-
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Dì alcune Par-
ticelle di vari
/ìgndìcati , che
Accento abbia-
no .
Della £ .
J^Ua Xr.
Della Be' I Bt't
tsf’, r«*.
Della lie .
DELLA POETICA TOSCANA
Onde, perciocché Pbnno, Vbglio, Fède, hanno l'acuto nella prima fil-
laha', Pbn, Vb, pè, che da loro -vengono accorciate , noi cangiano . /Il-
io ’ncontro DI da Dico , e Pòn da Póni s'inchinano t perciocché Dico,
c Póni nella penultima ricevono il medefimo accento . E , benché fotta
quefla regola ne Me in vece di meglio; nè Fé, che vai, quanto faccio,/!
contenga: pur l'uno e l'altro inchinerei. Non cosi Pb , che 'I fiume (igni-
fica , ed è voce più tofio acuta , che inchinata . Ma che direte delle par-
ticelle E , delle quali qual'è congiun-zione , qual terga perfona del verbo
della fti/}anxa,e qual pronome ? Min. Che tutte fono Acute, altro che 'I
pronome, dico E’ in vece tTEi, che vai, quanto egli; perciocché, fe la fa-
rem voce contratta, s'inchinerà. Ma,fe niun fegno vi porremo altro, ^be
quel,che dimoflra m.incarle aleuna lettera, ninno accento in lei noteremo.
pf.R. Conte l' altre due tra loro fi conofeeranno • Min. Agevolmente,fe nel
verbo folamnite fi porrà il fogno dell' accento, come quel, che nel princi-
pio, e nel meggn,e nel fine del dire, fi può locare. Ma nella congiungione,
in cui mai non fi pofa il par lare, ninno aicento convien,che fi noti. Il che
anche avviene alla particella Eì\,quando t nota del fecondo cafo del nome:
perciocché in Dì, che giorno fignifica,fi pone P Acuto. Che, benché la vo-
ce Latina, dalla quale,par,che fi faccia la nofira,fia di due fillabc, nondi-
meno Vitaliano p'olgare non l'ha,onde dir fi pojfa effer contratta; percioc-
ché il Die appo il Petrarca è voce, ficome alcun altra ancora, di lingua
firaniera. Né altro diremo della Ke-congiiingion negativa, che della con-
giungione E: ficome ftnga dubbio il Nè in vece di Negli contratto,effen-
do da Nei, par, che fi debba inchinare", fc non bajìa, che vi fi noti quella
pafftonc, che in forma d'un rivolto, mancarvi alcuna lettera fignifica, in
queflo modo,Nc'. E parimente diremo di Dc’,Bc’,Quc’, in veci di Dei,
cioè Degli, Bei,Quei;e di F'u’/n vece di Eni, non già quando é terga per-
fona: perciocché allora è contratta da fuc, che nelle Profe non s'ufa. Ma
non veggio,che'l Ne in vece del pronome fi debba con l'Acuto notare;per-
ciocché nel fine fempre è tirato dalla voce, a cui s'aggiiigne: qual’é DllTe-
nc, Fècenc, Dirbnne, Amònne. E nel principio ne va feguendo quella
parte, con la qual fi congiugne: qual'é,Eic dilTc,Ne fè,Nc dirb,Ne amò.
E, perciocché la pronungia non vi fi pofa, l'accento, com'ho detto, non vi
fi nota. Ma,fe notar fi dovefje per diflingner l'una voce dall'altra, notar
fi devrebbe più tofio nella congiungione negativa: perciocché lo fpsrito vi
fi ferma tal volta con brevifjimo punto, quando pronungiamo : ficome in
qurfii verfi ,
Nè , però che con atti acerbi , e rei
Del mio ben pianga , c del mio pianger rida ;
Porla
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547
LIBRO QUARTO.
Boria cangiar fol’ un de’ pender mici .
>’è, perchè mille volte il dì m’ancida f
Fia , eh’ io non l’ami .
conciolJìacofaché'l Nè ft giunga col verbo, che feguita, Boria, e Fia.pER;
Poiché ’/ Grave non ha luogo notabile, fe non dove l'Acuto in lui ft can-
gia', cangtaft egli, come s'é detto, in liii,dove la pronuncia non fi pofa; co-
me ft proniinxja // Quando, c/;f dimandale come il Quando, rfcc vale, Nel Del
qual tempo,o nel tempo che,o dove-,fe,come quella voce ft nota con l'Acu-
to , non così qttejìa col Grave ì Min. Come fi noterà col Grave , s'egli,
come affermano tutti coloro, che fcrivono degli accenti, non ha luogo no-
tabile altrove, che nelle ultime ftllabe ì Di che avveggendoft alcuni Gra-
matici Latini, e non fapendo altramente quefìa differen'^a decidere , tra-
fportarono nell' ultima ftllaba PaccentOfC 'I fecer Grave . Ma, come che
in quella lingua ciò fi conceda , che non da tutti fi confente ; nondimeno,
perciocché quefla noflra noi fopporta , diremo nell' una e nell' altra efftr
C Acuto', ma in quella alquanto pià levarfì, che in quefìa . Né, perché la Che ’l Grave, e
voce pià fi levi in quella, che in quefla parola, cangia l'accento; percioc-
ché, fe ciò ne feguiffe , ninna t Acuto, ft non quando dimandaffe , avreb- meno .
he . Ma, come il Grave, così anche l'Acuto il più, e 'I meno riceve: per-
ciocché più s'ode l'accento Grave là , dove in lui l'Acuto fi cangia , che
nell altre fillabe,nelle quali ninno accento fi fegna\ e v'è, come s’é detto,
il propio luogo di lui. Fm. Poiché a ballan'ga degli accenti s'é ragionato,
angi più, ch'io non penfava, e per avventura più , che nel penficro a voi
non cadea', torniate al cominciato ragionamento dellacompofigionc.E pri- Altri Precetti
ma, che paffiate a ragionar della forma,c del modo, che nel dir poetico te- Gùcitura .
ver fi convenga, dimoflrateci,che fia da fuggire. Min.Guardar ci debbia- Concento d!
mo di non giiignere inficme fpeffo, o molte voci, le quali abbiano un me- 'l'un
defmo, 0 pur un fimtl fine, o fieno d'una medefima forma, o d'una mede- ficme®''"fJVono
firna qualità , o d'una medefima difpofvgione , o d’una medefima declina- molte , o fpeflo
•gione, 0 d’una medefima fpccic, o d'ttn medefimo genere’, le quali, fe rade ‘livient-i
volte faran giunte , non è da riprendere, anxj é commendevole : ficome
dimofirato abbiamo del concento delle lettere , e delle ftllabe ragionando.
Ma certo il troppo , come fagjevole , e no)ofo , non altramente nel collo-
car delle parolc,che in ciafeuna altra cofaA da fchifare: conci offtacofacbè Ordine nel pi-
le (ìeffe vertù, fe della varietà non s’ajutano, offendano. Molto anche im- qu’ah*^pVecc^*
porta alla compofit^ione il vedere qiiai cofe a quali antecedono non pur no .
nella uffitura delle parole', ma nella congiun'^^ionc delle parti del dire,cbe
Membri , e Giunture fi chiamano : perciocché il parlare crefee in ?»cy?o crefcendo'*^JtJl
modo nel Sonetto , reiicenze.
X X X Tui-
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Come fi vadu-j
crcfcendo nelli
Membri, e nelle
Giunture .
Efemplo ne’So-
necti •
Efemplo ncile_»
Canzoni •
Come fi Vada_j
crefcendo nelle
Paiole ,
fi Che *I DireJj
dee andar per-
dendo, ove le^
fcncenre fi di-
minuifeano ,
ETcmpli .
' DELLA POETICA TOSCANA
T Ulto il di piango ,
Mferabil cofa è tutto il dì piagnere ; ma più , quando tutti gli uomini
prendono ripofo, trovarfi in pianto t e raddoppiar fi i mah . Grave cofa è
confumare gli occhi lagrimando ^ ma più confumare il cuore in doglia, e
più effer ultimo fra tutti gli animali', e sì, che fempre è fuor di pace. £
Non fur mai Giove , e Ccfarc si molÉ ,
A fulminar colui , quelli a ferire ;
Che pictli non avclTe fpcnte l’ire ,
£ lor de l'ufate armi ambeduo fcollì .
Gran cofa è lo fpegner tire’, ma via più t'aver delle'ufate armi ambedue
f caffi . E come nella Cant^one ,
Alma rcal nc’ piii be’ nodi avvolta ,
Jo diffi ,
Da indi in quk non è giammai qui /Varo
Altro, ch’un fempre lamentar’ il canto
Ciafeun diletto pene mille , e mille ,
Senza le vaghe , angeliche faville :
Ofeura notte ogni piii chiaro giorno;
Amaro il dolce ; fiera doglia il rifo ;
£ mal d’inferno il ben del Faradifo .
Tutte fon cofe degne di meravigliai e Cuna dopo l’altra, par, che più de-
gna fe ne voglia moflrare: ma fopra tutte è , che fia mal cC Inferno il ben
del P aradi fa . Ni fi dubita » che in eiafeuna delle parole non debbiamo
guardare,che ne'verfit il dire non fi venga menomando, nè fucceda alla vo-
ce più gagliarda quella,che men vale, quando crefeer debbono le fcntenxe.
Vedete, come fempre con le fenten%e crefeon le parole in quel Sonetto.
O d’ardente virtute , ornata , e calda ,
nel qual' egli, lodando prima l’eccellent^a dell'anima, e poi le bellex^e del
volto, tra k rare lodi dell' anima pone al fine quella, che qtiefle parole fi-
gnificano, come la maggiore di tutte ,
Torre in alto valor fondata , c falda
perfeofione, e fermeg;X/i di tutte le vertù . Allo ’ncontro le men gagliarde
parole feguiranno , quando le fentenge fi debbon diminuire : qual’ è ,
Frega Scnnuccio mio , quando ’l vedrai ,
Di qualche lagrimetta , o d’un fofpiro.
meno è d'un fofpiro , che di qualche lagrimetta . E in quel mio Sonetto,
La nobil fiera , che fuperba rugge ,
vedete , di quanto poca cofa al fine fi contenta :
Un bel guardo } una dolce paroletta ;
* * . “ N«
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LIBRO QJJARTO,
Nc le fia grave , ch'i per lei fofpiri .
3‘^P.
Se non un bel guardo, cb'cffcr potrebbe fegno d'amorofo affetto ; almenè
una dolce parolttta , la quale a gentile , c valore fa Donna non fi difdiec',
fé non una dolce paroletta , almeno molcfio non le fia , ch'ella fia amata
da lui. Il che, non che a bella, e cofiumata Donna non dee difpiacere', ma
pure a qualunque più , e ritrofa . Molti altri accorgimenti appo i
Gramatici troviamo, tra' quali è quello per avventura foverchio,che' yo- tomo all’ ordìT
cabali antecedano a' Verbi, i Verbi agli Avverbj, i Nomi agli Aggiunti , nc .
ed a' Pronorni: concioffiacofachè fi trovi fpeffo il contrario , ed avveduta- cSoli^agìi' ahri
mente . E fuperfiix^iofo quefi' altro , che , come fon prime le eofe in tera- antecedano .
po, col mede fimo ordine fi debban locare: perciocché, come che molte voi- » che le cof«-«
te CIÒ fia ben fattoi nondimeno talora le paffate fono ji migliori , che ra- prime in temilo
gionivolmente porre innan:^i a loro fi debbano, come di minore importan-
:^a quelle, che poi feguirono. Né fi nega, che non ottimamente fiia là, do- j Che ’I Verbo
ve il fopporti la compojìxionc , il chiudere il fentimcnto delle parale col ^ Poug* “'1
verbo : qual i , '
Ma quel benigno Re, che ’l ciel governa ,
Al facro luogo , ove fu pollo iti croce ,
Gli occhi per grazia gira .•
Onjle nel petto al nuovo Carlo fpira
La vendetta , ch'a noi tardata nuoce
S) , che molti anni Europa ne fofpira . Ed
£ , perchè ’i duro efìlio pih m’aggravi *
S’io dormo, o vado, o leggio ;
Altro giammai non chcggio ;
E cib, che io vidi dopo lor mi fpiacque
Ma troppo fivera legge , e talvolta degno di riprenfione il comandarlo Confiitaaione.
farebbe : perciocché , fé di qui nel verfo alcuna afpre%;ga naficeffe , quel, ^a/Vortam}* U
che gli orecchi giudicheneno più dolce, e piacevole, dover fi eleggere i fom- dove meglio li
mi autori ne 'ufegnano . Onde fovente le voci dal propio luogo fi fanno congiiiogono»
ad un' altro paffare", acciocché là, dove fianno elle meglio, tra loro fi con-
giungano : qual" è ,
Tal d’armati rofpir conduce (luolò
Quella bella d’Amor nimica ,'e mia .
Ma pur farà Verbo di notabil fentimento , che poflo nel mec^gp non fi co^ Che ’l Verbo
Bofeerebbe', e nondimeno thiaro a veder fi darebbe o nel fine: qual'i , ora fia
Ogni foccorfo di tua man s’attende ,
Che ’i maggior padre ad alti’ opera imende .
• nel principio ,
- * . Fon
pollo ,
1 Nel Fine ,
»NeJ Principia,
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350 DELLA POETICA TOSCANA
Fon mente al temerario ardir di Serfe . E
Fon mano a quella vcncrabil chioma.
3 Nel Pnnei- 'E più ferrea par , ch'egli abbia , fe nell' uno e nell'altro luogo fi triiova,
l>(o I e f ùie . ^ jY medefimo ,
Frendi partito accortamente^ prendi .
0 pure un' altro ,
Freme '1 cor di defio > di fpeme il pafee
T alvolta ancora leggiadramente jegue nel mtitxp >
Confolatc lei dunque j ch'ancor bada;
£ Roma, che del Tuo fpofo fi lagna ;
E per Giesù cingete ornai la fpada .
Nome notabi- Perciocché 7 Nome pojlo nel fine defla talor la mente dello Vditort ; e
le nel fine filila- faldamente nell'animo gli s’affige : ficome nelP allegato luogo ; e in fiueflo
mentea-affige. ^
Ahi nuova gente oltra mifura altera ,
Irreverente a tanta > ed a tal madre .
E in quel , che fegue ,
Tu marito , tu padre .
Concioffiacofaché quelle noci i Spada, Madre, Marito, Padre , in niutP
altra parte moveuen tanto , quanto là , dove la pronuncia fi pofa ; ov'è
Viri da fuggire certo da credere, che quel, ch'afcolta, affai muover fe ne debba. Né fi du*
ìthìie ^eC^ijJi' parlare l'ambiguità da fuggire, come vi'gio]fe ’l tetrt*
tura lidie paro- p» , e 'I luogo non richiede, che dubbio fameute fi parli : qual' è ,
le • Un’ umil Donna brama un dolce amico .
1 Ambiguità. jE quel detto Enniano ,
Dico te Pirro poter vincer Roma .
perciocché il Petrarca in quella Canxpnc eU ffe di parlare ofeuro: ed ofeu^
1 Inutili mag- ri ancora fono gli Oracoli , Ma , benché ficn da locare infiemc'le parole
fe Dure , e leggiadre , le quali bene tra loro adattar fi poffano ; alle inutili
nondimeno, e prejfo che nulle , eziandio quelle , che rendon dura la com-
3 Sinonimia fo- pofi'gione , purché molto vagliano , fiimano doverfi antiporre . Conccdcfi
vcrchia . ancora potervifi aggiugnere quel, che 7 medefimo fitgnifichi , purché non
fia foverihio : perciocché dov’ egli nulla importale, a fottrarfene avreb-
4 Aggiuntijche he . Ma che gli /iggiunti non fien troppi, (ancor che' Latini, come vizio,
nè '»!crefcoiio*i vietino ) i Greci non fi fottopofero a quefia legge ; nè credo , che vi fi
nè adornano, fottopongano i neflri, a’ quali é lecito dire , ♦
E poi in voce gli feioglic
Chiara , foave , angelica , divina . E
Facendo lei fovr’ogni altra gentile ,
San-
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/
LIBRO QUARTO; lyi
Santa , faggla , leggiadra , onefta , e bella .
maffimamente t che non vi fi pongono indarno : anxj importano (jualcbe
cofa, e adornano, ed accrefcono quel, che fi tratta . Afa il modo, e 7 tem-
peramento , e 7 giuflo , e 'I moderato in tutte le cofe è così da laudare ,
come da riprendere il troppo , e 7 fuor di mifura . Afutanfi oltre a ciò i
cafi , e i numeri delle parole : mutanfi le figure del parlare , acciocché la
compofìfione acconcia , e atta riefca ; tanto è da fuggire il congiugni-
mento delle voci , che tra loro non fi pojfono bene adattare . E però, do-
ve altro la Ragione, altro la Confuctudine del parlare richiedere, a quel,
thè più le piace, s'appiglierà la compofit^ione . La Ragion vuole , che fi
dica , per cfcmplo , Ave, Udiva, Virtute , là diOve s'è per la Confuetu-
dine ottenuto , che fi dica Ha, Udia , Virtù . Perchè il Petrarca quella
feguendo diffe ,
Donna di voi non ave .
£’l dolce amaro lamentar , ch’i udiva .
In un cor giovenil tanta virtute .
ed a quefia attenendoli ,
Prefe ha già Tarmi per fiaccar le corna .
Seguendo , ove chiamar m’udia dal ciclo .
Pior di virtù , fontana di beltade .
Per la qual cofa , come all' eccellente muratore è riebieflo il conofeer nel
murare, qual pietra in qual luogo ftia bene: così nella fabrica delle paro-
le, la Principal cofa è il fapcre , qual di loro in qual parte più fi conven-
ga . Fbr. Poiché apertiffitnamente dimo{lrato ci avete, qual’ abbia ad ef-
fcre la feelta delle parole', e con qual'ordine tra loro fi debban locare, ac-
ciocché 7 verfo leggiadro , ed or grave , ed or piacevole fe ne renda', ri-
mane, che, qual fila la maniera, e Informa delle parole, intendiamo, affi-
ne che fappiamo in qual modo diflinto , c rifiretto il dir poetico fi pofi , e
con quai tempi al fuo debito termine pervenga : perciocché d'uomo rog^-
e ignorante quel parlare é tenuto, che in guifa d'un continovo cicalar
fenga pofa i miferi orecchi percuote ; t non cjfendo con certi intervalli
partitammte diflinto, non che d'ornamenti ignudo ; ma fpiacevole, e no-
jofo è riputato . Min. Prima , che ragioniamo de’ tempi , che fervar ne'
ver/i ci conviene, dimoflrcrcmo la maniera di congiugnere le parti del di-
re , la quale ha tre modi . Il primo è poflo negli Articoli , come parlano
i Rcttorici Latini , che da noi Giunture fi diranno . // fecondo ne' Afem-
bri . Il tergo nel Circuito , da' Greci Periodo nominato : perciocché un
parlar compiuto , nel qual fiten tutte le fue parti , s'affomiglia ad un cor-
po volubile , il qual' abbia le fue membra , c nelle nnmbra le giunture :
coji-
S Congi'ngni-
meiico di Paro-
le , che mal tra
loro s’adattano.
Cheli dee (èguì.
te or la Ragio-
ne , or la Con-
fiietiidine ; fe-
condo che più
atta riefee la— •
CompofiiioHc.
j Della Miliira;
e Numero .
Due Maniere-*
di parlate.
I Continovo.
X Diflinto .
Modi del par-
lar Diflinto.
1 Giuntura ,
1 Membro.
J Periodo ,
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Qifaìi /ieiio le-j
Giunture.
1 Di Voci.
a Dì Sentente.
Quali fieno i
Membri .
Che cofa Sa il
Periodo .
Maniere dì Pe*
tiodo .
1 Rotondo di
parti neceflaria.
ireiitt-» dipen-
demi .
a riflinto di
più parti coii-
tinnie Tenta di«
peudenta.
DELLA POETICA TOSCANA
concio/fiaeofacbè come le membra fono parti del circuito > fori le giuntu-
re delle membra , Fer. ^uali fono adunque le Giunture ì Mik. Or le
particelle tra loro con breviffima pofa diflinte: come in quel verfo ,
Santa , Taggia , leggiadra , oncfla , c bella ,
il qual’ è divifo , come vedete, in cinque Giunture . E
Veggio, penfo, ardo, piango . Ed
Or , che ’l cielo , e la terra , e ’l vento tace .
e difìinguonft tra loro con una linea torta , e in giù rivolta ; e ehiamanfi
G iunture di voci . Ed or le parole giunte infieme , le quali comprendono
alcun fentimento con alquanto più di pofa: qual't ciafeun dì quefti verftt
Or che ’l ciclo, c la terra, e ’l vento tace ;
£ le fiere , c gli augelli il Tonno afTrena ;
Notte ’l carro iicllato in giro mena ;
E nel Tuo letto il mar fenz’ onda giace ;
E difìinguonft con un punto, e con la medcfima linea ingiù rivoltale chiaù
manft Giunture di fenten^^e % Fer. J^ali fono i Membri ì Min. Le par-
ti d'uno , 0 più fentimenti giunti infiemc e interi ; ma pendenti ancora,
che poco più fi pofano : quali fono i quattro verfi allegati , che fanno un
membro, e diflinguonfi con due punti, Fer. Che cofa è il Circuito ì Min.
Corfo di parole , nel quale in guifa eTun cerchio inchiufo il parlare rota ,
e corre , finche giunga alfine, che termina perfettamente le fenten%e . E
brevemente, egli è un perfetto comprendimento d'interi , e compiuti fen^
timenti, il qual fi nota con un punto, che final pofa ftgnifica : qual' è ,
Or , che ’l ciclo, c la terra , c ’l vento tace ,
E le fiere , c gli augelli il Tonno affrena ;
Notte ’l carro ftellato in giro mena ;
£ nel Tuo letto il mar Tenz’ onda giace ;
Veggio , pcnTo , ardo, piango; c chi mi sfacc ,
Sempre m’è innanzi per mia dolce pena ;
Guerra è ’l mio fiato , d’ira , e di duol piena j
£ Tol di lei penTando ho qualche pace .
Che tutto è un Circuito di due membri , i quali fono i due quartetti . E
quel circuito fi dice veramente rotare, che comincia. Voi, che; Poich';
Quando; Or, che; Quel, che; Perchè; Benché; Se; Qualora; Come; •
pure in altro fimil modo,ondc l'un membro dall'altro dipender fi conofea.
Vn'altra ancora maniera di Circuito fi truova, con la quale molte Giun-
ture , e molti Membri , e molte fcntenxe compiutamente comprendiamo;
non però talmente , che ncctjjariamcnte l'una dopo l'altra figuitar fi di-
noti : ma ficomc in un corpo molte parti fi contengono, le quali come po-
fi(t
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I
LIBRO QUARTO;
fle in quelló, ed ettamente congiunte fanno tutte il propio uficio) cosi ta»
gliatCf 0 putite inutili divengono .TaCè tutta quella flan^^a { Efemplvi
Per alti monti , e per fclve afprc truovo
Qualche ripofo : ogni abitato luoco
. £' nimico mortai degli occhi miei .
A ciafeun pa(To nafee un peniìer nuovo
De la mia Donna , che fovente in giuoco
, Gira il tormento , ch’i porto per lei ;
Ed a pena vorrei
Cangiar quello mio-viver dolce » amaro £
Ch’i dico , forfè ancor ti ferva Amore
Ad un tempo migliore ;
Forfè a te lìelTo vile , altrui fe* caro s
Ed in quella trapallb Ibfpirando «
Or potrebb’ elfer vero ì or come 2 or quando 2
X quefla maniera di Circuito con piii Unga contin(n>an%a di pàrote pr0‘ Maniere dì Pea
cede , che quella . Ma l'una e ("altra non pud men, che due Membri ave-
re; e V più delle volte è di quattro: acciocché ed empia gli orecchi, e non Di » Membri;
fia pià breve , né pià lunga di quel , che bajla , Quantunque fpeffe volte J Membri.
avvenga, che o pià toflanamente fia da pofare, oda proceder pià lunga- * Membri,
merne ; acciocché nè la brevità pa]a gli orecchi defraudare, né la troppa
lungbe^ì^a faftidirgli , Vedete quel Sonetto ,
Era ’l giorno , ch’ai Sol il fcoloraro .
t troverete, che ciafeua quartetto, e ciafeun terzetto fin Circuito contie-
ne . Vedete l'altro , che fegue ,
Quel , che ’nfìnita provedenzia , ed arte
il qual tutto è d'un Circuito divifo in quattro Membri, come egli in due
quartetti , e in due terzetti . Per. Adunque le Giunture effer parti delle
Membra \e le Membra del Circuito diremo 2 Min. Sì bene . Ma, benché Maniere d#
il Circuito fen%a Membri effer non poffa } nondimeno fi truovan Membri
fen:(a Giunture t qua(i , ture.
Ond’ è dal corfo fuo quali fmarrita * Co® Giuntu-’
NoUra natura vinta dal collume . E
Pih volte già , per dir , le labbra aperfi : '
Poi rimafe la voce in mezzo il petto ;
Ma qual fuon porla mai falir tant’ alto 2
perciocché le Giunture o fono di particella in particella-, e tutte fi giungih . Maniere di
no ad una voce : fiteome , Giunture ,
yeggio , penfo , ardo > piango
Yy at
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I
3J4 della poetica TOSCANA
di pronome della prima perfona . E
Santa , faggia , leggiadra, oncfla , e bella ,
al pronome Lei . Ed
Or , che ’l ciclo , e la terra , e ’l vento tace
ad un medcfimo verbo . O contendono parole giunte infteme, e tutte van-
no a ferire ad un fogno , nel quale é polio il fentimento intero del Mem-
Che nelIeGùin. bro. in qutfìa così in tre modi partita compoft%ione di voci conftfie f ar-
nire, IV.embn, e /,• T,„,pi che Numeri da' Latini, Ritmi da' Greci fi chiama-
1* Armonia del "O • E ttel vero volendoci conformare con la confuetudine del noliro co-
dirc , co’ Tem- niiin parlare, nel quale s'iifa dire A tempo, Latinamente In nu-
0 Kitmi fi Xia- roerum fi dice ; e tempi le mifure fi dicono così del bal'o, come del canto:
mano. quella ragione , con la quale noi le voci profferite mifiiriamo , Tempo
De’ Numeri nominar dovremmo . Ma chiamafi Numero , poiché così dagli Scìenitiati
Poetici • yj chiama , e da coloro, i quali ne ferivano : che , benché non ne abbiano
prima di me fcritto , né ragionato , ( perciocché mi rimembra averne ra-
gionato in quelle /Iccademie , che in Italia cominciaron prima a fiorire )
nondimeno fono fiati pili prefii , e primi a darne in luce i loro ragiona-
menti: toncioffiaiofaché fempre mi fia difpiaciuto il cercar nuovi vocabo-
Che fia l’Armo- li , e ’/ volere parer dagli altri differente , e fiiigiilare . Che cofa i
ma, e ’l Nume- l’Armonia ì e che il Numerai Mik. Se riguardiamo alf effetto, fono una
cofa lì>ffa‘,fe alla diffini%ione, ed alla for%a del nome, fono tra loro dlffe-
1 Generalmen- rcnti : perciocché , volendo noi generalmente lor diffinire , diremo , che
• quella i mifurata compofixjone ; e quefii mifitrata ragione della compofi-
» Nell’ Anima, ^ione . Onde i Filofofi , che differo, e Vanirne, e i corpi così cclcfii , coma
gli elementari , e tutte le cofe ben compofte , ed ordinate effere armonia,
0 pure con armonia ; i medefimi anche affermarono , quelle di numeri ef-
ftr fatte . Ma lafciando Vanirne a parte, come invifibili fufianxe,e le pro-
forofionevoli ragioni dell' effenxa di ciafeuna cofa dallo intelletto fola-
3 Ne’ Corpi, mente intefe ; e confiderando le corporee, e tutte quelle , ch'ai fentimento
di fuori fono foggettes fé riguarderemo alla grandeg^'^a de' corpi, de’ quali
l'un fofje d'otto palmi, V altro di quattro, e ’l teriifi di due , ti avvedere-
mo, la mifura di lei venir tutta dalla proporxione, ih’ £ tra loro della lun-
4 Ne’ Movi- fono effi differentemente compoflnfe a’ lor movimenti
menti , parte di miglia ventiquattro, parte di dodici, e parte di fer, dalla propor-
zione dello fpazio nafeere la mifura loro diremo ; fiicome dal tempo, dove
r Ne’ Canti c t^ovimento foffe d'ore dodici , l'altro di fei, e 'I ter^p di tre . Di che
Suoni , ’ agevolmente s'accorgerà, chi mirerà ne'balli,o con fpade, o con baftoni, a
pure fenza armi fi facciano^ quali sì a tempo fi fanno,c con si vaghe,e di-
lettevoli mijure, che con fofnmo diletto fi guardano. Se riguardo avremoi
al
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LIBRO quarto^ sss
al canto, che per gli orecchi entrando nell’anima fi [ente, o fia dell’umana
voce,o del fuono de' Mufici flrttmenti , de’ quali parte fono^ in corde, e parte
in canne’, intenderemo,! numeri, e i tempi di lui non effer altro, che mifif
rate ragioni dtll’acuto,e del grave. Ma certo propiamente, ficome nel hai- Che propù-
10 quefìa mtfura Numero fi chiama’, così nella Mufica Axmonh.Nè fen-
7<j ragione • perciocché l'Armonia è confonanxa delle voci y le quali foìio ppji* /\cuco , c
.c«rr, 0 gravi’, e 7 Tcmpo,e ’l Numero è mifura del movimento, il quale
è tardOy o vdocCy ficome lo quale egli ft fay lungOy o breve, vimenco Tardo,
Onde il Tempo s’attende nel lungo, e nel breve ; e nel veloce, e nel tardo’, e Veloce/ e nel-
e l'Armonia nell acuto, e nel grave , come in due fonti , da’ quali ft dcri-
•vano tutti i neuftei rufcelletti, che molti, e var) vagamente correndo, dot- (^rneno dove (i
tifftmamente per li canaletti degli orecchi fi fanno fentire . Ma, perche-
che P Armonia è nel fuono’, e non è fuono fen^a pircoffa’, nè percoffa fen-
•3^a movimento j nè movimento effer può, che non fia veloce, o tardo: on-
de dal veloce viene il fuono acuto, e dal tardo il grave\ feguita,che dove
fi nota il Tempo, e ’l Numero , quivi anche C Armonia fi confideri . Fsr.
Or bene intendo, che cofa fia l’Armonia , e che ’l A’inmfro ne’ corpi, e ne
movimenti, e ne’- canti , c ne' [noni , Ma dichiareteci, che cofa fia nel di- fy_j
re . Min. Che altro farà, che mifurata compofitxione di parole, o mifura- ^
ta ragione di compofixione, per la quale attamente corre,ed <icf0«c/ijwjcn-
ff fi pofa il verfo ì Fer. In qieal maniera ì Min. Siami lecito al pre fonte
in quella diffiniTjone , che diede Ariftotelc , mifura chiamare il numero ,
col quale annoveriamo: poiché noi una fola particella a due cofe comune,
le quali i Greci con differenti voci fignificano, abbiamo : dico a dinotare Diflìnhione del
11 numero , ch’io tempo foglio nominare ; e quel , che propiamentc è dell'
annoverare . Diffnì dunque Anflotilc il Numero , del quale ragioniamo, '
effer mifura dilla forma delle parole: cioè, quel, con che fi termina il par-
lare : conciò fia che tutte le cofe egli voglia con quel , che propiamente
numero è chiamato, terminarli . ^wfio medefimo nome egli usò , quando
il movimento , e ’l tempo dtffint : concioffiacofaché l’uno con l'altro fi
mi furi . Ma di quefio numero , del quale ora parliamo , vuol egli , che
gli fpax,) fien divifibili . Il che certo non è altro , che determiimrc , che Che’I Numero
quegli confifia negl’ intervalli del tempo ; perciocché in quelle cofe fpe- confille negl’in-
cialmtnte trovandofi il numero , i tempi delle quali col movimento s'iftì-
mano , come nel canto con la mifura delle voci ; nelle corde col batter filUbe ,
delle dita’, e nel ballo con la percoffa de’ piedi fi nota il modo: così nel di-
re, la cui pronuncia alla mtfura del »woT<i»ie«fo è foggetta,col ferir delle
ftllabe gl' intervalli delle parole fegniamo : concioffiacofaché i Ritmici ,
che di quefii numeri fcrivqno f Segni chiamino quelle note , delle quali
- -- Yy X cia-
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j$6 DELLA POETICA TOSCANA
tiafcma è d'un tempo . Onde efji tutte quelle voci , che fon di due fìllio
he lunghe , o pure di tre , delle quali una fu lunga , e due brevi , le di-
Sillaba brevt-» f®”® quattro Segni : perciocché appo loro la ftllaba breve un tempo,
d’unTem^,ma e la lunga due ne vale . Ma , lafciando a parte quejìa Ftlofofia, conchiu-
Chf r qrecch/a perciocché il numero è mifura, o pur fotta la mifura cade , e
è giudice del fcnxa dubbio cade fatto la mifura degli orecchi: tutto quel, che col giudi-
forarci ■^®rT® > nella profa ancora , Numero
fi chiama. Laonde effondo egli nato dal piacer degli orecchi, affine che di-
letti , s'ufa con certe mifure di cofe dilettevoli, e con certi modi i che dal
fentimento dell'udire fi diffinifcono,e giudicanCi, né pure in tutto il verfo,
ma in ciafeuna parte del parlare, o fu da giunture diflinto il dire,o divi-
Due maniere-» 7® in membri, o con circuito finito,e conchiufo. Confiderafi il verfo in due
SiìStó ' ‘ riguardo deltuno all'altro . In quefla ma-
a Legato ’dt_. niera s’attende il numero delle Confonan^e , il quale porta feco tanto di-
Coiilbnaiize di letto, che alcuni dicono la Confinanga ejfer I anima delle rime, della qua-
O^niòne , che private perderien la vita, e la forma , da cui ricevon l'ejfer loro .
gli fciolti dn_j Ma cofioro al parer mio s’ingannano : perciocché la confonanxa è qualità
fiCTo''velÌG* "^rrfo, la qual da’Greci, e da' Latini vizio fi riputò . -Da’ Barbari poi,
e da’ nofiri virtù fi cominciò a tenere così nel Poema Latino , come nel
Confura»ione, volgare . Ma rifujata del tutto da coloro , che in Latino fi diedero a feri-
nanaa è^aiicT trne, fu ritenuta sì caramente nel Folgore ^he gli orecchi a quel fuo-
non forma dei avvezzi , alle rime fenz<t Iti «on preflavano volentieri udienza . Ora
Verfo, mercé della felicità de' nofiri tempi, e delP eccellenza de' buoni 'ngegni fi
lafciano quefle rime, che Sciolte , e ignudo fi chiamano , con molto diletto
Obbiezione dal udire . Fbr. Se Rime fon quelle voci , le quali nella confonanza tra loro
nome di Rime, fi rifpondono; come que’ verfit, che non l'hanno, di quefto nome diremo ì
Mih, Io non credo , che ’l Petrarca , quando diffe
In rime fparfe il Tuono ,
RifoluziW , F ultime voci fole intendeffe, e non tutti i verfì interi ; anzi t>*i fi f* tre-
ehe Rime fono j .l.j ji- -va»
i verfi Tofeani »
interi, e iion_. Or rime , or verfi, or colgo erbette, c fiori .
foIe“:'OTde'a^- Piangan le rime ancor , piangano i verfi ,
che "gli Sciolti Che non curò giammai rime , nè verfi .
«hiamanfiRimt. per li verfi i Latini,e per le rime i Volgari componimenti fotta certo »«*
mero di fillabe comprefi , e limitati intendeffe : non che le rime non fien
verfi , ma per diftinguer tuna compofizione dall’altra : concioffiacofacbè
la Latina non abbia altro nome , che ’l generale , e comune a tutti i Poe-
tici componimenti ; e della Volgare fien propie le rime ; perciocché ,fe /g
rime non f afferò verfi , non averebbe egli detta
E’n
S
Digitizcr- GtJOglv
LIBRO QUARTO.
£ ’n verfi tento forda rC rigid’ alma . Ni
So ben’ io , ch’a voler chiudere in verfi
Sue laudi , fora fianco . Nè
Così potefs’ io ben chiudere in verfi
I miei penfler > come nel cor li chiudo
£* il vero, che come credere Agevolmente mi fi lAfciA,quei numeri di vóci
concordanti, che da' Greci Ritmi fi diceano , Rime corrottamente prima
da’ Barbari, e poi da’ noflri ejfendo detti ; Rime ancora fi dijfero i verfi,
I quali di tali confonan'^e s'adornano . Ma , perciocché il numero, e Par-
monia,s’i conchiufo,che in tutto il verfo,e in tutte le parti di lui fi truo»
va', non veggio,perchè folamente rime dir fi debbano quelli, ne'quali l'ul-
time parole s’accordano . E fe pur quefii propiamente volete , che rime fi
dicano, perciocché delle confonan^e ricevon graxja, ed ornamento , e le-
game, che quanto le firigne , tanto par , che vivi, e leggiadri gli renda :
non però feguita, che tal nome quelli non meritano,non dirò femplicemen-
te, come quefii', ma diranfi Rime fciolte, e ignudo; perciocché l'anima del
verfo, la quatè la mi fura delle fillabe [otto certo numero rifiretta, è fen-
g[4 i legami, e fenja gli ornamenti delle confonanx^ . Fbr. Or dimofirin-
cifi prima i Numeri delle voci concordanti , poi di tutto il verfo in fe
fiefjo , e delle parti di lui. Min. Se ben vi rimembra, dell’armonia delle
confonan%e lungamente fi trattò nel ragionamento fatto col Sig. Bernar-
dino. Ma, perciocché il concento loro è molto da notare come quegli, eh'
udir ci fifa in quella voce, nella quale fi pofa il verfo', ed ove gli orecchi
pià, che in altra parte attendono il fine, che lor paja notabile ', quel , che
in tutta la compofixione del verfo di voce in voce notar ci conviene, nell’
ultima parola fpecialmente, bifogna, che fi confideri , ^^e dunque è U
voce, tale effondo il concento,recatevi a memoria quel, che s'è detto del-
le parole, alcune effef afpre,alcune piacevoli', alcune piene e grandi,alcu-
ne umili se baffe: perciocché prendon qualità dagli elementi, de’ quali fono
elle compofie ; ma quali fieno gli elementi, e di qual fiiono , abbondevoU
mente s’è ragionato . Afpro concento fu quel , ch'usò in quei verfi il Pe-
trarca, volendo egli Pafprex%a del fuo cuore dinotare ,
Onde , come nel cor m’induro , c ’nafpro ,
Così nel mio parlar voglio effer’ afpro •
£ in quel Sonetto ,
Aura , che quelle bionde chiome , e crefpe .
volendo egli fignificare loflrepito, e ’l fuono del vento, fé le confonan%e
parte firepitofe, e parte rotonde, e fonanti: ficome allo ’ncontro a dinota-
le la dqlsetczaf tb’egli fenda iella fqavt dell'amia fìqnna , di vo-
OHgmc dellw
voco Rime.
Che Rime pro-
piamente s’ in-
cendono i Verfi
con le Confo*
lUiae.
Del Numero
de’ Verfi legaci
da Confonanze
có riguardo dal-
l’uno all’alcro.
Quanto fia no-
tabile il Con-
cento delle Kìt
me.
Qualità diCoiv
cento prefa dal-
le VOCI , onde «
compoflo.
Che fi deono
ufar Confonan-
ze confórmi al-
la Maceiia.
jtfemplo di con-
fonanza afpnt_i
iieli’A/preaza.
Elèmplo di Có>
firnaiua piace-
vole nella i)«l-
ceaa t
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EfempJo di Co.
f0II3n73 MÌÌÌ3..I
di AiprOjC Pia-
cevole .
Quali Conlb-
naiize più dilet-
tino .
1 Di Voci Bre-
vi,e di Coppie.
à Di Terzetti,
3 DI più lon-
tano Concento
meno dilettano.
Quali cofe ac-
crdcan'il dilct-
■ to della Confo-
nanza.
1 L'artilìcio.co-
me nelle Selli-
ne .
a Compofizio-
ne delle dette...
Rime .
3 Varietà .
Del numero de*
verfi Sciolti , e
in fe llefli confi-
derati .
Che ’l verfo
Sciolto daC.on-
fonanza ricerca
maggiori lega-
mi di numeri.
JJS DELLA POETICA TOSCANA
fi piacevoli , e piane fono i concenti in cjueflo ,
Quando Amor’ i begli occhi a terra inchina i
Come fi tempri l'afpra con la piacevole confonam^a fi vede chiaramente
nel Sonetto »
Non da rifpano Ibero a l’Indo Idafpe .
concioffiacofacbè come quelle voci Idafpe, Cafpe, Arpc,e Innafpc, fono
di dura confonan%ay così di piacevole ficn quefle. Pendice, Fenice, Cor-
nice , e Felice . E , benché tutte le confonanxe dilettino mirabilmente;
nondimeno quelle portano più diletto , che fono di voci più brevi , c più
rotonde , t più fonore , e di Coppie, purché non fieno fpfffe ,
Facendomi d’uom vivo un lauro verde ,
Che per fredda ftagion foglia non perde .
Dilettano ancora con qualche picciolo intervallo: quali fono i T ert(^etti.
Dappoiché fotto il ciel cofa non vidi
Stabile, c ferma ; tutto sbigottito ,
A me mi volli , e dilTi : In cui ti fidi ì
E quelle fon meno dilettofe, che più di lontano fi rifpondono : quali fono
le rime, che nel quinto verfo, o nel fcfto,o nel fettimo, o nell'ottavo, o nel
nono s'accordano: ficome nelle Stjìine veder potete, nelle quali già la più
vicina confonanxa nel fettimo fi truova; perciocché il concento sì di lon-
tana , fi perde prima , che giunga agli orecchi ; benché la vaghc^p^a delle
rime , e ['artificio renda quefie Cani^nni più dilettevoli deU' altre . T ali
fono quefie rime , dico le Coppie , i Terzetti , i .pial letti , i ^^inarj, i
Scnarj, t Settenari . quelle , che di quefie fi compongono , accrefeonù
il piacere al fentimento del[ udire ; ficome i Sonetti , i quali nella prima
parte hanno le confonan%c non pur di panetti , 'ma tra loro di Coppie
ancora; e nella feconda di Terzetti . E, perciocché naturalmente piace la,
varietà, il variarle di voci parte lunghe, e parte brevi, e di Coppie, e di
TerTtctti,e di Quartetti, c d altre rime, con grandijfmo diletto ad udirle
ci tiraiquali fono fpecialmente le Cannoni, ficome nel tcr%p ragionamento
ahbondevolmcnte s'è detto . Fcr. Dimofirateci , quali fieno i Numeri del
verfo in fefteffo confiderato . Min. ^uefia confideraxione è comune all'
una cd alt altra maniera di rime . Ma quanto più [una è privata di po-
ter con le confonan:(e dilettare , tanto più cura averfene dee , perché pof-
fa meritamente piacere ; poiché è libera , e dalla legge del concento delle
voci non è rifìretta in guifa , che fare fcelta non poffa delle parole , che
rendono il verfo numerofo, e leggiadro , e vago . Ogni verfo adunque per
fe, convien,che non fia fciolto,ma riflretto da quei tegami di numeri, fen-
ica i quali il (orfo di lui, non che di fconcio, c difordinato,e difpiaccvolc,
ma
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LIBRO QJJARTO.
ìHd di (Iroppiató , ed attratto , e troppo farebbe . Sono ijuelli tegami , di Che j nimieri
ch’io parlo, nel verfo, il quale abbia gli accenti, e le pofe delta voce, do- del verfo fono
ve convengono. E, perciocché varie fono le fpecie de' ver/i, {concioffiaco- ®
faché altri ne fieno di cinque, altri di fette, altri d'otto, altri d'undici, al- ®
tri di dodici fiUabe,ficomc nel fecondo ragionamento fi dimojlrò) varj fo-
no anche i lunghi, ne’ quali fi ripofa la voce , e fi fa l'accento . Ma ripi-
gliamo le maniere ufate, e diciamo, che poffono accrefeere il numero delle
fillabe , e diminuirlo ; perciocché reflrema parola del verfo , quando ha ogni verfo
l accento nell ultima, unafene diminuifeej ancorché una vaglia due , fi- può crcfceic,o
tome tanto farebbe. ,
Non per rua fi.
Non ferva il mondo fè .
Chi mai tanta briga diè ì
AldTandro , ch’ai mondo briga diè .
quanto ,
Non per tua fede .
Non ferva il mondo fede .
Chi mai tanta briga diede ^
^ Alcflandro , ch’ai mondo briga diede .
jillo-'ncontro quando l’ha in quella, che cominciando dall' ultima è lerrga',
una vife n'accrefce‘,benché due non vaglian più d'una:percioc(hè farebbe,
SI mi ritruova invidia.
SI mi truova afeofo invidia .
Cosi nafeofto mi ritruova invidia .
mancar Ui nna_*
lìllabajer l’Ac-
cento .
I Come fìdimi-
jiinTca (li iina_t
fillaba per l’Ac-
cento nell’ ulti-
ma deirclUema
parola ,
Coire crtlcadi
una fillaba per
l’Accento nell*
antepenuiuma .
quanto ,
Invidia si mi truova .
SI mi truova invidia afeofo .
Cosi nafcollo invidia mi ritruova T
eonciojjiacofaché Invidia fia di quattro fillabe, nè però vaglia più, che la
voce di tre; delle quali quella, ch'é nel mergp, fia acuta, o pure inchina-
ta , Né più é ,
• Non per mia grazia , Che
Non per mio grato.
Verfo di dodici fillabe con l'accento fopra quella,ch'é più vicina all'eflre-
ma , non truovo ne' Cannonieri de' nofiri antichi . Alcuni allegano quel
verfo di Dante ,
Com ragazzo afpcttaco dal Signorso .
ove il Sb muta accento : perciocch' è giunto con la voce , che gli va in-
uangi.Ma io credo, che quel Foeu accotrciajfe la prima particella, e diceffe,
Con)
Che verfo di
dodici fillabe^
con 1’ accento
nella penultima
non fu mai uia-
(Q dagli aiiticJu,
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Ove (ìa l’Ac-
cento in cialcii-
na Tpecie^ di
verfi .
Di O'nque •
Nella 1.
Di Sette,
Nella 4,
Nella i,-
Nclla I:
Dì Otto ;
Nella J.
Nella quintL,!
ancora .
D’Undici J
Nella i.
Nella 4.
Nella 4< 8.
Nella £.1.
3<So DELLA POETICA TOSCANA
Com ragazzo afpcttato dal Signorso .
ficomt il Petrarca f
Com perde agevolmente in un mattino T
Fer. Ove farà I accento in ciafeuna fpecie de’ verfi t acciocché non ftent
difeioUi f né mica attratti ma nervi abbiano, e giunture da poter tenere
un corfo di parole con molto diletto degli afipltanti ì M»n. S’ella idi
cinque ftllabe , nella feconda t quat è ,
Non per mio grato .
Se di Sette , o nella quarta : qual'i ,
.Gentil mia Dònna i veggio .
L’alma dubbibfa , e vaga .
0 nella T er%a : quaN ,
Chiare frèfehe , e dolci acque . Ed
Aer siero , fcrcno . B
Con l’angèlico feno .
T alvolta nella feconda : quaPi ,
Leggiadra ricoverle .
Se d'otto , nella terxa : qual'i i
0 tenice opinione .
E le più volte anche nella quinta : quaPi »
Donne belle i hb cercato .
Lungo tempo dèi mio core
Se iP undici , nella fefia : qual’i.
Dappoi , che (otto il elèi colà non vidi *
La notte , che fegul l’orribil cafo .
0 nella quarta : qual'i ,
Se la mia vita da l’afpro tormento .
E le più volte cosi quelli , che ’n su la quarta levan la vote per pofarft,
hanno anche l'accento nelt ottava ,
Nel dol^e tèmpo de la prima etate .
1 vb penslindo , e nei penfièr m’aflale .
Vergine bèlla , che di sòl veAita .
Rapido fìhme , che d'alpèftra vena .
conte quelli , che ’n tu la fefia ,
LalTo me > ch'io non sb, in qual pàrte pieghi .
Di penUcr in penfièr , di mbnte in monte .
Mai non vb piti cantar , com’ lo foleva .
Mia benigna fortuna, e ’l viver lieto .
Non ha tanti animàii il mlir fra Tonde .
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LIBRO QUARYO; j<5r
Uè uni volt* in ciafcuno di qutfli tre luoghi troverete taccento. : //conte
in quei verft ,
O afpcttkra in Cièl bekta, e bella .
Spircu geniU > che quelle mèmbra reggi
Voi ) ch’alcoli* te in rime rplirfo il Tuono .
Fan* ^utl verfo adunque fciolto f/ dirà , che non avrà nella quarta y •
rulla fe}fa t accento t qual dicono effer quello ,
Enone di Paris y e Menelao .
Min* Ma profferifcafi Paris con Cultima acuta y come dal vulgo fi pro-
nuncia ‘ye 'l verfo terrà il fuo legame yC la voce troverà, ove t'abbia a
ripofare , Fsr.,^<i/ di quejie pofe pià ritarda il corfo delle rìmeì Min.
^/uel verfo è più volubiUy ii^al non truovay dove fi ripofi prima > che
giunga alla fefla : quaC è ,
La notte , che fcguì l’orribil cafo.'
perciocché quefii ha l'accento rull'ottava'y quely che non Cha,e più vo-
lubil di lui ,
£ so , che ne morrb veracemente y
il quale, fe nonfojfero in lui d'una fillaba le prime quattro partieelle,ve-
lociffmo farebbe , Laonde quel, che in tu la quarta fi pofa, o leva la vo-
ce, è più grave y e più fimile al Saffico , ed all' cndecaftllabo Latino', dal
qual' egli par, che fia tratto, e venuto in quejia noflra favella', purché an-
che nella ottava , o nella fefta fi po/fa ripofare : perciocché quegli é più
grave, ih' è più legato', e quegli é più legato, che più volte fi pofa. E però
quel men di tutti farà legato, che l'attento avrà folanente in tu la quar-
ta : qual'S ,
Se la mia vita da l’aTpro tormento ,
2)el tutto fciolto farebbe quel verfo y
Nimica naturalmente di pace .
Se la voce tompo/ia divifamente non fi pronuncia/fe ; perciocché, benché
per la compofixione grave divenga , nell' aggiunto quella fillaba, la qual
primaycbe la voce Naturalmente, di Mente, e di Naturai fi componete,
era acuta', nondimeno le fi concede , che nel verfo ritenga il primiero ac-
cento. PeR. Ove, e quando fi permette, che ’l verfo ne vada fciolroì Min.
Ove non è richiefia la numerofa vaghe:^xadi lui,quatè la Scenica, e fpe-
cialmcnte la Comica,e la Satirica Poefita,la quafufa quel dire,th'é filmile
alla profa: e quando per variare il Poeta cangia forma nel verfo, accioc-
ché quel, eh' é f mpre d'un modo e ftmile a fe fieffo, non offenda^é fia no-
)ofo, dov'egli pa)a troppo affettato,e con foverchio ftudio fegmto',ma con
la. varietà diletti, la quaP egli ferverà, fe legherà il verfo or nella quarta,
Zz fr
Nella Quanij
Scita , ed Oua^
va ,
Due maniere dì
veriì dalle Pofs
degli Accenu.
1 Volubili 6. V.
» Velociflìmi
5 Gravi,eTar*
di 4- 6. 4-
4 Graviflimi ai
6.1.
5 Men legati
l’accento fola-
n tine $u la-f
quaru,
Ove fìrermet-
tan vtiii in par,
te icìolci .
Per la Materia.
Per la VaricU,
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j6z DELLA POETICA TOSCANA
Come I Numeri » ®’’'* *” (juella e in quejìa, or ntU'ottava 'ancora con Vuna
va- di loro , 0 pure con funa e raltra . Ma rade volte, o non mai del tutto lo
fcioglierà, fe nella Poefia vaghe^^a, e leggiadrìa fi richiede . Polete ve-
dcl dcre, come i numeri fien variati', rileggete quella Cani^oue ,
Nel dolce tèmpo de la prima etadc ,
Che nafeer vide , ed ancor tjuifi in erba ,
La fera vòglia, che per mio mal crebbe ;
Perchè cantando il dubl il difacerba ;
Canterò , com’ io vKTi in libertade ,
Mentre Amòr nel mio albèrgo a fdègno s'ebbe :
Poi feguirò , ficòme a Ibi ne ‘nerebbe
Troppo altamente ; e che di ciò m’avvenne :
Di ch’io fon f^ito a mólta gènte eflempio .
Artificio del nella cui prima fianca i primi tre verfi hanno P accento, che fi nota nella
predetto efem- /juarta, e nelP ottava ; il quarto l'ha nella quarta, e nella fefla', il quinto
^ ” ‘ nella fefla-, il fefio nella fefla, e nell'ottava ; e i tre feguenti verfi in tut-
te tre , Nella quarta» fola non troverete in tutta quefta Cannone verfo ,
che ripofi , o levi la voce j né in altra compofixfone del Petrarca , fe non
Del Numero »» alcuna, e rade volte. Per. Dimoflrateci,eome nella compofivone delle
Pollo nelle Po- parole in tre modi partita il numero confifla ì MiN.iVon è dubbio,che co-
le de’SeutimeiH yj notano le pofe della pronun^i^ nel verfo,non vi fieno anche da no-
“ • tare le pofe de' fentimenti ; le quali, abbiam detto, e moflrato effer di tre
1 Pofe dì Ginn- tntiniere . E cominciando dalla prima pofa, che Giuntura chiamiamo, la
ture . . . , troverete nel principio del verfo ; qual'é ,
Nel Principio, Canterò , com’ io viflì in libertade .
Nel Meato, £ »»f^^o , / r • u
Che nafeer vide, ed ancor quali in erba .
lì debbano
riare .
Efemplo
Petrarca .
Nel Fine,'
1 Pofe di Mem-
bro ,
Nel Principio,
Nel Metto ,
Nel Fiiw,
3 Pofe di Perio-
do, e di Mem-
bri perfetei .
E nel fine ,
Ifcunnla i martiri ,
Ed un penfìer .
Altresì il Membro in ciafeuna di quefle tre parti: cioè nel principio,
La fiera voglia, che per mio mal crebbe •
E nel mex;^ ,
Come iiiol fare , ifcufinla i martiri .
E nel fine ,
Nel dolce tempo de la prima etadc .
Ma Circuito finito altrove, che nel fine, rade volte troverete', nè al pre-
fente mi fovviene , onde darvene poffa efemplò s ben nel principio, e nel
VI fi farà innanxj membro di fenfo perfetto : quaPè ,
Lafs*
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LIBRO QJJARTO. s^S
Lafs' lo no *I so ; raa sì conofco io bene . Jì
Fccimi al primo , o MafinilTa antico . • E
L’eflcr mio , gli rifpofi, non foftienc
Tanto conofeitor .
F«». <^uefte pofe adunque terranno fegati infteme i t incatenati i verft,
quandoìa fenten%a fi chiude , non già nel fine del primo verfo ; ma nel
principio, 0 nel met^i^o, o nel fine d" alcun di quelli, che feguono: qual' è ,
Voi .ch’afcoltate in rime fparfe il fuono
Di quei fofpiri ,
qui fi termina il membro , Poi fegne l'altro ,
. Ond’ io nutriva il core
In su ’l mio primo giovenile errore.;
Dopo queflo virn l'altro d'un fola verfo ,
Quand’ era in parte altr’ uom da quel, ch*i fono l
Fer. Ma, come dicono alcuni , ch’ogni coppia , ed ogni terretto ed ogni
quartetto debba chiudere la fenten%a ì Min. Se la Jentenza del membro,
0 della giuntura intendono, egli é così, come dicono, le più volteicomc ve-
der potete nelle fianze del Boccaccio , e ne'T rionfi , e ne’ Sonetti del Pe-
trarca.Ma talvolta il fine «f un terzetto,o d'un quartetto non termina fen-
tenza veruna\anzi ella fé nepaffa a quel ,che feguita fenz* ripofotqual'é.
Ed e’ , quello m'avvien per l’afpre fomc
De’ legami , ch'io porto . E
Tal , ch'ella fteffa lieta , e vergognofa
Parca del cambio . E
Che ratto a quella penna la man porli , '
Per far voi certo . £
Come le Pofe-#
de’ Seiitiriicnci
fieno legami da
incaceiure piu
vei fi .
Efempli,
Che’l femimeii-
to della Ginn*
tura, e Menduo
le più voice fi.
nilcc con la_«
Coppia, o Ter-
tetto, ot^uar.
cccco .
Efempli, dove.#
la fencenta del
Membro proce-
de oltra li I er.
tetto, Q Quar-
tetto,
Fra sì contrari venti , in frale barca ,
Mi truovo in alto mar , fenza governo $
Sì lieve di faver , d’error sì carca .
E con più lungo intervallo fi va a trovare lo Infinito in quel Sonetto,
Sé voi poteflc per turbati fegni ,
Per chinar gli occhi, o per piegar la telh ,
O per elTer più d'altra al fuggir pretta ,
Torcendo '1 vifo a preghi onefli, e degni ,
Ufeir giammai, over per altri ingegni ,
Del petto .
£ ’l Finito in queflo ,
1 begli occhi , ond' io fui percolTo in guifa ,
Ch'c' medefmi potrian faldar la piaga ;
Zza £ non
Altii Efempli
con più lungo
intervallo .
1 Pci‘ ritrovare
rinfiiùto ,
a Per ritrovare
il Finito .
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354 della poetica TOSCANA
£ non gik verth d’erbe , o d’arte maga , '
O di pietra dal mar noftro divifa ;
M’hanno la via sì d'altro amor precifa .
j Per ritrovare B Avverbio del tempo j nel fecondo quartetto in queir altra i
l’Avvezbio . venture .
LalTo, le nevi fìen tepide , c nigre i
E '1 mar fcnz’ onda , e per l’alpe ogni pefce }
E corcheraifi ’l Sol là oltre , ond’ efce
D’un medclimo fonte Eufrate , e Tigre ,
Prima , che i trovi in cib pace, nè tregua
Che'l Senti’men. Onde dubitar non dovete , che ’l Circuito no» vada a terminar fi più, lun*
termi^'a^il^ , perciocché tutto quel Sonetto é tCun folo Circuito , ^
«aniéntc. Io ^on già fianco di penfar, lìcome .
e quefto ,
Grazie , ch’a pochi ’l Cicl largo defìina
ed un Verbo, il qual’é nell'ultimo verfo, chiude tutto quelPaltro ,
Quella fenefìra , ove l'un Sol fi vede .
Che unite !tj Ma quefte pofe di fenten%a allora^fono più belle, e pii numerofe , quando
Pofe de‘ Senti- f//p -verfo, in loro anche la voce fi ripofa: come fono ,
Accenti , fono I»à , dov’ IO bramo ; e là, dov cfler deve
*iù numerofe. la doglia mia , la qual tacendo i grido ; .
Occhi leggiadri , dov’Amor fa nido ,
A voi rivolgo il mio debile (ìile
Pigro da fé , ma ’l gran piacer lo fprona I
Che in diverte Ma , quando faran diverfe quelle pofe da quefle , nelle particelle , nelle
^a^fi*ac^tta'^"ù l'accento , la pronuncia poferemo più toflo , che in quelle , nelle
torto a^ll’Xccfl- fenten%a in alcun di quei modi, che detto abbiamo, finifee : fico-
to,che al Seud- me in quel verfo ,
* E fuggendo mi toi quel, ch’i pii» bramo ,
nel quale io poferò la voce nella fefla fillaba ; ancorché nella fettima fi
De’Nmnerì che giuntura, affine ch'egli del tutto fciolto non rimanga. Fen.Of-
veneoiio dalle tre a quejìi numeri, che vengon dagli accenti delle voci, e dalle pofe delle
filUhe.e pirole. parole, e delle fenten'ge, quali altri confiderarci conviene ì Mis.,^elli,
che veuir detto abbiamo dalle fillabe , e dalle parole : perciocché le fitl-
1 Uo Tempo, labe, e gli accenti hanno i lor tempi ; e a’ due tempi da' Gramatici nota-
* Mmio* lem- ferivano de' numeri, aggiungono il meg^gp tempo : conriof-
fiacofaché confentano effer di due tempi la lunga vocale , e d'una la bre-
» ve', ma concedono la metà iTun tempo a ciafeuna delle confonanti , che
con quella , o con quefla giunte f annui la fillaba . Jjaonde ejfenda la filila-
bd
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LIBRO QJLTARTO;
ta IN (frf» tèmpo, come notano i Gr amatici, tjnejli ttag^iungóno la mecche h Coni?»
tà per la confanante, nella quale ella finifce : e , fe pià confonanti con la "ante aggmgn*
vocale fi giungono , vogliono , che pià tempo ancora vi s'aggiunga . E, fe p*“fono^ù
quando elle feguono, dicono, valer pià a far la fillaba di pià tempo , che l’accrcfconò/cd
quando antecedono: ftcome ST nella prima di Stato non vaglion, quanto |||^
nella prima di Caflo. A quelle aggiugnendofi In R, non fari o%iofa', an- fecedendo *
fl'/ accrefce il tempo, ftcome in Aftro . Dicono ancora , C acuta fillaba ef- Mochina- ‘
fere pià lunga della gravr, e deltuna e delt altra , la inchinata, E di pià ta fillaba è più
tempo cjfer Fa(Tì> che Si fa,nf/ corfo del parlare", e DMc, che le di. No-
tafì parimente il fuono della vocale: corKioffiacofachi , corrte s'i detto, O, deÙa Grave.
ed A, fi facciano pià, che t altre udire; e delle confonanti, perciocché fa»
fpre, e le robufle rendon la fillaba di pià tempo. Né poco vale, a far que- Qual Numefo»
fio numero, che cerchiamo, quel, che delfapritura delle vocali, e del con- Dal Suono dà
cento delle fillabe abbondevolmente s’é ragionato : concioffiacefaché per » * Con»
quella il verfo pià tardo , e grave fi renda ; per queflo pià dilettevole, e d* Apricura di
rifonante . Né dee por fi in obblio , quanto s'è delle lunghe voci , e delle Vocali.
brevi infegnato : perciocché quanto elle fono pià lunghe, tanto pià fanno ^eviU^dfw’i!
il numero non pur veloce, ma molle ancora : qual'é ,
L'odorié:ro , e lucido Oriente ,
f>ve gli s'aggiugue il non pofarfi prima,che alla fefia fillaba fi venga:fico- Che ’l Numero
me allo 'ncontro tanto pià tardo, e pià duro, quanto fono pià brevi'.qual'é,
Nè si, nè nìj nel cor mi fona intero , gf,è ^
ove gli s'aggiungon tutte le pope della pronungia,che nel verfo notiamo.B ^r ^fa nelladt
Fior, frondi , erbe, ombre, antri, onde, aure foavi , élLdo^eDi'irol
che per l'apriture , e per la moltitudine degli accenti diventa pii pigro ; i Per Brevi vos
e farebbe duriJfimo,fe la duregjfl. di lui non temperafiero fultime due V0~ <=• •„ . .
ci. E quel Sonetto, ' divScìr"”
Non Tefin, Po, Varo, Arno, Adige, e TeBro ;
Ma, perciocché non convien, che 7 Poeta fempre tenga un corfo , ed uno di
andare nel comporre, quegli é pià degno di laude, che qttefii numeri sa me- vaiarci Niim*-
glio variare , temperando le voci di molte fillabe con quelle di poche , e Tempera,
l'afpre con le piane , le tarde con le veloci , fumili con l'altere, le piace- 1 ”
voli con le gravi , le languide con le robufle ; fecondo che ’lfoggetto di
quel, che fi tratta, richiederà . Con quefli leggiadri temperamenti le rime Quanto foav»
del Petrarca,chi vi porrà ben mente, troverà ri fatte, e compofìe,cbe ne' Temperamenti
verfii pià foave armonia di quella, che di loro agli orecchi perviene , non p*[|.arca'^*
t'é in fin' a qui udita giammai", né credo, che per innanili s'abbia ad uii- »
re . Vedete , com' egli temperò fafprei:^ delle rime con la piacevoleggia fpr«L Tem^
i» quel Sonetto , rata con Pia«-
Don-
DÌ3;‘i--:^: by Gì
della poetica toscana
Oonn2 t che lieta col principio noftro
Ti lìai > come tua vita alma richiede .
Talvolta voci * »
coiiforraialla-t Kon dall’ Ifpano Ibero a l’Indo Idafpe
Tem^ram^ Ricercando del mar ogni pendice .
Efcmplo di Ri- /ono*Noftro,e Idafpe; piane, Richiede, e Pendice.'
me.e voci afpre £' il vero , che a dinotar la qualità della fogget(a materia Jen^a quefii
in /oggetto du- temperamenti ufa rime a lei conformi : ficome , ejfeado duro il foggetto,
o » c grave . ragiona , afpre rime usò nel Sonetto ,
Al cader d'una pianta , che li fvelfe ,
ove una fola rima men grave delie altre troverete , la quatè ne' ter%ftti\
e in quelle due voci Nido , e Fido ; e pochijfime parole , che non fieno di
Efemplo di Ri- poche fitllabe . Vedete allo ’ncontro , che con rime più piacevoli , c con
me , e voci pia- mtn navi parole più molle , e più foave materia deferive in quefii ,
Qucflononracaduco.cfragilbcnc,
ve. Ch’è vento , ed ombra , ed ha nome beltate . £
Quel , che d’odore , e di color vincca
L’odorifero , e lucido Oriente . £
Deh porgi mano a raflTannato ingegno ,
Amore , ed a lo lìile Ranco , e frale . S
Vago augelletto , che cantando vai ,
Over piagnendo il tuo tempo palfato .
Del Veifo di * >’» oltri . Fan. Che diremo di quello, il cui primo verfo fpecialmente pi^
tre voci, qual re ad alcuni graviffimo ,
^vKi podi-, . ^rbor vittoriofa,c trionfale ,
fowjf fe le parole foffero d'un piede, e meo^o^oi MiN.C&e altro ì fe non che
fila grave: perciocché le parole fon piene, e fonare, e grandi. Ma che mol-
to più grave farebbe, fe in fretta non correffe: conciojfucofaché abbia egli
, pochijfmi accenti ; ano^i non più , che uno di quelli , fenxfi i quali egli fi
feiorrebbe . Né fi può negare, che in lui gravijfima non fita la prima vo-
ce , la quaCé di due fillabe , di quante effer le più volte fuole l'una delle
tre, quando di tre fole voci il verfo é compofio . E' il vero , che compar-
tendofii undici fillabe in tre parole, fe l'una è di cinque, e l'altra di tre, la
teri^a di tre parimente farà ; e fe pur' è di quattro , fe ne perde una per
l'apritura , che la s' inghiotte : ficome in quel verfo ,
‘ L’odorifero , e lucido Oriente . E quefio ,
Che ’nvifibilementc mi disfaccio .
Se ’l Mi disfaccio é una parte compofia (come alcuni dicono, parendo lo-
ro, fe Disfacciomi éuna parola, ch'cffer debba anche una Mi disfaccio)
di
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r
LIBRO QUARTO. ^6j
di due voci fole farebbe. Fer.7o ten^o a mente quel, che del principio del
primo verfo nella compofiyone notar fatto ci avete , che foglia le pii
volte cominciare da voce o à’una fillaba : qual' è ,
Nel tempo , che rinnova i miei rofpiii .
La notte, che fegul Torribil cafo .
Pich (nhfinua , e nobil meraviglia .
lo non fapea di tal villa levarmi .
De l’aureo albergo con l’Aurora innanzi . £
Voi , ch’afcoltate in rime fparfe il Tuono .
Per far’ una leggiadra fua vendetta .
Quel, ch’infinità .
SI traviato .
La gola e ’l Tonno i
A piè de’ colli .
Se la mia vita .
I mi rivolgo .
Se l’onorata fronde
Pih di me lieta . ■ • •
II TuccelTor di Carlo
Gili fiammeggiava .
Del mar Tirreno .
Ben fapcv’ io .
Chi vuol veder.
Ai bella libenì .
Non veggio, ove Teampar J
In mezzo di duo amanti .
Qui , dove mezzo fon .
Picn di quello ineffabile
Or , che '1 cielo, c la terra .
Nè cosi bello il Sol .
0 d'ardente virtute .
Che fai alma ì
Le Stelle , e ’I Cielo ,
Po , ben puoi tu .
Di dì in di vb cangiando .
Mia ventura .
D’un bel chiaro .
1 dolci colli.
Tra quantunque leggiadre i
Qual mio deftin r
ÀTcader d’una pianta J
Due gran nimiche .
Deh qual pietà .
Da piti begli occhi.-
E' quello il nido .
E’ mi par d’ora in ora T
Far poteTs’ io .
' Fu forfè un tempo I
' Mai non vedranno .
Poiché la villa .
Qual donna attende .'
A qualunque animale.'
Ben mi credea .
Chi è fermato .
Che debbo far *
Di penlìer’ in penfier T
In quella parte .
I vb penfando .
Mai non vb pih cantar T
Mia benigna fortuna .
Nel dolce tempo .
Non al Tuo amante .
Non ha tant’ animali .'
O afpcttata in Ciel .
Poiché per miodellino ,
Qual pih diverfa , e nuova
QiKir antico .
SI è debile il filo .
Se
Che le più Vol-
te la conipolì-
2tone_j cominci
da voce d’iina_*
lillaba,o di due.
E/empli d’una.
i Ne’ Trionfi,
» Ne’ Souetti
3 Nelle CanzQ.'
ui.
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J68 DELLA POETICA TOSCANA
Se ’l penfier > che ini ftrugge
Efrttipi; di Dit 0 »
'' ' ~ Stanco gib di mirar » non fazio ancora *
Era s) pieno il cor di meraviglia .
Pofeia che mia fortuna in forza altrui ^
Quando ad un giogo, e ad un tempo quivi !
Quella leggiadra , e gloriofa Donna .
Dappoi che Morte trionfò nel volto •
Dappoi che fotto il Ciel cofa non vidi
Hibbe pofit in
IpriiKipio .
f No’ Trìooff,
I Ne’ Sonetti, Amor piangeva .
Almo fol quella fronde
Aura, che quelle chiome
Arbor vittoriofa .
Afpro core , e fclvaggio
Alma felice .
Così potefs’ io ben i
Come talora .
Cantai ; or piango J
Cara la vita .
Come va ’l mondo
Dolce mio caro .
Donna , che lieta
Dolci durezze .
Era ’l giorno, ch’ai Sol
Fiera 11 ella , fé ’J Cielo .
- Frefeo, orabrofo, fiorito
Giunto m'ha Amor .
Ceri, quando talpr .
Giunto Aleifandro .
Grazie, ch’a pochi ’l Ciel .
Gli occhi, di ch'io parlai.
Ite caldi fofpiri .
L’oro , e le perle .
L’arbor gentil .
LalTo, che male accorto^
Lieti fiori, e felici .
L’aura gentil .
Liete , c penfofe.
Esalto Signor .
L’aura, che ’l verde lauro ; ■
L'alma mia fiamma *
Mille fiate .
Mira quel colie .
Mentre , che ’l cor .
Mente mia , che prefaga l
Morte ha fpento quei Sol
Occhi piangete .
Orfo , e non furon mai *
Ove ch’io poli .
Onde tolfe Amor l’oro
Oimè, il bel vifo .
• Ogni giorno mi par .
Poco era ad apprelTarli
Pcrch’ io t’abbia guardato
Padre del Ciel .
Pace non trovo .
Pommi, ove ’l Sol’ occidc
PalTa la nave mia .
Pafeo la mente .
PalTer mai folitario J
Partii forfè ad alcun .
Quand’ io movo i fofpiri .
Quando fra l altre donne .
Quefi’ anima gentil .
Quella Fenice .
Quanto più m’avvicino
Quella fcncflra .
Quelle pietofe rime .
Quante fiate ,
Quanta
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LIBRO QJJARTO;
Quanta invidia ti porto . Vive faville .
Queftò noftro caduco
Reai natura .
Rotta è l'alta colonna .
Solo > c penforo .
Spirto gentil .
S’Amor non è .
Stianao Amor’ a veder .
S’una fede . '
Signor inio caro .
Sento l’aura mia antica
Solca lontana ,
Spinfe Amor’ , e dolor .
Tutto ’l dì piango .
Tutta la mia fiorita .
Tempo era ornai.
Vinfe Annibai .
Una candida cerva
Voglia mi fprona .
Mè poche volte da voce di fià pllabe : qual'i ,
Valle • che de' lamenti ,
Vidi fra mille donne .
Volo con l’ali .
Vago augellctto . B
Anzi tre dì creata.
Amor , quatido fioria .
Chiare, frefehe, e dolci acque .
Gentil mia donna i veggio .
Ladò me, ch'i non so .
Nova angeletta.
Occhi miei lafiì .
Pcrch’ al vifo d’ Amor
Perchè la vita è breve .
Quando il foave .
Solca da la fontana .
Tacer non podb .
Verdi panni , fanguigni
Una donna pih bella .
Apollo s'ancor vive .
Avventurerò pih .
Anima , che diverfe .
Benedetto Jia ’l giorno .
Beato infogno .
Cefare poi che .
Cercato ho fempre .
Conobbi , quanto il elei
Dicifctt' anni .
lX)dici donne .
Datemi pace .
Difcolorato ai Morte
Diccmi fpedb .
Erano i capei d’oro,
t uggendo la prigion .
Gluriofa colonna .
Gli Angeli eletti .
L’afpetto facro .
L’afpcttata vcrtù .'
L’ardente nodoi.
Levommi il mio pen/icr i
L’ultimo , ladb .
Lafeiaro ai , Morte .
Movefri vecchierei .'
Mirando ’l Sol .
Piovommi amare .
Piangete , donne .
Perfeguendomi Amor
Badato è ’l tempo .
Rimanfi a dietro .
Rapido fiume .
Ripenfando .
Sennuccio , i vh, che lappi •
Sì come eterna vira .
Sennuccio mio.
Soleali nel mio cor .
S’oncfto Amor.
Solcano i mici pcnller •
A a a Tran-
Nelle Cutotu,'
Che non poche
Volte da voce di
piu (ìJJaoe fi co?
aniKÙ ,
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DELLA POETICA TOSCANA
Gioycne donna. Nelle
Italia mia .
Standomi un giorno . '
Volgendo gli occhi .
Vergine bella .
Dì quante (ìiU*
be nell le vod ,
cTie ’l feguente
verfo legano có
l'aiicecedcnce.
Efcmpli de’verfi
incatenaci con_«
una e più voci,
di una e pm 1U>
labe. ,
570
Tranquillo porto .
Tornami a mente .
Tenncmi Amor.
Vergognando talor
Vincitor’ Alcflandro .
Zetiro torna . E
Ora avrò a ^rado, che ci ft dica, di quante ftllabe fien le voci, nelle quel-
li dopo il fne drW antecedente verfo pojfa la pronunXii* tipofarfr, ancor-
ché la dimanda paja di cofa piò toflo vana, che degna di conftdera^ione-
Min.A’o» é dubbio,che non fia cofa più toflo fuperfli^iofa, che importan-
te , tl CIÒ ricercare , niafllmamente ejfendofi dimoflrato, le giunture , e te
membra trovar fi nel principio, e nel mcT;^o,e nel fine del verfo\e in quei
lurghi fìtifi, veci lunghe, e brevi ,e'l legame dell' un verfo con V altro,
Ala, pbiehé non manca, chi ciò difideri, per foddisfare a tal dipderio,di-
ciamo,in tutti i luoghi del verfo legger fi voci d'una,e di due,e di piò fit-
labe, nelle quali trovi pofamento ilcorfodel parlare, che procede dal ver-
fo antecedente , D'iena fìllaba nel principio ,
Poi volb fiior de la veduta mia
Sì , ch’a mirarlo indarno m'affatico . E
Ritorto al tempo , ch’i vi vidi prima ,
Tal che nuli’ altra tia mai , che mi piaccia . E
Ma tanto ben fui tronchi , e fai imperfetto
Tu, che da noi.
E di due,-
Così lafTo talor vb cercand’ io
Donna. E ‘
Senza fofpetto di trovar fra via
Cofa . ■ •
Ripofafi talvolta in due particelle di una fillaba ,
Ed è sì fpcnto ogni benigno lume
Del elei .
E in due ; l'una di una, e l'altra di due ,
Talor m’affale in mezzo a’ crini pianti
Un dubbio . • . .
E l'una , e l'altra di due , ' >
Libere in pace paffavam per qucAa
Vita mortai .
T alvolta in una di tre ftllabe ,
M'agghiaccio dentro in guifa d’uom, ch'afcolta
No-
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I
LIBRO QJJARTO. ^71
Novella T £
Perchè non pU'i foventc
Mirate . Ed
Or’ a porta d’altrui conven , che vada
L'anima . E di più >
Subito in allegrezza fi converfc
La gelofia .
Volga la virta difiofa , c lieta « z
Cercandomi .
E l’altra fento in quel medefino albergo
Apparccchiarfi .
Talvolta in due ; funa di due, e l'altra di tre ,
Donna , fenrirte a le mie parti interne
Dritto palfare .
Ffenxa dubbio là , dove fi notano gli accenti del verfa , i quali abbiam
detto nella quarta , e nella fefia ftUaba notarfi i la voce può tjfer d'una,
e di due , e di più ,
Piacerai almen d’aver cangiato rtile
Da gli occhi a piè .
Tal , ch’i dipinfi poi per mille valli
L'ombra , ov’ io fui .
Ma infìno adora
Combattut' hanno .
Mifurata allegrezza
Non avria ‘1 cor ; però forfè è remota
Dal vigor naturai .
O fé querta temenza r
Non tcmpralTe l’arfura ?
E ehi vorrà ciafeun verfo in fé flejfo,e fen%a la catena dell' uno con l'al-
tro confiderare , fimilmente troverà qutfti accenti in brevi , e in lunghe
parole ,
Arbor vittoriofa , e trionfale .
• L’odorifero , c lucido oriente.
Trovarti , e chi di te sì alto fcrirté .
Nè sì • nè nò nel cor mi fona intero .
• ^ fuggendo mi toi quel , ch’i più bramo.
Ma tornando alla catena , ed al legamento de' ver fi ; dico , eh' è di non
poco artificio il fapergli ben carenare con voci diverfe or lunghe , or
brevi , Di che najce una varietà bellifiima di numeri con grandijlitno dt~
A a a X U t to
Che nellaQuar»
ca , e nella Serta
Pofa d’Accenci
VI fono voci d’u.
na,e piu (illabe.
I Efemplo con
la catena de*
verfi.
a Efemplo fisn«
aa la catena de’
verfi.
Quanto vaglia
la cateiia-j de*
verfi .
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Ove la catena^
de’ verfi fia più
richicAa .
Somma de’ Le-
gami, Numeri,
ed crnamenci ri»
, chielìi nelle Ri-
me fciolce ,
Efemplo di Ri-
me fciolce nell’
Egloghe dell’
Aucore ,
Parti del parlar
Poetico .
a Maceria,
a Fabrica.
Materia, voci.
1 Traslate .
a Nuove.
3 Antiche.
J7Z DELLA POETICA TOSCANA
ietto degli orecchi : fuome de' var) piedi nella ora^ion latina . Ma
accorgcndofcne gli uomini volgari dati a verfificare , in ogni verfo chiù»
don la fentenxa . Del ejuale fttle é nella più parte la Cannone >
Mai non vb pib cantar , com’ io folcva .
percioccb' è compofla di proverò) , e di motti , e di fentenxe ; ove ciò fi
concede . £' il vero , rJbe ^uefìa catena di voci > della quale ora parlia-
mo, i più richiefla ne' Sonetti, e nelle Canxom, che nelle Tergete nell’Ot-
tave rime :per ciocché le più volte nelle Ottave ogni coppia la jùa fenten-
%a comprende ; e nelle T er^e alla fine di ciafeun terzetto fi termina il
corfo del dire. pBK.Cfce diremo delle Rime Sciolte ì Min. Doverft avere
molta cura, che,quanto elle jciolte, e libere fono de' nodi delle confonan-
Xe ; tanto fieno i lor verfi ben legati , e incatenati con quei legami d'ac-
centi, e di pofe , de' quali t’i lungamente ragionato ; acciocché con quefii
numeri adempiano quel , che toro mancajfe : perciocché non hanno quelC
armonia , che dalle confonanxe procede . In quefle le belle catene dell'un
verfo con [altro più fi richieggono, che nelC altre contpofixioni ; e i lun-
ghi circuiti più fi concedono . In quefie convien , che con la graviti del-
le fcntcnxe > e delle parole fia giunta una meravigliofa vaghcxxit . In
quefie , poiché fono ignude di quella leggiadria , della quale adorna [al-
tre rime il concento deU’ ultime voci', fi porrà ogni fiudio, per vefiirle di
tutti quegli ornamenti , de' quali riccamente abbonda la Poefta , Vorrei
certo aver compofixione. d'antico Poeta , per darvene efemplo degno de'
voflri orecchi ; ma , poiché quefia mi manca, ricorro alla mia, qualunque
ella fi fia. Nell' Egloga feconda il primo circuito, cb'é deU'ua modo, con-
tiene quelli verfi, de' quali 'I primo é ,
Poiché lafciammo ronorace rive ; e [ultimo ,
Con molto latte , c con non poca lana .
L'altro, cb'é della feconda maniera , poco meno fi flende , cominciando
da quello ,
LalTo mejlalfoyche ’l mio primo amore: e terminando in queflo,
Nè m'ha lafciato altro, che doglia , e pianto .
ove chiaramente vedete, non effer verfo, il qual fia fciolto ; anxi effervì
pochiffimi, che non abbiano tre notabili accenti, o pur due almeno, e tut-
ti bene infume tejfuti e legati . ^uali fieno le parole , ne lafcio altrui il
giudixio . Né pure in quel, che particolarmente Numero fi chiama, que-
fto Numero, che noi cerchiamo , confifle ; ma nella compofixione ancora,^
e nella maniera delle parole . E come é pofla la Materia del Poetico par-
lare nelle voci ; così la Fabrica di lui nel collocar quefie . B deU' una e
delP altra fono tre parti', dot, della Materia, le parole. Traslatc,le Nuo-
ve.
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LIBRO QUARTO. J7J
ve, t F Antiche", e della Fabbrica, ta Compof!xione,e la Leggiadria,e quel,
che propiamente Numero fi dice . T rateano più liberamente , che ^li
altri fcrittori , quelle parti i Poeti , come coloro , che cercano quel , che
quadra,ed empie gli orecchi", e diletta, e induce meraviglia. Né fi conten-
tano di quei numeri, alli quali, com' a neceffaria mifura del verfo cofiret-
ti fono d'ubbidire ; ma vanno con fomma dilìgeiv^a dietro agli altri , i
quali non fenxp certa legge giudicano, dover fi fiudiofamente ufare, come
gutlli,cbe non pur dalla fcelta delle parole, della qual s’é detto affai', ma
dalla vaghexxa, e leggiadria, e dalla giacitura di quelle procedono: per-
ciocché le voci , non folamente con quella ragione faran compofie , della
quale molto t'é ragionato , ( concioffiacofaib’ ella anche al giudicio degli
orecchi fi fottometta ) ma fi poferanno acconciamente o per la fltffd com-
fofitxtone, e di lor propio movimento, e fen%a sformo", o con qualche bella
maniera di parole, nelle quali fia tutta la leggiadria. Ma,benché della leg-
giadria,ch'è quafi forma,e lume del parlare,fi ragionerd,quando delC abi-
to diremo, del quale ilfuo dire adorna, e vefle il Poeta", pur non dif dice-
vole cofa fia,fe vi fe ne darà brevemente alcuno affaggio,per lo qual ve.
der pofftate, com' ella faccia nel verfo attamente cadere,e numerofamente
le parole : perciocché tati fono quelle , che fimili fono, e s'accordano dia
fine . Del qual modo fono tutte le Confonan\e, e fpccialmente ,
Mai non vb pib cantar , com’ io foleva ,
Ch’altri non m’intendeva ; onde ebbi feorno ;
£ puolTt in bel foggiorno elTcr tnoldlo •
£ le Ripetite ,
Tu marito , tu padre . E
Qui cantò dolcemente ; e qui s’aflTife ;
Qui Ci rivolfc ", e qui rattenne il paflb ;
Qui co’ begli occhi mi trafìlTe il core .
E quelle, che fono dell uno e delC altro modo ,
Qui tutta umile , e qui la vidi altera ;
Or afpra , or piana, or difpieiata , or pia j
Or vcAiriì oneftate , or leggiadria ;
Or manfueta , or dildegnofa , c fera .
le Contrappofle ,
Garzon con l’ali non pinto , ma vivo .
. Ite caldi fofpiri al freddo core . E
Non può far Morte il dolce vifo amaro ;
Ma ’l dolce vifo dolce può far Morte .
ifte mtdqfime. poi» ripetite effendo,a((ref(Mi( la leggiadria ',
Ma
Fabbrica:
I Compofizione
a Leggiadria.
ì Numero.
Del Numero;
che nafee dalla
leggiadiia della
Compoiizione.
Quali matiìerc
leggiadre fieno
Numerole per
fe IlelTe .
1 Simili uel fine
aVociRipetite,
'9 Simili ripeti-
é Cootrappofie
f Còntrappclfe
ripecite ,
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6 Rip«ite con
b Comparaiio-
iie.
7 Membra pari
licl diie .
Delle Fieiire-»,
ed Abi co del
parlare .
Diffinìzione di
t'ieura .
Specie di Figu-
re .
I Di Sentenze .
a Di Farole .
Delle Figure-»
delle Sentenze-»
varie Maniere .
1 Figure nell’
arcilìcio delia-»
fcnccnza .
Narrazione.
Kappieient»-
zionc.
l’iopofizione.
Digreflione.
Kicoriio .
Diffinìzione.
174 DELLA POETICA TOSCANA
I da man manca , e' tenne il cammin dritto ;
I tratto a forza , ed e’ d’Amorc feorto »
Egli in Gierufalem , ed io in Egitto .
Le Ripetite ancora divengono pià leggiadre » quandtt 1M t'aggiugne la
Comparazione ,
Non ebbe mai di vero valor dramma
Camilla, e l’altre andar’ ufe in battaglia
Con la iìnidra fola intera mamma .
Non fu s) ardente Cefare in Farfaglia
Centra ’l genero fuo ; com’ ella fuc
Contra colui > eh’ ogni lorica fmaglia .
E I quando le Membra del dire fono pari ,
Ne per fcreno ciel’ ir vaghe ftcllc ,
Nè per tranquillo mar legni fpalmati .
Nel qual Sonetto ogni membro i d’un verfo infin'a quellOf
Nè altro far^ mai , ch'ai cor m'aggiunga :
altro che quefìo , cb'é di due ,
Nè tra chiare fontane , e verdi prati
Dolce cantare ondle Donne , e belle .
Laonde eoncbiudiamo » ejfer da noi ben dtffivito il Numero , quando di’
ttmmo, ch'egli è quellO)perehè il verfo attamente corre, ed acconciamen-
te fi ripofa. Fir, Poiché del Numero ci fiam chiariti, che co fa egli fia, e
donde nafta, e tome’, rimane, che l'jdbito, e ’l vcflimento del parlare ci fi
dichiari , qual’ egli fia , e di quanti modi .Min. Ben veflito, ed ornato
quel parlare diciamo , che’ lumi delle fentenze , e delle parole illuflrano-
Ma f benché di molti modi fia la maniera d'alluminare la fentenza’, non-
dimeno quella , ehe Figura, e color di lei chiamiamo , è quella , che dal-
la femplice e comun forma del dire fi diparte, per pià fignificare . Né fi
dubita , che quegli ornamenti , che notò Cicerone t non fimo cbiarijfimi f
né vaglian molto a muovere l’animo dell' Vditore . Ma non pochi di loro
ad alcuni uomini dottijjimi , ed efercitatiffmi nel dire, par , che pià con-
tengano uno artificio di manifeflare la fenttnx<t,che certa bellezz<^ d' ador-
narla . Ma fieno o figure, o pià toflo vertà del parlare ; noi quel , che fi
difidera , lonfeguiamo ,fe la cofa narriamo brevemente ; e con le parole
innanzi agli ocihi la rechiamo , come dappoi diremo ; e come già prima
mi ricontar le maniere del narrare dicemmo , fe proponiamo chiaramen-
te CIÒ , che a trattare abbiamo ; fe da quel , che fi tratta , con qualche
bella digrejfione ci dipartiamo ; fe là, onde e’eravam dipartiti , ritornia-
mo f fitome nel medefimo luogo fi dimofirò j fe diffiniamo t qttcd'è j
* ■ ‘ T
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LIBRO QJJARTO. 57y
Ira è breve furore } e , chi no *1 frena »
£' furor lungo , che ’l fuo poffcflbrc
Spedo a vergogna , c lalor mena a morte . E
Femmina è cola mobii per natura . £
La Morte è fin d'una prigione ofeura. £
Che altro, ch’un /ufpir breve , è la Morte ì E
SI come eterna vita è veder Dio . £
Che per cofa mirabile s’addita
Chi vuol far d’Elicona nafeer fiume . E
Che bel fin fa , chi ben’ amando muore .
ftrciocch'é mirabil cofa il volere far d’Elicona nafeer fiume', ed è bel fine
il morir bene amando . Se ’l parer nojìro attamente dichiariamo t quafè, Dichlaraitone
Se del coniìglio mio punto ti fidi , * ’■ del parer noll^
Che sforzar pollo ; egli è pur* il migliore
Fuggir vecchiezza , e Tuoi molti fallidi .
lo fon difpolta farti un tal’ onore ,
Qual’ altrui far non foglio , che tu palli
Senza paura , e fenza alcun dolore . JS
< però chi di fuo fiato cura , o teme, •
Provegga ben , mentr* c l’arbitrio intero^
Fondar’ in luogo fiabile fua Ipcme .
Se t argomento acconciamente con la ragione cqnchiudìam j quoti » Dimollraiione;
Se gii» è gran tempo faftidita , e latfa , ' , , .
Se' di quel falfo , dolce fuggitivo ,
Che ’l nxrndo traditor può dar’ altrui }
A che ripon piti la fpcranza in lui ,
, Che d'ogni pace , e di fermezza è privo i
Mentre che ’l corpo c vivo , ...
Ai tu ’l freno in balia de’ penlìer tuoi .
Deh firignilo or , che puoi :
Che dubbiofo è ’l tardar , come tu fai ;
£ cominciUr non fia per tempo ornai ^
Se Compar a-zion facciamo delle fomiglianti eofe j di che t opere de' Poeti Comparaarone '
fon piene . Se ci ferviremo degli Ef empii : quoti , ' Efemplo '
Pon mente al temerario ardir di Serfe . £ * •
Vinfe Anniballe , e non feppe ufar poi
■■ Ben la vittoriofa fua ventura . £ ' ^ .
Ccfarc , poi che ’l traditor d’Egitto , £
Quel ^ ’ft Teffaglia ebbe le mao pronte ,
U
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Compartlmen'
to .
Prevemione .
Dtvìfioo< !
fncolpuìon?.
Ritorcer di cok
pa.
Purgationb'
Rttnovimento .
<li colpa .)
j7<f DELLA POETICA TOSCANA
; Se compartiamo , attribuendo a diverfi diverje cofe : com'i f
Da be' rami (cendea
Dolce nella memoria
Una pioggia di fìor fovra ’l so grembo .
Qual tior cadea su ’l lembo ,
Qual su le treccie bionde »
, Ch’oro forbito , c perle
Eran quel di a vederle .
Qual lì pofava in terra , c qual su Tonde «
Qual con un vago errore
Gridando parca dir > Qui regna Amore . B
D’intorno innumerabili mortali ,
Parte prefi in battaglia , e parte uccifì ,
Parte feriti da pungenti Arali . Ed
Alcun’ è , che rifponde a chi no ’l chiama j
Altri , chi ’l prega , fi dilegua , c fugge ;
Altri al ghiaccio fi Arugge ;
Altri di e notte la fua morte brama .
Se innanzi , che cominciamo a dire , prevegniamo ad ifeufarti : qual'é
Nè giammai lingua umana
Contar poria quel y che le due divine
Luci femir mi fanno .
Se dividiamo partitamente le cofe da trattare : quali ,
Canterò » com’ io viAì in libertate ,
Mentre Amor nel mio albergo a fdegno s’ebbe ;
Poi feguirò ficome a lui ne ’ncrebbe
Troppo altamente ; e che di ciò m'avvenne .
Se agramente incolpiamo : qual i ,
QueAi m’ha fatto men’ amare Iddio »
Ch’ io non devea ; c men curar me AeAb ' * ;
Se rivolgiamo la colpa al no/iro avverfario; quali y
La colpa è voAra , c mio ‘1 danno , e la pena 41
Se ’n ciò fallain ;
Colpa d’Amor , non già difetto d'arte .
Se ci purghiamo ftujandone : qual i ,
lo temo si be’ begli occhi l alfalto .
O la colpa da noi rimovendo sì, che 'I fallir noflro non fi neghi: qualiy
Amor* io fallo , e veggio il mio fallire . £
1 ho pregato Amor’ « c oc ‘1 riprego »
^Jie
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J77
LIBRO QJJARTO.:
Che mi fcufi appo voi .
0 che pur del tutto fi neghi : quafè ,
Io no 'I di{Ti giammai • nè dir porla .
Se ciò facciamo con giuramento t quaVè ,
S’ il di(Ti mai ; ch*i venga in odio a quella
Del cui amor vivo ; e fenza ’l qual morrei .
Se ampliamo , ftgnifìcando più di quel , che fi dice : coni è t
Qual non il vedrà mai fotto la Luna >
Benché Lucrezia ritornaffe a Roma .
Uon atcrcfccribbe l'eccellenza della fua Laura il Petrarca » s’egli non
rote/fe , che lintendeffe , la Romana Lucrezia ejfere fiata di tutte la più
eccellente . E innalzando fopra il vero : qual' è >
Senz’ acqua il mare , c fenza (Ielle il cielo
Fia innanzi , ch’io non Tempre tema, e brami .
’^anto era fopra ogni altro il timore ,e'l difidcrio di lui ; fe quel, ch’é
impoffibile , prima farebbe , che l'uno e l'altro in lui punto mancaffe. Ben
che queflo accrefeimento, ed eccejfo da' Greci Iperbole chiamato, fi pon-
ga nel numero di quei modi, che mutano il parlare: sì come da noi giù s'é
detto . Ma delP ampliare fon molte maniere : perciocché aumentando an-
diamo talmente, che di grado in grado afeendiamo a quel , ch'è quafi fo-
pra il fommo t come fa il Petrarca nella Canzone ,
Queir antico mio , dolce, empio Signore .
perciocché gran bemfciofu (l’Amore verfo lui l'averlo tolto dalt arte di
vender parolettc, anzi menzogne-, e da quella noja al fuo diletto: e mag-
giore l'averlo accefo dell' amor non d'una anelila , ma d'ima sì rara , ed
eccellente Donna , qual non fi vide mai fotto la Luna-, e fatto sì atto fa-
lire , che tra caldi 'ngcgni ferve . Sopra quefio poi fu , che da mille atti
inonefii lo ritrajfe, che mai per alcun patto a lui piacer non poti cofa vi-
, le . Onde , quanto ha del pellegrino , e del gentile , da lei viene-, e da lui
jì, ch'è in grazia, dappoi che lor conobbe,a Dio ed alla gente. Ed era ciò
veramente bene grandiffimo . Ma quefio è quel, che tutto avanza ,
Da volar fopra ’l del gli avea dac’ ali .
Fajfi qiiefla fiala d'andar fopra il fommo più brevemente ; qual'è ,
Quell’ onorata man , ch’io fecondo amo .
cioè , uopo il VI fi : di fimma bellezza effondo la mano , come quella f
In cui ogni arte , e tutti loro (ludi
Fofer Natura , e ’l Cicl , per farli onore .
Di quanto più tfjcr dovea il vifo , dopo il quale egli amava la mano ? e,
qual'è appo Firgtho ,
Bbb Del
Giuramento.
Ampliamento
di molti modi.
I Con la Signi«
£ea7ione niag>
giure .
a Con Mperboa
le.
3 Con andare.^
lopra il Som»
mo,
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37» DELLA POETICA TOSCANA
Del qual non era pitv leggiadro , e bello
Altro , che l’alto , e valorofo Turno .
4 Con accrefeer Somma cofa era, ihe niuno [offe più bello di lui', ma, che altri tavan:(i,{
con la Compa- fopra quiflo . Aumentiamo ancora con la Comparazione : qual' è ,
razione . mortai terra caduca
Amar con si mirabil fede foglio ,
Che dtvrb far di te cofa gentile ì
f in quella mia Canzone ,
Alma , ed antica madre . *
nella qual s'antipone la vittoria di Carlo y. Imperadore a tutte taU
tre,
Que* , che portar divina
Gloria di pellegrina
Terra , a’ foprani onori
Alzafli ; or quella gloriofa pruova ,
Quella vittoria nuova,
Italia bella , quanto , e come onori 2
E venendo particolarmente a Scipione Africano ,
In chiaro guidardon , nome felice
Del vinto luogo ottenne ,
Qual per addietro a niuno altro avvenne :
Qual nome avrà collui
Via maggior di colui 2
E nel Trionfo del Tempo , quanto ft fa grande l'ira, e t'invidia del Sole
verfo i mortali ì
De' quali veggio alcun dopo mill' anni
£ mille c mille pili chiari , che ’n vita ;
Ed io m’avanzo di perpetui alFanni .
5 Col difeorfo ragione ancora ci mena a quel, che fi vuole ampliare, da una cofa un\
dalle coli , che altra cogliendo : qual'è , ^
Come cortei , eh’ io piango a l’ombra , al Sole ',
£ non mi (lanca primo fonno , od alba .
Di quanta forza fojfe l’affetto di Amore , e come faldamente regnava in
lui, di qui fi conofee', che notte e giorno, e la fera e la mattina piagnen-
do, non fe ne fiancava . E da quel Sonetto ,
Fomrai , ove ’l Sol’ occide i fiori , e l’erba .
perciocché né luogo, hé tempo, né ora, né fiagione, nè fortuna,né v\ta,nè
morte l’avrebbe punto mutato da quel, ch’egli era . E da quefla Ballata,
Perchè quel , che IQÌ tralTc ad amar prima >
Al-
(c£UÌUllO .
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LIBRO QJJARTO.
Altrui colpa mi teglia ;
Del -mio fermo voler gili non mi fvoglia .
l'erciocchè nè per morte , nè per doglia
Non vò j che di tal nodo Amor mi fcioglia .
i da molti altri luoghi, i quali,a chi li cerca, agevolmente trovar fi fan-
no, e tutti da quel, che fegue; fi come da ciò,che ne va innanzi, s' intende,
qual' e quanta fa la coja futura : qital'é ,
Poiché quell’ ebbe detto , difdcgnando
Riprefe il corfo più veloce aflai ,
Che Falcon d'alto a fua preda volando.
onde antivedere fi potea, quanto rfjer dovefje tofiana,e grave la rovina del-
le cofe mortali. Aggiugne gloria al vincitore la loda del vinto: qual'è,
Mille ) e mille famofe , e care falmc
Torre gli vidi , c fcotcrgli di mano
Mille vittoriofe e chiare palme . E
Tornava con onor da la fua guerra
Allegra , avendo vinto il gren nimico ,
Che co’ fuo’ inganni tutto il mondo atterra.
Meravigltofa, e fopra ogni altra degna di laude fu la vittoria di Madon-
na Laura,avcndo ella vinto il vincitore di tutto il mondo. E veramente.
Era miraeoi nuovo a veder quivi
Rotte Tarmi d’Amor , l’arco , e faette ;
£ qual morto da lui * e qual pres’ ivi .
Crefee altresì la loda di colui, ch'i lodato da perfona degna di laude : fi-
come nel Sonetto ,
Reai natura , angelico intelletto .
avendo il giudtcìofo Re antipofta la bellezza di Madonna Laura a tutte
r altre, qual' e quanta ella fi dee penfar,che foffeì Che diremo degli Stru-
menti, e delf armi ì Non dimofirano il valore , e la grandigia di colui,
che fiifa ì qual fu lo feudo d'A)ace , e l’afta d‘ Achille , e la lorica di
Giove ,e la mazz^t d'Èrcole ',e’l pino, al quale s'appoggiava Polifemo .
Adduce la mente noftra alla meraviglia d’alcun fatto la Comparagtone
delle cofe : qual'è ,
Non con altro romor di petto danfi . E ,
Non fan si grande > e si terribil Tuono . E
Non corfe mai si lievemente al varco . E
Non ebbe mai di vero valor dramma . £
Non fu si ardente Cefarc in Parfaglia .
Se quefle coje terribili , e grandi , e mirabili erano inferiori a quell'atto,
b b b a nel
\
6 Dalle cofe_>,
che vanno ìn'»
nanu .
7 Dalle lode>
del vinco .
8 DalTeccelIen-
za della yesfo-
iia>che lauda.
f Dagli Stru-
menci .
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380 DELLA poetica TOSCANA
nel qual' Amore per lo valore di Madonna Laura vinto rimafe\quaV effèr
to Dal radunar quegli , e quanto devea l Aumentiamo ancora coft radunare molte cofe
molte cole jo- ijjfieme ,
Non freme cosi ’I mar , quando s'adira ;
Non Inarimc allor , che Tifeo piagne >
Non Mongibcl , s’Enteiado fofpira .
perciocchc', fc ctaftuna per fe empie di meraviglia , che faran tutte in/ie~
n Dalragunar meì E fimi Intente con una ragunan^a di parole, e di fenten%f'. qual’ è,
parole, c feiiteni Xu marito , tu padre ;
*e luficme , foccoi fo di tua man s’attende . E
Lafeiato ai , Morte , fenza Sole il mondo
Ofeuro , c freddo ; Amor cieco , ed inerme >
Leggiadria ignuda , le bellezze inferme ;
Me fconfolato , ed a me grave pondo ;
Cortelìa in bando , ed ondiate al fondo .
Il Gradando te Faffi altresì Ì ampliamento , le parole d’ una in una pi H altamente ere-
parole di uiia_» fccndo : quali è ,
in mia. ^ 17^ .• r j
Vegghio , penfo , ardo , piango ,
nel Canxpniero del Petrarca : e nel mio ,
Re degli altri , fuperbo , invitto augello
Diminuimen- Co» altrettanti modi [cerniamo . Di che farete contenti , che vi fi diena
to di altrettanti pochi efempli : qual’è ,
• Ed a voi armata non moflrar pur l’arco .
guanto meno ardir' ebbe d'andarle incontro , 0 di ferirla ì E
Che pietà viva , c ’l mio fido foccorfo
Vedem’ arder nel foco , c non m'aita .
S'ella,ch'è pietà viva, e ’l fido foccorfo di lui, non f aita', quanto mtn fia,
chi ajuto le dia ì Belliffimo diminuire è quel del Sonetto ,
Nè per fcrcno elei' ir vaghe ftellc ,
perciocché ,fe ninna di quelle cofe gli piace ,
Nè altro farà mai , ch'al'cor gli aggiunga ,
Fardo di molte che farà mai , onde pojfa diletto fentire ì Molto ancora diletta il fafeia
colè I di molte cofe : qual'é ,
Grazie , ch’a pochi ’l ciel largo deftina . £
In nobil fangue vira umile , e queta .
e qual' è quel dell'Egloga mia , da me pur dianzi allegato , j
Poiché lafciammo l’onorate rive . E ,
LafiTo me , laffo ; che ’l mio primo Amore . I
Dimorania , £ 7 dimorar vagamente nella medcfima fenten^a ; quali ,
Amor ì
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LIBRO QJJARTO.
Amor m’ha porto , come fcgno , a rtrale .
M I vplgetft intorno ad una cofa in divtift modi : quatè ,
Pace non trovo , c non ho da far guerra . Ed
O fiera petVe, o difpietato moftro .
£ 7 ripetere una medefìma cofa non in una maniera ; aual'è .
Poiché fuo fui , non ebbi ora tranquilla , ^
Mè fpero aver ; e le mie notti il Tonno
Sbandirò j e pih non ponno
Per erbe , o per incanti a fe ritrarlot
Per inganni , c per forza è fatto donno
Sovra i mici fpirti ; e non fonò poi fquilla
Ov’ io lìa in qualche villa ,
Ch’io non l’udirtì .
perciocché il non avere mai ora tranquilla, e lo sbandire del tutto il
»... V , rtvj!:.»
mai non ripofare , fignificano . Ma , come fi porterà il Poeta a mun-rr «
fc Mf ì s, ,onv„rJ , .k/fiL ,J,'l ,T‘nciZT7,„
Italia mia ,
ma fpecialmente in quei luoghi i
Vano error vi lufìnga ;
Poco vedete , e parvi veder molto . E
Voirra mercé , cui tanto fi commife ;
Vortre voglie divife
parte .
JVé d adirar ft ; quaPè ,
Ecco s un’ uom famofo in terra ville ;
E di fua fama per morir non efee ;
^e farà de la legge , che ’l ciel filTc ì
e quel, che feguita . Né di moflrar dolore, e [degno ; quati i
Oims laflb , e quando fia quel giorno > ^ '
Che mirando il fuggir degli anni miei ,
cica del foco di si lunghe pene ì e
Deh quanti diverfi atti .
Nè di contrifìarfì • qual'è ,
Ma io , che debbo altro , che piagner Tempre * '
® f^nza te fon nulla ì
Vii or fofs’ io fpcnto al latte ; ed a la culla
» Adìrarfi,
i Sdegnarli.
4 C^ntriflifft
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f Minacce ^
J8z DELLA POETICA TOSCANA
Per non provar de ramorufe tempre .
Nè di minacciare • cjHaCé f
Si mufle , e cii(Tc ; o tu Donna , che vai
Di gioventure , e di bellezza altera j
£ ’l termine di tua vita non fai.
<! Iknemmie. Nè di brflemmiare : cjuat è ,
£ maledico il dì , ch'i vidi il Sole . E
Deh fentir polli le perpetue pene.
Com' io dijfi nella Camene ,
O cieco mondo .
7 Voto . Nè di far Voto : qual è ,
Se del mio llato alTai mifero , e vile
Per le tue man rifurgo ,
Vergine , i facro , e purgo
Al tuo nome e penfìcri , e ’ngegno, e ftilc .
8 Preghiera, ® preghiera : come fec io in quei Sonetti ,
Apollo , fé l’amate chiome bionde .
Ke de le (ielle , e di quel nobil coro .
Vergine bella , in cui poter (1 diede .
Se ’n ciel ti godi degli eterni onori .
9 Difio. Nè di difiare : qual' è ,
S’io efea vivo de’ dubbiofi fcogli . E
Così ci fofs' i intero , c voi contento .
Ch'or fofs' io morto al latte> ed a la culla .
10 Altro modo Nè di pregare : qual’ è y
di piegare. Piacciati ornai col tuo lume , eh’ io torni
Ad altra vita, cd a più belle imprefe . E
Per Dio quello la mente
Talor VI muova .
11 Chieder pre. Nè di chieder pregando ,
gando , Per lo tuo Scipione , c per cortei ,
Cominciai , non t’increfca quel, eh’ io dico .
la Su^^Mcxùo. Nè di fupplicare tquoT è y
ne . Vinca ’l cor vortro in Tua tanta vittoria
Angel nuovo lafsù di me pìetace .
1} Dimanda^ Nè di demandare con preghiere: qual’ è >
con preghiera. madonna , difs’ io , per quella fede ,
Che vi fu , credo , al tempo manifeda ;
Or più nel volto di chi tutto vede ;
Cicov-
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X4 It'prcnfioflc;
LIBRO (iJJARTO;
Creovvi Amor pcnfier mai nella tcAa i
Uè di riprendere altrui : quaCè ,
O cicchi ) il tanto affaticar che giova .
Nè di riprender fe fleffo : quaVi ,
Che parlo • o dove fono • e chi m'inganna
Altri , ch’io fleffo > e '1 difiar foverchio ì E
Che pur’ agogni ì onde foccorfo attendi ì
' Mifera non intendi ,
Con quanto tuo difnore il tempo paffa ?
Nè di fpronare ; quaC è ,
Prendi partito accortamente > prendi . E
Fuggi, o fciocco, fuggi , e vanne al varco i
Ond’ è fìcur , non pcrigliofo il falto .
Sì fom' io diffi in quel Sonetto ,
Per quefli alpcffri, e tenebro/! chio/lri .
Nè di confortare : quat è ,
Piagnete Donne , e con voi pianga Amore
Nè di comandare : quaVè ,
Fuggi ’l fereno , e ’l verde ;
Non t’appreffare , ove fia rifo , o canto
Canzon mia , nb ; ma pianto . K
Ite caldi fofpiri al freddo core ;
Rompete il ghiaccio , che pietà contende
Nè di meravigliarfi : quafè ,
O roifera , cd orribil vifìone ,
E’ dunque ver , che ’nnanzi tempo fpcnta
Sia l’aima luce ì E
Qui com’ io venni , o quando ?
Nè di fidare, che latinamente Exclamarc fi dice : quafà
Ahi ddlorofa forte ,
Lo flar mi flrugge , c ’l fuggir non m’aica. B
O mondo , o pcn/ìcr vani ,
O mia forte ventura t a che m’adduce i
O di che vaga luce
Al cor mi nacque la tenace fpeme , £
O veramente fordi , ignudi , e frali ,
Poveri d'argomento , c di configlio ,
Egri del tutto , c mifcri mortali .
Nè d'acclamare: ufo la voce Latina^ perciqccbè non Chq Volgare :
\
ij Sprono i
16 Confòrto.'
17 Comanda^
Q»nto .
i8 Meraviglia,
ip Gridare
. *0 Acdamaalo»
■> ue,
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ai LamcDCOt
il Pen/ìerl di'
verfi.
j84 della POETICA’ TOSCANA
Felice l'alma , che per voi fofpira . R
Tanto da la falute mia fon lunge . E
Tanto è '1 poter d’una prefcritta ufanza. B
Quante fperanze fé ne porta il vento . E
Beati i fpirti , che nel lommo coro . E
O felice colui, che truova il guado. E
Beati gli occhi , che la vidcr viva . £
BeatilEma lei , che Morte ancife . £
Beata fé , che pub beare altrui . £
D’error sì nuovo la mia mente è piena. £
SI dolce lume ufcia dagli occhi Tuoi .
JW di latnentarft : qual' è ,
Ahi Morte ria , come a fchiantar fc’ prefta , >
11 frutto di molt’ anni in sì pocb' ore ^ £
Oimè , perchè sì rado
Mi date quel,dond’ io mai non fon fazio ì
Perchè non piti fovcnte
Mirate , qual’ Amor di me fa Grazio ì .
£ perchè mi fpogliate immantenente
Del ben , ch’ad ora ad or l’anima fente ì E
O natura pietofa , e fera madre ,
Onde tal polTa, c sì contrarie voglie
Di far cofe , c disfar tanto leggiadre ?
D’un vivo fonte ogni poder s’accoglie ;
Ma tu , come ’l confenti, o fommo Padre ,
Che del tuo caro dono altri ne (poglie ì E
Or’ ai fatto TcAremo di tua podà,
O crudel Morte ; or’ ai ’l regno d’ Amore
Impoverito ; or di bellezze il fiore ,
E ’l lume ai fpento , e chiufo in poca foffa .’
Né di far diverfi penfnri nel diliberare : jicome mila Canx^one ,
Lafio me , eh’ i non so , in qual parte pieghi
La fpeme , ch’è tradita ornai pih volte.
e in qtall' altra t
1’ vb penfando , c nel pcnlìer m’alTale.
nell' ultima (ian^a della quale concbtudc ,
£ da l’un lato punge
V ergogna , e duol , che ’n dietro mi rivolve j
Da l'aiuo non m’alfolvc
Un
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LIBRO quarto.
Un piacer per ufanza in me si forte ,
lì AocfefcìiDc-
to con la com>
parazione .
»4 Soccomet-
tcrfi .
Ch'a patteggiar n'ardifce con la Morte .
E nel Commiato t ' . >. >
Che con la mone a lato
Cerco del viver mio novo conlìglio ;
E veggio ’l meglio , ed al piggior m’appiglio.
Nè d’accrefeere con U comparai^ione : tjual’ è ,
E farci fuor del grave giogo , c afpro «
Per cu’ i ho invidia di quel vecchio fianco ,
Che fa con le Aie fpalle ombra a Marocco . E
Ch'io porto invidia ad ogni cArema forte.
Sì era infelice it fuo flato , che a lui ogni eflrema forte antiponea. E
M’affliggon si , ch’io porto alcuna volta
Invidia a quei , che fon su l'altra riva.
Nè di lottometterft altrui per farlo piti odiofo, fe la pietà no ’/ tftuove
qual'é ,
lo non fu* d’amar voi lavato unquanco . E
Se voi poteAe per turbati fegni . £ ■
Non perchè mille volte il di m’ancida ,
Pia, ch’io non l'ami , c ch’i non fpcri in lei ;
Che t s’ella mi fpaventa , Amor m’afiìda . E
Nè della a me per tutto ’l fuo difdegno
Torri giammai , nè per fembiante ofeuro
Le mie fperanze , e i miei dolci fufpiri . E
Del lungo odio civil ti pregan line .
Ma , fe gli Affati faran piacevolit ed umani ; quel , che fi diràt fia poflà ì Delle Fipira
nel commendare : qual' é y
Qj^nd’ io movo i fufpiri a chiamar voi >
£ ’l nome, che nel cor mi fcrilTe Amore . E
Quando fra l’altre Donne ad ora ad ora . E
Se Virgilio , ed Omero avetfen vifto .
* ’/ più del Canxpniero del Petrarca. E nelle profferte : qual’é t
Mille fiate , o dolce mia guerriera.
£ nel promettere : qual é ,
Poiché portar no ’l poflb in tutte quattro
Parti del mondo ; udrallo il bel paefe ,
Ch’Apcnnin parte , e ’l mar circonda , e l’Alpe .
ove ancora fi lauda l'amata Donna. E nel concedere quelycbe fi difidera : 4 Concefllone,'
quaPè f
C c c Poi
de’ coAiimì, ed
a^tei piacevo,
li .
I Commendare,
t Proffèrte .
} Promeflè.
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5 Scufa.
6 BenivoJenU.
7 Perdonare*
J Gratitudine*
9 Ubbidenza.
IO Ammonizio*
ne .
li Lufìnghc.
Il Ringraziare.
■ j86 DELLA POETICA TOSCANA
Poi diifc forpirando , mai divUb
Da te non fu ’l mio cor , nè giammai fia .
Nel rimettere , e nello fcufare , ftcome per molti efempU s'è dimoflrato .
E nell' aceiuiflar benivolen%a ; quaté ,
O E)onna ringoiare al fecol noftro . E
Che cofe fìcn cos) leggiadre , e belle ì
Perdonando ancora Caltrui benivolen^a n'acquijìiamo : qual' è «
Poiché Madonna da pierà commolTa
Dcgnb mirarmi ; e riconobbe } e vide
dir dì pan la pena col peccato $ ,
Benigna mi tidulTe al primo Aato.
E ricoiìcfcendo il benifìcio ricevuto : qual" è ,
La frale vira , ch'ancor meco alberga ,
Pu de' begli occhi vodri aperto dono. Ed
Onde s’alcun bei frutto
Nafcc di me ; da voi vien prima il feme. E
Da lei ti vien Tamurofu pcnlìero . ■ :r'’i j. .
E moflrandoci pronti ad ubbidire : quaPi ,
Del mio cor Donna , l'una e l’altra chiave
Avete in mano : e di cib fon contento
Freno di navigar’ a ciafeun vento.
Ed ammonendo ; qual è ,
Canzon’ , io t'ammonifeo . E
Però chi di Tuo (lato cura , e teme ;
Proveggia ben , mcntr’ è l’arbitrio intero ,
Fondar’ in luogo ftabile fua fpeme . Ed
Or vi riconfortate in vollrc fole ,
Gioveni , c mifurate il tempo largo ;
Che piega antiveduta aflai men dole . R
Non fate contra ’l vero ai core un callo •
E luftngando : qual' è >
SI come eterna vita è veder Dio. E
Dolci ire , dolci fdegni , e dolci paci .
E grafie rendendo : qual'è ,
Ringrazio lui , che’ giudi pricgKi umani
Benignamente fua mercede afcolta . E
Lumi del ciel , per li qual’ io ringrazio
La vita , che per altro non m’è a grado . E
In atto , ed in parole la ringrazio
Umi-
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LIBRO QJJART07' J87
' Umileincntc .
E le for%e del noflro ingegno, e la facoltà noflra fcemando; qnaP è ,
Piìi volte già per dir le labbra aperfi ;
Poi rimafe la voce in mezzo ’l petto . E
Ma (jual fuon poria mai falir tant aito ì E
Piti volte cominciai di fcriver verfi ;
Ma la penna , e la mano , e rintclletto
Rimafcr vinti nel priinier' aflalto .
E fopportando ; , ’ •
Indi e manfuetudine , c durezza ,
£d atti feri , e umili , e cortefi
Porto egualmente ; nè mi gravan peli ,
Mè Tarme mie punta di fdegni fpezza . - : • • •
E mitigando ; quaCi , > \
Cantai , or piango ; e non mcn di dolcezza •<
' Del pianger prendo , che del canto prelì. E
E tempra il dolce amaro , che n’ha oflfcfo ,
Col dolce onor , che d’amar quella ai prefo. E
Pur mi confola , che languir per lei
Meglio è , che gioir d’altra : e tu mc’l giuri
Per l’orato tuo tirale ; ed io te ’l credo .
E ftgniftcando quel, cb'è dell" animo pietofo, e delt umano, e del benigno
e injomma quel, ch'é d’una gentile, ed amorevole natura : perciocché af-
fetti d' Amore , e di Pietà fon quejìi ,
Nc mai pictofa madre al caro figlio . E
Se per falir’ a Teterno foggiorno
Ufeita è pur del bell’ albergo fuora ;
PriegO) non tardi il mio ultimo giorno . Ed <■
O vivo Giove ,
Manda, priego, il mio in prima, ch’il fuo fine. £
£ dice , dal fcrcno
CieT empireo, e di quelle fante parti
Mi modi ; e vengo lol per confolarti. E
1 piango ; ed ella il volto
Con le Tue man m’afciuga ^ e poi fofpira
Dolcemente , e s'adira
Con parole , che i fadì romper ponno .
Ornano affetto , e piacevole é fimiimente il chieder perdono : qual' è i
Ond’io cheggio perdono a quede frondi . Ed
C c c z Or
ij Diiniini*io*
ne della iiollra
facoltà .
14 Sofferenza.
15 Mitigare.
ig Signìlìcazio*
ne d’animo pie.
colo, e beiiigoo.
ir Chieder per*
dono .
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388 DELLA POETICA TOSCANA
Or fa ’l men , ch’ella il fenta , ‘
E le mie colpe a fc ftelfa perdoni .
iS Uniil P«- -E pregare , m.ijfmamcnte ove fta poco q'icl , che fi chiede : qiuN j
ghiera . Non prego già ; nè puotc aver pui luco >
Che mifuratamentc il mio cor’ ardi ;
Ma che fua parte abbia cortei del foco . 2
Me riponete > ove ’l piacer fi ferba ,
Tal ch’io non tema del nucchier di Stige ;
Se la preghiera mia non è fuperba .
19 Difendeie 1’ £ ’/ difendere Vcrror giovcmle qual'è ,
erróre . ' Che ’n giovenil fallire è men vergogna . E
Madonna , il manco piede
Giovcnctto pos’ io nel coftui regno .
Manco , in biafimo del fuo awerfario j e Giovcnctto « ad ifiufare fé
»o Muover tifo, fieffo- B 'I muover rifa, cerne fogliono 1 Comici, {di che nel fecondo Ra-
gionamento s'é detto affai : quali anche fono gli Eroici conviti di Virgi-
lio, e di Omero) e i Melici de' Lirici antichi . E ’l Petrarca meraviglio-
li Allegrerà, fa allcgrexXP deferive in quel Sonetto ,
Ma , poiché *1 dolce rifu umile , e pjano .
E lieto fi moflra in quefto ,
Quando fra l’altre donne .
t in quello >
lo piani! ; or canto .
E felice fi tiene in queir altro ,
Cantai ; or piango .
4 Delle Figure Sono, oltre a qucjie già dette , altre 0 figure del dire, 0 vertù : conciò fia
che propiamen- illuJiriamo,e dinanzi agli occhi poni amo ,e t'immagini delle cofe aper-
tamente rapprefentiamo , quando le cofe , e le voci , e gli atti , e t abito
tetae. delf animo , e le fembiangf del vifo diamo efpreffamentc a vedere . Ma
propiamente , e particolarmente figura di Jcnteirga fi dice , quando dalla
femplice e pura forma di parlare fi rimuove. J^ual cofa i tanto femplice,
e tanto comune, quanto è il dimandare ì quat è ,
Dimmi per cortefia , che gente è quella !
Nel dimandare Ma prende nuova forma per aver pià for-ga , quando fi dimanda , non
intendere cofa alcuna , ma per fare ifian%a , e punger l'avver-
^ fario : qual’ è ,
Dunque perchè mi date quella guerra l E
(I mici fofpiri a me perchè non tolti ,
Quando che fia ? perchè no ’l grave giogo 2 ,
Pcr-
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LIBRO, QUARTO. j8p
Perché dì , e notte gli occhi miei fon molli ì
O per pungere altrui , e feoprirt anche il vero : quafé f
Che fan qui tante pellegrine fpadc .*
Perchè ’l verde terreno
Del Baibarico fangue li depinga ì E
fondata in calìa , c umil poverrare
Cantra tuoi fondatori alzi le corna ,
Putta sfacciata ; e dov’ ai pofìo fpene ì
KegU adulteri tuoi , ne le mal nate
Ricchezze tante ì
0 per meraviglia : qual'è >
Quanto fìa quel piacer, fé quello è tanto ì Ed
Or che ha dunque a rivederla in cielo E
Qual mi fec’ io , quando primier m'accor/ì i
0 per dtiprex^o : qual'è , v
Qual vaghezza di Lauro, o qual di Mirto ?
0 per riprendere : quaf è ,
Che fai • che peni! ì che pur dietro guardi
Nel tempo , che tornar non potè ornai i
Anima fconfolata ì che pur vai
Giugnendo legne al foco , ove tu ardi ì E,
Qual colp|a , qual giudizio , o qual ddìino >
FalUdire il vicino
Povero; e le fortune afflitte, c fparte
Perfeguire ; e ’n difparte
Cercar gente , e gradire ,
Che fparga ’l fangue, c venda l’alma a prezzo ì
0 per lamentarfi : quaPè ,
Ov'é la fronte , che con picciol cenno
Volgea ’l mio core in quella parte , e ’n quella ì S
Non balta ben , eh’ Amor , Fortuna , e Morte
Mi fanno guerra intorno , c ’n su le porte ,
Senza trovarmi dentro altri guerrieri ì
0 per dolore, e fdegno : quaPè quel, che da me fì diffe,
£ tanto a nae le' difpietata , c ria t
ntl Sonetto ,
Pianta leggiadra , che ’n gentil terreno
ù per pietà : qual'è »
Oimc , perchè sì rado
Mi
» Per pungere.
3 Per meravi-
glia .
4 Per difpreuok
; Per riprende-
re .
6 Per lamen-
urfi.
f Per dolore, c
fdegno .
I Per pieci ,
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Jpo DELLA POETICA TOSCANA
Mi date quello » ond’ io mai non fon fazio ì ■ '
9 Per rimpro- ® ri”>proverare l'nltrui : qtMl'i , quel mio Sonetto J
verare. U Èa , ch'i lungi dal tuo fpirco ardente
Amor nc vada ì
Sitomc appo Seneca , Medea , ■
U volete , ch'io vada ì
10 Dimandar fe E molte varie maniere quejìa forma di parlare comprende : perciocché
fìcHo . dimandiamo noi fieffi , qual'è in quel luogo allegato ,
Che parlo ì o dove fono i
0 l'anima noftra ,
• Che fai, Alma ? che penli ?
1 1 Dimandar ^ fp^If^ dimandiamo quel , cb’é manifejìo ,
qiiel , ch’é nia« Non è quello il terren, ch’io toccai pria ì
"iViMii di cor- ^ ^^"^olta il dimandare é pieno di cordoglio, e di fdegné j qual'è ,
doglio , e fde- Che pih s’afpetta ? o che puote elTer peggio ?
• Che pii'i nel del* ho io, che ’n terra un’ uomo 2
A cui d’efler’ egual per grazia cheggio ?
1 } Pieno di me- ' meraviglia : qual è ,
raviglia. Com perde agevolmente in un mattino
Quel , che ’n multi anni a gran pena s’acquillaS
Figure nel ri- AV manca , che nel rifpondere alcuna figura non fta , o quando in noflra
?C^onen'^'’ itinanxi o. quel, che dimanda, ci facciamo: perctoethè appo il San-
nazaro dicendo un paflore ,
Furalli il capro ; ci ti conobbe a’ zaccari ,
rifponde l altro ,
Anzi glie ’l vini! ; ed ei non volea cedere
Al cantar mio.
» Alcun viuo 0 quando ad altrui alcun vizio imponiamo:qual'è nella medefrma Eglogdi
imponendo . Cantando glie ’l vincclli ? or con Galizio
Io non udi’ la tua fampogna (Iridere
Com’ agnel , ch’è menato al facrilizio ì
Nel rifpondere Nè poco leggiadramente nelle dimande alcuno a fe fìeffo rifponde; qual
a (è • S’Amor non è , che dunque è quel, ch’i fento i
1 u itau o. s’cgli è Amor ; per Dio che cofa , c quale ì
S'è buona ; ond’ è l’effetto afpro , e mortale ì
S'è ria ; ond' è si dolce ogni tormento ì
1 Rifùfando. 0 rifufa quel , ch'egli medefma contrappone : quali ,
In quella pafTa ’l tempo , e ne lo fpccchio ,
Mi veggio andar ver la Ilagion contraria
A Tua
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LIBRO QJJARTO.
A Tua Impromefla » e a la mia fperanza .
Or fia , che pub : gili fol’ io non invecbio :
Già per etace il mìo delir non varia. E
Che giova dunque y perchè tutta fpalme
La mia barchetta , poiché ’n fra gli fcogli
£' ritenuta ancor da ta’ duo nodi 2
contra tjuel y che gli s'opponeva > a confortarlo y che lafctaffe il difìderh
d'acquifìar fama > e tamorofo di fio . Talvolta opponiamo noi ftejji quely
ch'altri oppor ci potrebbe ; e toflo foggingniamo partitamente y in quejiq
modo y
Tom’ io lè gih tra la perduta gente y
Ivi Tei : torni al ciel da lacci fciolto i
Ivi t’ho ’nnanzi ; prenda l'ali, e ’nvolto •
Da piume giunga a l’ultimo occidente ;
Quivi tua delira man m'arriva , c duce .
Coi»’ io difft nel Sonetto y
U fia , eh’ io lungi dal tuo fpirto ardente .
Gii occupiamo anche innanzi quely che oppor ci fi potrebbcy o prevenen-
do ciò y che imprendiamo a dire : quaf i y
Già di voi non mi doglio
Occhi fopra '1 mortai corfo fereni y
di lui , ch’a tal nodo mi dillrìnge . B
Bench’ io lìa terra , e tu del ciel Regina , R
Non guardar me , ma chi degnò crearme .
0 confejfando apertamente : qual’è ,
Io no ’l polio negar , Donna , nè nego . B
Ma pur’ in te T’anima mia£ fida. ^
Peccatrice , io no ’l nego ,
Vergine , ma ti prego ,
Che ’l tuo nimico del mio mal non rida.
O prepariamoy dichiarando la cagione di quel y che facciami t quaf è i
Non perch’ io non m’avveggia ,
Quanto mia laude è ingiuriofa a voi :
Ma contraliar non pollo al gran diTio .
ji queflo capo ancora fi riduce, quando fi predice i qual’é y
'Taciti sfavillando oltra lor modo '
Dicean ; o lumi amici , che gran tempo
Con tal dolcezza felle di noi fpecchi ;
11 ciel n’afpcttaj a voi parrà per tempo :
Ma
ì Disponendo, «
lOJggiUgtKudo.
Anticipare.
1 Prevencudo.
a Confeflando.
Preparare :
1 Dichiarando
la cagione .
t Prcé'cenjo.
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I
Amniciidare.
Dubitare,
Comunicare.
Conceder con
Ironia .
I lìialimando.
;px DELLA POETICA TOSCANA
Ma chi nc nrinfe qu) , diflbive il nodo ;
E ’l voftro, per farv’ ira» vuoi, che ’nvecchi. B
Dicean lor con faville onefle , e nove ;
Rimanetevi in pace , o cari amici :
Qu^l mai pih nò , ma rivedrenne altrove
lo non te ’l potei dir’ allor , nè volli ; E
Or te ’l dico per cofa efperta , e vera ,
Non fperar di vedermi in terra mai .
E quando il detto s' ammenda : qnaCè ,
Se la preghiera mia non è fuperba .E
Se tanto viver pub ben culto lauro . ‘B
Benché di si bel fìor fìa indegna l’erba .
E fpecialmente quando alcuna parola fi corregge : quaN quel, ch'io dijji,
È mal d'inferno il ben del Faradifo ,
S'è Faradifo in terra alcun foggiorno
Fuor del tuo volto adorno .
E quando fi dubita : quaCé , ,
Che debb’ io far? che mi configli. Amore ? E
Quai iìen’ ultime , laflb , e qua’ fien prime ?
Colui , che del mio mal racco ragiona ,
Mi lafcia in dubbio ; sì confufo ditta . E
Me so , fe guerra, o pace a Dio mi cheggio. E
Laflo me , ch’i non so , in qual parte pieghi
La fpeme , ch'è tradita ornai pib volte. Ed.
Or fìa giammai , che quel bel vifo fanto
Renda a quell’ occhi le lor luci prime,
(LafTo, non so , che di me Iteflb eflime)
O li condanni a fcmpitcrno pianto .
TaCè fmilmente , quando comunichiamo , conte fe con alcuno ti COnfi-
gliajfmo; quaVè quel, ch'io diffi , yirgilio imitando ,
Che devea far ? nè la vezzofa Alcippe ,
Nè Filli avea , che racchiudeffe in cafa
Tolti dal latte i puri , e bianchi agnelli .
Simile a quiflo in parte J quel , che dtfje il Petrarca ,
Che pufs' io far , temendo il mio Signore ,
Se non flar feco inlin’ a l’ora eflrcma ?
Talora concediamo , biafmando , e riprendendo : quoTi ,
Ite fuperbi c miferi Crifìiani ,
Confumando l'un i’altru : e non vi cagliai
Chc’l
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LIBRO QJJARTOi m
Che ’l fepolcro di Crifto è in man de’ canij
0 rhnpTOvcToTido : tjMl fattbbc id iwituxiOH di Fif^iliOf
Or nc va , p&nti a le fttichc ingrate ;
Va rompi , e fpargi le Tirrene fchiere ;
Va difendi i Latini .
O fthernendo ,
Va pungi con parole afpre » c faperbe
L’alta vetth ; quelle rifpofle danno
A’ Rutuli i Trojan prefi due volte .
'^tfio foggiugntndo quel, che rifkfa le cofe contrappofie,
A giogo maritai non ti condufle
Uom mai di Libia ; anzi fpregia(li Jarba ,
E gli altri Re , de’ quali Africa abbonda ,
Africa ricca di trionfi ; or fia ,
Ma come al caro , e dolce amor contraili J
Talvolta concediamo ton grandiffimo cordoglio : quaP é i j LamencandQ,
Or’ ai fatto l’cflremo di tua pofla ,
O crudel Motte ; or’ ai ’l regno d’Amorc
Impoverito ; or di bellezza il fiore «
E ’l lume ai fpento , e chiufo in poca fofla 2
E come da Virgilio fi difje ,
Or ai quel , che con tutto il cor chiedefii ;
Arde Dido , e l’ardore è giunto all' ofia ,
E fmulando , i Simulaodo ;
OrlalTia andare»
Che convien » ch’altri impari a le fuc fpefe
E difdegnando f 7 DildeEnandòj
Or vanne » c vivi nell’ eterno pianto .
Ma /[Mante volte alle cofe naturalmente untole diamo la voce ? ficome Piofopopeja di
Omero al cavallo ; Virgilio alla cenere di Polidoro j e l'uno e l'altro a’ ^ uan^Voce-»
fumi ; il Petrarca alle fiere, o pure agli augelli , in quel Sonetto , • • J cofe mfenfa.
A pis de’ colli . K.o ad animali
e all' arbore io in qutfio > ' ■ • ’
Io» che fuggendo a le Teflalich’ onde .
e al T evere nella Cannone ».
Rapido fiume » che d’eterna fonte .
Diamo anche forma, e volto alle cofe, che non hanno figura t ficome alla % Dando /òrma
Fama Virgilio ; alla Morte, ed alla Vita Ennio ; alla Fame , ed all' Invi- ad» chc_(
dia Ovidio i alla Riethex^a , ed alla Povertà Ariftofant ; alla Morte al- 1
D d d trai, , .
X Rimprove-
rando .
j Sdienieiido,
4 Soggiiigneiv
do la rjfucazio-
ne.
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394 DELLA POETICA TOSCANA
fresi f ed alla Fama , ad dimore , al T empo , alla Eloquen-i^a , ed alla
Sapienza il Petrarca , Ed io alla Pefie in una delle mie Selve Latinct
e in un altra al Piacere , ed alla Fertà . Parla il Petrarca alP Invidiai
come fe aveffe orecchie , in quel Sonetto ,
O invidia nimica di vertute .
• e alla Morte in quefto ,
Or ai fatto l'enremo di tua pofTa »
O crude! morte .
e alla T erra in quell' altro .
Quanta invidia ti porto, avara Terra .
3 Dimofirando ' ragionamenti degli uomini , come i cofìumi, come
i rapionameiiti, gli affetti , come i volti fi dimofirino : conciò fia che in quefie cofe tutta
prtffi de'^lf u^- ^ ^ ** quefii nofiri ragionari fiudiati ti fitama (Pinfe-
mjhii . com'elle fi deferivano . Di che fìaci particolar' efemplo ,
Un’ ombra alquanto men , che l’altre, irida
Mi fi fe 'ncontro , c mi chiamò per nome ,
Dicendo ; Quedo per amar s'acquida . E
Quel , eh’ Amor meco parla ,
Sol mi riten , ch'io non recida il nodo ;
Ma e' ragiona dentro in cotal modo :
Fon freno al gran dolor , che ti trafporta . E
Vidi un vittoriolb , e fommo duce .
E quel t che fegue . Ed -
Armate eran con lei tutte le fue
Chiare vertuti .
4 Introducendo f^rma ancora fimilmente riceve i ragionamenti delle finte perfo~
ragionamenti di ne ; quali fona, quando s'introducono gPlddii tra loro , o pure con gli no-
finte perlóac# ^ ragionare j e le trasforma'gioni , qtuli fono , quando Venere appo
VirgiUo fi vefie dell' abito tPuna Vergine Spartana cacciatrice , e In fi
trasfigura nella mogliere di Doride » ejifturna in Camerte , e Laura ap-
po il Petrarca >
Or’ in forma di Nimfa , o d'altra Diva >
Che del piii chiaro fondo di Sorga efea ,
E pongad a feder’ in su la riva .
E le vifìoni , e i fogni ; quali fono , quando Etter * quando Ancbife i
quando gP Iddìi T rojani nel ripofa della notte appari feono > e parlano ad
Enea , ed al Petrarca ,
J Con parlar Qn’ ombra alquanto men , che l’altre, irida .
P^spMhì^tt ^ trionfo della Morte ,e ne' Sonetti, e nelle Cav^pni pià voU
te.
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LIBRO QJJARTO.- ^P5
te .l'I parlar fnto d’aUuna perfona incerta > ofen'^a nome : qnaCè ,
Udj dir’ alta voce di lontano ,
i\hi quanti pa(Ti per la fciva perdi . Ed
Alcun dice , Beato l chi non nafce .
Notaft anche il parlare fen%a la prefenx^a della perfona : qual' i quel di
Firgilio ,
Qui de’ Oolopi } qui del fero Achilie
Eran le tende .
E quei del Petrarca >
Qui cantò dolcemente ; e qui s’affife ;
Qui lì rivolfe ; e qui rattenne il palTo :
Qui co' begli occhi mi tralìlTe il core . ,
Talvolta ft muta quel, eh' era della finta perfona nella forma del narrare,
che parlare obbliquo ft chiama : qual'é quel di Firgilio ,
Rcndcflè i corpi già dal ferro fpenti *
£ fparfì su per l’erba , e dar fepolcro
Lor concedeffe .
perciocché la finta perfona avrebbe detto ,
Rendici i corpi già dal ferro fpenti t
£ fpajrlì su per l’erba , e dar fepolcro
Lor ne concedi .
Talvolta rivoltiamo , o pungendo l'awerfario , ficome appo il mtdeft-
mo Poeta ,
Perchè $1 fpeflb i Cittadin già lalfì
Conduci in si pericolofo (lato .
0 beflemmiando ,
Lunge dal mondo, o Dei, sì fiera pefte .
O pregando ; qual'é ,
O vivo Giove
Manda , prego , il mio in prima » eh’ il fuo fine .
La qual preghiera allora é più compajfionevole , quando fi porge a nimi^
ci : quafé , quella Firgiliana ,
Ferite me , fe ’n voi piet^de ha luogo ;
T irate in me tutti i pungenti ftrali .*
Me prima occida il vollro ferro ardente .
Il che ancora facciamo gridando : qual'é ,
O grandi Scipioni , o fcdcl Bruto
Quanto v’aggrada , fe egli è ancor venuto
Rumor laggiù del ben locato ofizio . Ed
^Ddd z Oin-*
6 Con dimo*
Arare fetira
prerenzadella-i
perfona .
7 Con parlareji
obbliquo. .
Rivolgere il di-
re.
I Pungendo al-
trui .
a BeAemmian-'
do .
S Pregando.
4 Gridando*
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j Allegando in
tcAimonùnii.
6 Invocando.
Rimover l’ndi-
Core dalla cofa
propoiU .
Dimoftrai' di
temer peggio .
Recare intianai
agli occhi •
1 Sempltcemen*
te.
iCon la Coni*
parauone.
DELLA POETICA TOSCANA
O inconftanza dell' umane cofe . Bi
Ahi orbo mondo , ingrato . Ed
Ahi dolorofa force ,
Lo Aar mi Arugge , c ’l fuggir non m'aita.
Ed allegando in te{iitnonianx<t >
O poggi , o valli > o Àumi, o felve« o campi i
O tcAimon de la mia grave vita ,
Quante volte m'udiAe chiamar morte .
E invocando : quatè ^
O Calliope, io priego , che m’aiti .
Dipartiamo talora dalla cofa propofla il penfiero di colui ycb'afcolt* Il
che avviene , quando noi ftgnifichiamo avcr\ altro appettato : quafé ,
Mifero, a che quel chiaro ingegno altero,
£ falere doti a me date dal cielo 2
0 dimofìriamo temer cofa piggiore:quaCè nel fine di quella mia Can^pncp
Alma reai ,
£J ove alla Cannone fi rivolge il parlare ,
Chiuda Morte le mie luci mefehine ,
Che *1 morir toAo al mifero è bel fìne .
Trovanft altre forme ancora di rivolgere il parlare. Ma reehianio innati^
<:^i agli occhi , quando la cofafiejfa com' ella i fatta , coti dijiintamente,
e particolarmente moftriamo ; e talmente , che la figura di lei con le pa-
role ifpteffa vedere più- toflo , ch'udire ci fi faccia t quaté ,
Ne la Aagion , che ’l cicl rapido inchina
Verfo Occidente , e che ’l dì noAro vola
f A gente , che di U (brfe l’afpetta ;
VeggendoA in lontan paefe fola
La Aanca vecchiarella pellegrina ,
k Raddoppia i paAì , c pih c pih s’aArecta ,
£ poi così fulecta
Al lìn di fua giornata
Talora è conciata
D’alcun breve ripofo , ov’ella obblia
La noja , e ’l mal de la paA'ata via .
Talora vi s'aggiugne la Comparazione per datela cofapiU chiaramente
a vedere : qual'è ,
Per far’ una leggiadra fua vendetta ,
£ punire in un dì ben mille oAcfe , >
Cclatamente Amor l'arco riprefe , i - i ’_ r f
Com’
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LIBRO QUARTO. JP7
Coih' uom ) ch’a nocer luogo , e tempo afpetta .
O veramente alcuna Somig/ianT'a : qual'i ,
Stelle chiare pareaoo in mezo un Sole .
Che tutte ornava, e non togliea lor villa;'
Coronare di rofe , c di viole .
Jìè pure le cefe fatte , o quelle , che fi fanno , ma e%ìaniio le future coti
quelltt che fono, come quelle, ch'erano già da venire, ma vennero dappoi,
fi danno apertamente a vedere non fenica trafportamento di tempo:qual'é
quel , che da me nel fecondo Proteo fi dijfc ,
yedi poi tanti , e s) poflenti Duci
D’Autlria gentil , l'una Germania , e l’altra ,
E tutta Italia ornar de* pregi antichi'
Con l’onorate Imperiali infeghe . . ,
E quel, che fegue . ^efia medefima vertà comprende la pittura de’ luà^ PftcorJ de* luo-
ghi leggiadramente deferirti : qual" i , • ghi .
Muri eran d'alaballro ,c tetto d'oro ,
D’avorio ufeio , e feneUre di zafìro .
^ quel , ch'io dijfi ,
Verde, ombrofo, fiorito, almo foggtorno
Di mille care , ed onorate piante
Avean tra dolci , chiare, e gelide acque
D'ugni onedo piacer ricco , ed adorno ,
Vaghe nimfc, leggiadre , e belle , e fante ;
Q^al non sb già, s’al mondo altro mai piacque.
Proffma a quejla vertà farà , quando la vita , e i coflumi altrui deferì- jj^fcriver di vi-
reremo. Jl che, ficome nel ragionamento della Commedia fi tratti, quan- ca,edicoltumi(
'do de' motti parlammo ", coti ne' fatti, come ne' detti confifle . Come fi di»
fingano i detti, il c'infegna quel , che dijfe il TerenxfanOi Fcdria ,
lo non fapea quel , che volei tu dire ;
Di quà fanciulla tolta fu , nudrilla
Per Tua mia madre; mia forella è detta ;
Salva trar la vorrei , per darla a’ Tuoi .
E la Regina Virgiliana ,
Oc il profeta Apollo , ed or le forti
Di Licia , or' anco il mcITo delli Dei,
Da l’alto Giove qui mandato porta
Comandamenti orribili , e fuperbi .
Vfafi quefia figura prejfo che fempre in fchernire.Ma quella è molto leg-
giadra, e vai grandemente ad acquiftar l'altrui benivolen'gft , per la qual
con
I Con la Si.Tii-
icudine .
4 Col Trafpor-
tamenco del té-
PO.
«
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jp8 DELLA POETICA TOSCANA
Corregeere fe ron un dir femplicé , e non fatto ad arte , i$d ftudiofamente iananT^i pen-
niedefimo.tome jaio par , ibe mofiriamo delle cofe dette pentirci ; quaCè»
fi folfe pentito. Perche fparger’ al ciel si fpcfifi preghi ?
E quel , che di/fe Virgilio ,
Ma perchè in van cofe non grate io parlo 2 E
Perchè pih innanzi col parlar procedo »
£ tengo a bada Paure a voi feconde i
Diflimiilare-/ Ma , quando intendiamo altramente , che non diciamo » quefia maniera
: di parlare non contiene molte forme : perciocché negando dijfmultamo,
^ ” ’ e nafeondiamo quel, cb' è dentro nell' animo : qual' i f
Cefare taccio , che per ogni piaggia
Fece l’erbe fanguìgne
Di lor vene y ove ’l nodro ferro mife .
E qual farebbe ,
Perchè dirò le difpietate morti ,
Perchè la crudeltà del fìer tiranno ?
» Permettendo Sicome da Virgilio fi di/fe . E par , che permettiamo > quando quel conce-
quel , che non diamo , cb'é lontano dal no/ìro volere ; quaié ,
vo£ lamo . ^ g gQQ jj. Jqqì agguaglia
Tuo merito , non tuo , che vico da. Dio ,
E tanto è , quanto il fa fua grazia degno .
In quel mio Sonetto ,
Quanto è ’l debito mio verfo il Signore .
E quel , che di/fe la Virgiliana Regina ad Enea t
Va , fegui Italia col furor de’ venti ;
Cerca per Tonde il dilìato regno .
j Concedendo fi forte, e pià grave, fe quel concediamo, che a colpa ci s'at-
qiiel , che a coj- tribuijca , di che ravverfario po/fiamo meritamente incolpare : quali fo-
^3 ci fi attribuì- parole di T urna a Drance ,
Non lafciar dunque di por tutto in grande
Spavento , e me tu di paura incolpa ,
Drance animofo .
ma/fimamente feguendo quelle cofe, che in noi fi veggono,e in lui non fonò.
La cui delira ardente
Schiere infinite di Trojani atterra .
4 ConfelTando II medefimo vale anche alla ’ncontro , quando , come fe fo/fe in noi, con-
quel, chein ^ „q„ gid a noi , ma tì ben fi potrebbe all' awerfario
attribuire , Io ricorro fpc/fo a Virgilio : perciocché non mi fovviene, ove
fi dica da' no/lti .
Io
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199
LIBRO QJJARTO.
10 conduiTi a far danno , e ’ngiuria a Sparta
L’adultero Trojano .
E come fé quel , che ci difp/aee « np» pregaffimo , che non avvenga a com
lui , ch'è amato da noi >
Enea ne vada per deferti lidi .
Né ricufajftmo, ch'ali' awerftrià non avvenga quel, ch'egli defidera,
Acciocché la reai diletta fpofa
Turno confegua , noi vii turba fpenti
Giacciam su per li campi , e non Zia terra ,
Che ci cuopra , nè chi ne pianga alquanto»
0 pure allo 'ncontro biafmafjimo quel, che ci piace.
Indegno è , che con fèrro , e foco ardente
Circondi Italia la novella Troja ,
■ E ftar non poif» nella patria Turno .
Nè pure nelle perfone , ma nelle cofe ancora quefta maniera d’intendere
altro da quel , che diciamo , fi truova : fitcome per agevolare ,
Certo li Dei quello penfìcro ingombra .
0 per dijfmulare ,
Non ho cura del Regno : quella fpeme
£bb’ io , mentre al del piacque ; or la vittoria
Sia di colui , che tu pib vuoi , che vinca .
CU tacendo qualche affetto , o qualche difiderio fignifichiamo *
Non cheggio d'elTer primo , nè contendo
Per vincer già, (benché piaceflc a Dio )
Ma vinca quel , ch’a te, Nettunno, piace .
0 qualche /degno ,
I qual’ io : ma via meglio è , ch’io racqueti
11 mar turbato , e le tcmpelle , e i venti .
Simile al tacere è il precidere , come je ’l parlar fia precifo prima , che
giunto al fuo propio fine : fitcome appo Virgilio,
Perchè indugio i ne van per forza dentro.
Eif appo Ovidio, là dove egli parla del correr d'Atalanta,
£ che non Ila pih lungo il dir del corfo :
Al fin lafcioilì la fanciulla dietro .
Talora il lignificato è pià di quel, che fi dice : quafi ,
Cosi laudare , e riverire infegna
La voce ftelTa. . Ed
..... Uomini , e Dei
Mi fica contrarj , cd eflà ogn’ or piiH fella . £
Quan*
ì Chiedendo
quel , che ci di-
Ipiice .
6 Seguendo, ed
approvando il
volere dell’ay*
verùrio .
7 Bialimando
quel, che ci pia-
ce .
Diflimulare.^
nelle cofe .
1 Per agevolare.
» Per celare il
difio nollro.
Significare il
difiderio nollro.
I Tacendo
Per Modeitia.
Per Difdegno. '
a Precidendo.'
Significar più
di quel, che fi
dice.
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Agognare,
Agurio Por-
tento .
400 DELLA POETICA TOSCANA
Quando ciò fìa » no *1 so r fatre ’l proprio e(Ta . S
Che quella voce ’nfin* al ciel gradita . E
Seguirò l'ombra di quel dolce lauro* E . , ,
L’altro piò di lontan > quell' è ’l gran Greco
E come Virgilio imitando fi direbbe ,
' Non bafterien gli Éedì Dei col ferro
Romper tal porta .
E quel detto del mede fimo Poeta non lignifica $ che pik fila da intcndcrCf
iht non fi dice ì
Or fenza letto maritale , e fenza
Biafmo non potev’ io pafTar mio tempo
Vivendo in guifa di folinga fera i
Onde ri turbata , e tanto fuor di fe Jleffa quella Regina fi mofira , che ’l
vivere fciolto de' nodi matrimoniali fiima non effer d'uomini , ma di j?c«
re . £ quefi’ altro .
Difeefo gih per la dimeflà corda ,
non dimoflra ancora talte^^a ì E tOvidiana Mirra non fi dichiara ejftf
del padre innamorata »
Diffe , o felice nel marito madre .
Tra qiiefle forme ancora fi ripone t udire, 0 pure il vedere cofa tale , che
fe ne prenda alcun fogno di bene, 0 di mal futuro , che da’ Latini fi dice
Ominari : qual'è ilfaluto del Virgiliano Evandro ,
O fortiflTimo capo de’ Troiani ,
E de’ Latini , or Vienne dentro allegro .
E la incantatrice del medefimo Poeta ,
Vedi, che ’l cener fi raccende, e della
Tremanti fiamme per l'altare , e ’ntorno ,
Mentt’ io m’indugio , or prego, che ila bene
Penfa , e defederà bene il Petrarca, parlando alla fua Cant^one I
Credo ben ,che tu credi ,
Ch’ella ti porgerà da bella mano ...
E fimilmente l'agurio , e’I portento , e qualunque altro fegno di cofa fu»
tura : qual'è , ■ . . . ^
11 di , che colici nacque, eran le Acllc ,
Che producon fra voi felici elFctti . Ed .
Una nube lontana mi difpiacque .
E quel , che nel fecondo dell' Eneida Uggiamo ,
Ecco par , che fi levi dal bel capo
D’Afeanio verfo il cielo un chiaro lume .
* ^ Ripon»
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LIBRO QJJARTOi 401
‘Jtiponvi/i parimente lo febernire . Di che molti efempìi fi diedero, {juan~ Scfiernìmeuto.
do fi ragionò del motteggiare : al prefente baflici quefi’ uno Virgiliano ,
Egli ha ’l fuo regno in alti , ed afpri failì
Vedrò , Euro , albergo ; ivi fi goda ^ c vanti .
B ’l <l"tl , che non è , Fingere quel,
Kife fra gente lagrimoCa , e meda . che non é .
B l'alludere , che fi fa , quando tacitamente notabil (ofa intendiamo : Alludere,
quafé nel Sonetto ,
S) traviato è ’l folle mio dido ,
nel quale s'allude al carro dell'anima , come da Fiatoni fi finfe . Ei
A la para fua della . E
Gentil mia donna , i veggio
Nel mover de’ vodri occhi un dolce lume t
Che mi modra la via , ch’ai del conduce. E
Che con l’ale amorofe
Levando , il parte d’ogni pender vile E
Che fon fcala al fattor , chi ben le ’ntende.
E in motti altri luoghi , nc’ quali a'fexreti della Filofofia e della Teo»
logia s'allude\ fitome il mio Gefualdo vi dichiara. E ’l prevenire-a quel, Prevenire al
che la Storia c’inftgna i ficome fe Virgilio in quel luogo, r««n« ri»ii.
Cerca i Velini porti ,
E ’/ rifufare : qual'i ,
Italia mia , benché ’l parlar da indarno .
, A le piaghe mortali ,
Che nel bel corpo tuo si fpede veggio :
Fiacemi almcn> che’ miei fofpir den , quali
Spera ’l Tevere , e l’Arno , , ,
, E ’l Po , dove dogliofo , e grave or feggio. E
£ le ’l tempo è . contrario a’ bei dedri ;
Non fìa , eh’ almen non giunga al mio dolore
Alcun fuccorfo di tardi fofpiri .
E 'Icontrappon, le fintene , . Contrapp^i-
1 u paradilo ; io lenza core un fallo , mento di fen;
O facro , avventurofo , e dolce luoco . E *'“** *
Ferir me di faetta in quello dato ,
£d a voi armata non modrar pur l’arco .
Con quelli lumi de' fentimenti s’illuftra, e s' adorna il verfo . Fbr. Poiché
le forme delle fenten7.e abbondevolmente , e chiaramente dipinte ci ave- -
jr ì dimofirateci fimilmente, quante , e quali fieno le Figure delle parole. deSe patollP*'’
Ecc Min. '
Storia,
Rifuram
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Riddoppìir
paiole •
le
Ripetere di va-
rie maniere.
1 Le prime pa«
fole .
X La prima voce
nel fine .
3 La voce, eh’è
nel meazo ,
4 Divilàmemo
« propollc .
40X BELLA POETICA TOSCANA
Mim. Molte certamente , e diverfe elle fono, e non pur leggiadro , e vago
rendono il parlare ; ma polfo , e vigore gli danno ; perciocché fi raddop-
piano le parole , o peir ampliare : qual' è ,
Androgeo , Androgco fonava il bofco .
£ quel , ch’io dijji ,
Al fìn pur Tento di lontano, e d’alto
Dir : fuggi , o fciocco , fuggi .
£ qual farebbe ,
Quella , quella e colei, che fplecde fola .
dicendo yirgilio ,
Quotili , quelli è colui, che si fovcnte
Odi , che da li Dei ti li promette .
O per generar comparane : qual farebbe ,
LalTo me , laffo E
Piangi , cor lalTo , piangi .
Mi pur doppiate , ma triplicate ancora le troviamo : qual'é ,
lo vo gridando pace, pace, pace . £
Ti chier piangendo aita , aita , aita . . • . .
Né poco fignificano quelle parole appo Ovidio raddoppiate.
Nè timor gii , nè lagrime , nè lutto
Per , ch'io di terra non toglielTi il corpo
Con quelle fpalle mie, con quelle fpal le . '
D’Achille il corpo , e Tarmi ne portai .
T alvolta la medefima parola viene ad itcrarfi per ammendare quel , che
s'i detto : qual'é , , , ■ i , . i .<
O occhi miei , occhi non gii , ma fonti.
E mai non fi raddoppiano le voci , che con la vaghex^a non abbiano feco
alcuna for^a . Ripetonfì le prime parole non ftn%a ardente affetto ,
Oimè ’l bel vifo , oimè ’l foave fguardo. Ed
U fon’ or le ricchezze ì U fon gli onori ì
JUpigliafi talora nel fine non pur la prima voce ,
Prendi partito accortamente , prendi .E
Stella del mar lucente , unica Aclla.
ma quella , eh' è nel met^gp ancora ,
Or non pili nò . - •
Za qual anche nel principio di quel , che fegue fi truova ripetit a ,
Or’ io non voglio ,
Non è giuoco uno fcoglio in mezzo Tonde .
Talora fi ripetonn divifamente le propofte infume ,
Duo
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LIBRO .QJJARTO. 4<>j
Duo poffcnti nimici , o crudel guerra ,
Onerate , ed Amor mi veggio intorno .
Amor m’innalza ad un bel volto adorno ,
Qucfti » dicendo, pub bearti in terra ;
^eftà l’alte mie ìperanze atterra ,
- E vuol , eh’ io fpenda in miglior’ ufo il giorno.
Ripttonfi talvolta le prime voci dopo alquante altre tnttrfefle ,
Or’ è ’l tempo , ch’aver ben fi conviene imeipom
Occhi a veder , a volar piume > ed ale :
''A veder chiaro d’una parte il male ,
Da l’altra il vero, e difiato bene ;
A volar tofto , ove la noAra Ipcne
Dal ciel chiamata arditamente fale;
Or , che ’l famofo lito occidentale .
£ con minore interponimento : qual farebbe »
Vienn’ a l’ombra , Fontari ; che n’e ben tempo
Or , che dritto dal ciel ne fere il Sole ;
Vienne , ed afcolta le contefe noftrc .
nipetita fmilmente fi nuova la medefima fenttn%a , quafi con tutte le
fitffe parole : qual farebbe » ta la fniccnza.
Laura tua bella innalzeremo al cielo ,
Laura al ciel leveremo alta di terra .
Talvolta rultime voci dell' antecedente verfp ntl principio del feguente j fuldmc pa-
fi ripigliano »
Che da quel tempo qui fra noi Dameta ,
Dameta gridan le campagne , e’ bofehi .
Ne l’alto , e faggio petto di quel Carlo ,
Di quel gran Carlo Imperador di Roma .
Coglier la bella , ed onorata mano ^
La iTian , ch’altrui diArigne , e fura i cori.
Talvolta ancor quelle > che fono pofte nel mc^o »
In cui Carlo fé Beffo , e ’l mondo appoggia.
Cosi l’aveffer poi queAi difèfa ,
QueAi , che pien di gravi fdegni, e d’ire .
Vaghe Nimfe , leggiadre, alme forelle ,
Ninfe del mar .
E con intervallo tfun verfo » . . . '
O bella man , che mi diAringi i| core ,
£ ’n poco fpazio la mia vita chiudi ,
. Eee a
E
E
E
E
8 Le voci di
mecto .
9 Con intervalt
10 d'uo veTfo.
Ma-
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IO Olle VOCI dj-
viTjmeiice.
Il Li prima e
l’ ultima vocoi
infleme .
Il Una mede-
fimi voce nel
principio di più
verC.
Varie maniere
di ripetere po-
ke inileme «
404 DELLA POETICA TOSCANA
Man’ , ove ogni arte .
Talvolta due voti fon ripetile, nel principio Cuni , e nel fine l'altra ; /»
qurfto modo ,
Come quel nome Amor mi fcrilTe in l'alina $
Quel fovr’ ogn’ altro gloriofo nome .
La prima anche , e C ultima parola dell' antecedente leggiadramente fi
porrebbon net principio del feguente verfo : qual farebbe ,
Andiam , per men fentir la via, cantando ;
Andiam cantando j c porterò ’l tuo fafeio .
T roverete ancora, che più verfì da una medefìma voce incomincian 0,
Prima vedremo andar di notte il Sole ,
£ fiammeggiar di mezzo d) le Stelle ; ....
Prima ne Tonde fi faranno i nidi
Le fcinpiicettc , e candide colombe ,
£ noteran su per le felve i pefei ;
Prima da TAlpi fcenderli i’Eufrate ,
O da quei monti il Reno , ond’ efee ’l Tigre
Che non ini fìa nel cor l'amato volto .
f quel Sonetto del Petrarca , , . - -
Ov’ è la fronte , che con picciol cenno . .
£ quell' altro ,
Quanta invidia ti porto , avara Terra ^
^rjìe , ed altre manrere di ripigliare le medefitne parole tr6"óerete in-»
fteme pofte acconciamente, e vagamente variate ; qual'é il principio tPuna
Egloga del Sannazaro , , ' ,
Qui cantò Melibeo , qui propio adllìmi :
Quand’ e’ fcrilTe in quel foggio , vid’ io mjfero.,
Vidi Filli morire , e non uccilìmi . '
E qual da me fi dijfe , . > ,
Quinci poi li parti la bella Nimfa, .
Oimè partiilì , e con quell’ occhi ’l vidi f
11 vidi con quell’ occhi , e non m’uccifi . £
Non ha tant’ erbe in qualche verde prato ,
Nè tanti fiori in qualche amena piaggia ,
Nè tante delle in qualche pura notte >
Nc tanti pefei in qualche vago fiume ,
Nè tanti augelli , e tante fronde in felva ,
Quante io lagrime fpargo in verfì, e ’n rime. B
Non ha sì fermo , c caro nodo il fangue .
' Noà
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40J
LIBRO QJJARTO.
Non amicizia , non amor , non fède . £
Perchè fi fla ì Perchè non pii'i s’affretta
A tanta , e tal vendetta ,
Che ’l fa tardando del fuo ben mendico !
Nè fon pih certe pnè piti- dritte Brode
Al ver onor de l’opre belle , e vaghe .
Tu padre j tu Signor , tua man’ afpetta
Europa tutta a le mortali piaghe .
Con quanta leggiadria una mtdefima parola è variamtnte ripetiti ì
£ di lontan fi cominciò a vedere
Italia ; Italia grida il primo Acate j
Italia poi falutan gli.altri allegri .
fjn quella figura f altre vagamente s accompagnano: quaN il compartirei
Qui tutta umile , c qui la vidi altera , '
Or’ afpra , or piana > or difpictata , or pia ,
Or vcftirfi oneftatc , or leggiadria ,
Or manfucta , or difdegnofa , e fera .
Ove anche vedete It particelle contrappofie , iS
Qui cantò dolcemente ; c qui s’alfifc ;
Qui fi rivolle ; e qui rattenne il paflb :
Qui co’ begli occhi mi tratìffe il core i
Qui di (Te una parola j e qui forrife :
Qui cangiò ’l vifo.
Z congiungione >
Dicendo ; Qui cantò l’alma firena ;
Qui diflè un vago , ed amorofo detto ;
Qui confolò ridendo i fenfi aflflitti ;
CW fe fcreno co’ bei lumi invitti ; ,
Q^ ti fi volfe tutta umana , e pia ;
Qui difdegnofa , e dolcemente acerba j
Q^ (lette, qui palsò tra’ fiori , e l’erba .
p'I dividerei
Dintorno innumerabilt raorrali •
Parte prefi in battaglia , e parte uccill i
Parte feriti da pungenti Arali . E
Sovra un bel monte tre frondofi rami
D’un| elee antica , tre vezzofi nidi . S
Tre fieri raggi d’atra , e torta pioggia
.V’aggiunfc # we di autje piena d’acqua ,
Ripetefo’vanj-
meuce una pa«
fola ,
Rjptti'zioneJ
con altre figure.
1 Compartendo
a CoacraPFO<
oeodo.
^ Senza cògùui^
Zioue,
ADiVtdeodql
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alcuiu_» Muu*
zione .
I De* Cali .
405 DELLA POETICA TOSCANA
Tre di purpureo foco , e d'auftro alato.
5 Comparando. E la Comparazione ,
I da man manca ; e’ tenne il cammin dritto :
1 tratto a forza ; ed e* d' Amore fcorto :
Egl’ in Gicrufalcm « e io in Egimy; 'r. ,
Ripetere coB_j Mutanfi talvolta nel ripetere i Cafi f *'
Non fon del Sol , perchè dal Sol li nome
Quella fola fra noi luce del Sole . Ed
£ tu mio cuor*> ancor fé’ pur , qual’ eri.
■ In te i fcgreti Tuoi mcflaggi Amore ,
In te fpiega Fortuna ogni fua pompa.
£ Morte la memoria di quel colpo . ' i
Che l’avanzo di me , convien > che rompa :
*• j > In te i vaghi penfier s'arman d’errore ,
Perchè d'ogni mio mal te folo incolpo . E
Del del , di quanto il ciel circonda, e ferra >
Di quanto fopra ’l ciel di vita gode
t Padre , lo cui fa ver giammai non erra . £ - ,
■' Come d'alfe lì trae chiodo con chiodo. ....
» Del Genere. Mutafi il Genere t "
Signor mio caro , altre onorate rive ,
Altre fonti , altri fiumi , ed altri amori .
ì De! Genere, E col G onere il Numero ,
cNunicro . Altro amore , altre frondi , cd altro lume, ,
Altro falir’ al del per altri poggi
Cerco ,( che n’è ben tempo ) ed altri rami .
Del Numero E ’/ Numero folo ,
col numero.
Piangan le rime ancor , piangano i verli j . .
, Perchè ’l noAro amorofo Mclfcr Cino ‘
Novellamente s’è da noi partito .
Pianga FiAoja . > • ■ • / ... :•
J Della perfona E col Numero la Per fona ,
Piagnete Donne , e con voi pianga Amore ; ' i
Piagnete amanti per cialcun paefe . < ' .
parti Mutanfi ancora le parti del parlare : ficome in quel Sonetto ,
Onde tolfc Amor l’oro , e di qual vena i E .
Icaro cadde qui ; quell’ onde il fanno . E
Quindi gli fdegni , le difcordic , e l’ircft
Quindi si lunghe', c difpictatcguerrea - ^
6 Delle
del dire ,
Modo.
e del
Qpc-
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LIBRO QJJARTO. "407
Qucflc due si crudeli , empie forelie
Han tutto il mondo fotto fopra volto » E . ^
Che cofa è ’l tuo fapcr , niun fapcndo
Quel , che tu fai ì
ove anche il Modo fi cangia. Ripigliafi fpe/fo il medefimo verfo, che In-
tercalare fi chiama, ufato da T eocriio , e da f'trgilio , e dal Sanna'^^aro,
Ricominciate , o Mufe, il voltro pianto .
e da noi ,
Odi le mie parole , ' . \
^Mondo, fpcnt’ è ’l tuo Sole. . . . .
'jUnnanfi parole , che ma cofa medefima fignificantt
Quedi fur con codui gl’ inganni mici ; •
Queflo fu ’l fcl ; quelli gli fdegni, c Tire
Più dolci affai , che di nuli' altro il tutto .
'^dunanfi cofe diverfe : ficome nel Sonetto ,
Nc per fcreno Ciel’ ir vaghe Stelle .
e in cjueir altro .
Orfo, e non furon mai fiumi) nè fiagni • •
Adunanfi le /irida : ficome ne' Sonetti ,
O dolci fgùardi , o parolette accorte . '
Oimc ’J bel vifo , oimè '1 foave /guardo .
^ ' O giorno , o ora) o ultimo momento .
e le pii* volte nell’ adunare con ejueir ordine fi procede, nel qual va cre-
feendo il parlare . Difperfe allo ’ncontro quelle fi dicono , che fi fpargo-
no , e difgiungoné iWi^uefìo modo ,
Quanti felici fon gik morti in fafee ì
Quanti miferi in ultima vecchiezza ì
Alcun dice beato , chi non nafee . E
Sono animali alcuni di sì altera
Villa ) che ’n centra ’l Sol pur fi difende ;
Altri però ) che ’l gran lume gli offende ,
Non efeon fuor , fe non verfo la fera :
Ed altri col difio folle ) che fpera ,
Gioir forfè nel foco , perchè fplende ,
Provan l’altra vertii quella ) che ’ncende
Molte cofe ancora fi dicono fen%a congiunzione , non che di Parole , per-
■ cbè fi rende più veloce il parlare ,
Nuova armonia del ciel ) nuova firena ,
Nuovo fiil) nuovo amor ) nuovo diletto ,
• Nuo-
»
Verfo Interca-
lare .
Ragiininza di
più modi .
iDi parole d’ua
Ugnilìcaco .
1 Di cofe diver,
fe .
ì Di /lridÌ4
Difperfe paro-
le I e cole .
Parlare {eotsu»
congiunzione.
1 Di Parole .
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4o8 della poetica TOSCANA,
Nuova grazia fra noi , nuovo intelletto .
E fiit lungamentt ,
Alte ricchezze a nuli* altre feconde ;
Odorate , felici , aure fcrcnc j • >
Verdi rive , fiorite piagge amene t
Dolci rami , tìor lieti > amate fronde ;
Soia quaggiìi fra ruai del dei lìrena ,■
Per farne fede del divino canto ;
Porto tranquillo in ogni rea procella >
Fida del mar > lucente, unica ftclla ,
Ch’altrui mofiri il cammin , che dritto mena ; .
Or foflcnctc , ch’io mi Arugga in pianto i
1 Di Semeniie, ma di Sententi: ancora ,
Opra , Signor’ , in lei la tua bell’ arte ,
I, Serva ad Amor l’amate luci fante ,
A me tutto il mio bene , al mondo il fole .*
Abtx^an» di Allo 'ncontro fpeffe volte, acciocché ’l dire fta piti gravctt tardo, abh^^
eongiumioni . congiungimenti , ■
Anima , che diverfe cofe tante
Vedi , odi , eleggi, e parli , e pcnA. E
Lieti Aori , e felici , c ben nate erbe .
Sala di pamk, M poco leggiadro rende il parlare t andar quafi digrado in grado in
guija d'una fcala : qual farebbe ,
Vince ’i mondo, c di lui triomfò Amore ;
Vinto è Amor da leggiadra , oneAa donna } ^
La bella donna da immatura morte ;
Morte da fama gloriofa , ed alma ;
La fama poi dal tempo ; il tempo al Ano
Da quel , ch’è fcropre Aabile , ed eterno .
Ma que/ìa fcala , quanto par , ch'abbia più d'artificio , tanto meno fpeffà
Lafciare il ver- ufarft conviene . Lafciaft talora il verbo o per la brevità, oper la how-
bo • tà di fua natura dilettevole ,
Ed egli : io t’avea già tacendo Intelb .
O per modeflia, ficome appo Virgilio notò ^intiliatio ,
Sappiam , chi te con gli occhi già traverfì ,
£ ’u qual tempio ; di che rifer le Nimfc .
ancorché /limino alcuni , e/fer figura di tacere . Ma eertamentt é altrOf
quando o non è manifefio quel ; che fi tace', o pur' é da fpiegare più diffu~
fornente : ed altra > quando una parola , la qual fia rutta , vi fi difidera.
. Mé
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LIBRO QUARTO. 405^
Ki feit%a difetto di alcuna voce è ciuci dire y
Ove ’l diletto figlio y
Ove ’l padre, ov’ io tua gii cara donna ,
Oioiè lalla , rimango 2
J)i qutfta maniera é , quando diverfe forme del dire da un verbo dipen-
dono : come farebbe ,
A compagni , che prendan l'arme , i dico y
E guerra averli a far con dura gente .
T alvolta fi congiungono cofe diverfe ,
Pace non trovo , e non ho da far guerra. £
So de la mia nimica cercar Torme ,
£ temer di trovarla .
Talvolta feguono le contrarie ,
Povero fol per troppo averne copia .
0 quelle, che fimi li parendo ingannano : perciocché fono difjimili y
Se dudio d’elTcr breve , ofeuro torno .
Come una medefitna parola , che non una fola cofa fignifiebi , fi pòn'^a ‘y
net ragionare delta Commedia chiaramente , con molti efempli s'é dimo-
fìrato . Né una fimilitudine troviamo nelle parole : perciocché alcune
WOB molto dijfomtglianti ci fi dimoftrano : quali fono ,
Quelle innanzi tempo tempie .
£d Amore
Amaro , come vedi . £
Laura , thè '1 verde lauro , e l’aureo crine.
'Alcune hanno i fini , alcune i cafi fomiglianti ,
Di doglie certe , e d'allegrezze incerte .
£* il vero , ihe non volentieri altrove, che ne’ luoghi delle eonfonanxey
le rime , le quali oggi ufiamo , le ricevono ; fe non quando il concento è
nell' ultime fillabe folamente : qual i ,
Or’ afpra, or piana , or difpierata, or pia .
0 quando te voci fono sì vicine, che non Je n'attende confonan^à: quaté.
Pregando , amando , £ '
M’unge, e punge.
Perciocché non diremo ,
Afflitto core , albergo di dolore Nè
O felice alma , che sì bella falma
Quaggiù iafciafli , quando al cicl volarti .
Benché io non veggio, perché ufarle non pojfa , chi nuovamente tal com^
pofii^ione far voglia . ne’ vctfit nudi , e fciolti de' legami delle con-
F ff fonau-
Dipender Am~ì.
Un verbo dtver-
r« fonne .
Congiugner co?
fe diverlè.
Seguir cofeJI
contraile .
I-c (ìmili in vi-
lla,ma in k dif-
finiiii .
Parole di più
lignificaci .
Similitudine, e
convenienta di
parole,
Simili finì ;
SomigUonu eia
Ut
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Egualità di
Membii .
410 DELLA POETICA TOSCANA
Egiiallti di fonan'ze le riceverei , ms fparfe , e rade volte ; come fanno i Greci ,et
Giunture. patini . Altre con eguale fpaxìo terminano , or le Giunture ,
Qui tutta umile > e qui la vidi altera . Ed
Or veOir/ì ondiate , or leggiadria .
Ed or le M mira ,
Qui cantò dolcemente ; c qui s’alTtfe :
Qui fi rivoife e qui rattenne il paflb E
C^l dilfi: una parola ; e qui rocrife :
Qui cangiò ’l vifo .
Divengon quejle più belle , quando nelf ultime fillabe hanno qualche ft~
militudnic : quali fono y
Or’ afpra , or piana , or difpletata , or pia .
Qui cantò dolcemente j c qui s’aflTifc :
Qui fi rivoife . E
Qui confolò ridendo i fenfi afflitti ;
Qui fe fercnu co’ bei lumi invitti .
Né d’una maniera le cofe contrarie ft contrappongono : perciocché 0 le
yoci alle Voci ,
Breve conforto a si lungo marcirò . Ed
E gli atti Tuoi foavemente alteri ,
E i dolci fdegni alteramente umili . Ed
Arder da lunge , ed agghiacciar da preffo. E
Ch* un poco dolce molto amaro appaga . Ed
£ ’l breviffimo rifo , e i lunghi pianti .
X Di Sentenic. 0 le Scnten7;e alle Sentente ,
£ volo fopra ’l cielo , e giaccio in terra . Ed
£ veggio ’l meglio>ed al piggior m’appiglio. £
Neffun vide giammai piìi di me lieto .*
NclTun vive piò trillo c giorni, e notti . £
Già mi fu col defir si dolce il pianto ,
Che condia di dolcezza ogni agro llile ,
Or m’è il pianger' amaro piò , che morte
E 'I Tutto al Tutto; così come le Parti alle Parti ,
Già fi vedean per quelle piagge i fiori ,
£ ci s’udiva il dilcttofo canto ;
Quando ’l mio Sol co’ fuoi divini lumi
Primavera facea d’orribil verno >
£ lieti giorni di penbfc notti ,
£ la firena mia acquetava Tonde .
Or
Contrapponi-
rnenco di cofe..*
contrarie .
j Di Voci.
3 Di tutto, e di
patti .
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LIBRO quarto; - 411
Or plangon per li Tcogli i venti j e Tonde f
Secchi ion per le valli i nuovi fiori ,
Mè fi vede altro , che dogliofc notti f
>iè s'ode in vece del foave canto
Altro , che lamentar ; poich’ un mal verno
Lafciar qui dipartendo i vivi lumi .
'fucile parole ancora , cb’abbtan tra loro qualche contrapponimento t
Dolci durezze , e placide repulfe . É
Dolci ire , dolci fdegni . E
Dolce mal , dolce afianno , e dolce pefo • Ed
iVmaro mio diletto .
di fi dimolira una cofa mtdefima con pià parole ,
■ E cosi di lontan m’alluma , e ’ncende . E
L’una piaga arde; c verfa foco, e fiamma. Ed
Or , che *1 ciclo , c la terra, e ’l vento tace ,
£ le fere, c gli augelli il fonno afìfrena ,
Motte ’l carro ficllato in giro mena ,
£ nel fuo letto ;1 mar fenz’ onda giace . ' >
E tirconfcrivefi ,
Scaldava il Sol gii l’uno c l’altro corno ’ '
Del Tauro ; c la fanciulla di Titone
Correa gelata al Tuo antico foggiorno .
cioè nel tempo della Primavera, e nell' ora dell'Alba. E
11 figlio di Latona , E
Quando’! pianeta , che difiingue Tore ,
per Apollo , E
Quel , eh’ in TelTaglia ebbe le man si pronte y
per Cefare , Ed
£ ’l pafior , ch’a Golia ruppe la fronte ,
per David . £ quel nome , cb'a molti è comune , propio per qualche ec-
cellente facciamo di alcuno,
Poiché ’l traditor d’Egittd,
cioè , il ReT olemeo d'Egitto . B
Che ’l Re fofFerfe con piìi grave pena ,
cioè Crifio Dio nojiro , E , per farci buono agtirio, in vece del mal nome
ufiamo il buono : qual fu quando per Maltvento Benevento fi cominciò a
dire ; ed Eumenide fi chiamarono le Furie infernali ; e Benedetto dir fi
fuolc, per non dir Maladetto , E motteggiamo, ficcme nella Cannone ,
.Mai non vb pifi cantar , com’ io fole va .
f f f z E di-
4 Dell’ af.gìun»
co col Cullami*
vo.
Fi£;nre nella-»
M iiia/ionc del-
le I^Jinle.
Siiioiiiinia , più
pji'ole di una—»
cola , o l’olilo»
t;ia .
Circonfcrivefe,
o Pcnfiafi,
AntonomalTi, o
fare di coinime
propio nome.
Antifraff.o ulà-
re il buon nome
in vece del mar
lo.
Moccegt;iare|'
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Dimin'.if ndo fi-
gli ihcar più, che
non fi dice •
Ampliare. -<
Di'minnire I <
Figure vicine a
quell: delle fei>>
teii7,e .
Kifufare,
Ancilbra.
Dubitare I
Ammendare.
tinji.ire il no-
me con la l>ro-
fopopeja .
41Ì DELLA POETICA TOSCANA
f diminutndo , piA , che non fi dice , pgnìfichiamo »
L’alte ricchezze a nuli’ altre feconde >
cioè , prime . E come ampliamo , dicendo ,
Quanto prclTo al fuo tuon parve già roco . Ed
£ già l'ulcimo dì nel cor mi tuona .
Tuono s'è poflo per l'orare di DemoJlenCfC Tuonz per fuoaa.Corl ambe
fogliamo diminuire ,
Se ’l falTo » onde piti chiufa quciìa valle >
per lo Monte. E
Infin’ a Roma n’udirai lo feoppio ,
per lo fuono della Fama , che fi fa via pià udire, che lo feoppio . Benché
qucfti modi di parlare più s’appartengano alla mutae^ione delle parole, del-^
la quale già s’è detth affaiificome dagli ornamenti delle fenten%e alquan-
to fi dipartono quegli altri, quando rifufiamo quel, che ci fi contrappone.
Or fia , che pub : già fui’ io non invecchio . . E
Ma fé ’l Latino , e '1 Greco
Parlan di me dopo la morte , è un vento .
E quando dubitiamo , con qual nome la cofa dire fi debbi , « eq» qua^
parole fignificare ,
£ ’n quai parole y ; 1
Che ’l bel volìro non feetni ì E
Com’ io ti chiamerò Vergine bella. Ed
0 fieno dee j. o iieri> e ’ngordi augelli .
0 quando ammendiamo quel , che noi detto avremo ,
Di bella Donna , anzi di bella Dea . £
Raccolto ha 'n quella donna il fuo pianeta j
Anzi ’l Re de le Aelle . E
Sul di lei ragionando viva , e morta ,
Anzi pur viva , c or fatta immortale .
0 quel, che pur’ altri >
1 illida ogn’ or mi chiama , c poi s’afeonde ;
Anzi t'illida mia m'afpetta al rio .
0 quando il nome cangiamo , fingendo la perfona ,
Tutti tornate a la gran madre antica . Ed
O natura plccofa , c fera madre .
E qual farebbe »
A Priamo dirai * eh’ Achilie ancora
, Qui s’è trovato . E
De la greggia noarito propio il capro .
0 quan-
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LIBRO QJLJARTO.' 41 j
0 tfuando a quel « (he t'è fropoflo , fi foggiugne non uni cagions in que-
fto modo ,
L’ubbidire al Signor fu fenopre bene >
O perchè ’] cuntraflar punto non vale »
O perchè n’acquiffiam vita immortale |,
O perché torna vana ogn’ altra fpene >
O perchè fìa cagion d'ctcrnc pene
Calcitrar contra lui , che non ha uguale \
£ vuol , che la ragion tutto il mortale
Sproni , c nvolga in noi > Aringa, e raffrenc.
J! quando gridiamo , o per meraviglia ,
O fortunato , che si chiara tromba
Trovalli , c chi di tc s) alto fcrilTe . £d
O felice colui , che trova il guado
Di quello alpeArc , c rapido torrente
O fidanza gentil , che Dio ben cole >
Quanto Dio ha creato aver fuggetto j,
E ’l cicl tener con fcmplici parole ^
C per compajjiove ,
• £ aJUor dico » ahi lalTo »
Dove fc’ giunto , e onde fe’ divìfo 2 JS
....... Feccmi , oimc Jaflb »
D'un quali vivo , e sbigottito falTo .
0 per lamentare ,
O fugace dolcezza , o viver laflb . E
LalTu che lòa2 che fui 2
SoggiBgiiert-»
alb cola p:opo.
Ifa piM cagioni.
Figure nell*_*
voce ancora .
Gridare .
I Per mcravL
giia .
% Per Compa&
&oue.
3, Per lamenta-
te .
O per difdcgno , ^ ^ Pej. difJcgQo.
Oimè lalTo > e quando fia quel giorno
Che , mirando ’l fuggir degli anni miei ,
£fca del foco , e di sì lunghe pene ì
tome che le fenten'ge adorniamo ^ non i perh che nella voct alcun* topo,
non fia da notare ; conciò fu che quel vigore fi veggia nei gridare , che
tertamentc gli mancarebbe , s’egli della pronuncia non s'a'lutajfe . £ già
riprendiamo altrui di quelle cofcx che ci fi contrappongono: quai'ix quan- Uudn .
do il Virgiliano Turno ,
Io fon fuggito 2 or chi dirh , che vifto
M’abbia fuggire , o brutto orribil moAro 2
tifponde a Drance , tl qual biafitmato, l'avca dicendo, *
Va fuggi >
2fi/èw
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414 DELLA POETICA TOSCANA
Riferire le fé- Rifcxìfcovfi ancora particolarmente alle cofe prepofle l'altre\ quando»
deiitf ** > fcguono qucfle ,
lece enti . forcllc , non per voce umana
Quel , che chiedete , vi s’è fatto chiaro ;
Ma per celeHe , in cui non regna inganno. E
Non di Penco , ma d un pih altero humc. E
O occhi mici ; occhi non già , ma fonti .
Compartire. 0 quando compartiamo ,
La bella donna avea Cefare , e Scipio;
• Ma qual pih prelfo , a gran pena m'accorlì »
L’un di vertute , e non d'amur mancipio ,
L’altra d'entrambi .
E poco dappoi ,
£ di que’ primi due
L’un feguiva il nepote , e l’altro il figlio i J?
Duo padri da tre figli accompagnati ,
,L’un giva innanzi «e due ne venian dopo »
£ l’ultimo era il primo tra laudati
Cedere. Àggiugmft a quelle forme il cedere ; qual'i ,
Or lalfo, alzo la mano ; c l’arme rendo
A l'empia , e violenta mia fortuna .
0 pure quel dettoTeren7^iano,ch' a quella figura, par, che più fi contenga,
A me fian bene tutte quelle cofe ,
Ch’a lo fciocco fi dicon, tronco, legno ,
Afino , piombo , fafib .
Il non peiifato. E quel, che fi dice non già penfato, nè provveduto avanti,
Son quefh i capei biondi, e l’aureo nodo ,
Dico io, ch’ancor mi firingc;e quei begli occhi.
Che fur mio Sol ì E
Ben me la diè ; ma tofio la ritolfc .
Aiiiioverare. Di che molti efempti nella Commedia troverete , E C Annoverare ,
Non Tcfiii, Po, Varo, Arno, Adige, e Tebro .
Ni per fcreno del' ir vaghe fielle . E
Orfo , c non furon mai fiumi , nè Ragni .
RifpoiiJerea fc E ’l rifpondere a fc ftijfo ,
. Che fai , alma ì che penfi ? avrem mai pace J
Avrem mai tregua ì od avrem guerra eterna ì
Che fia di noi, non so.* ma in qucl,ch'io feerna,
A Tuoi begli occhi il mal noltro non piace.
_ E co-
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LIBRO QUARTO. 41J
J conte leggiamo nel T erenxiano Eunuco ,
Cacuoinmi ; or mi richiama : turnerb ì
Non , fe ben mi prcgafTc .
E '/ continovar paffando ,
Dappoi che Morte trionfh nel volto . E
Dappoi che folto ’l ciel cofa non. vidi . B
Poiché queilo ebbe detto , difdcgnando
Riprcfc M corfo . E
Così parlava ; e gli occhi avea al ciel fidi
Divotamcnte : pui mife in filcnzio
Quelle labra rofatc infin, ch’io difli . E
Poiché ’n forfè
Fu fiata un poco ; ben le riconofco ,
Diffe ; e so , quando ’l mio dente le morfè *
Poi col ciglio mcn torbido , e mcn fofco
DilTe .
E lo Interrompere ,
Quefio nò , rifpos’ io. E
1 volca dimandar ; rifpond' io allora »
Che voglion’ importar quelle due fiondi ì
’^ggiunganvifi le figure , che fon pofie nell' ordine . e nella cofiritXfOne
delle parole ; cioè P anticipare, e l’andare innanzj quel , cb'è comune ,e’l
tutto ; ftguendo poi le parti ,
Al fin’ ambo converfi al giufio feggio
lo con tremanti , ei con voci alte, e crude ì
Ciafeun per fe conchiude ,
- Nobile donna , tua fentenzia attendo . E
Ma difviarmi i pellegrini egregi
Annibal primo.
E quel , che fegue , Ed
Armate eran con lei tutte le Tue
Chiare vertuti, ( o gloriofa fchiera I )
£ teneanfi per mano a due a due ;
Onefiate , c Vergogna a la front’ era .
E r altro , che feguita . E ’/ comprendere , o il Numero t
Pur' i biondi capegli allor velati ,
£ l’amorofo fguardo in fe raccolto . E
Son quelli i capei biondi f c l’aureo nodo .
0 il Genere , '
Ma
CoHtinovarpar-
faudo .
Interrompere,'
pl^re nella.1
coni Irli z ione .
Anticipare .
Comprendere,
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Congiunzione.'
Aggiunzione.
Dirgiunzione.
41S DELLA POETICA TOSCANA
Ma la penna , c Ja tnano , e lo ’mclletto
Ri mafcr vinti . E
Rotta è l’alta colonna , c '1 verde lauro .
O la. Per fona ,
Poiché voi , ed io più. volte abbiam provato .
O il Cafo ,
Nc mai ftato giojofo
Amor con la volubile Fortuna
Diedero a cui piìi fur nel mondo amici .
O pure il Cafo t e la Per fona : qual farebbe ,
Quindi poi ci partimmo
liito } c Pclia meco .
O veramente le cofe non propiamente giunte infieme >
L’oro , c le perle, « i lior vermigli, c i bianchi ,
Che ’l verno devria far languidi e fecchi ,
Son per me acerbi, e vclenofi ftccchi . E
1 be’ lumi , c le dolci alme parole ,
E i cape’ d'oro lin legato m’hanno .
Perciocché propiamente i fiori foli divengono languidi , e fecchi , e in
guifj di fìcctbi ; e i capelli folamcntc legano . E ’/ congiugnere con unn
fol verbo le parti del parlare , che innan'^^i ne vanno f e le fegMcnti «
Se la mìa vita dagli afpri tormenti
Si pub tanto fehermire , c dagli affanni . E
In quali Ipine
Colfc le rofe, e ’n qual piaggia le brine 2
E Pantiporre il verbo a tutte le parti ,
Muovefì ’l vccchiercl canuto , e bianco
Del dolce loco, ov’ ha fua età fornita ;
£ da la famiglinola sbigottita . E
Trovommi Amor del tutto difarmato ,
Ed aperta la via per gli occhi al qorc .
E V porlo al fine ,
Ma del mifero flato , ove noi femo
Condotte da la vita altra fcrena ,
Un fui conforto , c de la morte avemo .
E r abbracciar ciafeuna cofa col fuo verbo ,
Non lauro , o palma , ma tranquilla oliva
Pietà mi manda } e ’l tempo ralTerena ;
£ ’l pianto afeiuga ; c vuol' ancor , ch’i viva.'
fiipreu
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i li
4*7
LIBRO QUARTOi
Ri prendi adunque forza , o dcbil’ alma :
Odi la voce , che dal fc^gio eterno
Ti chiama a vita gloriufa , ed alma . E
Ma tu , Sol vero , illufira il nodro petto ;
' Tu, vivo fonte , rendi fazio e netto .
E t apporre ,
Chi gli occhi mira d’ogni valor fegno
Dolce del mio cor chiave . £d
U l’almo tifo ì U Tamorofo fguardo ?
Aura , ed efea del foco , ond’ io tutto ardo .
E V eontinovare un medefmo cafo de’ nomi infin' alla conchìnfione >
I chiari giorni , e le tranquille notti ,
L'alto fplcndor di duo celcBi lumi ,
De le fircne l'amorofo canto ,
L’aure foavi , e l’umil fuon de Tonde ,
£ *1 dolce tempo de’ leggiadri fiori
Mi tolfe un’ afpro , e tenebrofo verno . •>
'^efle fono quelle 'cofe , le quali per alluminare , ed ornare i verfi delle
figure delle parole, e delle fenten%e,mi fi fono offerte, aceiocebé con efem-
pli io le moflrajfi , Frh. Rimane, che c'infegniate, come le figure del dire
flar chiufe in quei medefimi luoghi fi dicano , da quali già gli argomenti
fi prendono : quali fon quifii luoghi ì Min. ,^clli , che Cicerone leggia-
dramente nella T opica , e nelle Oratorie partigiani ci defcrijfe , la diffi-
niXfon del tutto , t annoverar le parti , il notamente della parola, aven-
dofi riguardo a quel , che fi tratta . Ma riguardandofi alle cofe , che a
lui fono ordinale , altre fe ne chiamano congiugate , altre ne vengono dal
genere , altre dalla fpicie , altre dalla fomiglian^a , altre dalla differen-
za , altre dal contrario, altre da quel, th’é congiunto, altre da quel, che
ne va innanzi , altre da quel , che ne Jegue , altre da quel , che contra-
fìa , altre dalle cagioni , altre dagli effetti , altre dalla comparazione o
del maggiore , o del pari, o del minore . Ma , perché quefii luoghi ci pof-
fan fervire' , tener debbiamo a mente, tutta la forza della eloquenza non
pur nelle cofe effer pofla, e nelle parole, ma nell'artificio ancora del dire,
che nelCune e nell' altre confifle: perciocché, quantunque allo fcrittore mol-
te cofe vengano altronde, e molte parole abbondevolmente la confuetudi-
ne gli porti ; nondimeno l'artificio da lui tutto procede : conciolfiacofaché
di due maniere fita la materia al Poeta foggetta . Luna, di quelle cofe, le
quali 0 dalla Natura venendo , o dall' /Irte , o dalla Fortuna , egli a fcri-
vere le fi propone . V altra nafte tutta dalla invenzione dello fcrittore .
■ ^ S S Laon-
/tppofti'one;
Coiitiniia'i/one
di calò .
De* luoghi dei
gli ornamenti.
Quali fieno i
luoghi del par>
lar Figurato ,
Eloquenza do.<'
ve confida .
I Coli .
a Parole.
3 Artificio.
I
Materia dì due
maniere .
I Altronde re-
cata .
X Trovata con
Arte.
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4t8 della poetica TOSCANA
Efemplo *I Pc- (JueflA fecondi é da trovare tutto ciò , che a. quell' altra adorm
tiaica, narc fi richiede ; perciocché al Petrarca ne’ Triomfi della Morte , del
T etnpo , e delt Eternità la natura delle cofe offerfe la materia , la qiiaP
egli trattar doveffe ; ficome negli altri la Fortuna j ove l’Arte glie la
Di Virgilio, deffe , non trovo . Ben truovo , che a Virgilio nella Georgica glie la
Materia diede l'Arte del lavorare la terra . E ficome alla Natura giudichiamo
bi Naturale, appartenerfi non pur tutte le cofe , le quali ella genera J e quelle , delle
quali fi ferve al generare , ma exjandio la dottrina , che di lei fi truozia;
Qual Materia anche dell'Arte c/ferc /limiamo, e le ragioni in tei pofle per contem-
Artificiale . piare , o per trattare , o per fare alcuna co fa ; e le cofe, che da lei proce-
dono ; e fmilmente gli ftrumenti, e la materia , della qual fi fa l'opera
Ca- ancorché afe la Natura V attribuifea . Che porti il Cafo, o la Fortuna, a
cuna. * * tutti, credo, fia manifejìo . Ma , perciocché le cofe , che violentemente, e
fìrabboechevolmente avvengono , al cafo affegniamo j a lui parimente
convien , che s’attribuifeano quelle cofe , delle quali , benché le cagioni
fi diano alla Natura , o pure al Fato ; nondimeno gli avvenimenti fono
ftrabbocchevoli , e violenti : quali fono i diluvj , gPincend) , le torbide
procelle , le repentine fchiere delle bejìie , le rovine , le pefiilen^c, le flo^
Che fecondo le wV/ri della terra . E , come che il Fifico Poeta , cioè quegli , che ferivo
WMeria naturali , qual fu LucreTjo ', e fimilmente colui , che infegna i,
cano'var/orna- » qual fu Virgilio nella Georgica , non altronde prenda
menti . l’apparecchio , e l'ornamento , che di là , onde offerta gli fi era la mate-
ria da trattare ! nondimeno t Eroico ,e'lT ragico parimente ,e’l Comi-
co, e chiunque favole compone , a trattar quel , ch’egli ha propoflo , ci
a bene adornarlo , ufa le più volte quelle cofe , cho non fono di una fìeff»
Quali ornamen- ^<tniera i perciocché Empedocle ( ricorro agli flranieri , poiché non tro-
ll Poeti Fi/i- vo tra’ noflri , chi cfferci poffa efemplo ) avendo egli imprefo a fcrivere
' delle cofe naturali , con iftile a quelle conforme le trattò . Ed Efiodo ,
infegnandoci i lavori della terra , co’ precetti a quell’ arte convenienti
Quali ornamen- gli ci dimoflrò . Ma Virgilio , ed Omero di ciò , che fecero quei nobiliffi-
e de’^Li^i^'* lodarono , e di ciò , che loro avvenne ‘, e'I Petrar-
ca delle fìngulari belleg^xf , e delle rari eccellente di quella Donna , la
qual' egli ed amò , e commendò fommamente , fcrivendo ; non agevol-
mente fi direbbe , quanto fu vario , e di quante maniere l'apparecchia-
Efemplo ditrar- mento , il quaP ejfi ad illufirare , ed arricchire Papere loro ufarono . Ed,
tar le laudi d’u- acciocché affaggiamo quel , che s'é detto , fé lo Storico narrar voleffe le
Come "l'è* tratti alcuna bella , ed onefia Donna ; loderebbe nominatamente le par-
lo Storico. ti , e le fattefte del corpo, e le vertù dell' animo , e i cofiumi ,e'l va-
lore , e ’l ragionare , e ’l fenno , e la pudicizia , e quanto amor di fe ac-
cenda
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LIBRO QjJ ARTO, 4*P
etnia tlla nt cuori di coloro , che la mirano , e che todoni : ed agglu-
gnercbbtvi le compara<^ioni dell’ antiche dagli fcrittori mirabilmente lo-
date , agguagliandola , o pure antiponendola a quelle, per far lei pii de.
gna di tner aviglia . ^efte lode il Petrarca volendo nella fua Laura di-
nioflrare, per altra via le Cercò ; e trovolle nelle cofe fomiglianti, e nel.
le congiunte, e nelle confeguenti, c negli effetti . Ond' egli fa , ch'ella fa
Sole , c lume al mondo , ed attribuifee a lei quel , tb'è di lui : ftcome in
molti luoghi , e fpecialmente in quefli ,
Quel Sol , che folo agli occhi miei rifplcndc ,
vaghi raggi ancor’ indi mi fcalda . S
Ufi moftri I attendi
L’erba piti Verde , e l’aria piti ferena t
Iv’ è quel noftro vivo , e dolce Sole ;
’ Ch’adorna , e ’nfiora la tua riva manca . £d
Ombrofe fclve ; ove percote il Sole ,
Che vi fa co’ fuoi raggi alte , c fuperbe . E
Prendi qualitli dal vivo lume . E
Ch’un Sole
' fu (òpra ’l ghiaccio , ond’ io'folca gir carco .
perciocché ’l Sole è quel , che veramente rifplende , e fcalda , e fa Perbe
verdi , e raffercna l'aria ,■ e adornaci fiori la terra , e vefie di fronde le
felve, e disfi il ghiaccio,e genera qualità nell’ acque. E in quel Sonetto,
Quando dal propio /ito fi rimovc .
e ne’ due feguenti, e quel, ch’avviene per la lontananza, e quel , che per
la prefenzg del Sole , anzi (Pun maggior lume , da cui procedano tutti i
favori, e tutte le grazie del cielo, attribuifee a lei. Onde tutto quefto ap.
parecchiamento è tolto dal teforo della Natura ad abbellire , ed ornare
quel , che pur’ i della beltà naturale, come fe Donna sì leggiadra, e bel-
la foffe vero Sole, e divino lume ; ed a lodare le fingulari bellezze di lei
non apparecchio d’altre cofe gli fervi, che di quelle naturali, che loro fo-
migliano nel Sonetto ,
Onde tolfe Amor l’oro , e di qual Vena 1
Con le cofe ancora , che fon delCArte , meravigliofamente dipinfe quel ,
cb'è del naturale affetto , nel T rionfo d’ Amore . Naturalmente regna , e
triomfa negli uomini C appetito della carne ma il modo del trionfare
è tolto dall'Arte , e lo fìrnménto , col quale egli vince , e fignoreggia ,
e trionfa : qual'é l’arco , e le faette , e ’l carro , e quattro delìriert via
pià , che neve bianchi , e Pandar catenato Giove innanzi ul carro con
tutti gP/ddii di Farro , e con infiniti femidei per la fimilitudine , la
G g g 2. quaPé
Come la trittì
’l Lirico .
Artifìcio del
Petrana in lau>
dare M. Laura.
Efemplo di co-
f*— » fomiglianti
tolte dalla Na-
tura .
EfempII di colè
fomiglianti tol-
te dall’Arte.
Ne’ Trionfi t
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;
410 DELLA POETICA TOSCANA
Ne’ Sonetti, tjual'è dello artifìcio con la Natura . E nel Sonetto ,
FafTa la nave mia colma d'obblio ,
deferive lo flato pericolofo delC amante con fapparecebio dell’ airte dei
^ Facile Catrtoiii. navigare . E nella Cannone ,
Standomi un giorno folo a la fenedra , - '
fteome nelle vtfloni della fiera cacciata da due veltri, e del bofehetto degli
allori, e della fontana , e della Fenice , e di Euridice fono le fomiglianj^e
delle cofe naturali', così quella, ch'è della nave, è prefa daW Arte ; ancor-
chi vi firn molte cofe naturali, qual'c il mar tranquillo, [aura foave,e ’l
Efemi)Ij ili cofe cielfcn'^a nuvole . Ma il cafo diede la materia ul Poeta, cioè, la violen- '
colte dal Cafo, , f innan%i tempo morte di Laura , della qual fu cagione la peflilenora ,
E fono le cofe dclf apparecchiamento dalla perfona , il cui cafo quivi fi
tratta , differenti ; parte nel genere , quali fono il bofehetto degli allori,
e la fontana ,e la fiera ; parte nella fpecie , qual' è la Fenice ; e parte in
quel,che non fi può dividere, qual' è la Donna punta nel tallon da un pic^
ciol' angue, per la quale Euridice fi dinota’, ove anche fignificarfi chiara-
mente vedete , quanto fia fragile , e breve, e fottopofla alla violenta for-
^ tuna, ed a cafit repentini , e mai non penfati la vita de’ mortali, il cui mi-
ferabil fine allumini il Sannazaro con quella belliffma comparazione
yirgiliana , ,
Qual rofa , che calcata in tci/a langue .
E pi a brevemente il Petrarca ,
Come fìor colto langue ,
il quale con la comparazione del Sole dimoflra quel, che ’n lui operavano
gli occhi di Laura in quel Sonetto ,
Quando il pianeta , che dìdingue Tore .
AV fi può negare, che in quei verfit ,
Selve notare , e monti
Direfti in alto gorgo ,
Parte volar quafi veloci augelli ,
io con la Comparazione delle cofe naturali, quelli, che fa PArte , non it-
Da'Confeguen* luftrajfl . E quando alcuna perfona di quelle cofe lodiamo j le quali già gli
** ' antichi deificarono , fe dimoflriamo , quelle aver lei feguito, non i qneflo
I ornamento di laude meravigliofo ì
Virtìi morta c , bellezza , e cortella ,
^ ^ Le belle Donne intorno al cado letto
Tride diceano . E
Spenta è la cortcfia , fpcnto è ’l valore E
Con lui il diparti la feda , e ’l canto .
Simil-
■ ~ t
\
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LIBRO (QUARTO,-
41*
SimiUncnte ,
/Tu mi lafciaBi il cici voto di Belle
f ttttto il rimanente di quella fìanx-t non è bcllijfima laude tolta da quel-
le cofe, thè fcguirano Li difartUa della perfona in quella Canxone da me
lodata ì ficome ecccllentiffimamcnte lodata fu dal Petrarca Laura per le Dagli Anrece»
(ofe , che innanzi al nafier di lei n'andavano , ' •
11 di > che coBci nacque , cran le (ielle > - .
Che producon fra noi felici cfiTctti » *
In luoghi alti , ed eletti ,
L’una ver l’altra con Amor converfe ,
perciocché egli fignificò , che. bcUi(fima , e valorofìjfima Donna farebbe
quella , che con tanto favor del cielo , e delle felle in luce ne venia . E
quel verfo , ' •'
Una nube lontana mi difpiacque y ' I
non fignifcb la troppo inttan^i tempo futura morte di lei ì Né men leg-
giadramente dinotò , che avvenir dovefft , quando »
Per far' una leggiadra Tua vendetta ,
E punir’ in un di ben mille otTcfc »
Cclatamente Amor l’arco riprefe ,
Com’ uom , ch’a nocer luogo , c tempo afpetta l £
De l’aureo albergo con l’Aurora innanzi
Sì ratto ufeiva il Sol cinto di raggi >
Che detto avredi , e* li corcò pur dianzi >
infin' a quel terzetto , . • . . .*1 .
Poiché quedo ebbe detto , difdegnando > ' '
Riprefe il corfo pih veloce affai, ' , • '
Che Fakon d’alto a fua preda volando . '
Che diremo dilC efercito , col quale dallaffalto d' Amore Laura fi àifefi ì
non fignificò egli la vittoria, ch'ella dovea riportarne ì
Armate cran con lei tutte le fue .
Chiare vertuti . . . . <
Parmi aver chiaramente dimoflrató l'artificio del Poeta , e la inven- AnìBcSo tWle
Xfone , qual fia nelle cofe . Fbr. Dmoftrateloci , qual fita nelle parole ; Paiole tratr^w*
conciò fta che gran parte in quelle ancora ne confifta } perciocché fono
anche da trovare le voci , con le quali fi fpiegana i penfiteri, Mis. Tutte
le parole 0 fono propie, 0 traslate t perciocché tantiebe, le nuove , bufa-
te , Pinufitate nell'ordine di quelle, 0 di qutfle convien , che fi pongano .
.^efta via , quefta maniera , che Topica dir fi potrebbe , della quale al
prefente fi ragiona , nell' uno e nell’altro fi truqva , e tienfi , quando da
certi
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4zi DELLA POÈTICA TOSCANA
tcrti luoghi pofii nelle cefe precede il ptrlare’, acciocché da cjHcl,ch’è tri~
to , e volgare , ci partiamo : conciò fta che Tofcanatnchte , e bene ft di~
ean molte cofe , ancorché le parole dalla comune confuitudine fi tolgane;
ma con quefta maniera di parlare ft rendano pi^Jeggiadre^ . Chi non sa,
cjfer voce Tofeana Scaccia? e nondimeno per più ornamento da quel
Da'Confcguen. luogo , che fi chiama da' Confeguenti, s'é tolto , e detee ,
Mette i tuoni in bando , ' . .
foce ufata , e propia della noflra lingua é Nacqui , c Nacque ; ma per
più leggiadria dal mcdcfimo luogo vtcn così detto ,
^ando novellamente io venni in terra . £
Conti* ella venne in queno viver balFo . -.v£ V -
Che fu difeefo a provar caldo , e gielo .
Dagli Antece. Sicome dagli Antecedenti ,
‘lenti . Il qual feco venia dal materno alvo , .
cfot , era nato . Volgarmente ancora per tutta Italia , e prepiamente fi
Dalla Cagione, dice Morire ; ma più leggiadramente dalla cagione vien , che fi dica ,
Ove di fpirto priva < ,
Sia la mia carne , . v'» - • i.: . : . . , ’
cioè , ov’ io fita morto ; perciocché come C unione dello fpirito con la car-
ne é cagione della noflra vita : roii la fiepara^jone di lui da lei é cagione
della morte , £
Del corpo ufeio quell* anima beata .
pa’Coiifeguen- E da quel , che fegne ,
’ Chiufer le luci in fempiterno fonno .
Dalla Diffiiii- E dalla Diffinixione , , ’ '
*ioiie . Che lodo è ritornata , ond* ella ufeio ,
Come fe ’l morir /offe ritorno delV anima in cielo . 'Ed
A me ha grazia , che di qui mi fcioglia . Ed
Anzi lodate lui , che lega , c fcioglic « ~ Ed
Anima bella da quel nodo fciolia . .1
come fe */ dar vita fita legare, e fcio^liere il dar morte; e legame delCani-
ma il corpo . • -£ , ' . f < ' •
Ne la bella prigione , ond* or'lb fciolta , ^ ,
Foco era Hata ancor l’alma gentile .
cóme fe la vita umana fita tener V anima in prigione , e la morte hberar-
Dalla Cagione, • E dalla Cagioni ; ‘ i • <
Tinto di dolce invidia . Ed > ~
E di bianca paura il vifo tinge ; ' • *
Da* Congiunti, perciocché da paura, e da invidia nafet la fallidci^xi^. E da'Congiunti con
molta
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LIBRO iQJJARTOrf - 42^
molta leggiadria rocciftone de' mortali /} dinota in que verfì ,
Tutte vcftite a bruti le Donne Perfe ,
£ tinto in roiTo il mar di Salamina . E
Quel , eh’ in Tenaglia ebbe le man si pronte
A farla-dcl civil fangue vermiglia . £
Perchè ’l verde terreno
Del barbarico fangue fi depinga ?
Chiamanft qttefti Congiunti : perciocché non fono già cofemeeffarie, an-
corché le pià volte fogliano nella morte degli uomini avvenire , P«r. Io
volea dimandarvi , quali fono gli Antecedenti , e qual i Confeguenti , e
qual i Congiunti ; ma non mi parca , che fi convenijfe interrompere il
corfo del voflro ragionare . ‘Or , che dichiarato ci avete , quali fieno i
Congiunti ; diffiniteci , quali fieno gli Antecedenti , e qual' i Confeguen-
ti , acciocché meglio intendiamo i Itaoghi , che ci allegate , Min. Come i
Confeguenti neceffariamentc ne vengano dopo la cofa , la qual noi dire
vogliamo ; cosi gli Antecedenti ne vanno innanzi . Non può effere Apri-
le, e quel tempo, nel quale il Petrarca s'innamorò ; che prima il Sole non
alberghi in Tauro ; né anche la mattina , che prima l'Aurora non appa-
ri fca . E però quel tempo , e quell- ora il Poeta volendo fignificare, usò
gli antecedenti , dicendo ,
Scaldava il Sol gili l’uno e l'altro corno .
Del Tauro ; e la fanciulla di Tìtone
Correa gelata al Tuo antico foggiorno.
E in quel , che diffe Scaldava, per quel, che feguità , clt'aibcr-
gava : perciocché non può feguire, che non fcaldi il Sole, dov' egli alber-
ga . Ma congiunto é quel , quando dijfe ,
Che rinnova i miei fofpiri .
perciocché non era neceffario , ancorché convenijfe per quel , che fuole il
più delle volte avvenire . E certo i Congiunti , che Aggiunti ancora fi
chiamano, fono di tanto ornamento , e di tanta forga ; ci}’ a Poeti, i qua-
li van dietro al verifiimile più , ch'ai vero, ed hanno in coflume d'accre-
feere le cofe , che trattano , fervono più > che gli altri luoghi . Onde chi
dieejfe , ...
L'aere fcrian le dolorofe (Irida,
il terrebbe da' Confeguenti : percioccb' é neceffario , che gridando Caere
fi batta . Ma chi dicejfe ,
Ferian le (Ielle i dolorofi (Iridi .
dagli Aggiunti il prenderebbe , e darebhegli più forga j benché non fu
neceffario, che lo ftrido ferifea le /ielle, Da' Confeguenti adunque farà il
deferi-
Che i Congi’u*.
CI non (òlio di
cole necenorie.
•
Che i Conlé»
gueneijc gli An-
tecedciici fono
di cole necelia*
rie.
Che’l luogo de’
Congiumi fer-
va più , che gli
altri ai Poeta .
Da’Conleguet^ i
ti.
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Djgi; Ar.rcce-
dfiiti .
Di' Rfpiignan-
6 .
Dagli Ctfecti.
Dagli EfTeKi , e
dalia Cagione.
Dalla Diffni-
iioiic, e dal i'i-
niik .
Dall’ Annove-
rar delle pai'Ci.
Dal Notarrea»
to della parola.
Da’Congineatì
414 DELLA POETICA TOSCANA -
deferiver (Osì fu notte ,
Ma , poiché ’l ciclo accende le fuc (felle .
£ dagli Antecedenti il dinotar cosi l’ora mattutina . *
Già liammeggiava l’amorola (fella ' . : '
Nell’ Oriente ; e l’ahra , che Giunone ■ •
Suol far gclofa , nel Settentrione
Rotava i raggi Tuoi lucente , e bella .
£ poi da’ Congiunti , * - • ‘
Levata era a filar la vccchiarclla •'
Difcima , e fcalza , e dello avea ’l carbone t
E gli annanti pungea quella Ragione ,
Che per ufanza‘a lag rimar gli appella ‘ '
E da' Ripugnanti , • ' ' . ,
Che non ben si ripcnte . ; ■ • ■
■ • '■ De l’un mal , chi de l’altro s*apparecchia .
percioccM il ripentirft -,'è Papparecchiarfi a far male nonflantio inftevtel
E dagli Effetti la morte di Laura , ; .
Occhi mici , ofeurato è ’J voftro Sole .
perciocché le tenebre dcgh^cchi di fui procedean dalla morte di lei. E ’l
luogo ombrofo , 0 pure il lauro , che ombr.xva il luogo ,
Tal ch’io dipinfi poi per mille valli '
L'ombra , ov’ io fui V ‘ *
E dagli Effetti , e dalla Cagione t ' - . • ' • ■
Ch’io piango a t'ombra , c al Soie >
cioè , la notte e ’l dì : perciocché l ombra é effetto della notte , e ’l Sole
è cagione del giorno . E dalla Diffnigione tolta dal fmile ,
QucRo noftro caduco , e fragii bene ,
Ch’è vento , ed ombra , ed ha nome beltade .
E dalC Annoverar dèlie parti s ■ ■
Non Telili, Po, Varo, Arno, Adige , c Tebro . Ed •
Orfo , e non furon mai fiumi, nè Ragni .
E dal Nvtamento della parola , ' .
Rapido fiume , che d'alpedra vena
Rodendo intorno , onde *1 tuo nome prendi . ‘ -
E dot CongiiigatJ , . • ‘ •
Laura cclcde , che ‘n quel verde lauro . £
Laura , fc l’auro del bel capo fpiega , . .
Ofeura il Sole ; e ’n'aurci nodi ardenti , ...
Se poi l’avvolge , ng diAringe , c lega .
’ ’ £ dal
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LIBRO QJJARTOi
Dal Genere.'.
4»r
J? ial Genirt J
Quella pianta felice J Ei
Arbor vittotiofa ,
fer TAlloro . E dalla Specie t
Così rofe , c viole
Ha primavera ,
per li Fiori . E dalla Similitudind p
Quando Donna fembiante a la Cagione
£ dalla Differem^a ,
Quel sì penfofo è UlilTe , affabil’ ombra >
a differeti'^^a del vero , e vivo . E dal DiJJimìle |
O felice Titon , tu fai ben l’ora
Da rìcovrar’ il tuo caro teforo
Ma io t che debbo far del dolce alloro ;
Che fé ’l vb riveder , convien p ch'io mora ì
E dal Contrario p
Ch’ai gudo è dolce , a la falute l rea .
£ dal Maggiore ,
Piacque a retcrno» ed onorato Padre
Tra quantunque leggiadre Donne p e belle
Il pih bel volto j e *1 cielo ornò di ftclle p
D’alma belili le Aie celeffi fquadre .
C'amore adunque delle cofe belle non fi difdice ad uom mortale p thè
»e ami . È
Che poflb io far > temendo il mio Signore ?
fe ’/ Signor non può fiate allo 'ncontro p come vi fiord il fervo 2 Ed
£ chi non fcalder^ > chi fcalda il Sole ì
E dal Minore p
Se Al beato > chi la vide in terra ;
Or p che lìa dunque a rivederla in cielo 2 E
Che farà il ver , fé tanto pub l’inganno 2
E dal Pari ,
L’ora prima era , e ’l dì fello d’ Aprile >
Che già mi fìrinfe ; ed or lalTo mi fciolfe . E
Gir di pari la pena col peccato . E
Si paragona pur co* pih perfetti . Ed
Egualmente mi fpiace morte , e vita . Ed
Ahi difpietata morte ; ahi crudel vita .
Or cosi brevemente avendo io mofirato t fegni de' luoghi p nt' quali
Hhh fioM-
%
Dalla Specie.
Dalla Sinilin*
dine.
Dalla Diflèrea-
ca .
Dal DilGmile.
Dal Cootrari»,
Dal Migsiorel
Dal Minori
Dal Pari,'
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Del Decoio.
426 DELLA POETICA TOSCANA
flatmo le Figure del dire nafcoJie,ciafcun' altro col fuo fludio,e co» l'efer-
cixfo potrà giugnere a fapere , come ft trovino gli ornamenti delle fen-
tcn-ze , e delle parole , mafftmamente perciò , che particolarmente , e di^
[Untamente con lungo difeorfo ho narrato , quanti e quali peno quePi lu*
m del Poetico parlare . Fee. Poiché di tutto Capparecchio del dire chia-
ro e leggiadro a baPanxa s'é ragionato ; rimane , che c infogniate , come
nel verfo ciò attamente , e dicevolmente far p pojfa : perciocché dimih-
Prato avendoci voi, non che i fegni de' luoghi, da' quali tor p poffa P or-
namento del parlare , ma l'arte ancora di trovare , come le parole dalle
parole nafeano , c le cofe dalle cofe ; tengo per fermo , che quel , ch'é di-
cevole , ed atto , che Decoro da' Latini p chiama , apertijfmamente ne
Opinione degU infegnerete . Min. Studierò di foddnfare al vofro depdcrio , come che
fi truovi, eh’ a pieno , e perfettamente n’abbia ferino :
ìtinane\ * perciocché gli antichi Pimarono effer chiaro , che non ad ogni faccenda ,
Oni-v.i7;onej tempo , né ad ogni luogo , nè alla prefen-
d’antichi intor- ^a d'ogni uditore fa bene una maniera di parlare ; onde giudicarono non
fifièva'neUc'tré ^ ^‘^ee altro precetto , fe nonché la pgura del dir grande
Ficiire del dire, e pieno , e dell' umile e dimcjfo , e del me-^^^ano adattiamo a quel , che
’ • p tratta j e nulladimeno ejferci lecito d'ufare quap i mcdepmi ornamen-
1 mie. ^ - ^ gagliardamente , e con più nervo , ed or più leggiermen-
te ) e con minor lena : e ’l poter in ogni cofafar quel , che p conviene,
cjfer dell' arte , e della natura j pcome della prudenza il fapere , che , e
quando p convenga . Ma , perciocché la prudenxji , o s’acquifa con gli
ammacflr amenti della dottrina , o pure fe n'ajuta ; mi par , che farò co-
fa propttevole , fe del Decoro io dirò brevemente quel , che ne riputerò
j Varietà di de- t»'Sh\ire , e più degno , E prima per ben vedere, che Pia bene a ciafiuna
coro fecondo la perfona , recar vi dovete a memoria quel , che s'é di tto de' coPumi: con-
par[a cioffiacofaché monti non poco di qiiaP età pa chi parla , di qual dignità ,
Decoro fecondo , di qual condiz^ione , di qual fortuna , di qual gente ,
J’£tà . in qual luogo nato pa , ed allevato : perciocché ad altri altra maniera
Q'ial (Ì.1 il par- p‘t>'l^te è richicjia } a' vecchi la moderata , e Pretta , e benigna , e li-
Iarde’ Giovani, mata ; e certo , qual ce la volle pgnipear Cicerone , quando dijfe , che 'I
e de’ Vecchi . jiff cominciava ad invecchiare: a gioveni C abbondevole, e piena, ed
ardente, ed alta, ed ardita, ed ornata: pecme ancora non ad ogni età con-
viene il medepino vefire j né il medepmo cofume in quella , e in que-
Viiio di parla- ^ • Chi patirebbe nel vecchio la copia del parlare , e P ardore ,
re de’ Vecchi ,e e ’l gonpo , o pure il pare , e la fcelta delle parole, e la vaghe:t,^a , e la
leggiadria , e tutto l'altro ornamento della polita compopxjonc Ì Chi net
giovcne il pecco , il breve, il fattile, il fevero e quel che inna»%j tempo
ha
S Mezzana.
de’ Giovani.
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LIBRO QUARTO. 417
ba certo odore delF autorità fenile ! E, perciocché io non infcgno Roman-
I Tji , ma quella Poefìa , la qual feguirono Dante , e Petrarca , come colo- Efempiod/ Vìe
' ro, che non ft volfer» partir dal cammino,il qual tenne Virgilio, ed Ome- gil/o , cd Onvc-
I ro , non trovando efcmpli di quel, ch'io dico, in quelli nofìri, ricorro vo- •
lentieri a pià antichi , e fpecialmente a Virgilio , l'opere del quale fona
a' dotti , ed agP indotti già note , maffmamente in quella età, nella qual
fi fono fatte volgari . Come adunque al Giovane parlar convenga , non
pure C Omerico Achille , ma il Virgiliano Turno vi farà efemplo ; come
al Vecchio il Re Latino . Né quel , che fi darà al governo della Repub- Dfcortì feconda
hlica , in guifa di Filofofo , che né molto lontano , terrà quel tempera- la Piofi-llione .
to modo , che nella mediocrità confile , 0 pure il femplice , e' l volga- Govwinato
re , e cottidiano , come il faldato , ma in guifa d'uomo veramente favio, re.
che attende alle cofe pubbliche , ed alle particolari de' Cittadini , i quali Di Soldato.
egli difende , tutta la for%a , e la copia , e la foavità della eloquen%a po-
ne dicevolmente in quel, eh' egli tratta . ^uali fi fingono da Omero Ne- Decoro fecondo
flore , ed Vliffe . 1 Principi ancora , e i Re hanno una lor propia, e par- ** dignità .
ticolar maniera di parlare . Ne' quali , benché l' abbondevole , e vaga ,
c piacevole , e piena di molto fludio , e di fatica non fi richeggia ; non
però defiderar fi dee la grave , la qual abbia col pefo delle fentcni^e la
leggiadria delle parole congiunta . Laonde quefla varietà di perfine fa. Che uno fleflo
che CIÒ, che in altri é fegno di laude, in altri fciocchci^^a , e trafeuratag- Parlare in altri
ginefi ftimi. Dica Diomede quel , che daTerfita contro Agamennone trl*b?afimaro.***
fi dice ; fiicome quegli mojfe a ridere , perciocché parea , che feioccamen-
te , e trafeuratamente parlaffe , così quefii deflarebbe in altrui meravi-
glia : percjocché fingular grandegga d'animo moflrarebbe . Né meno an- » Varietà di
cora monta, quali fieno quelli , che flanno ad udire ; cóncioffiacofaché decoro, fecondo
generi diffomiglianga l'età, la podeflà , lafignoria, la dignità. Onde Ud'itori?
a Giunone , che dimanda , e ad Eolo , che rifponde appo Virgilio , non £femplo
conveniano le medefimc parole . Se quegli , a cui fi chiede , e preghiera
fi porge , é di maggior dignità , e di più potenza ; il promettergli gui-
derdone per ottenere quel , che fi dimanda, fi difdice ; conciojjiacofa-
ché la grandc%Tt^a , e l'eccellcnxa di lui non fofienget , che i doni a far
( beni fido l'inducano . Ila , perciocché quel , che fi dice , molto importa-, j
. attamente , e dicevolmente dirà colui , che ben mirerà non pure , che fila fttondo la "
profittevole , ma che convenga ; le quali due cofe, perciocché le più voi- "à^aélla’?
, te fono congiunte , non fi difputerà qui , fé mai fi difgiungono . Ma, do- Maniera di cofe
, ve avverrà , che fi contrappongano, farà meglio , che V dicevole fu vin- Utili, Oneftt-»,
i citore . E , petciocihé le cofe fono di tre maniere } ficome il fare l'one- Meazane.
^ fle, cosi ambe il dirle fempre , ed in ogni parte, a tutti é fommamente ri-
H h h z chie-
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Lodar fe fteflo è
vizi'ofo I fe non
in due tempi.
I Per dar noci*
zia di noi ■
» Per rirponde*
ic al nimico.
4 Varfeti di
decoro fecondo
*Ii Atfccci ,
1 Varìetl di
decoro fecondo
l'Invenzione..* t
Difpoiizione../,
Elocuzione .
Che fi i tracu.
co .
1 Dell’ loven»
kioue •
4i8 della poetica TOSCANA
cbie/lo : a ninno mai, né in luogo alcuno, le brutte t difonefie . Ma quel-
le , che fono tra fune e t altre , e quafi nel me'zxo * fii*,o meno fon da
concedere , o da riprendere , fecondo che la perfona , il tempo , il luogo
richiederà . Biaftmafi il gloriarci delle cofe nojìre , che a molti é nojofo',
e perciocché par , che fta in difpregio degli altri , genera difdegno . T ai-
volta fi concede per dar notizia di noi, ove la noflra prefen%a non fta co-
nofciuta : qual’é,
Son quel pictofo Enea , che porto i Dei
Di Troja , fopra ’l cicl noto per fama .
0 per rifpondere al nimico , che con parole ingiuriofe sfacciatamente et
minaccia : quaN ,
Se prod' uom fei , comincia ardito , c pronto:
A ferir Vienne : a Priamo dirai
Aver qui ritrovato un nuovo Achille .
Né meno il parlare fen%a modeftia, e con remore, e natamente, che l’ope-
rare, a tutti difeonviene , ma fpecialmente a coloro , che per la dignità,
0 per l’età , 0 per f efperien%a delle cofe , o per la feiem^ia fono fopra gli
altri eccellenti . E nondimeno dicevolmente ciò far fi concede , fe alla
perfona fta bene : perciocché quantunque a Giunone come a mogliere di
Giove , e Regina delli Dei il turbar fi fieramente , e 7 gravemente cruc-
ciar fi difeonvenga ; nondimeno , perciocché da' Poeti non s'é finta cofa
più terribile , né più turbata di Ui , non é da riprendere , ch'ella sfre-
natamente s'adiri , e metta tutto il mondo fatto fopra , né lafci cofa ve-
runa intatta , per far vendetta della ingiuria da' Trojani ricevuta , di-
cendo ella ,
Se ’l ciel non muovo , moverò l’inferno
E brevemente in tutte le cofe é da guardare , che niuno moflri delPauto^
rità fua non aver cura. Ma per lo foverchio di fio di far vendetta, quan-
do quella Dea la fua dignità dimenticando, ad Eolo ne va fupplichevol-
mente ; intendiamo , che ragionevolmente s'ebbe riguardo alla perfona
iraconda , e non a quella , che regnar tra li Dei fi dicea , Ma fen%a dub-
bio al parlar dicevole , ed acconcio molto neceffario (limiamo , che fi fap-
pia , che convenga ad infegnare , che a muovere, che a farci amico l'udi-
tore , che in ciafeuna parte del dire , che in ciafeuna maniera fi richeg-
gia, in qual luogo fta ciafeuna cofa da locare, al fine in qual modo ciafeu-
- na varietà di parlare fi tratti . E nel vero quefìa ultima parte rimane
ad ejfer chiaramente, e brevemente, quanto fia poffibile il più , dimoftra-
ta : conciò fia che tutte l' altre cofe fi fieno in quejìi nojlri ragionamen-
ti dichiarate ; perciocché in quel, cb'é della Invenzione, abbondevolinen-
te
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LIBRO QJL/ARTOJ 4ip’
it infegnatà abbiamo , che cominciando , che narrando > che dividendo ì
thè timprefa materia /piegando, che confermando, che conchiudendo trat-
tar debbiamo , e in quel , eh' è della difpoftxione , qual' ordine tra loro » Della Diipo-'
tengano quefìe cofe , c comi acconciamente fi congiungano, e in quel , che •
al dire s'appartiene , quali parole a ciafeuna di quejìe cofe fiien bene , e
qual maniera di parlare . Né io concederei a quel , che comincia , né a j Della EIocu-
quel , che narra , le voci antiche , o le mutate , o le finte . Né quel , ch'è *ione alcuni bei
da dividere , e partire , col circuito comprenderei . Né permetterei , che
con femplice, e volgar maniera di parlare fi conchiudeffe . Né vorrei, do-
ve la mifericordia fa mefliere , che 7 motteggiare le lagrime afeiugaffe .
Oltre a ciò altra forma di dire nel perfuadere , altra nel confortare , al- 6 Varieti di de.
tra nel giudicio , altra nel ragionamento , altra nel confolare , altra nel ®
riprendere , altra nel difputare, altra nella fioria tener ci conviene , Ma,
quante fien quefie maniere di parlari , come fi trattino , qual di loro a
ciafeuna materia particolarmente fila bene ; mi fiudierò dimoflrarvi con
quella brevità , che 7 prefente luogo richiede : conciò fia che 7 trattarne
lungamente , ed abbondevolmente non s'appartenga a quel , che in un ra- nerali .
giovamento molte cofe del Poetico parlare comprende . Ma colore , che di Qiyg jj,,, j,
ciò diedero ammaefiramentì , differo , che fette fono le Forme , quafi luci forme del par-
delle femplici , e delle congiunte parole ; cioè la Chiara, la Grande , l'Or- •
nata , la Volubile e prefla , la Coflumata , la Vera , la Grave . Nella Quali fieno le^
Chiara la Leggiadra , e la Pura comprendiamo . Nella Grande la Ma- forme del par-
gnifica e maefievole , P Afpra c molefia , l'Agra e forte , la Splendida *
e illufire , la Gagliarda e incitata, la Ricca ed abbondante . iVe/Za Parti dbgiiifor,
Cofiumata PVmile , la Soave , la Sottile , la Modefla * dimejfa , A que- •
fle forme di parlare qual maniera di fenten^e , qual modo di dire , qual ‘ M^o"dfj,ve
compofilionc di parole convenga , comandano , fecondo che la cofa fief- i ^mpofizion
fa , e la perfona richiede , doverfi mirare . Onde la Chiara , che Pura fi
dice ,fifa con ufate fenten^e , con parole comuni fen%a molta diligenza <fclia qual .
locate , prepie , dirittamente ordinate o con membra , o con circuito di due
parlare , che procedendo con quei modi , e con quei numeri , che per loro ^^lice” ’
fiejfi ci fi parano innano^i sì fermi : quaPé ,
Benedetto fia ’l giorno , e ’l mefe , e l’anno , Efemplo djPu.
E la Cagione , e ’l tempo , c l’ora , e ’l punto ,
£ ’l bel paefe , e ’l loco , ov’ io fui giunto
Da’ duo begli occhi , che legato m’hanno .
La Leggiadra fi fa fimilmente con parole ufate , ma fcelte , preparando » La Leggiadra
a quel, che s'ha da trattare, partendo le cofe , che fi diranno , difirtbuen-
io , paffando , ripetendo , fon la medefima compofiet^one , co' medefimi
nume*
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4jO DELLA POETICA TOSCANA
Effmplodilee. numeri , to' medefimi pofamenti , con le medefime figure , e con le mede-
Ciadfia, fine fenten-^^e, che alt altra forma s’attribuifcono ,
Nel dolce ccnrtpo de la prima ctade ,
Che nafeer vide , ed ancor quaft in erba,
La fera voglia , che per mio mal crebbe ;
Perchè cantando il duol fi difacerba :
Canterò com’ io viflt in libcrtade ,
Mentre Amor nel mio albergo a fdegno s’ebbe ;
Poi feguirò , ficome a lui ne ’ncrebbe
Troppo altamente ; e che di ciò m’avvenne . P
Dappoi che folto il del cofa non vidi
Stabile , e ferma , tutto sbigottito
Mi volli , e dilTt ; guarda , in che ti fidi . E
Così parlava ; e gli occhi avea al del fidi
Divotamente ; poi mife in filenzio
Quelle labbra roface , iniìn ch’io dilli . E
Cantai : or piango . E
1 pianfi ; or canto .
Quali figure fie- ^efla politex^Tjit e leggiadria di parlare fa , che in ogni materia diflin-
no a quellecon» tarnente, ed apertamente fi venga la cofa a dimojìrare . E ficome al fem-
1*^ Abbondevole pl>ce,epuro fi contrappone il circonfcritto, e lungo parlarci così al net-
X Turbata, quii, to , e leggiadro il turbato , e mal compofio , il qual fempre è da fuggire,
do fi ufi , e co- j-f ^ pff dimoflrare il torbido flato della mente , che perciocché non
■ (i lafcia leggiadramente parlare , convicn , che con alcuna confuftone di
3 Ofeura , e co- parole fi dinoti ; ficome vedete ne' T rionfi del T empo , e della Divini-
me fi fàccia, e_, (ìt ^ ove il Poeta ragiona or' in prima , or' in feconda , ora in terxa per-
quaiido fi ufi. ^ pYefente , or di paffato , or di futuro tempo . Ma POfeu-
ra forma del dire , che alla Chiara fi contrappone , fifa di lungo , o di
breve parlare , o di dubbiofo , o di mutato . E nel vero è da fuggire ,
fe non fi tratta materia , eh' ofeuramente dir fi convenga : qual i nella
Canxpne ,
Mai non vò piò cantar , com’ io folcva
Della Grande. La Magnifica poi , e piena di maeflà , eh' è parte della Grande, fi fa trai-
1 La Magnifica, (andò cofe grandi, o fien dcgtJddii, o degli Domini iltuflri,o della Natu-
ra , con gravi fentenz^e fcmplicemente , cd apertamente affermando , a
negando, e molte cofe fiotto un verbo folo comprendendo , e col dir muta-
to, e traslato, e fignificar volendo , che s'intenda più di quel, che fi dice,
e con fcelta di parole , che pienamente , ed altamente rifonino , e con ac-
concia compofitTfione , non però fatta con tanto fludio , che pa)a affettata,
. ‘fi
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LIBRO QJJARTO. 4ji
e fi creda ejfervi fiata pofia molta fatica e diligenza , e fen^d afpro con-
corfo di lettere > e fenxfi languido incontro di vocali , e con pofamenti t i
numeri de' quali fieno fiabili e fermi , quali fono f quando le voci fonfl di
poche fillabe : com'é »
Quando ad un giogo , ed in un tempo quivi . E
Dappoiché morte trionfb nel volto . Ed
Una Donna piìi bella alTai che ’l Sole . M
Beati fpirti , che nel fummo coro
Si troveranno , o trovano in tal grado y
Che Ha in memoria eterna il nome loro.
O felice colui ; che trova il guado
Di quello alpellro , e rapido torrente
Ch’a nome vita , ch'a molti è sì a grado .
L'Afpra, e molefla fi dilunga del tutto dalla vaghe:^ga , e dalla piacevo-
le'zxa del dire ; ed ufafi , quando il Senato , o pure il Re , overo alcuna
perfona , la quale aver fi debba in riverenza , apertamente fi riprende
confeverità di fentenri^e , con parole duramente traslate y ed afpramcnte
congiunte pungendo « e mordendo col parlar divifo in membri , o pure in
giunture, e conchiufo con duri pofamenti, quali eran quei quattro Sonetti
del Petrarca, che la Santità del Signor nofiro Papa Paolo .Quarto par ra-
gionevolmente aver voluto , che del Cannoniere fi tolgano : perciocché
fenna riverenza la Chiefa , la qnaP onorare , e riverire in atti, e in pa-
role debbiamo, parean, che biafimaffero ; ancorch' ella a quei tempi non
in Roma, ma in Avignone rifedejfe , e il Petrarca per Babilonia Avigno-
ne , non Rema, corni egli chiaramente nell' Epiflole fue Latine dichiara,
intendejfe . E quaiè ,
O ciechi il tanto affaticar che giova ?
Ove riprende Pontifici regnanti , e Imperadori. E quel mio Sonetto^,
Re de’ venti .
E quefl' altro ,
Re degli altri fuperbo , invitto augello
r quello ,
Ira del cicl fopra ’l tuo capo feenda .
L'Agra, e forte farà , fe i pari , o pure i minori in autorità riprendiamo
con le medefimc , o ftmiglianti fenten^e, parole, e figure di parlare, e co'
medefimi , o fomiglianti numeri , e pofamenti ; perciocché , come nell'
afpra , così anche in qiòcfia mutiamo , e formiamo le parole , voltiamo,
il parlare , divertiamo , rimoviamo Panimo di quel, ch’afcolta , diman-
diamo per far pii* forila, e innanzi agli occhi rechiamo per pungere
Efemplo di ma-
gnificenza .
* L’Afpra-;
Efemplo di af-
prezia .
Sonetti collera
la corte di Avi-
gnone vietati •
perchè proce-
deano da fde-
gno .
3 L’Agra ;
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DELLA POETICA TOSCANA
Efemplo di
agrezza .
4 lia llluflfe.
DiflTerenza f ra_f
{’llliiiirCi e la_«
Ciliari.
Efemplo di
Splendore .
1 La Incicaca •
ggramnte : t}uaN , V)
Misera la volgare , e cieca gente . E
Ite fuperbi e miferi Criltiani
Confumando l’un l'altro , e non vi caglia >
Che '1 fepolcro di Grido s in man de’ cani . M
Che pur’ agogni ì onde foccorfo attendi ì
Mifera , non intendi ,
Con quanto tuo difnore il tempo palTa j jB
Lumi del del y per li quali io ringrazio
La vita , che per altro non m'c a grado ;
Oimè , perchè sì rado
Mi date quel , dond’ io mai non fon fazio ì
Perchè non piìi rovente
Mirate , qual’ Amor di me fa drazio 2
£ perchè mi fpogliate iminantenemc
Del ben > ch’ad ora ad or l'anima Teme 2
Za llluflrt fi fa, fe delle cofe lodevolmente, ed eccellentemente operate le
fentenT^e fien magnifiche e fplendide, le parole fcelte , e traslate , e figni^
ficanti fovra il vero , ed aggiunte al nome , e raddoppiate , e fen^a con^
giunxioni , e talvolta d'un medefmo fignificato , e con Cimita%ione , e
r appr e fent anione delle cofe , che fi trattano, e con figure tali di parlare,
che forxa elle abbiano , e fplendore , onde la cofa fi dia chiaramente a
vedere r conciò fia che nella illufire , cd eccellente narrazione delle cofe
fervare ci convenga quel, che s’é detto della chiara, ed aperta : percioc-
ché la illufire è piti fplendida, e più riluee , che la chiara . L’una fa, che
intendiamo taltra , che ci pa)a chiariffimamente aver la cofa innanzi
agli occhi , E */ parlare , che in quefia forma dirittamente a pronun-
ziar fi comincia , poi per ampliare , e innalzare la faccenda fi torce , e
con ordine obbliquo fi profferifee, e fificndepiù , che in quella, e fono in
lei que' numeri, e quei pofamenti, e quelle compofizioni di voci, che fona
nella magnifica, e maefievole : quaC é ,
Nel dolce tempo de la prima etade E
Queda leggiadra , e gloriofa Donna . E
De l’aureo albergo con l’aurora innanzi . E
Così rirpofe , ed ecco da traverfo
Piena di moni tutta la campagna
Se a quefia Illufire forma aggiugnerai l’Agra e forte , ne farai la (Ta-
gliarda, e Incitata ; con la qual contrafliamo, infanzia facciamo, ripren-
dtamo, mordiamo più ornatamente, e più ampiamente , che quando agra-
mente
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LIBRO QUARTO; 4jj
minte pàrliamo ; perciocché molte cofe ancora aduniamo , e in una
cofa flejfa dimoriamo , e lei con magnifico , e fplendido , e incitato par-
lare alluminiamo : tfuafè >
Or’ ai fatto renremo di tua pofTa ,
O crude! morte ; or’ ai '1 regno d’Amore'
Impoverito ; or di bellezza il fiore ,
£ ’l lume ai fpento , e chiufo in poca foflà . Ed
Ov’ è la fronte, che con picciol cenno
Volgea ’l mio core in quella parte , e ’n quella ì
L' Abbondevole e ricca è , quando a quel , che inferire , o conchiudere f$ 6 V Ablwiide-
dee , la copia delle parole , e'I pefo delle fenten%e aggiugniamo con la
fpoftxione di quelle cofe, che fi dicono feguire , e in tal maniera, che l'or-
dine, che fuole fervarjì nelP argomentare, fpejfe volte fi cangia : percioc-
ché Énnan^i alla maggiore poniamo la minore , che feguitar devrebbe ; e
innanzi all' una ed alt altra la ragione . ^eflo dire , perciocché non fi Modi', ed efem-
fa fen^a circuito , circondotto fi dice . E , benché non pià le traslate , o P*' vari di ab.
di qualfivoglia altro modo mutate , che le propie voci riceva , nondime-
no particolarmente di certe figure di parlare s' adorna , Con quefta forma
iifitntamente annoveriamo, e compartiamo : quaté , i Annoverando
Due fonti ha , chi de l’u na e Compartendo
fico , mor ridendo ; chi de l’altra, fcampa. Ed
£ mentre i miei duo lumi indarno cheggio ,
Dovunqu’ io fon, di, e notte lì fofpira .
Carità di Signore , amor di Donna
Son le catene , ove con molti affanni
Legato fon , perch’ io ftelTo mi firinfi .
Un Lauro verde , una gentil Colonna ,
Quindici l’una , e l’altro diciott’ anni
Portato ho in fono, e giammai non mi fcinlì. £
Son* animali al mondo di si altera
Villa , che ’n contra ’l Sol pur li difende .
E facciamo elestione : qual’é , a Eleggendo i
Mentre ’l novo dolor dunque l’accora ,
Non riponete l'onorata fpada j
An7Ì feguite là , dove vi chiama
Volita fortuna dritto per la llrada , ’
Che vi puh dar dopo la morte ancora
Mille, c iiìiir anni al mondo onore, e fama. Ed
E ben m'acqueto , c me fteflb confolo }
li» N'e
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4j4 DELLA POETICA TOSCANA
Nc vorrei rivederla in qucdo inferno ;
Anzi voglio morire, c viver folo :
Che piii bella , che mai con l'occhio interno
Con gli Angeli la veggio alzata a volo
A piè del Tuo , e mìo Signore eterno . Ed
£ perchè pria tacendo non m'impetro ì E
Signor mio , che non togli
Ornai dal volto mio quella vergogna ì
3 Apponendo a ^ profofto abbiAm qualche coj'a , v' apponiamo quel , che fegui-
quel , «h’è prò- ta , in qticjto modo ,
Poiché quello ebbe detto , difdegnando
Kiprefe il corfo pih veloce aifai ,
, Che i alcon d'alto a Tua preda volando. E
Quelli cinque trionfi in terra giufo
Avem veduti , ed a la fine il fello ,
Dio permettente , vederem là fufo.
4 Continuando E Pordinc dd parlare continovaino con alcuna di quelle particelle , che
con Confluii- Congiunzioni fi chiamano : qual' è , ^ .
* Se mai foco per foco non lì fpenfe . E
S’io folfi flato fermo a la fpelonca • E
Perchè la vita è breve . E
Poiché '1 cammin m’c chiufo di mercede . E
Quando io v' odo parlar si dolcemente .
5 Ufando voci Ed ufitamo quelle voci, che tra loro fi rifpondono , e riguardano: qud'i,
corrifpondenti. Quanto pili dilìofe Tali fpando
Verfo di voi , o dolce fchicra amica i
Tanto fortuna con più vifeo intrica
Il mio volar , e gir mi face errando . Ed ,
E tanto più di voi , quanto più v'ama . E
Che come vide lei cangiar ’Tcflaglid ,
Cosi cangiato ogni mia forma avrei . E
Che mi flruggon così , come '1 Sol neve .
£ Comparando. Talvolta facciamo compara'ttjone , com’é in quel mio Sonetto ,
Qual’è fe ’nnanzi .
7 Rimovendo E tolto l'uno , l'altro foggiugniamo : qual’è ,
Soiiiu&^te. Non di Peneo , ma d’un altero fiume . E
Qui non palazzi , non teatro , o loggia ;
Ma in lor vece un’ abete , un faggio , un pino .
do^paraw"*”’ ^ congiugniamo , che par , che fepariamo : qual’ è ,
E non
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4J5
LIBRO QJJARTO.
E non pur quefta mifcra ruina
Del popolo infelice d'Oriente
Vittoria ten’ promette ;
Ma Maratona , e le mortali (Iretre .
T alvoltA implichiamo t e involviamo il parlare talmente , che ninna 9 Implicando le
parte per fe intender fene poffa , fe non fia tutto perfettamente compiuto; Membra.
concioffiacofachè ften le membra di lui così giunte tra loro , ed acconcie,
che , perciocché uno circuito te contiene , fune fen^a Caltre non ft poffan
comprendere s qual' è ,
■ O affettata in ciel beata t e bella
Anima , che di ncflra umanitade
Vedita vai , non come i'altre carca ;
Perchè ti fien men dure ornai le Hradc
A Dio diletta , obbediente ancella<»-'.
Onde al Aio regno di quaggiù fi varca ;
Ecco novellamente a la tua barca y
Ch'ai cieco mondo ha gi^ volte le fpalle»
Per gir’ a miglior porto 1
D'un vento Occidental dolce conforto ;
Lo qual per mezzo queda ofeura valle ;
Ove piangiamo il noflro , e l’altrui torto «
La condurrà de’ lacci antichi fciolta
Per drittiflìmo calle
Al verace oriente y ov' ella è volta .
E intrapponendo , l'ordine del dire tufbiamo : qual' è y i« Intrappoa
Quel vifo , al qual’ ( c fon nel mio dir parco ) «emla .
ISIulla cofa morrai potè agguagliarli .
E certamente quefìe figure come più fpejfo tra loro y 0 con t altre fi con-
giungono , così rendon più pieno il parlare , e più ricco . L'ornata farày Dell'Ornata.
non perciocché le parole y e le parti del parlare acconciamente tra loro
s'adattano, e talmente, che , come il corpo per lo {angue difillo nelle T/r-
ne acquifla graya e vagheg^^a , cosi il dire di tal compofixgone t'ador~
na : conctofiacofaché tal' ornamento in ogni forma fta da fervere , ma ,
perciocché alta leggiadria della compofig^ione aggiugne la [celta delle pa- i Parole .
rote y le quali fien polite^ non ; foavi , non afpre ; brevi, non lun-
ghe , e traslate , 0 nuove , 0 di qualfivoglia altro modo mutate ; e di
quei lumi iUuflrate , t quali fono , quando lo voci fi ripetono , quando * Figure.
caggiono y 0 fi terminano fimilmente , quando fi contrappongono , quan-
do fi pone una parola in principio , onde dipendon tutte quelle cefe , che
1 i i z fi di-
i
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4j6 della poetica TOSCANA
ft dicono ; 0 nella fine , onde fi conchiudono ; quando tragcttiamo, o tra~
pjj]ìamo , 0 circonfcriviamo ; quando implichiamo , o divertiamo , o ci
volgiamo ; quando le parti congiunte dividendo feparurno, o di grado in
grado in su ritorniamo: le quali figure, può ricordarvi, rffervi Hate tutte
3 Compofijìo- con efempli chiaramente molìrate . Fa(fi ancora qtiefia forma con la con*
"• t tinovarjoue delle voci , nella quale elle talmente fi congiungono, e com-
pongono infieme , che non è afpro il concorfo , e [contro loro , ne grande
l apertura, nè più fpejfa la confonano^a delle fillabe, o delle lettere, che al-
le rime non fi richiede ; nè [avente le medefime parole [vn ripetile: ed h»
quei medefittni periodi , quei medeftmi pofamenti , quei mcdefimi numeriy
4 Varietà l che detto abbiamo al dir magnifico flar bene . Nè co[a è , che renda pik
bello il parlare , nè più V adorni , che la varietà ; la qual farà , [e i ge-
neri , le figure , i cafi , i tempi, i modi, le perfone , i numeri, tutte quel-
le cofe, che alle parole accadono, varieremo . Se difiimilt fien gli accenti
delle voci , diffomigliante la pronuncia , diverfi i fini , ineguali , c diffe-
renti gli [parj delle fillabe : [e tra le brevi le lunghe ‘,[e tra quelle , che
fono di poche fillabe, quelle, che fono di molte, intrapporremo ; fe' pofa-
Efemplo dell* menti, fe’ numeri, fe le forme, fe le maniere del dire fi muteranno . Tac-
Omata. ciò, quanto più bella farebbe, e quanto più adornata quejìa forma', fe del-
le cofe , che fi trattano, alcuna varietà vi s'aggiugneffe : quaCè ,
Nel tempo , che rinnova i miei forpiri
Per la dolce memoria di quel giorno ,
Che fu principio a sì lunghi martiri ;
Scaldava il Sol già l’uno c l’altro corno
Del Tauro ; c la fanciulla di Ticonc
Correa gelata al fuo antico foggiorno .
Amor , gli fdegni , il pianto , c la Cagione
Kieondotto m'aveano al chiufo luogo ,
Ov’ ogni fafeio il cor laflb ripone ;
Ivi fra l'erbe già del pianger fioco
' Vinto dal Tonno vidi una gran luce ,
£ dentro aliai dolor con breve gioco .*
Vidi un vitcoriofo , e fommo duce ,
Pur com’ un di color , che ’n Campidoglio
Trionfai carro a gran gloria conduce .
Io , che gioir di tal villa non foglio
Per lo fecol nojofo , in ch’io mi trovo
Voto d'ogni valor, picn d'ogni orgoglio ;
L’abito altero , inufitato , c novo
Mi-
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4^7
LIBRO QJ/ARTO.
Mirai , alzando gli occhi gravi , c Banchi ;
Ch’altro diletto , che ’mparar non provo ;
Quattro dcBrier via piìj , che neve bianchi ;
Sovra un carro di fuco un garzon crudo
Con arco in mano , c con faette a’ Banchi ,
Contra le quai non vai* cimo y nè feudo :
Sopra gli omeri avea fui due grand' ali
Di color mille > e tutto l’altro ignudo ;
D’intorno innumerabili mortali ,
Parte prefì in battaglia , e parte uccilì >
Parte feriti da pungenti Arali .
KtUa (jual narrazione non fi difidera cofa alcuna di quanto può dalla
varietà venire ad ornamento del parlare, o che alle coje,o che alle paro-
le , o che alla compofizione , o che alle figure del dire, » che a'numeri, d
thè a' pofamenti ci piaccia riguardare. La Volubile, e prefia JaràJìe Jpef- Della Volubile,'
fio, incifo, e diflinto , e vibrato fia il dire ad incitare , e muovere altrui:
il che fi fa ampliando,accrefcendo,ragunando molte cofe infieme, diman-
dando, disgiuntamente e fenza congiunzioni parlando, ripetendo di mem-
bro in membro , c di giuntura in giuntura ; quaCé ,
1 miei fofpiri a me perchè non colti ,
Quando che Ba ì perchè no ’J grave giogo i
Perchè di , e notte gli occhi miei fon molli !
Schifiamo in quella forma di parlare Papritura delle parole t l'afpro
concorfo , e feontro delle fillabe ; ufiamo le voci correnti, e i verfi di po-
thi accenti , o pure di numeri prefti , e veloci : quali fono ,
Che fan qui tante pellegrine fpade ì
Perchè ’l verde terreno
Del barbarico fangue fi depinga ! E
L’antiquilTimo fabbro Siciliano .
L’odorifero , c lucido Oriente .
Arbor vittoriofa , c trionfale .
E veramente efpreffe la velocità della cofa , (on la quale il Fetta vele»
fignificare cjfer fatta , in quei verfi ,
Per la mirabil Tua velocitate . E
Che mentre piii le (Iringi , fon pafTate .
Za Coflumata due maniere comprende . Luna è quella , per la quale a
tiafeuna perfona s'adatta , ed acconcia il parlare , qual già le conviene ;
r di quella oggi s'é detto affai , quando s'é ragionato del dire acconcia-
mente , e del decoro ; ni poco fe ne diffe ne' ragionamenti de' coflumi,
e de-
D(IIa CofIuiB»>
ta.
Due Maniere^
«li Coliumau,
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I
4j8 della poetica 'TOSCANA
e tirali affetti . L'altra i t^uflla , per la (juale colai , che parla , dimoflra
^iial fta nell* animo difpoflo, e come (la nudrito , ed allevato , E, benché
^uefìa fmilmente in'que' medefìmi ragionamenti abbondevolmente fiata
fia trattata ; parmi , che in quefla parte non fta da lafciare, come quella,
che certi modi particolari di parlare contiene . E , perciocché gli animi
umani or leggiermente fi muovono , ed or gravemente ; gli affetti piA
gagliardi, e pi A incitati col dir grave; i piA leggieri, e piA lenti con que-
Forme Tottopo- fio fi rapprefentano, che collimato fi chiama ; ed ora è Vmile, or Soave,
fteaJlaco/tuma: Sottile , or Modello , e dimeffo . L'Zlmil fi fa , quando le cofe baffe,
» L’Umile. f <l' p'ttiol momento fi trattano , quali fono le fanciullef che , le femmi-
nili , le bofcareccie , le paflorali , e ["altre ftmili a quelle ; e vi fi dicon
fintcnge volgari , e comuni , con le quali quel , ch'è di baffo , e femplice
fentimento , fi comprenda ; quando sì puramente , e femplicemente par-
liamo , che dalla noflra bocca non pa)a ufeir cofa lungamente penfata, nè
con molte fludio ricercata , nè piena d'arte , e d'ingegno : quando così le
parole trite , e tolte dal vulgo fi compongono ,e'l parlare fi forma , e in
membra fi parte , e di numeri fi lega , e fopra piedi fi ripofa t come fi
fa in quella forma , che chiara , e pura nominiamo . E certamente , per-
ciocché qtiefta maniera di parlare è propia del Comico , e del Bucòlico
Poeta , agevolmente efemplo ci faranno , come tener fi debba , l’ opere
» Lì Soare. di quelli , che le Commedie , e che V Egloghe feriffero . La Soave ha la
vaghegj^a , e la leggiadria , e la dolcei^g^j delle parole fonanti , e piace-
voli ,e la compofinjone, in cui non fieno duri feontri di filiale ; né apri-
ture , nè lunghi cinuiti ; ma bene acconci allo fpirito della voce , e tali ,
^ che fi poffano agevolmente pronunziare ; c la fìmilitudine , e [egualità
delle parti , e le parole contrappojìc , e quelle , eh' ad una medefima voce
fi dirigx^no , e le raddoppiate , e le più fpeffa ripetite , e la cofirugjone
delle voci or legata di congiungioni , ed or disgiunta, e fciolta . Faffi an-
cora foave il parlare , ove cofa mai piA non veduta , né mai più udita,
0 nuova fi dica : concioffiacofachè molto diletti quel , che genera meravi-
glia , e grandifftmamente muova quel , che v'aggiugne alcun movimen-
to dell" animo , e defla in lui alcun fentimento di piacere . A quella ma-
niera fmilmente riduciamo ciò , cì>e fcfievolmente , e motteggevolmen-
te , e gentilmente fi dice ; ciò , che apporta leggiadria , e diletto , pur-
ché il brutto vi fi fchifi : perciocché dove mcn’ onefiamente , e mendice-
r olmcnte con le propie voci fi direbbe , quel , che per oneftà fi dee ta-
cere , a volerlo lignificare , le traslate ,e le mutate, e tolte da alcuno di
que’ luoghi , ne' quali s'é detto fiarft nafeofii gli ornamenti del dire, ufe-
rtmo s qual'é ,
Con
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LIBRO QJJARTO. 4jj»
Con lei io > da che fi parte il Sole .
Diletta molto ancora ciò , che novamente , ed audacemente fi trafmutat
purché fpeffo non fi faccia : qual'i ,
Già su per Taipi neva d’ogn' intorno .E ' . ■
Di duiorofa nebbia il cor condenfo . £
Pioggia di lagrimar» nebbia di fdegni . £
Con un vento angofeiofo di fofpiri.
La Sottile , ed acuta fari , fe nelf umil materia quel , che fi dice i ave- S Sottilvd
ri qualche acutexx<* , ed argw^ia : perciocché le cofe dette argutamente ♦
fi dicono anche acutamente. Onde è lontano da quefta forma il rintuT^a-
to , il , e 'Igroffo . Ma ben fi pone in lei quel , eh' è inguifa di
frale , la cui punta non fia rintuT^ta . Il che fi fa di parole , che fono
da intendere altramente , che fecondo la confuetudine volgare non s'ufa-
no > e ricevono tutte quelle muta^'ioni , che detto abbiamo cader nelle
•voci : quali fono quelle , che ufa la Commedia motteggiando , e morden-
do, e la Satira, e 'IJambo , e l' Epigramma . Acuta Metonimia fu quella
del Petrarca ,
Pciicc Autumedon , felice Tilì ,
Che conducefte sì leggiadra gente .
Acuta Metafora quefla ,
Ma perchè ’l mio terreo pifi non s’ingiunca
De rumor di quel falTo .
E tutto il Sonetto t
S’io foiTi flato fermo a la fpelonca .
Acuta quella acerba Ironia , ,
Ite uipcrbi , o miferi Crifliani ,
£ non vi caglia.
Che ’l fepulcro di Grido è ’n man di cani. £
Quelli fur con coflui gl’ inganni miei .
Acuta quefta Sentenza ,
Di buon Teme mal frutto
Mieto ; e tal merito ha , eh’ ingrato ferve.
La Sommefia, e Modefla forma è quella , con la quale fi dinotano i dolci, ^ La Sommeflà,
ed amorevoli coflumi di colui , che parla ; e dimoftranfi o fignificando il e Modella .
giudicio di lui ejfer d'animo gentile, ed umano , o pure inchinando il par-
lare , quando 0 per accrefeere altrui , o per diminuir fefteffo , par , che
altro da lui fi dica , ed altro fi creda ; e ciò fi faccia più per umanità ,
che per vanità , e lictn%a : quatè , quando moflriamo nel dire commet- ~
terc alcuna cofa , e concedere ali' altrui volontà , ed anticipare ofortifi^
can-
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440 DELLA POETICA TOSCANA
candoci innam(i, o confeffando, o preparando, o ammendando , 0 lafcioH-
do, 0 dubitando , 1 quali certamente luoghi , conte fi abbiano a trattare,
con efempli evidentiffimi fi dimoflrò , quando infcgnammo , con quai lu-
mi il parlare s'illuflri , la cui gcntilexx^ , e modeflia vai molto a pacifi-
care , e ad acquiflare benivolen\a , cd a muovere quei piacevoli affitti,
i luoghi de' quali già , com' io penfo , potete ricordarvi effere fiati chia-
rijfimamente moflrati . Nè credo , che dubiti alcuno , che le parole effer
non debbano pure, e baffe ; ma tali , che con quelle ove fia mefliere , ab-
balliamo quel , che a noi s'appartiene , e innalziamo quel , che ad altrui',
0 forz* diamo a dichiarare quel, che diciamo . Z>i quefia forma fono quei
Sonetti ,
Quand’ io movo i fofpiri a chiamar voi .
Vergognando talor , eh’ ancor fi taccia .
Mille fiate , o dolce mia gucrrera .
Della Vera , ed altri non pochi . Vero parlare diciamo effer quella nel quale ciafeu-
no , qual'è dentro difpoflo, tal di fuori veramente fi mofirerà . Onde non
Modi Veraci . avrà coja alcuna in fe finta , nè fimulata, nè preparata , Il che certo ap-
parirà , fe a ciò , che dirai , niuno apparecchiamento avrai fatto , ma
1 Cominciando così cominci , che da certo empito d'animo fi mofiri effer moffo a dire in
con empito. quel modo ; quafiè ,
Come non conofeh’ io l’alma mia Diva ? E
Deh Madonna, difs’ io , per quella fede ,
Che vi fu credo al tempo manifefia ,
Or pi?i nel volto di chi tutto vede ,
Crcovvi Amor penficr mai nella tefia
D’aver pietli del mio lungo martire ,
Non lafciando vofir’ alta imprefa oneffa ì E
Deh porgi mano a l’afiannato ingegno ,
Amor , ed a lo fi ile fianco , e frale ;
Per dir di quella , ch’è fatta immortale. E
Che fai i che penfi ? che pur dietro guardi ...
Nel tempo , che tornar non potè ornai ,
Anima fconfolata ì
E poco dappoi ,
Deh non rinovcllar quel , che n’ancide .
1 1.icendo'alcun Benché net farti innanzi alcun riparo poffi ancora dar fembianZi del ve-
riparo . , quaCè , ‘
Ed io ; di quali fchuole
Verrà ’l maefiro , che deferiva a pieno
Quel,
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LIBRO QJL7ARTO.' • 44»
Quel , ch’io vb dir’ in femplici parole ì
E Prtf arare : <jual’^ , ^ PrepJriiido.
Se del conlìglio mio punto ti fidi y
Che sforzar poflb ; egli è pur’ il migliore
Fuggir vecchiezza > c fuoi molti faftidi .
E neir Ocenpare innanzi quel, ch’oppor fi potrebbe , ♦ Occupando.
Jsè di cib lei , ma mia ventura incolpo . ' •
E nel dir confufo, e turbato non convien , che fi muovano, e turbino co- >
loro , che afcoltano , avendo chiaramente innanzi agli occhi la turba%io-
nc di collii, che parla ! Ma tali faran le parole, ch'alle fenten^e in efpli- % Conformali*
car gli affetti dell' animo convengano : conciò fia che altre parole a quefli doli all’affetto.
afetti, ed altre a quelli fieno richiefle : perciocché l'Ira, che s'ha a dima- Dell’ Ira.
jìrare , voci gagliarde , ed agre, e impetuofe richiede j umili , e fommef-
fe , e pure la Pietà , che difidera muovere altrui ; il che fi lafcia al giu- Della Pietà.
dicio del Poeta : pcreioechè'l gravemente perturbato trarrà l' lidi t ore Modi
fi rimoverà dal corfo del parlare ; dimanderà per difdegno , o per fare •
infian%ia\ ripeterà le parole, ripiglierà fpejje il dire da una voce fteffa', in
una medefima fpejfo il terminerà, il preciderà, che più a lungo non vada;
ammenderà quel, che s'é detto ; ed uferà gli altri filmili ornamenti:, farà
pofe più brevi, che non farà colui, gli affetti dei quale fono più benigni, e
leggierr,ed uferà numeri più duri, acciocché to» » foavi non pa'ja avere la
pìacevoler^iP fludiofamente cercato: il che dee fuggire, chi difidera moflrif
re, che dice il vero . Trovafi anche una maniera di parlare ; che, benché Di un'alna for-
fecondo il parere di Ermogene da tutte r altre fia differente , ( perciocché da Er-
confifìe in riprendere, ed ha quel, cb’é no)ofo, e moleflo )a me nondimeno *”®sene . «
pare , che così nella fevera , tome neifagra forma locar fi poffa . E fi fa Modi .
apertamente rimproverando , quando rammemori aver fatto molti beni- ^mproveraiù
fìcj , de' quali niun guiderdone ti fia venuto ; ma più tofla ingiuria, e dan-
ìw: e moflri i cattivi, e rei Cittadini onore, e laude', i buoni ignominia, e
pena trovare : o diffimutando, e celando quel, ch'é nell'animo', ficome av- Dilllmulando.'
viene , quando dimandi altro da quel yche vorrefti . Rimprovera il Pe- Efemplo di
trarca dicendo. Rimproverare.
Cosi di ben’ amar porto tormento ,
£ del peccato altrui cheggio perdono . E
S’una fede amorola , un cor non finto :
E quel , che fegue infin all' ultimo verfo , • - .
Vofiro , Donna > il peccato ; e mio fia *1 danno i'
E diffmula in quel luogo, ove fi mofìra contento del fuo danno , Efemplo diOifi
Afpctt’ io pur , che fcocchi emulare .
K II k L’ul-
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' 441 ' DELLA POETICA TOSCANA
L’ultimo colpo • chi mi diede ’l primo ,
£ fìa , s’io dritto Himo ,
Un modo di pietade uccider toflo .
£ ) benché quefla maniera di parlare abbia molto or dell' afpro , or dell"
egro ; pure talvoltaj quando fi dijftmula , é tanto fimile al modefto , e di~
mvffo , che fi fa quafi delle mede fimo parole ; c quella medeftma compofì^
Della Horrra_j Vonr delle voci , e quella medefima forma richiede . Or veggiamo , qual
Gra e di due-» fta il dir Grave , ch'é propio deir Eroico Poeta . Non fard egli , fe con
Tu Ciràve ap- S’’"” quelle cofe, le quali abbiano forXfi, ed agute^^a, e pefo, com~
parente . prenderà con parole antiche , fatte, trailate , rimote dall' ufo cottidiano,
e lomune , ed ornatamente cojlrutte, e compojìc , e ferirà gli orecchi con
ptreoffe di numeri gravi, e farà da iRA^^iori lumi del parlare alluminato
ri , che nè fplendore in lui, né grande-:t;s^a, né dignità manchi ì quoTé ,
ETcmpIo. Spirto gentil , che quelle metnbra reggi .
O afpcttata in ciel beata , e bella .
Italia mia ,
» La Grave ap. S certamente in quefte Can^^oni è gravità,ed appare. Ma truovaf! forma
parente . parlare, la quale, benché fenica dubbio fa grave, non però par, che fta
tale . Nella qual maniera tanto più d'arte fi pone , quanto in lei più la
gravità' fi nafeonde : conciò fta che nelle fenten%e , e nelle parole , e ne-
gli ornamenti non abbia cofa, la qual fia dagli orecchi del Vulgo lontana,
e moflri d'effere con molto Jìudio cercata : qual'è ,
Efemplo ; U fon’ or le ricchezze ì U fon gli onori ,
£ le gemme , c gli fccttri , c le corone ,
Le mitre con purpurei colori ì
Mifer , chi fpeme in cofa mortai pone .
Ma chi non ve la pone ! e s’c’ fi trova
A la line ingannato , c ben ragione .
O ciechi , il tanto affaticar xhe giova I
Tutti tornate a la gran madre antica ;
E ’l nome voffro a pena fi ritrova •
E etnei, che fegue. Nel qual dire che vedi, che non fia cottidiano,e corniti
ne i Ma ben vi trovi quel , che i miferi mortali fotnmamente mover de-
vrebbe. E' il vero,che guardar ci debbiamo dal non dir cofe,cbe fuori ef-
fondo d'ogni gravità, nondimeno fludiamo di farle parer molto gravi . Il
che avverrà , fe uferemo fintenxe più dure, ed auftere,che la perfonn,.il
tempo, e ’l luogo non richiede ; fe prima, che proviamo, amplieremo ; fe
Vìilo dì parlar nuove, o vecchie, o duramente, o fpeffo mutate, o più gravi,che
gonfio . non conviene, faremo ofeuro il parlare, ed enfiato , e per la compofìxione,
P'«
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LIBRO Q^UARTO. 44j
pii afprt » e gonfio : perciocché così egli gonfiandoli co* certa apparcn%a
di gravità inganna gl'ignoranti. Nel qual vii^io fono coloro, i quali, vo-
lendo nelCeccellen%a del verfo parer fimili al Petrarca, non fanno la mae-
ftà di quel Poeta imitare, Quelle fono le fette forme femplici del parlare,
delle quali poco fcri/fero i latini diflintamente ; molto , e lungamente i
I Greci . Fer.T rovatene più di quefle ì NLm.Lafcerù cercarle a coloro,che Che tutte
lo Audio loro han pcAo in andarle invefiigando:pcrcioccbé la intenrjon no-
fira non é di ragionare, fe , chi vorrà particolarmente andarle cercando, ^ alcuna delle
più n’abbia a ritrovare . Ma ben credo, che, quantunque altre fe ne tro- eencrali .
vaffero, pur’ in quefie fette generali fi comprenderieno. ftn.Son tali que- Della MilHone
fie fette maniere di parlare,che ciafeuna di loro pojjafare un PoemaìMin.
Non certo al parer mio : perciocché quat opera di Poefia troverefie , il ,
r«f dire fia propiamente , e particolarmente , e del tutto , e in ciafeuna
parte chiaro, o ornato, o grande, o volubile, o vero, o cofiumato, o graviì
Ma io m'avvi fo , quefie cfi'er tali , che sì femplice niuna forma trovar fi Che *i Poema ,
poffa y che con alcun’ altra congiunta non fia . E quel Poema eficr tenuto
ottimo, e perfetto, il cui dire di tutte quefie forme di parlare, o pur della tof
più parte è compofio . Fer.^mV/ forme fpecialmente uferà nello fcrivere Pormej
quefio Poeta, il quale og^i formiamoì ìÀxn.Prima la Grave, la Magni fi- deWiaiio più ti-
fa, la Soave, la Cofiumata, la Folubtle e incitata, P Abbondevole e ricca, •
Dappoi l'Afpra, P Agra,la Gagharda,ed ardente. Oltre a ciò la Chiara, la i &condo Ii_»
Jlluflre,la Faga e leggiadra, fecondo che converrà, che ciafeuna alle cofe,
td alle perfone s’adattn perciocché chi conforta e per fuade, uferà la gran- * Secondo b_*
de%ga,ia gravità del dire, c la dignità con la piacevoleg^a congiunta sì. Materia.
che difit nell animo alcun movimento, ma fuggirà Paouteg;i^a,e tutto quel. Deliberativa.
che premeditato fi dimollra.Chi accufa,fe la faccenda é pubblica, le mede- Giudiciale.
fime forme terrà ; punhè v’aggiunga laforj^i, e la copia,e la velocità, e
Pardorr, e con la gravità la fottilità, ove fia mcfiiere, congitinga . S'ella
é privata , e particolare , lafciando tutto quel , cb'é piopio di colui , che
perfuade , ferverà Calere cofe . Chi difende , uferà la modella, e dimeffa,
ed umil maniera di parlare; e ciò, che induce a pietà. Chi lauda, a quelle Demoftratira.
cofe, che detto abbiamo nel prrfuadere doverfi tenere, aggiugnerà la foa-
0 vità , e lo fplendore; e quel, cb’é rotondo; quel, eh' è pieno, e ricco ; quel,
t fh'é grande, e magnifico ; quel, ch’é bello, e leggiadro; quel, ch'é ornato;
r qttt:l, ch’é illufire , E cofiui , quanto più grave , e incitato narra nel per-
ii fuadere, tanto più magnifico, e più fplendido nel laudare fi mofirerà. F«r. ì Secondo le_»
■ji Nelle parti del dire, come fi porterà ì Min, Nel cominciare modefiamen-
;i te ed umilmente , e con fiacevolcit.\a , e chiaramente , e talmente , che
muova Joavemente C animo dell' afcoltante : talvolta ancora farà pieno , i Principio .
K k k z e ro-
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Nairaiione.
3 Coiiferma*io-
nc .
4 Conchiitfione.
Sotnma di' cofe
■richiefle al Poe-
ta .
I Natura .
» Dottrina.
3 Arte Poetica.
4 Le? ione . ^
5 Iniitavionci ‘
6 Hiercirio.
Della Lcijone.
Quali Autori
lei'ger debba il
Poeta .
Filofofi ;
Platone .
Storici .
Oratori •'
Boccaccio.
444 della poetica TOSCANA
e rotondo, nè del tutto abbandonerà l' altre forme, fe le richiederà la tni-
tcrij,che fi tratta. Nel narrar poi, s'ingegnerà d'adattare alle cofe il di-
re, il quale or fa duro , or piacevole , ora illuflre, or grave, or magnifi-
co', ma fcmpre chiaro,e foave, nè però fcmpiice', an'zi tale, che muova. In
trattare la favola, e in confermare quel, che s‘é propoflo, fpargerà tutte
le for^e del parlare, il qual, come fe fpirito , ed anima aveffe, or fofpin-
ga, e tiri t uditore, ov' egli vorrà ; ora il ritiri, e l'appaghi . Il che age-
volmente egli farà, fe or agramente , afpramentc, ardentemente , acuta-
mente, gravemente dirà, or modeflamente, umilmente fiiajfamente fi por-
terà nel parlare . Vltimamente nella conchiufione , e nel fine , agro farà
cd ardente, alto, grave, incitato a dcjlar nellanimo gagliardi e forti mo-
vimenti', fteome piacevole, e moderato a generar foavi , e benigni affetti.
AV anche lafccrà quel dire , che detto abbiamo , da Fabio chiamarft cir-
condotto, e rotondo', nè quel, eh' è grande', nè quel, eh' è magnificO',_nè quel,
eh' è illuflre . Ma, perche mi fendo a dir tanto di quel, che abbondevolif-
fimamcnte s'è trattato da coloro,che Rcttorica c'infegnanoì E già è tem-
po di feiorre il carro, col qual corfo abbiamo ri lungo campo, e di per fi-
ne alla giornata, la qual è fiata di molte miglia. htK.S'r, fe prima c'infe-
gnerite a quella divina for%a della natura , la quale riihicfia nel Poeta',
a quella dottrina, la quale con la noti%_ia di tutte le fcienxje migliori s'ae-
quifia', a quella facultà, la qual mofirato abbiamo, come nelle cofe, e nel-
le parole fia pofl.i; qual, e quanta legione di coloro, che in ciafeuna feien-
^ia particolarmente (opra gli altri fono laudar i,aggiugncr fi debba] qua-
le, e quanta imitac^ione di quelli, l autorità de quali è fomma ; quale, e
quanto eferci':iio della penna neceffario a chiunque vorrà fcrivere bene .
Miu.Vbhidirò. E prima dico doverfi leggere quei Filofofi,da'quali l'ab-
bondan'^a delle cofe , e la copia del dire aver fi poffa . Chi più del divino
Platone è fimile al Poeta così nella facultà del parlare, come nel finger le
cofe- che vaglton molto a conofeer la fortjs di Dio , e della Natura, ed a
viv\r bene , e felicemente ì Chi dubita , che dalla Storia nutrimento , ed
aumento non prenda il Poemaì conciojfiacofachè fia ella proffima alla Poe-
fia, e quafi verfo fciolto, come quella, che per indurre meraviglia in co-
lui, che leggc,con grandiffmo piacer di lui ufi prefio che la mcdeftma ma-
niera di narrare, t quafi con i medefimi lumi illufiri il parlare. Molto an-
cora giova alla Poetica cloquem^a il leggere gli Oratori , i quali fen^^a
dubbio fono vicinifiimi a' Poeti , ed hanno dipinta ogni maniera di par-
lare, ed efpn fia tutta la for't^a del dire. E qual de' noflri Poeti ( non dico
il Petrarca, il qual fcmpre fi lafcia fuori) tanto può fovvenirc,e giovare,
quanto il Boccaccio a fare il verfo pieno, e grave, e fonante, e vago, ed a,
leggia-
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LIBRO QTJAR'TO. 44?
leggiadramente adornarlo i T accio Demoflene ; taccia Cicerone , e gli al- Demoftcìie, Ci-
fri, che motto ad acqui flarc quefìa eloquen%a ci fervono: perciocché,quan- ««roue.
tunque in voltare le parole, in mutare il dire, e in tutte le figure del par»
lare più arditi fieno i Poeti, che gli Oratori ; non è però tanto C ardimen-
to loro , che come i Greci fovra tutti gli altri audaciffimi , o pure come i
Latini più modefìi di quelli’, così i noflri paiano aver lingua flranicra ufa-
to : perciocché, fe i ver fi , e le rime del Petrarca fciogliefii , niente certo
in loro troverefli, che degno d’ogni ottima profa non ti pareffe ; altro che
alquante , e certamente poche voci antiche , o firaniere alla licenza de'
Poeti, per dar al verfo maefià, concedute . Né poco importa, quali fieno Dell’ Iniiutlo-
coloro, che ad imitare ti proponi: conciolfiacofachè l'imitaTione non abbia
. . , /r / r L j j • Quali Mtbbano
tanta virtu , che poffa agguagliare la sofà , che s imprende ad imitare ,
e quaC ella è , rapprejéntarla ; ma trovi quefla malagevolcgg^a la fimili»
tudine , che la natura fìcjfa far non potrebbe ,'the le cofe fimili non fi co-
nofeano da quelle, che fi rapprefentano, e fono imitate . Onde, fe efemplo
prenderemo da' piggiori , caierem tanto , che ninna laude meriteremo } fe
da migliori , quando caderemo , rimarrem pure nel numero di coloro , che
fon molto pregiati . £' il vero, che non avrem molta fatica in far ele:^io-
ne di quelli, che imitare ci convenga: conciò fia che così tra' Latini,come
tra Greci fien pochi, e tra noi un fol Petrarca fi trovi,a cui di farci finti-
li ogni opera, ed ogni fludio por debbiamo . Né queflo, ch'io dico, vò, che
s'intenda talmente , ch'io penfi negli altri non effert cafa veruna , che fi
debba imitare . Ma le cofe degne d' imita-giont non agevolmente fi cono-
feono da colui maffimamente , il quaP effendo dalla perfezione lontano ,
fpcra imitando acquiflarla . Nè quella imitazione mi piace , la qual con Come iì deb-
altrettante, anzi con le medefime parole alcun luogo, fe non è di fcrittore
di pellegrina favella , traduce : perciocché il pigliar di parola in parola , Quei dì altri
daftranieri autori, fitcome da'Greci i Latini,e dagli uni e dagli altri i no- lingua fi pofi'o-
ftri pigliarono, fu fcmpre,e fempre farà laudato. Ma chi loderà mai il pi- Uefj
gliare da' noflri fiejfi , fe noi facefft così tuo , che non più d'altrui pareffe: role*.
toncioffiacofaché in queflo la induflria tua lodar fi convenga, non pur, che
talora è filmile a quella delle pecchie ; le quali talmente la foavità de' fio-
ri nella dolcezza del mele convertono, che in queflo niente di quelli fi co-
mofee’, ma perciocché sa fare sì propio l'altrui, che par, che nel fuo giardi-
no fia nato,e non trafpiantato altronde. Laonde fiimo, a ciafeuno effer le- x I noflri fono
$ito tufare le maniere del dire di colui, il quale ha prefo ad imitare, e le jelPln^
parole o fien propie , o mutate e'I prender ardimento di mutare con veuxione,difpo.
i' efemplo di lui il parlare : concioffiacofachi , perciocché quegli ha tolto ^ione,« forni*
molte cofe dagli altri » molte parole ancora ha mutate , ninno altro a fc^ *
fìeffo
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ItnicAÌoiK.
44(5 DELLA POETICA TOSCANA
flcjfo non conceda quel , che flimò tjuegli efjergli pcrmeffo . NeW altre col
fe , che quegli trovi » quella medefìma Poetica maniera io giudico > cht
fi debba feguire, la quat ejfere a lui piaciuta fi vede . Terrà quefta via ,
non chi piglierà le cofe, e le parole , di che quegli il fuo Poema compofei
ma chi uferà la medefima ragione di trovare , e di locare, e la medeftma
Come fi faccia /orW'» del dire . E , perciocchì s'è dimoftrato , di quai luoghi fi tolgano
imitazione ne* quegli ornamenti , che 7 dire illujirano , non altronde egli corrà i mutar
venzióne'. mcnri delle parole, e i lumi del pariarea drferivere una mede fima,o pure
una fimil cofa, che donde quegli, il quale s'ha propojìo ad imitare, gli tol-
Efemplo, da_i fe : perciocché tolto avendo il Petrarca da' Confeguenti, quando, volendo
Confeguentj. fignificare , ov' egli nacque , dijfe ,
Non è quello il ccrrcn , ch’io toccai pria ì
togliendo dal medefimo, leggiadramente direjii,
Non è quello quel ciclo ,
Nel cui lume pria gli occhi infermi aperfi ? 0
Non è quedo quell’ aere , ove s’udiro
Le prime (Irida , ch’io di fuor mandai ì
E detto avendo Virgilio ,
Se giugneranno a' lumi de la vita ,
non fi direbbe fmilmente .*
Se mai quaggiìi verranno a fentir freddo ,
perciocché innanzi, ch'ufciffero dei ventre della madre, non altro, che cal-
Efemplo dagli do fentivano , E come quegli cangiando luogo , e dagli Antecedenti to-
gliendo dijfe ,
Da l’alto cielo or ne vien nuova prole .
cori non dijfmilmente direjii ,
Quando l'alma gentil dal del difeefe .
Z)a r uno e dall' altro luogo togliendo il Petrarca dijfe ,
Che fu difccfo a patir caldo , c gielu .
Superllizioiw^ Eeh, Infinite gra'^ie vi rendiamo , Signor Minturno, che di quella fuper-
d ade pTroie^del n avete liberato , nel cut nodo alquanti , i quali fono tenuti
Boccjccio, e del maejlri, e cenfori della Tofeana favella, ci ftrigueano. Min. j^até que-
Petratea. i juperjli%ione ì ^ER.Che nelle Proje ninna voce né femplicc,né compo-
jla,né propia, né mutata, né antica, né nuova, né pellegrina non uj’ata dal
Boccaccio jervir ci debba ; e nelle rime ninna non detta dal Petrarca .
Confùtatione , Min. Se quejìa jìretteX'^a di parole dovejfe aver luogo, nella favella La-
fir' vocrnonl!^ frattamente averlo dovrebbe, come in quella, che (perciocché già fono
iiface dagli au> molti,e molti anni,chefi lafcih)non che nella lingua non ci fi fa più udire,
*‘*^*'* * ma certo a gran pena rade volte per la penna ci fi fa leggere. Ma contro
Popi-
Efemplo <
Imitazione .
Antecedenti •
Imitazione.
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LIBRO QJJARTO. 447
t^opinione di quelli fuperjli'^^ofi nel feflo libro del mio Poeta, il Sannai^a-
ro chiariamo lume dell" Epica Poefia Latina dimoflra,e conchiude lì flret-
ta le^e in quella non doverfì tenere . Or quanto meno tener fì conviene DalJ’Bfcniplo.
in quella no(lra,la qual beviamo infieme col latte delle noflre madri, e co>
me propia , e naturale , e materna ufiamo in manifeflare i nojlri penfìeri,
e tutto quel, che nella mente noflra fi chiude, 0 [aiutiamo , 0 chiamiamo,
0 preghiamo, 0 dimandiamo , 0 rifpondiamo, 0 ragioniamo , 0 fcrìviamo:
conciojjiacofaché in ogni etd qualftvoglia lingua nelle parole qualche mu- ogni età
falcione riceva ; perciocché fe alla Greca riguardiamo , altramente par~ la Jingua riceve
lò nella età di Pericle , che ne’ tempi di Solone ; ed altramente nell' età "nutaiione.
di Demofìene, che nelPuna c nell'altra. Se alla Somana,altramente s'usò, Della Greca.
quando fiorirono Graffo , ed Antonio , che quando Gracco , e Catone ; ed Romana.
altramente quando Ortenfio , e Cicerone , che in quei due tempi . Se alla Tofeana.
noflra , ficome il Petrarca , e' l Boccaccio la trovarono non poco mutata
da quel , che trovata Caveano Dante , Cino , e Guido Cavalcanti : coiì
oggi fi vede in molte voci da quel , ch'ella fu nella prima , e nella fecon-
da, e in ciafeun' altra età cangiata ; e vedrafi ancora ne' futuri fec oli da
fefteffa cangiare . E ragionevolmente : perciocché V parlare no» procede
dalla natura , la qual fa le cofe in ogni luogo , e d'ogni tempo filmili a fe
fìeffe-, ma dal volere dell' uomo , il quaPé per fe fi e ffo mutabile, e non una
volta convien, che fi muti . Somigliafi il parlare al danaro, che in diver- Dalla Ragione,
fe regioni , e in diverfì tempi cangia ufo , c forma . Laonde fempre fu le- e caufe del par-
ato, e farà fempre , come Orns'ro ne 'nfegna, di trovar nomi , purché fite- tonti di
no di quella fìampa , che nelP età noflra é in ufo . E , perché dovea Roma Orazio .
torre a Vario , ed a Virgilio quel , che a Cecilie, ed a Plauto avea conce.,
duto ì E perché ad O^a^to negar fi convenìa l'acquiflo dì alquante voci ;
fe Catone , ed Ennioflt Romana lingua arricchirono , e nuove parole in
luce recarono ì E perché a noi fi velerà quel, che Dante, Cino, il Caval-
canti , e 7 Petrarca a loro flejfi permifero ì concioffiacofacbé ciafeuno di
loro abbia voci ufate , che nelP opere de' fuoi predeceffori non leggeva.
Ma , perciocché quefia è antica quiflione , e piena di contefa , e fpeffo ne' Regole dell*,.
ragionamenti de' dottiffimi uomini difeuffa ; col parer di quegli, e voflro. Elezione delle,.
e mio determiniamo , che le [empiici parole fi piglino da' più eccellenti
fcrittori di quei tempi , che nello fcrivcre Tofeanamente , ed ammenda- ^ ’
tamentefomma laude acquiflarono: fe in loro non fi trovano, dagli altri,
che dopo loro fiorirono : fe meno in quefli , a' pellegrini s' abbia ricorfo ,
ed a Latini pià , che agli altri , fecondo che troviamo averci gli antichi
infegnato', fe non vi piacerà più toflo circonfcrivere quelle cofe,delle quali
Vi mancano le voci. Ma dove a» nuova cofa vi fi faceffe incontra,che per
dirla
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448 DELLA POETICA TOSCANA
(Urla vi Tofcand,ni pellegrina vece fi trovajJe,vi converrà nuova paró^
la, per fignificarla, formare: o, come farà piit ficHro,con più parole deferii
Compofttf vcrla. Che diremo delle voci compofle, nelle quali tutta la felicità fi die^
de alla Greca lingua , pochijjìma alla Romana , ninna alla nofìra ì Alla
Commedia lafceremo , che talvolta ardifea di nuovamente comporre i no-
mi . La Poefia Lirica , e P Epica nella nofìra favella non prenderà tanto
ardimento ; ma farà contenta , che le fervano i compofìi , i quali ufati
Che fia lecito da pregiati autori fi trovano . Né lafccrò dirvi, che Pufar detti di luoghi
l'utar detti comuni , ancorché fieno da qualche eccellente fcrittore ufati , non é però
h/oghi commii» Hafimarc ; ficome non una volta fi fé dal Petrarca , Di che agevol-
mente s’avvcderà , chi leggerà le rime di coloro , che innanzi a lui in
quello ftile fiorirono . E tali fono i luoghi comuni , che i medtfimi verfi
’ troviamo fatti da diverft fcrittori , fura che l'uno gli abbia letti nell'
opere delPaltro ; come comuneminte fi tiene d'Efiodo, e d'Omero . Il che
anche avvenne a me , che prima diffi ,
1 più begli occhi , che fi vidcr mai ,
che letto aveffi nella Rime di M. Cino ,
I più begli occhi , che liicdicr mai .
Né pochi verfi ho fatti , che, benelté prima letti gli avefft nelle rime del
Petrarca, non però, quando io gli facea, me ne ricordava, il che agevol-
mente avvenir potea per la gran famigliarità , la qual da’ primi anni ho
Dell’ Eferciiio. fempre avuta con quel Poeta . Ma , perché molto , e bene , e toflo fcri-
viamo ; veggiamo , quanto giovi P cferciyo ; ove prima à da confiderare
Due n?aiiiere di in qual modo, e quali eofe innanzi a tutte P altre fimo da fcrivere . Sia ,
come Quintiliano comanda , tardo lo ftile , purché fta diligente , Cer-
chinfì le eofe migliori ; né tofto ci piacciano quelie^'che prima ci fi fanno
1 Tardo cer- innan'zi . Alle trovate pongafi mente, e giudicio ; àU'elette ordine, e dif-
cwido cole mi- pofixiove . Il che volendo noi con maggior diligendo efeguire , fpeffo ri-
guon. debbiamo le più vicine: perciocché, oltra che così a quelle, che van-
no innanzi) s’aggiungon meglio quelle, che feguitano; il caldo ancora del-
la mente, il quale poiché per Pindugio,e per lo ripofo della penna s'é raf-
freddato , di nuovo forxa riprende , e ripetendo il corjo piglia empito , e
1 Veloce , fe- lena. Né però talvolta, fe'l vento dell’ingegno il richtedc,non è da fpie-
fó'Xu^in V”no” vcla\purché ’l compiacer' a noi ftejfi non c'tnganniipercioccbé non
o e ingegno. ^ veruna, la qual, mentre nafce,non ci piaccia. Ma ritornar conviene
Che Virgilio al giudicio,e con lui la fofpetta nofìra compiacenxfl rivedere. Così Virgi-
mh*dliì ùojcoji il Sannazaro, dicono, che pochijfimi verfi il dì componea. E infòtn-
ma, per fcriver tofto che fi faceta, non avviene, che bene fi feriva; ma sì
per lo fcriver bene, fi giunge a fcriver tofto.Nè anche mi par degna di lan-
de
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LIBRO QUARTO. 44p
’de la dìligtn%a di coloro , i quali per foverchio ftudio » e per troppa cura Due man/erc
fanno , che niente al fine ferivano : perciocché non è cofa , nella quale fi d’inecgm j che
fodditfacciano . T utto cangiano ; tutto dicono altramente , che non s’era fy.
parato loro innan'^^i. Onde io non faprei giudicare qual pecchi più, quegli, peiltuioii,
a cui ciafeuna fua cofa piace; o quefìi, a cui ninna: concioffiacoftché come i TroppoJìceii-
la piaccvolexx«>^ benignità dell'uno è da riprendere, per la quale trop- •
po a fé fitjfo concede ", così la iniquità delt altro fta da biafimare , per la
quale niente lauda, fe non quel, ch'egli non ha trovato. Di che avviene,
che quelli poco feriva , o pure almeno divenga nello fcrivere più pigro ;
quegli allo 'monti 0 per lo campo della materia corra con velociffmo jiile;
e ftguendo il caldo,e l’empito dello’ ngcgno,alla improvvifa vcrfi un Poe-
ma, che Selva chiamano i Latini: ma fa cof retto poi di ripetere la com-
poji'zjone , e di acconciare , t ben comporre le cofe, che mal provveduta-
mente gli erano di baca ufeite . Benché talvolta si trafiuratamente tgli Lo Ihle tardo* o
abbia tutte cofe adunate,ch‘ appena n’ ammenda le parole. Laonde, tome il diligente, è pili
mede fimo Quintiliano c'infcgtia,farà meglio, che tofto fi confideri,e fi ve- ,
da bene quel,che fi fcrive‘,e da principio fi vada con tanto giudicio, e con
tanta cura coponendo,che più non fia da fabbricare, ma ri bene da polire.
Ma quefìo farà t eferci7jo,col quale la prefic^Xa, e Pabbondan^a del dire Moj; gf eCecci-
s’acquifìa; fe tradurremo , come traduceano gli antichi di Or eco in Lati- carfi .
no, così noi or di Greco, or di Latino in Tofeano; e, fe vi parrà, d'altre D?G'reci*
lingue ancora, comeché elle fen Barbare, e pochiffima luce d'eloquem^a in Da’ Latini ’
loro rifplcnda. Dalle quali baflerà, che fi toglian le cofe; poiché non han- Baiban*
no le vaghe , e leggiadre forme del parlare , delle quali fi poffa la nofìra .
favella adornare. Ponete mente in 'Teren'cfo, in Orario, in Virgilio, negli
altri Latini ancora ; nè cofa vedrete di alcuna eccellenx^t in ciafeun di
loro, che non fta tolta da Greco fcrittore . Ponete ancor mente in Dante,
e nel Petrarca;e troverete il più degno effere tolto altronde. Da'T ofeani Da To/caoe-ì
fimilmente traslatarc non poco potremo . E dalle Storie , e dalle Profe ì‘tofe.
agevolmente ci fi permitte ; come quelle, nelle quali molte cofe dette con
ifpirito, e file Poetico fi leggono. Ma da' Poeti alcuni del tutto il viet.t- Da Tofeanì
no , all' opinione de' quali non è da confentire ; che , benché né migliori l^o«i .
cofe, né pari, com' effi dicono, fi pcjfano trovare, come fe la natura sì po-
vtra fofje nel dire, che d'una cofa mcdtfima non più d’una volta dir bene
fi poffa; ma fi.i,come diee quel medefimo Autore, ch’io fegtiito,che né cofa
migliore , né pari trovar poffìamo ; pur ci rimane alcun luogo vicino . Se
non credete per avventura, quando alcuno diic,o più volte una cofa mede-
fima tratta in dtverfi modi, chi feco contende , non poter contendere con
altrui: concioffuuofachè mólte,an%i puffo che iiiniimerabili forme di par-
L 1 1 lare
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4?o DELLA POETICA TOSCANA
lare fi trovino , molti ancora luoghi , da quali nafron le vie di giuonere
I Spifgar' una là, dove gli altri fono giunti. Afa non poco vi gioverà la propia voflra in-
moke^manierè* fprgar' una cofa fleffa in molte maniere , e di trattarla or bre-
vemente, or lungamente, e con molta copia ; or con propie parole , or con
traslate ; or confemplice , e nudo parlare , or con ornato , e di lumi ve-
flito ; or con diritto, or con obbliquo, E terrete a memoria, ejfer di virtù
chiarifjìmo fegno il dilatare le eofe di lor natura eontratte , e rijìrette ,
acerefeere le picciole , dar varietà alle fmili, adornare le trite , e volga-
Dell’ Atteniio- ri, dir di poche cofe molto, e bene. A queflo efercixjo, ed a queflo ufo di-
ne del pcnfieio. ^ convien , che s'aggiunga l'attenzione del pen fiero , col qual fi
comprendano le cofe,che fcrivere vorrete. ,^egli defla la for^u dello ’n-
gegno, e rendela più pronta,e più prefa al bel diresquegli truova le cofe,
ed ordinale acconciamente: quegli fceglie le parole ,e le tcjfe con lungo, e
continovato fio : quegli al fine tutto il Poema compone sì, che niente al-
tro gli manca ,fe non che fi feriva . Onde egli talvolta anche nel me%^
delle nofìre operazioni luogo ritruova ; e tojio che */ fanno a romperfì co-
mincia, fe n'entra ne’chioflri di quelC anima Ja quaPha in cofume di fpejfoi
Dell’Ammcn- tenere occupata la mente ne’ difcorfi,e nel penfare. Con quefta copia, e fa-
*^*re . (oltà di parlare,con qutfìa imitazione, con queflo efercizio,ed ufo,con que-
flo penfare, poichi 7 voflro Poema compiuto avrete, convien,che per far-
Modi di Am- io perfetto vi fi ponga lo fludio di ammendar lo, sì che non pur ne mutiate,
meaiLre . nc fogliate, v'aggiugniate quel, che fa mefliere, ma quel, ch'i di piùfa-
tica,premiatc le cofe gnnfe,inna(ziate le bafJe,potìate le troppo abbondan-
Quali vii) , ti, le fciolte e libere arreniate , le fcherzanti riflrigniate , ordine poniate
come fi araaieut (jucUe,che non P hanno. Per la qual cofa rifufar vi converrà quelle ,che
vi piacevano', e ritrovar quelle,che non erano da voi trovate , Onde mol-
to degno d'effere fervuto mi par quel precetto nelP ammendare , che gli
ferini in alcun fegreto luogo fi ripongano, e infn'a certo tempo fi forvino,
Riwre.pcr ti- ficchi, qieando dopo alquanti anni,o mefi, o giorni, fecondo che alla gran-
si eie poi. dezZ‘t dell'opera fa richieflo,comc nuovi, e d'altrui fi riveggano', acciocché
non in guifa di nuovi parti le cofe nofirc ci lufinghino: perciocché nel Pa-
negirico Ifocratc confumò almeno dieci anni , e Cinna nove nella fita
Smirna. Onde a queflo fparjo Orarjo, come io penfo, alludendo, diffe, che
7 Poema ripoflo tener fi debba infin’ al nono anno; ed a quello, che fia da
riprendere quell’ opera , che lungo tempo non avrà tenuta rinchiufa , ni
Due vhj con- molta fcancellatura dieci volte perfettamente ammendata. Ma, perciocché
dwe Pamore di noi flejfi, e l’odio della fatica è cagione, perché con tanto pcri-
ji Compiacenza, colo della noflrafama le compofizioni precipitiamo, e mandiamo in perdi-
zione; guardar ci debbiamo, che non ne fieno lì care, né sì dolci le nofire
fati-
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LIBRO CìUARTO. 451
fatiche, che' vixj cofe, che noi generate abbiamo, non
ci fi lancino conftdcrare : e , fe pur ce n'avveggiamo , alle loro luftnghe li
doniamo . Né, per fuggire il travaglio, si negligentemente il terreno col-
tiviamo , che ’l frumento prima vi ft perda , che giunga a perfezione : né,
perché ci difpiace lo indugio, e fafpettare, lafciamo, che 'I frutto non ma-
turo fi colga. A tjuefli vt^) fono quelli contrar i, quando cofa niuna fi feri-
vo, che come vi^tofa non fi riconofea, né ferino alcuno propio in mano fi
ripiglia, che non fi ritratti, né fi rammendi. Abbiano adunque quefti quel,
tb'al fine lor piaccia -, e tolganfi di mano ciò , che non é più degno d'ejftre
fcancellato . A quelli fia cofa, che pa)a dover fi ammendare, e polire ,c te-
nerfit infin a certo ten.po rifervata : concioffiacofachè ragionevolmente
fia ferino, quel, che non s'é dato in luce, mentre fi terrà chiufo , fi potrà
fcancellare : perciocché non può ritornare la voce , ch'una volta n’é gita
fuori. Per la qual cofa ci converrà fare elezione di alcuna perfona dotta,
e giudiciofa, e da bene, al cui parere nell' ammendare attenerci debbiamo',
acciocché, fe al nofiro folo giudicio n'appigliamo , né vogliamo altro giu-
dice, che noi fteffi nelle noflre compofiz>oni,non fumo jì benigni nel giudi-
care, che lafciamo di caftigarle . Così facendo non caderemo in quell'erro-
re, nel quale talvolta il Medico incorre-, che per effere più, che non fi con-
viene, piacevole,e pielojb in curare la ferita, non pur piggiorc,ma infana-
bile amora la fa divenire, fon quelle coje, che fpiegate avendo io
lungamente, cd abbondevolmente in quei ragionamenti, che del Poeta la-
tinamente fcrijfi, l'ho raccolte, ftguendo le vofìre dimande,con quella bre-
vità , e con quella chiarezz^t , che più pofiibile m’é fiata , e adattate alle
compofizioni della nofira favella, per ubbidire a f'.S.Signor 'VbspAsiAKo,
che comandato me t avete . Onde fe non ho foddisfatto alla vofira inten-
zione, a voi fiejfo il perdonerete. Viso. Io dirti,fe la modeflia vofira me 'I
concedejfe, che come le Mufe Latine del fecola di ,^intiliano infin' a' no-
firi tempi; così le T ofeane, da che cominciarono elle a fiorire, non hanno
opera più profittevole , né più degna d'cjfcr letta da coloro , che fiudiano
d'acquifiar laude nella Poefia ; che qiicfli precetti, che voi prima Latina-
mente fcrivcfie ,ed or T ofeanamente dati ci avete . Onde farien da ri-
prendere come ingrate , fe riverenza , ed onore non vi faceffero , come a
colui , che fiele fiato il primo a dar perfettamente i Poetici ammaefira-
menti così a' Tofeani, come a' Latini , fecondo quella via, che Arifiotele,
ed Orazio ci moftrarono ; e tennero Omero , Virgilio, Petrarca , e Dante,
e tutti gli altri antichi, che furono in pregio . Ma diamo fine a qutfii ra-
gionamenti ; ed andianne con altro efercizio per quefia piaggia diportan-
do , ove anche a leggere i promejfi Madrigali ci darete .
L 1 1 z M A-
X Rigidenz^
iniqua .
Rimedi di que*
due vai.
Eleiione di per.
fona gindicio*
fa, per ammen»
dare i Poemi,
Conchiuironc
del Ragiona,
mento .
C^àtoogiiinu-
diolo di Foefia
debba al Min-
turno, che 1] ri.
mo compiuta-
mente ha fcrit-
to dell’Aite_j
Poetica Toica-
na.
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MADRIGALI
DI AUTORI ANTICHI,
Allegati per efemplo nel Terzo Libro
di quefta Poetica.
DI FRANCO SACCHETTI.
Omc fclvageia fiera , fra le fronde
j Nafeonde le , per fpaventevol grido
Del cacciator , quand’ è prefib al uio nido r
Così il piacer, in cui mia mente guido,
Torto ciafeun mio fenfo fc gir } onde
Donna fenti fra fpine , e verdi fronde ,
Amor , e me fuggendo i ov’ io vedea
Tal prun , che più di lei mio cor jpungea
^ DEL MEDESIMO.
DI poggio in poggio , di fclva in forerta ,
Come Falcon , che da Signor villano
Di man fi leva , e fugge di lontano ,
Lartb men vo , ( bench’ io non fia difciolto )
Donne , partir volendo da colui ,
Che vi da forza fopra i cuori altrui j
Ma , quando pellegrina elTèr più crede ,
Da lui mia vita più prefa fi vede .
DEL
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DEL medesimo:
Sopra la riva d’un corrente fiume
Amor m’indullè , ove cantar fbntia
Senza faper , onde tal voce ulcia .
La qual tanta vaghezza al mio cor dava ,
eh’ inverfo al mio Signor mi mofiì a dire ,
Da cui nafccfic sì dolce delire .
Ed egli a me ( come pictofo fire )
La luce volfe , e dimoftrommi a dito
Donna cantando, che fedea fu ’l lito;
Dicendo , ella è una nimfa di Diana
Venuta qui d’una forefia ftrana.
DEL BOCCACCIO.
Ome su ’l fonte fu prelb Narcì/b
J Di fc da fe , così colici Ipecchiando
Se , fc ila prefo dolcemente amando .
E tanto vaga fe ftella vagheggia,
eh* ing elofita de la fua figura
Ha di chiunque la mira paura ,
Temendo fc a fc non cllcr tolta :
Quello , eh’ ella di me penfi , colui
Se ’l penfi , il qual’ in le conolce altrui
A me ne par, per quel, ch’appar di fiiorc,
Qual fu tra Febo , c Dafne odio , ed amore
U Fine del ^iarto , ed VUim Libro .
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LA TAVOLA
Degli Autori , c Scrittori, allegati , dichiarati , ripreii, o
altramente nominati in quella Poetica ,
J quali leggendo troverete tuttavia in altri luoghi ancora ,
oltre gli annotati.
A
ALcbo Poeta Lirico. 171.1S1
Alcmano Urico antico. idS
Alisbaxbnb fcrittore di Dialoghi.^
Anacrsontb Urico , ^7^
Anoblo Costanbo. 0(?. 114-
Antitana Comico. ili
Antimaco Elegiaca Greco. 2.7 ^
Antokio Minturno fpofttoredel
Petrarca. Ij8
Scrittore di Rime Amorofe , e di
Rime Spirituali. pag.ult.
Scrittore della Poetica Tofcana.i
àSi
Arato fcrittore di Aerologia in
verft .
Archi LOCO Poeta perfecutor di vi-
V' 1*0
Aristo»ani Comico antico, yj
IJ[Z
Come biafmajje i T ragià, ili
Come riprendeffe gli Ateniifi.il j
Riprefo nel difconvenevole. 1 jo
Aristotele. }4. 86.91. 169. 282
Contrario a Platone. jj. iju
B
BEmbo lume di quefla lingua.! ^ 7
Bernaroino Rota. 66.167
Boccaccio intorno all'Amcto. 4
Inventore dell'Ottava Rima. z6%
Intorno a’ Sonetti . 102.
Vtilijfmo a' Poeti . 446
Bonaooiunta Urbiciani Lucebe-
fe . 2_lR.zi2
Borciiiello co’ Sonetti Torncllati.
246
C
CAllìmac* Elegiaco Creco.l^t
Catullo intorno all Epitala-
mio.
Cecilio Comico Latino . 1 Ut
Chercmune Poeta. ^
Chionide Comico Attico. Jj. 1 io
Cicerone . 2
.guanto utile a' Poeti . 44 j
CiNNA Poeta fcrittore della Smir-
na , 450
C1K0 Lirico Tofeane. 244.249
Claudio Tolombi. 1 10
Clbofontb Poeta Epico. 5
Cretino Comico. i lO
D
DAvi» Profeta , Lirico Poeta.
170. 172
Dante Alaohieri fcrittor dcllcLj
Poetica. 1 ^
Poeta Epico. J
^<1/ foggetto defcrivejfe. 172
^w/i perfoni imitaffe . 5
Dante ca Magano Urico. 21 4.
Demostene Utile a’ Poeti. 44?
Dione Crifoflomo. j4
£
EGemone Tasio fcrittor di Pa-
redie . 5
Empedocle PificO Poeta. 4
Ennio Poeta . I j'J
Eneo Re , Urico . 216. 218
Epicarmo Comico Siciliano. 7j.u0
Epioene Sicionio T ragico . 21
Ermbsianatta Elegiaco Creco.iTi
Esio-
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Escuilo inventore delU Mufcbera.
SI
Eschinb biafimato da Demojtene
nel recitare . Itìj
Esiono tinaie Poeta fìa. ^
Eupoii Comico. 1 IO
Euripide TrjgiVo. 80.87. l6j
Jliprefo nella Medea. 4^
Riprefo nel Decoro. 42_* 9?
Difefo cantra yfriflarchi . oo
E
Federico II. Imperadore, Liri~
co. 216.220
Rlegi ac 0 Greco. 271
Filossbno Lirico. ^
Formo Comico Siracufano. 7^ j io
Francbschino degli Albizìi. 2Jp
Franco Sacchetti. 247.25 1
G
GIoroioTrissinò fcrittorc di
Poetica .
Riprefo dai Polito . 289
Giotto Mantovano Lirico. 224
Giovenale Satirico. 272.271
Guido Cavalcanti Lirico. 220
^44- M7
Guido DELi.nCoLoitueMeJfncfe.Zii
Guido Guinizzelli Bolognefe.zoi
Guido Novelli . 3^4
Guitton u'Arbzzo Lirico. a.n6
I
JAcoho Sannazaro. 4.^40.448
Jacouo da Lentino. 200.221
Isocrate . 4^0
LOrbnzo db Medici Lirico. z6^
Lucano tfuale Poeta fta . ^4
Lucilio Satirico. 271
-Lucrezio Fiftco Poeta. 4
Ludovico Ariosto fcrittore di
Romanci . 26
Riprefo nel foggetto. ^
Ifcufato . iS
Come potefjc imitare Omero. 28
Lodalo nella Satira, 276
Ludovico Dolce. 65.106
Luigi Alemanni. 65.75.80.27i
M
^^^^Aria forella di Mosé Lirica^
MaAia Boiardo. ^2. 265
Magnete Comico Àtenicfe. no
Manilio /cr/florc </i /Ijìrologia. 4
là
Menandro Comico Greco. j i_2
Mosco fcrittore di Pafiorali Epi-
grammi. 242
N
NIcocare Poeta . 5
Nicandro Medico Poeta. ^4.
O
OMero antichijfmo Poeta. 5.8.
M. 1^
Scrittore d'inni . j
E f empio di Tragedia f e Comme~
dia . 2
.^ali perfone imitajfe. j
Come fcegiteffe il foggetto. 1 1
.^ual foggino delt Iliada , e delP
Odiffea . 1 1
Cowf comprenda motte cofe nelP
Iliada . *2.7
Biafmato da Cratìno, 1 1 1
Di/èfo da Crifoflomo . 34
OuEiTo Bolognefe . 244.245
Okeiio fcrittore di Poetica. 4. ji
^al foggetto nelle Ode. 1 7 1 .450
Come imitaffe L Greci. 442
Come trattaffe la Satiro. 272
^uale artifìcio no' Sermoni. 275
.^ale artificio nelle Pifiole. 274
Contrario ai Arijlotele. i6i. 162
OktEO fcrittore Unni. j
Ovidio qnale Poeta. J4
Pan-
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PAyfTAtr.oììt da RoffitnOt 14^
PtTRAKCA capo de' Lirici To-
fcani. i_2J
Che parti ufaffe nel Can<]^niero.
l&o
Ciudiciofo nella fcelta delle paro-
le . ioi
Meravigliofo nelle traslaxjoni. J lO
^tunte Monoftllabc conunuaffe.
14^
parilo foavi temperamenti ufaf-
fe. ^
Come ufaffe i detti comuni. 448
Da jjualt voci cominciaffe . ^67
fin J2I
. Di quai concenti fi dilettaffe
fin
^Hdle foggetto ne' Trionfi. ^6
^mle foggetto nel CanTfiniero.
ili
Confederato. 40. ^24.^7
PiBRO rtRLLB ViONB , Z06
Pindaro Principe de’Lirici. 160
^ual foggetto defcrijfe. ijt
Che forma di Cam^oni. 1 3z
^uale artificio nella prima Oda.
I8j
Pl ATONB Filofofoffirittore di Dia-
loghi Poetici. I
guanto fia utile a’ Poeti. 444
Platona Comico. 1 1 1
PiAiiTO Comico Latino. 1 1 2
Rtprefo nella DifonejU, 127
Siprefo ne' Motti . 1 j_i
Fontano Afirologo Poeta. ^
pRoPtRiio Elegiaco . 271
QUintiliano dichiarato. 298
Quint9 Calabro quale Poe-
ta. ^
R
J^UociBRi Lirica .
S
SEnarco fcrittore di Mimi, j
Seneca Tm^/co. 196
Serafino ingegnofo > ma indegna
d' imitazione. j4j
SiLio Italico quale Poeta fia.
Sofocle T ragico eccellenti^mo.4X
41. 75i Sii
Inventore della Scena. £7
SoFRONE fcrittore di Mimi. ^.66
Stefano Comico. m
T
^r'EocLB Naffio. z6g
X Teocrito fcrittore di cofe
paflorali . 242
TEocNinB Megarefe Elegiaco. 270
Terenzio Comico. 1 L2,
Come traducejfe Greche favole .
Come imitaffe i Greci . 449
Dtfefo nell’ incojìanza di Demea.
12^
Confiderato in varj luoghi.4^.iZi
12?. iz6
Tibullo Elegiaco Latino . 250
Timoteo Lirico-. J
T iKT no Poeta antichiffimo. 170
V
VIRGILIO come fcriveffe pochi
verfi al dì . 448
Che Virgilio imitò i Grecie 449
.^.ili perfette dtfcrivejfc, ?
modo di narrare . 7
,f^ale giudicio nel jóggetto. 1 1
J^anto più T ragno di Or/H ro.i6
,^ale foggetto deli’ Enetda, ^
Lz\
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LA TAVOI^A
DELLE COSE MEMORABILI,
Contenute ne' quattro Libri della Poetica Tofcana .
VOCALE nfo-
iiJiice . joi. jij
Abbondevole forma
di dire . 4S3
Abbondanza di Con»
giunzionii figura. 408
Abbufo , bgur^ di
parole. 317
Abito, ciicnnltanza di perfona . ai
Abito , luogo di Affetti . 58
Abito de’Comici . 150
Abito de’Satirici • 16}
Abito de’Tragici , quale fi conven-
ga ad ogni qualità di pcrfone . 97
Accademia di Siena inventrice di nuo-
vo alfabeto , 289
Accento che cola fia, e di quante ma-
niere . 344
In quali parole fi noci il Grave , in
quali l’Acuto , in quali il Circoli-
tkllo. , J44-34J
Quale Accento fi noti nelle voci
Accorciate,e qual nelle Contratte. 347
Quale Accento fi noti nelle parti-
celle de'vai; lignificati . , 34^
Accento Giave, ed Acuto, ricevono
il piu , e’I meno . _ 347
Accento determinato , cagione di
Armonia. , , 176
Quanti Accenti riceva il verlo. _ 344
Accento in qual parte fia in ogni
fpecie di Vtrfi . 360
Accento neirantepeniiltima fa ere-
feere il verfo di una (illaba . 379
Accento nell’ ultima fillaba della
ellrema voce fa mancare il verfo
di una fillaba . 37^
Accenti con le pofe rendono i ver*
fi veloci , o tardi . _ 36t
Accidente notabile iieH’Ufcita . _ 161
Accidenti altrui c* iiifegnano a fuggi-
re, o a Ibpportare il male . 77
Acclamazione, figura paflìonevole . 383
Accrtfeimento , parte della Comme-
dia ; lyt
Accrefcimcnto , figura di più mo-
di. 319
Accrefcimcnto con la Compara-
zione . ^8f
Accrefcimcnto nel fecondo dire ,
crelcono le lentenze . 347
Accrefcimcnto nelle membra, giun-
ture , e parole . 34:;
Achille quale fi deferiva . 7$
Achilleida Poema . i (
Adirarli , figura paflìonevole ; 381
Aere voce fe aobia Dittongo , o
nò» *po
Affetto , materia d'imitazione . x
Affetto, parte eifenziale di Epico . 14
Affetto, circonflanza di narrare-. ig
Affetto è genere di Coffumi, c Paf>
fioni . 4f
Modi da fufeitare gli Affetti. 4^
Affetti del padre , madre, figliuo-
lo , mogfiere , amante , amico ,
forella , fratello . 70
Quali Affetti turbino . 71
Con quali olfervazioni fi deferiva-
no . ^4
Affetti Tragici .
Affetti Comici . 1 17
Affetti Melici . 17,
Affetti del Tambico .' 173
Affetti conliderati nelle figure . 3SC
Affetti conliderati nel Decoro , ,43
Affogamento dei Coro che fia . 154
Africani Maliziofi .
Agamennone con qual* abito s’ intro-
duca . 97
Agognare , figura . 400
Aggiunzione , figura . 415
.Aggiunto fpecie d' ornamento i di
quante maniere , e come fi con.
giungano. 3,4
Aggiunti quali da fuggire . 340
Aggiunti accompagnati con altri
ornamenti . 3id
Aggiunte fuori della favola che fia-
no . 114
M m m Agra
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T
A V
Agra forma dì dire
411
Agricoltura fcritta in verfi .
, 14
Al , paicicella or di una , or di
due
iiilabe .
190
Alfabeto antico , e moderno .
xll8
Allegoria di piu modi .
ìli
Allegoria nel motteggiare .
li»
Allegrezza, modo colfumato .
■ lil
Allegrezza non con viene al
fine
Tragico.
8$
AlliiJcic, figura < 4^
Ambiguin nella compoftziorte 3f»
Ambiguità nel motteggiare. ìii
Ameto j poema <i:l Bo.:caccio . 1
Amicizia , luogo di palfioni . 6a.
AmmendareJel Poema. 4J*
Ammendare , figura. 39*-4iz
Ammonire , nel motteggiare . ili
Ammonire , figura coiiumata .
Amore paiTione . il
Ampliamento , figura di più modi .
Ampliare negli Alletti . _ 6J
Anapdlo piade come fidarmi. 109
Aiapeibci verfi non tifati dal Co*
ro « quando li fermava . 109
Andria Commedia di Terenzio per
efemplo di ricoiiofcimeiiio artifi*
ciolb • 4^
Quante faccende comprenda . iti
Di qual foggetto Ha , e favola , ed
Epifodi . L1&
Difiinta in ani altramente , che da’
Gramatici . _ i_i2
Annoverare , figura , 414
Anticipare, figura. j9i.4i?
Antifrafi , figura . 411
Antigone Tragedia di Sofbcle . zi
Di che foggetto fia , zi
Dillinta in acri . 104
Antqjofora , figura . 41 1
Antivedere , modo di Confolazione . ZZ
Antonomafia , figura . 411
Che cofa fia . ii6
Mododi motteggiarre . 13^
Apollo prepoilo con le Mufe a cele»
brar’Iddio . ^ i4Z
Apollo inventore della Lira .
Apollo celebrato da fanciulli. lzs
Apoflrofè , figura . iH
Apollrofe , nel motteggiare . j^z
Apparecchiamento > pzrte propia
della Scenica . 7»
Apparecchiamento Tragico . 2^
Apparecchiamento Comico . 142
Apparecchiamento Melico . izji
Appofizioiie , figura , . m
OLA
Apritura di Vocali qual fia jt*
Come renda grave il fuoiio .
Come renda la pronunzia tarda .
Arcadia del Sannazaro quale poema
fia . ^
Argivi audaci . gg
Ariltarchi nuovi riprefi , 81. 20. laa, 158
Armonia , (frumento di Poefia . j
Che cola fia Armonia , ne’ corpi ,
movimenti , canti y e fuotii . 114
Che cofa fia Armonia nel dire . jn
Come propiamentc s’ attenda nell’
Acuto I e Grave .
Come cuiiliita nelle giunture • mem*
bri, e periodi . ^^4
Quattro cagioni di Armonia • izfi
Arce non cangia forma per accidental
varietà .
Arte preffa materia alla poefia . f
Quanto l'Ane aggiunga alla Natu-
ra . 3
Quale materia fia artificiale . 4|<
Arte Poetica è Tempre una . '
Alte Poenca di Orazio non è
poefia . _ 4
Artificio di ritrovar le cole . 4i7
Da Somiglianti . 410
Da Congiunti . . 4Z0
Da Antecedenti. 4*1
Artifìcio di ritrovar le parole . 411
Da Annoverar le parti . 4x4
Da Antecedenti . 411-^44
Da Confegiienti . 4Zz. 41}
Da Cagioni • 4aji
Da Congiunti . 4Xi,4xj
Da Congiurati . 4^
Da Contrari . 445
Da Diflinizioiie . 4xx.4t4
Da Difierenza,e Difiimile. 4^
Da Effetti . 4^
Da Genere . - 4^
Da Ma.^giori, Minori, Pari . 4^
Da Notamenro di parola . 4^
Da Similitudine . 4^
. Da Ripugnanti . 4^
Artificio di Euripide nell'Ecuba. «z
E nel Ciclope^. i£i
Artificio di Giovenale nella Sati-
ra . _ ^
Artificio del Mintiimo nel celebrar
la vittoria , che Carlo V. ripor-
tò da Tuiiifi. 184
Nella Canzone, Padre </// o>/. xi9
Nella Canzone della morte dei Pe-
feara . il;
Artificio del Petrarca nella Caiiz.
Msi
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Mm Htn vt Piu tantàr. 137. 139
Nella Cani. VtrJi panni .
Artificio di Pindaro nella prima Oda,
dovecelebra la vittoria de’ giuo»
chi Olimpici .
Artificio di hofbde nell’ Antifione. zd
Alpi a torma d i dire , 4^
Aliir; maliziofi . g6
Altrologia lei irta in veri! . ì±
Ateniefi pumi autori'della Scenica • ti
Attenzione onde t’acquilti . ^
Come s’ accenda con i* indugiai fi il
fine • li
Auenzione del iienfiero richiella
al Poeta . _ 4jo
Atto, circonltanza di narrazione. ^
Atto Scenico che cofafia. 74
Atti Scenici tono cinque . ti
Perchè non piu , ne meno . 7^
Come fi coiiolca il principio , e ’l
fine di cialcun’Atto . tA
Come Atrofia ditrcrente da Scena. 74
(guanto gl alidi tiano. ^
lifemplo dell* Antigone , e dell*
Eciiba dillinte in Atti . 104. lol
Se finito 1’ Atto , niuuo rimane in
Scena. IpS
Attributi di perfone > e faccende , xo
Au Dittongo . tpo
B
Bacco prepoHo alle felle fecon»
do Platone. ita.
Con quale abito S’introduca . 2Z
Con qual coro fi onoralle . ti
C^al coro gli ordiiulfe Platone . la
Balia , quale s’introduca . 102
Ballata , che cola fia . S42
Perche cosi chiamata . IZS
Che materia abbia . , Z4Z
Quante parti con loro concenti . 047
Maniere di Ballate • SempIici,Com-
polle « e Veliite . ^
Vari nomi di Ballate .
Ballata libera . lai
Ballatrice fpecie d’imitazione . 1
Ballo , come renda foave il dire 14
Ornamento della Melica . LZé
Parti del &II0 , Volta , Rivolta ,
Stanza , ad imitazione del movi*
mento celelle . IZS
Da qual parte cominci . i79
Maniera Tirbafea di ballarei ila
Barcel letta , e Aie maniere .
Batracomiomachia di Omero . %
Be’ per BiHi . 3A^
DI MEMORABILI.
Benivolenza come s’acqiiiili • xC
Acquillar di Benivolenza modo
collumato . 386
Bellemmia , figura pafiionevole .
Biafimo di multi c vizio uè] motteg>
m
e"®* or
Bisguezzo ne cooceuti . 337
Bisguezzo nel motcegiare . 14Z
Bontà richiella ne’coltumi . 48
Brevità, virtù delinarrare .
Bruttezza non dee tarli vedere in
leena ; ma udire , 0 narrarli . m
Bruttezza loggetto di motti . i3*
Bucolica poelia , Ipecie di Epica . l
c
C CONSONANTE quale fuono
aobia .
C perchè fia tolto di Sa?t^e , Pe3e ,
e iimib' . 199
Cacciatore con quale abito . 2Z
Cagione, circonltanza di Narrazione . y»
Cagióne cunfiderata nel muovere
gli Alfetti .
Calzari di Recitanti . ifo
Cangiar’ il nome,fingendo la perfona. 41X
Cantare premiato coi capro . ti
Cantare di var; modi , lemplici , «
milii .
Canto rqnde foave il dire , 14.
Canto nella lòavità Scenica à Éè
Canto parte propia delia Scenica . tA
Cauto nella Tiagedia . 2*
Canto nell a Commedia . nz
Canto nel Melico . ^ 174
Qual canto convenga a* Recitanti ,
quale al Coro. loz
Canto appo Dante c lo (ledo , che
Capitolo appo il Petrarca . ^
Olito, parte di Poema di ottava ri»
ma . _ x6f
Quali principi convengano al can-
to. 1É2L
Cantori quali fulTero detti . ^ i6o
Canzone Lir:.:a > perchè cosi chiama-
ta. 170. ili
Che cofafia . iS^
Come fia dirfei-ente dall’, altre com-
pofizioni .Meliche .
Peiché tenga il primo luogo tra
Melici. 18 f
Canzone Tofeana quali par ti abbia ,
e qiiant’ arte ricerchi . _ _ lifi
Onzone Proodica , Mcfodica , Epo»
dica. 181
Canzone di quante llanzc fia .
M mm
Caii-
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Cantone Pindarica comporta] di tre
parti conformi al ballo . 178
Qnale materia abbia . is»
Cantone di antica maniera i diverfa
dalla Pindarica .
Canzone Scenica del Coro Comico . |_u
Canzone del Coro T ragico. loi. laS
Canzone Scenica Proodica , Mefo*
dica , Epodica , Periodica > e Pa-
icdia. 1^
Modo di Canzone Scenica « pre-
porto, tramezzato, loggiunto. ij6
Canzone libera, e fciolu. ajS, ^
Canzonetta . l&i
Canzoni Monortrofiche, Epodichc ,
e mirte , come fi facciano . _ zi»
Come tutta la materia fi firinga in
una Canzone , e ride volte io
più . ^
Cajizoni di rtanze continue di due
maniere . a?4
Canzoniere del Petrarca . 180
Cafe Tragiche , Comiche , Satiriche . i jo
Cafi infelici , inopinati , avvenuti da
parenti , ed amici, fono Tragici . ZI
Cafi meravigliofi , o ragionevoli per
congiunzione , o fortunati, o per
voler Di vino . 40
Cafi meravigliofirtìmi , e di pietà
degnirtimi , quando uno rterto £1,
e patifee . ga.
Cafi terribili per la crudeltà , com*
paflionevoli per la cagione . g*
Calo circonrtanza . ai
Catena di Verfo , come fi faccia con le
pofe de’lentimenti .
Di quante fi 1 labe fiano le voci, che
’l leguente verfo legano con I’ an-
tecedente, con gli efempli .d'ogni
^maniera. __ J70
Catena di Voci d'una , o più fillabe
Snelle pofe degli Accenti . 12 1
uanto vagliala Catena de’Verfi. 171
ve la Catena de’ Verli fia più ri-
chiedi . 17»
Cavaliere nella Commedia quale s’in-
troduca. , uS
Cedere , figura
Cerere onorata da Coro di femmine. 120
Chiara forma di dire con Tue fpecie.
Chiarezza, virtù del narrare . u
Chieder perdono, figura. 187
Chieder pregando , figura . 18 1
O'clope di Euripide , elemplo di Sa-
tira Tragica . i£i
Qual foggeteo contenga • i^l
O L 4
Come fi dirtingua in Atti .
Quale artificio a muovere fpavento,
e rifo . igf
Cipriane , poema biafimato . xj
Circoferivere , figura . 4H
Circoitione nel motteggiare . iil
Colchi crudeli . _ ' ^
Coma, voce Dorica , che dinota VilU, 71
Comandamento , figura paffionevole. 18 j
Comico venuto da ]ambico . 9
Comico come diletti, ìnfegni , e
muova • _ III,
Comici nuovi hanno più largo cam-
po da fcriver^ che gli antichi . 114
Comico come u(i le fentenze . xir
Commedia, fpecie di Scenica. f
Commedia ebbe principio da Fallici. 71
Commedia che cola fia . 1
Che fine abbia . _ _ i ij
Maniere di Commedia, Antica, Mez*
zana , e Nuova. i_u
Che maceria tratti la Commedia . ita
Quali contefe ammetta .
Quali Epifodi, e quancL m. iij
Quali Aggiunte riceva . 1 a j
Quali per/one introduca . ni.
Come ufi li veri nomi , o finti . , 1 1 j
Come induca a meraviglia . 1 iS
guance , e quali Parti abbia . i^i
ome le parti della Commedia fia-
no conformi a quelle della Tra*
gedia . Ito
Commedia Doppia quale fia. • i»<
Commedia quale ftile ricerchi . xjo
Commedia che apparecchio ab-
bia . 141
guale coro comico . _ 11»
ommedia come fia dal Poeta divi-
fa in Atti , e Scene a Riguardan-
ti , e poi dillinca da’ Gramatici a
Lettori. ij*
Perchè la Commedia rapprefenti
più i caccivi, chef buoni cortumi. 111
Commedie Terenziane quali . 114.1»?
Commendare , figura cortumata . ìSj
Commiato ultima danza della Canzo-
ne , perchè cosi nominata .
Che foggetto abbia . »jr
Come rivolga il parlar’alla Canzo-
ne . »3o
Come fi teda , e qual varietà di Ri-
me riceva . _ »»7
Gommo parte dilTragedia . 107
Comparazione , figura . 37?
Comparazione nel narrare . _ aia
Comparazione nel muover’ Affetti . fii
Coro-
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D r M E M O R A B I L I .
C«i'pira7Ìone nel motteggiare . 1 40
Compartimento, figura . j7Mi4
Compaflione come molTa daEuripi-
de nell’Ecuba • ^
Compaflìone del male , che fi paté ,
e fa altrui. _ 87
Compaflìone Tragica peri’ udita,
non per la vìffa . ^
Compori7Ìoiie or fitgue la ragione, or
la confiietudìne , fecondo che più
attariefce._ ìu
Da quali voci cominci . 3éz
Compofizioni d’ogni maniera fi ri-
ducono ad una delle principali . zìi
Comprendere , fijgura di collruzione. 411
Comunicare , figura . ^^z
Concento delle voci come nafca da
lettere, e fi llabe .
Concento delle prime fillabe . m
Concento delle ultime fillabe. ìxg
Concento del mezzo delle voci. ?zo
Concento del fine antecedente col
principio feguente . 319
Concento del mezzo d’ una voce
col fine, o principio dell* altre . ì|o
Conceato dell’ ultima fillaba della
voce con la prima dell’ antece-
dente . Ut
Concento delle medefime lettere in
una ftefla voce . Ut
Concento delle medefime lettere , e
in una ftefla voce, e in diverfc . jji
Concento delle medefime lettere in
diverfé voci con picciolo inter-
vallo . 333
Concento di una lettera , che varia-
mente a fe ftefla rifpondc . iH
Concento di più lettere tra loro in
vari modi accordate . 316
Concento di voci compofte, e ripe-
tite . 317
Concento di Bifquezzi . ìi7
Concento di fillabe tra il feguente
verfo , e l’antecedente . JìS
Che tali concenti vengono e ftudio-
famente , ed a cafo . llS
Effetto di tali concenti . 33S
Concento di voci d’ un fimil fine
giunte infieme, fe fono molte , o
fpeflio ufate, diviene viziofo . I4Z
Concento di confonanze dì Rime
men lontano , più diletta . , 358
Che tal concento prende qualità
dalle voci , onde è compofto . 357
Concento d’intelletti . l62
Conccfligoe, figura cQftumatai
Concedere con Ironia di molti mo-
di. . 391.101
Conchiufione che forme riceva. 454
Coiitcrmazione che forme riceva. 4^4
Confidanza , paflìone . j 3
Conforto, figura paflionevole.
Congiunzione, figura di collruzione. 416
Congiunger cole diverfc, figura. 403
Configlio nel narrare . zt
Confolazione per tre modi . 77
Confonanti lettere quante fiano , e
quante ne manchino . ' _ 191
Quali abbiano fiiono grande, o lie-
ve . _ 301
Conlonanti come fi fcontrino in
una.ediverfe voci. _ 114
Quali Robiifte,Afpre,PiacevoIi . zat
Confouante come aggiunga mezzo
tempo alia Vocale; e fe più fono,
mù l’accrefcono ; ed anche più
feguendo , che antecedendo. 3^
Confonanza é qualità del Verfo,dagli
altri vizio , da Tofcani virtù ri-
putata . 35f
Confonanze afpre,o piacevoli,con-
formi alla materia . _ 3J7
Quali confonanze mù dilettino . 3>S
Come s’accrefoa ifdiletto delle con-
fonanze . 358
Confonanza nafte dal medefimo
fuono , non dalla medefima ftrit-
tura,come di Cuore, ed Errore . zjS
Confonanze tifate dagli antichi di
Pedo , con Metto ; Ancide con
Fede;Vertude con Prode ; e fimili .
Confonanze nel motteggiare. 137
Confuetudine fervata nel parbre . z^
Contadino nella Commedia quale . az8
Continuazione di cafi , figura . «lZ
Continuar parlando , figura . 4i5
Contrapom'mento di Sentenze, figu-
ra . 401
Contraponimeuto di colè contrarie; 4*0
Coiitrapofti nel motteggiare . Lii
Contrapofti niimerofi per fe fteflì . IZi
Contrar io j luogo Topico. ^ , 4ìl
Contrario per muover gli Affetti . di
Contrario per motteggiare .
Contriftarfi. figura paflìoueyole. 3^
Convenevolezza ne’coftumi . 4?
Convito come s’introduca in Scena. iiZ
Coppia di Verfi nelle Canzoni come
s’accordi . . . li?
Coppia con concento nel princi-
pio , e fine della Sirima , non nel
fine della Fronte . _
Cop-
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Coppia delle Ballate', nella Ripre*
la . 147.149
Cot-pia Diiplicata,c Triplicata uèP
la Mutazione .
Co| pia nella Volta .
Coppia del .Madrigale .
Coppia dell'Uctava rima .
Corano , chi tiilTe .
Cornaniufa ut'ata nel fuono del Coro .
Coro , patte Scenica .
Coro I ragikO che lia > c cheuhcio
Faccia .
Di quali (i Ficcia il Còro .
Con qual'ordine entri nel Teatro .
Quanti Con (iaiio nelle Tragedie .
Come entri, Ilia, fi lamenti.
Come dirizzi il volto , e quando
parli .
Come laudi, biafiini, ammoiuTca,
configli , confoiti , difenda , con
glielempli.
Cne’l Coro li fa udire lémpre dopo
ogni Atto .
Qiundo il Coro interrompa il par-
lar de’ Recitanti, e li fàccia udire
Fra le Scene .
Quando fàccia uficio di Recitante.
Quali voci uh il Opro nel fermarh.
Che*l Coro canta.eccetto nell’eftrc-
mo del quinto Atto .
Opali Canzoni ufi .
Coro Tragico quali verfì richieg.
già.
Qual Tuono convenga al Coro .
Che’l Coro pon fine alla favola.
Coro Comico antico dato da Uficiali,
di quali, e quante perfone . ifa
Talvolta diviio in due Parti .
Come entri , e fi férmi . u»
Come trafcoria con varie manien
di Canzoni . ■ ifj
Come prepollo , tramezzato , fog-
giunto. ijg
Come lì parta . 1^7
Coro Melico ordinato da legislatori,
per onorar le fèlle .
Cori ordinati da Platone .
Còro di fanciulli, e vergini, di don-
ne, di madri di famiglia .
Coro nelle fétte di Bacco .
Corregger fe medefimo, figura .
Cortina nel mutar de gli Atti .
Cottumata fbima di dire .
Cofliimato poema per le Sentenze.
Coftume materia d'imitazione ,
Coflume che coTa fU •
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164
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398
115
4iZ
187
»
41
OCA
Come Ila differente dagli Affetti,
Quali cottumi fecondo l^cà de’ gio-
vani , vecchi, c virile. ^
■ Qjali coltunu fecondo la Fortuna di
Nobili, ricchi, potenti, fortunati. 47
Collumi fecondo la Nazione, c Na-
tura. 47.119
CoKumi fecondo l’arte, profcflione,
parentado , ed amicizia . 48
Csftumi di Donne . 4^
Quattro cofe nchielle ne’cottnmi . 48
Cottiime parte eflenziale deìl’Hpica. 1}
Collumi nella Commedia , con gli
elempli . i»7
Quali cottumi lodaci , o bialìmaci . iij
Cuituini nella Tragedia con gli
efempli . 91.9}
Cottumi nella Satira . izi
Cottumi nella Melica Poefia . ijz
D
Dattilo piede come fi fòrmi. io£
De particella che accento , o Ti-
gno riceva .
Dea 01 di Una, or di due fillabe.
Decoro nel dire che cola fia .
Decoro , fecondo le figure.
Decoro , fecondo la perfona , che
parla .
Decoro , fecondo l'Uditore .
Decoro fecondo la Materia .
Decoro, fecondo gli Affetti
Decoro, fecondo le parti del dire.
Decoro, lécondo le forme del dite.
Decoro ne'Cottumi quante colf ri-
cerchi .
A che riguardi il Decoro .
Decoio nella Tragedia .
Decoro nella Commedia .
Deliada l\Kma •
Deliberatii'o genere che forme n'cc-
va .
Deferiver di vita, e cottumi .
Detti nelle circollanze . _
Detu brevi, ed accorci .
Detti ofeuri .
Dialogi tra Poefia Epica .
Diana celebrata da’vergini .
Dichiarazione del parere, figura.
Difender Teriore, figura .
Difètti da fchernire .
Differenzi tra le Poefie , negli ttru-
menti.}, nella maceria. 5,nel Mo-
da";
»20
4x6
*16
4lS
4i2
412
4iZ
413
4^
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Si
ì
441
221
»i
»8i
284
1
IZo
m
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H»
6
Differenza tra 1’ Epico , e gli altri
Degli Epifodj^ 14
Diffc-
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DI MEM
Differènti tri Romantì i e la Poe-
fia I che Arinotele c’iiifégna .
Ditiereiua tra il Ronunto^e l’ Epico. ^
Pitiercnza tra narracionc Storica,
ed Epica . ^
Diftcrenta tra Storico , e Poeta
nel nai rare . 12
Difletenza tra Sdegno , e Invidia. H
Djfterenza ti a Atto, e Scena. 74
Ditterenza tra Seneca , ed Euripide
nella difpofìzionedell’Ecuba. is&.
Djrtcrenza tra 1’ antica , e nuova
Commedia . ni
Differenza tra Commedia.e Trage-
dia, nelle perlòne, e nelle faccen-
’ ll7
Differenza tra Epifodi , ed Aggiun-
te .
Differenza tra Canzone , ed altre
Meliche comMfìzioni . i8f
Differenza tra il Sonetto , e 1’ Epi-
gramma . >a4o
Differenza tra la Canzone , e ’l So-
netto . ^
Difleienza tra Satirico, ejambieo. xi*
Differenza tra il parlar Latino de*
Plebei , e de’ dotti nell’eleganza ,
benché l’un l'altro intendefre,
Differenza vana di Gramatici tra
parole di Vcrfo, e di Profa . 3x1
Differenza tra voci Contratte > ed
Accorciate . m
Differenza tra il Fifìco , e l’ Eroico
poeta in trattar le cole . 418
Differenza tra Storico , e Lirico in
trattar le laudi d’una donna. 418.412
Differenza tra forma Illullre > e
Chiara . 4tx
Diffcrenza,luogo da trovar parole. 4^
Ditterenza, luogo da muover’ Affetti. 6S
Diffinizione nelle figure . Z74
Diffinizione nel muover gli Aftetd. éi
Diffinizionedell’Atto, eScena. 74
Diffinizione della Ballata . X47
Diffinizione della Canzone i Od
Diffinizione della Commedia i i id
Diffinizionedell’Elegia . xtó
Diffinizione dell’Epica . 9
Diffinizione dell’Epigramma^ *80
Diffinizione del Madrigale . adì
Diffinizione della Narrazione. 12
Diffinizione del PriiKÌpio . id
Diffinizione della Poefia . a
Diffinizione della Satira Epica. i2i
Diffinizione della Satira Tragica • i6x
Diffinizione della Sccnicf. ^
ORABILI:
Diffinizione della Sentenza l iSi
Diffinizione della Tragedia . 74
DitMiita coofiderata nel Decolo . 4^
Digieflione , figura. 374
Digreflìone perché fi faccia . 1 S
Digreffione del Melico è come 1’
fcpifodio nell’Eroico . 177
Dineffioni richiefte nelle Canzoni
Pindariche . i8t
Digiellioni del Satirico . ^
Digreffioni del lambico • xil
Dimanda con preghiera . 3^
Dimandar , figura di molti modi- 388.
389.39'z.
Dinuniiimeuto d i molti modi . 380.3x0
Diminuendo fignificar più,che non
fi dice , figura . iti
Diminuzion del nome in motteg-
giare . i3d
Diminuzione della vofira facoltà ,
figura . 3S7
Dimoran'za, figura. -380
Dimoffrazione, figura i 373
Dimoftrare di temer peggio , figu-
ra . , 32d
Dimoflrativo genere che forme
riceva . 44 3
Dipendenza di diverfe forme da un
verbo . » 402
Dir foave nella Commedia . 117
Dir foave nella Tragedia . Si
Dire che parti abbia . x8x
Dire come debba crefeere , o andar
perdendo , f«ondo il crefeimen-
10 jOdiminuimento delle fenten-
ze . . 347.348
Difciolto f figura / cioè, parlare lenza
congiunzioni • . 407
Di feorfo del Coro . H4
DilgiunzJone, figura.' ^ 4id
Diho , figura pafTionevoIe^ • tSx,
Disonefli nel motteggiale. m
Difperfe parole , figura . 407
Difpofi*ionc di favola, feguendo l’or-
dine iiatiirale . . . i®
Dilpofizione di poema , cominciando
dal mezzo, o dal fine. _ 38
Difpofizione degli Epifod; Tragi-
ci . . , 82
Dilpofizione Comica. _ . .
Difpofizione degli Epifod j Comici. tx4
Difoofizionedel Romanzo riprefa , 33
Dilpofizioiie.luogo nelle paffioni . 72
Difpregio, painoiie ,
Difpregio nel motteggiare , 133
DilTunile uel motteggiate , 141
Diflf-
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T A V
DifflmulJre nel motteggiare . i44
Diflìmiibre nelle perlbnc, figura. 12“
Diinmulaie nelle cole « figura. 122
Diliiutione viziola di Gramatici ne-
gli acci di alcune Commedie Te-
reiitiane • ii2
Diftiiuiune del parlare , con giuntu-
re , membi 1 , e periodi . i5 r
Ditirambici, fpecie di Melici .
' Diciiambo , canto m laude di Bac-
co. 71.16»
Dictongi , quali , e quanti fiano ,
Dictongi come fi Iciolgano .
Diverbi bcenici.
Divino aiuto nell’ufcica .
Divifione , figura .
Docilità onde s’acquifii .
Dolore paflìone con gli efempli
T ragici . . 93
Donne le debbano introdurli armige-
re, o nò . . .49
Dorici contendono con gli Ateniefi
dell’invenzione Scenica • 7J
Dottrina richielta al Poeta . m
Donzelle introdotte nella Tragedia >
ma nella Commedia nò , no
Doppia favola qual fia .
Doppia favola nella Commedia, 1 1 1
Doppia fiivola nella Tiagedia . ^ ^
Doppia favola come fi conofea .
Drama voce Dorica . , zi
Drama e detta la favola Scenica. 74,
Dubbiofa materia qual fia . ij
Dubbitare figura . j9*.4i*
Dubbitarenel motteggiare. ijz
Z90
aoo
i
Ì7S
11
E
VOCALE di fuoflo mezzano,
E Vocale or di luono aperto , or
chibfo . _
E panicella . Congiunzione , Pro-
nome,Verbo,che accenti riceva. t4ò
Ea or di ima, or di due filiabe. igo
havtontimoriimeno di Terenzio altra-
mente diltinto in Atti , che da
Gramatici . 119
Ebraica Poefia . , , iZ9
Ecuba Iragedia di Eunpide diltinta
inatti. ,.r. ■ ^
Edipo di Sofocle , efemplo di Peri-
pezia, e di Ricoiiofcenza artificio-
(a . , lirll
Egloga fpecie di Epica .
Egualità richielta ne’collumi.
Egualità di Giunture, e Membri .
OLA
Ei or d’una , or di due fiUabe ] ^
Elegia Ipecie di Epica . ^,170
Elegia che cola fia , e donde cosi
detta . ^
Qual propieti , inventore , oficio
di Elegia . i69.z7o
Qual vei lo convenga all' Elegia.
Modo elegiaco , grandezza .parti ,
membri, ed ornamenci di Elegia. »zi
Quali Elegiaci da imitare . ^
Elezione di parole ripolia nell’ arbi-
trio moderato da'precetti . aia,
Elezione di parole con lettere, lìllà-
be , e icoutri convenienti alia
materia .
Elezione di parole quale debba ef-
(eie in cial'cuna maniera . jor.jzz
Elezione di parole con quai regole
filaccia. . , 41?
Elezione di perlona giudiciofa , per
ammendài’i poemi
Eloquenza confifiòàn cofe , parole, ed
artificio .
Emfali che colà fia .
Emulazione, paflìone .
Eneida come contenga un foggecco !
Quali EpiTodj .
.Qual faccenda principale
Qual i^ameiuo, e fcioglimento.
Comefiiiifca liagicamente .
Enigma ,
4fi
412
11
Lì
44
&Ó
3IZ.138
EitTata del Coro. 22
Epica poefa che cola fia . 9
Quali l’pecie contenga , e quali flru-
menti adoper i . , . „ ^
Quanto l’Epica fia piu perfetta dell’
altre poelie . 2
Di qual grandezza fia . 11 .Z4
Quanto tempo abbracci narrando, n
Quante parti abbia di qualità cllen-
ziale . li
Quali membri abbia. lé
Come diftereiite dall’ altre negli
Epifod) . . . li
Che 1’ Epica comprenda eziandio
alcune compofizioiii con rime.
Epico apiK> il vulgo che feri ve in veilì.
Qual lia vero Epico,q naie impropio . 4
Epico donde prende il nome . 4
Qual fia il modo Epico di narrare . £
Epico ufando veri nomi riguarda
all’univcrfale . . 39
Epico ufa veri nomi nella làvob, finti
negli Epifod/ . . . 12
Come gli Epici divennero Tragici. 2
Epigramma fpecie di Epica . ^ . 3
Epi-
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DI MEMORABILI,
Epigramini onde avefTe orìgine. ijH
Che cola fìa iipigramna. iiio
Callaie maceria , ed ohuo di Epi*
djranima . 179
le ratgua/acon brevità è l’anima
dell’h^igramnia .
Quale Varietà di ili le riceva. aifs
Quali j arole , e qual vedo conven-
gauo all'Epigramma . agx
Come 1* Epigramma fìa diflèience
dal Sonetto . 140.141
Epigiammi di Omero fatti Tolca-
III . i72_
Epilodio é voce ambigua , or (ignih'*
ca pai ce uiiiinta dalla favola , or
dal Coio. 22
Epilodj parte accidentale dilb'nca dal-
ia tavola . Id
Come gli tpifodj accrefcaiio il poe-
nU . là:
Ove gli Epifod) abbiano luogo . ì6
Come gli Epifod/ pollano dilcer-
nerli dalia-tavola . _ i6
Epiludi loiiolicin, e lunghi nell’
Epica; rari) e brevi nella Scenica. Zi
Epilodj Tragici con gli Efempli . 53
Epilodi Cunnci di quante maniere, lu
QiiaiiCu Ipein Epifodr nella nuova
Commedia, e Ipcflìflioii iicll' an-
tica . , , _ 11^
Epilodj diflinci dalla favola con gb*
efempli del i'iuco.
Epilodj tian luogo prima , che (I co-
minci a mutar la fortuna . 114
Epilodj fono tal volta più , che la
tàvola . 114
Epifod/ come fien differenti dall’
Aggiunti . 114
Epilod/ della Iliada , ed Odiffèa . n
Epifod/ della Eneida . u
Epifodjdc’Trioiifi del Petrarca . ij
Epifodi dcll’Ecuba . _ _ 5z
Epilodj Scenici , cioè, Kagionamenti
di recitanti dopo l’ entrata del
Coro .
Epilodj Scenici, quali veri! ricer-
chino . io3
Epiteto , overo Aggiunto di quante
maniere lia . ìli
Come s'accompagnino più Epiteti. ìij
Come Epiteti fi conginngauo con
_ altri ornamenti . ' _ li6
Epiteti confiderati nel motteggiare. 1
Equivocare, modo di motteggiare. U4
Eiigonc pianta nelle laudi di Haccho.
Errore de'fciitcori delle cofe Cipriane,
e del la piccola Ibada .
Erroie degli lei ittori de'Romantì . ^
Eriorc degli fenttori dell'Eracleida,
Icfeida , ed Achilleida . n
Ertole di Annotane nel Difeonvc-
nevolc . y,
Eriore di Plauto . yo
Erroie de’ Gramatici nel diffinguer
le Commedie di Tercniio . ijp
Errore di Euripide mlio fciogli-
mento della Mcdea.44.Ncl finger
Menelao malvaggio. ^ 21- Nel
ftr’iligenia piangevol^poi virile. 21
Efchine biafimato da Demollene in re-
citare .
Elcmplo , modo di rrotteggiare. 140
Efcrciziu 1 ichieito al Poeta . 444
Maniere di efcrcizio . 448
Modi di eieicitarli tradiicendo . 442
Spiegando una cofa lidia in molti
niOili • ^50
Età per muover’Affetti» .
btd conlidcrata nel Decoro . 416
Etimologia della Caiuoiie . ity
Etimoiugia del Comn.iato . tji
Etimologia di Epico . 4
Etimologia di Madrigale . 161
Etimologia di Numico . 169
Etimologia di Komanzo . i£
Etimologia di Satira . té»
Etimologia di Scltina . ly
Etimologia di Sonetto. i4'>
Eli Dittongo ■ 122
Eunuco di lerenzio quante faccen-
de contenga . '
F.ALLO , immagine della mafchil
parte . yj
Fallici verfi a Bacco . zi
Fama da fervarc ne’coflumi . gj
Eatze Cava iole. i£i
Eafeio di molte cofe , figura . ^
Falli di Ovidio qual poema fieno . jà
Fatto di pcrlbna , materia d imitazio-
ne, a. Soggetto di Narrazione . 10
Cii'conllanza di perfoiu . ir
Favella Tofeana, vedi Liagun .
Favola come fiadi un Contdlo . 12
Quante faccende la Favola polla
comprendere .
Che la Favola è p.irte effienziale , e
principale del poema . 14
Come la Favola debba a fe Ueffa
convenire .
Membri di Favola . 44
Nqu Fa-
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T A V
Favoli Ji uii mojo , MiUa , e Dop*
Pia . 41
Fa ■'oJ a Doppia non per vendetta
del III luco, ma per riconciliai fi . S6
Favola Semplice , o Compofta. 41
Favaia Comporta da quali Ricono»
fceiue , ed Avvenimenti fi taccia. 87
Come fi conotea la favola, fe fia
Semplice , oCompolta , di una
maniera , o Doppia . 8S
Favola Patetica , o Morata . 44
Favola TumultiiofijO Pacifica . 1*1
Favola Epica come fi tratti . 14
Favola Fpica come deb ja efler me-
ra vi^Iiofa . 40
favola Scenica detta Drama . 74
Favola Scenica è uu' Atto divifo
poi in cinque . 74
Favola Tragica accettata ditEcil-
mente fi muta . 79
Qual miitarione riceva b favola
Tradita, e come fe ne faccia di
nuove . 81
Favole Tragiche, Semplici, e Com-
poltecon gli efempli . 84
Favola i ragica milla per le cofe, o
per le perlone . 84
Favola Comica . no
Maniere di tavole Comiche. 110.111
Quali feno le migliori . 111
Favola Melica come fia una, e breve , 176
Ferme/za del Coro , toccando 1 infe-
licità . JOO
Fette di Bacco . 7J.iio
Figliuolo quale s’introduca . 1 19
Figura checofa fia , j74
Figura di fenteiize nell' artificio de’
concetti . 574
Figura nelle Paflìoni . 581
F'giira ne’Coftumi. j8j
Figura negli Urnamenti . j88
Figura di Parole . _ 401
Figura nella Mutazione delle paro-
le . 411
Figure vicine a quelle delle fcnteii-
»e. 4ri
Figure nella Voce . 41;
Figure nella Cottruzione . 41 j
Figure del dire confiderate nel Deco»
IO . 416
Filotteta con quale abito . _ ^ 96
Fine di Commedia ammendare i co-
dumi . ITJ
Fine di Epigramma , e di Sonetto. 141
Come fempre fia lietq . 115
Fine di McIìcq , 67
OLA
Fine di Tragedia purgar 1' animo
dalle pjtnoiii . 77
Come debba elfei 'infelice . 8y
Come il finire in allegrezza non è
Tragico, benché piu diletti . S8
Fine di Satira . »7i
Fine meravigliolo qual fia . 40
Fingere quel, che non c , figura . 401
Forme generali del dire quante, e qua-
li fieno . 4^9
Che parti abbiano . 419
Come tutte le forme del parlare fi
riducono ad una delle generali. 44]
Quale fia la mittione delle forme . 44Ì
Quali forme debbano piu ufarfi . 44J
Forme del dire di varie maniere . 419
Agra , e forte , fpecie della Forma
Grande. 4ji
Alpra, e moletta,fpecie della Gran-
de . 4jt
Acuta , e rottile , fpecie della Co»
llumata . 4^9
Chiara , forma generale . 4>9
Cottiimata, forma generale. 419.457
Gagliarda , e incitata , tpeciedel»
la Granite . 4Jt,
Gl a ve, forma generale . 419.441
Emile . fpecie della Cottumata . 458
iggiadra, fpecie della Chiara . 419
Magnifica, e maettevole, fpecie del-
la Grande . 459
Modella , e dimetta , fpecie di Co»
ttnmaca . 4Ì9
Ornata , forma generale.’ ' 457
O/ctira, forma contraria . 450
Pura , fpecie della Chiara . 419
Splendida, e illullre, fpecie della
Grande. 4f»
Turbata , forma contraria . 4io
Vera , forma generale . 440
Volubile , e pretta , forma genera-
la • 4J7
Fronte nelle iCaiizoni è parte dittan-
za , con varie Tue maniere , ed
abitudini . 187
Come fia maggiore , o minore della
Sirima . 188
Fronte Doppia , e compofla, qual fia. 189
& è lecito triplicare la Fronte . 188
Regole della Compotta Fronte. 194
Quali verfi riceixhi nel principio ,
e fine . iii
Quali numeri potta ripetere . 1? j
Fronte Semplice yial fia . 197
Come fi faccia dì Quartetto . 197
Come fi faccia di Quinario . _ i9d
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DI memorabili:
■ Quali partì abbia 2
Fronte ne Sonetti > i4ì
Frottola fen*a legge . ^ , LìS
Qnal foggetto abbia la Frottola. ni
Quali maniere di Frottola . age
Quale Ible di Frottola .
Fu , particella accorciata da F«« , e
contratta da Tue | quale accento
riceva .
G, CONSONANTE, quanti fuo-
ni abbia . Ili
Gagliarda forma di dire . li»
Gelolia pallione . , l£
Gentiluomo nella Commedia quale» ni
Gcorgicadi tfiodo » e di Virgilio. i
Cefualdo opera del Minturno (opra
il Petrarca . . li?
Giacitura delle parole , col modo di
allogar le voci di una , o più lilla'
_ be. . Ii5
Giovane come laudato , o bialìmaco
nella Commedia , ^ _ Hi
Giovani Comici di qiiai Collumi . 1 1£
Elempli di Giovani Comici . nS
A’ Giovani qual parlare convenga-
li. . 4^
Giudice di Poemi quale elTer debba, a.45 1
Giiidiciale genere che forme rice-
va . ,441
Giudicio degli antichi lì dee prefe-
rir’a quello de’Moderni . _ 66
Giudicio intorno a lei particelle
pertinenti a verlì . ^ _ iflS
Giunone celebrata da Coro di madri
di famiglia. l2o
Giunture di parlare quali fieno. _ li»
Maniere di Giunture nelle voci , e
nelle feiuenze . ìli
Giuramento , figura . ìli
Grande forma di dire con le fue fpe-
cie . 4l®
Grandezza giiilla del Poema qual fia . io
Grandezza propia dell’ Epico • ^
Grandezza fproporzionati biaiim^*
ca • 3 ^
Grandezra della Scenica materia
quale . ZJ
Gratitudine , figura coHiimata .
Grave accento che fia , e dove fi no»
ti* ... 144
Cheli Grave ha il propio luogo m
tutte le altre fillalie , eccetto in
qiielhma , dove è l’acuto , e l'in-
chinato • IH
Grave forma di dire ^ Via
Greci autori come fi debbano imita-
re da Tolcani . iàl
Gridare, figura pallionevole .
Molte maniere del Gridare . 41I
Guerriero introdotto nella Comme-
dia . all
H
TT , SBANDITA dell’ Alfabeto
J, j. da alcuni Motlerni . api
tesando lì deboa ufare l’ Afpiiat io-
ne .
Come fi là rima di voce arpirata,con
voce fenza Afpirazioiie . apj
1
I, VOCALE di furino dimefib l jqi
1 , Lettera 1 iquida . »P4
], Coiifonaiite lenza propia figura . apa
Ja Dittongo . _ _ ago
jambica poefia, e fua origine. _ ii£
jambico , quale oficio , materia, par-
ti elieiiziali . _ apZ
Digreflioiii , collumi , e modo del
Jambico. ^
Qual Verlb conveniente al Jambico. 17 9
Jambico verlb atto al dir male . p
Jambici i>oeti quali fieno . _ 2
Come li Jambici divennero Comici . 2
Jamlx) piede come fi formi . top
Icaro pianto nelle laudi di Bacco . _ zf
Iddio come fia ringraziato da Celeftj,
ed Uomini . i^l
Iddii de’Gentili quando , dow, e per-
chè s introducano nella Scenica . 8a
Je Dittongo di fuoiio , or’aperto , ora
chiufo . , *2®
li or d una, or di due fillabe . _ ago
lliada d’ Omero quali peifone efpri-
Come l’ Biada fia forma di Trage-
dia . 8
Che foggetto contenga l Iliada. ii
Come r Biada fotto una faccenda
abbracci molte cofe . ^
Perche l’ lliada abbia il titolo dal
luogo. 45
Come fia favola di una maniera . 41
lliada non è favola doppia,ma di un
Iliadi finita con Epifodi aggiunti
alla favola , dopo la morte d'ht-
tore . , . . , . j t, f ^
Che Aggiunti abbia fuori della la-
rola.
N a a a Blii-
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T A V
Illuftre formi di dire , e come fia dif-
krence d^lla Lliiara . 4^1
Imitazione richieda al l'oeta . 44;
Quali debbano imitarfì
Come (i faccia i‘ i nica<ione ne’ luo-
ghi dcll'ni velinone, con gli elem-
pli. , 4*6
Siiperdizione di alcuni si aftretti
nell i iiicazione , che non ufìno al-
tre parole , che del Boccaccio , e
del Petrarca. 44^
Imica/ione « modo di motteggiare, in
Imitazione di antichi Greci > c 1-a-
cini lodata. 1^
Imitazione quante cofe richieda . a
Imitare propiamente è introdurre
alcuno t iinpropiamente c narra-
re. • (£
Imitazione è cofa naturale . 2
Immagine nella narrazione . za
Immagine nel muover’aftetti . fii
Immagine nel motteggiare. 140
Immoderato vizio del motteggiare. Ut
Incitata forma di dire . 4la
Incolpazione , figura . ì76
Iiicodanza biafìmata nel Decoro . ^
Incredibile fuori della Favola . ^ ^
Lifeliciti di^ buoni ci contrida , di no*
Ari pari ci fpaventa , di cattivi
non par degna di pietà . 2I
Infortunj infelici, inopinati, avve-
nuti da parenti , ed amici , fono
Tragici . 78.79
Ingegni di due maniere , che peccano
nello feri vere . 449
Ingiuria quale fi convenga nella
Commedia. ii£
Ingiiiriofe parola nel motteggiare . iiJ
Inno , fpecie di Epica poefta . 9
Inni d’Orfèo , e d 'Omero . 9
Inni da quali perfone fi cominciaf-
feroa fcrivere . 8
Inni latini fatti da’ Sacerdoti con
maniere Tofeane . t<S
Innocenza come d confoli . _ J2
Inopinati cali fono rneravigliofi ì 40
Come fieno T ragici • 79
Come fieno lieti , o dolorofì . 89
Lifìiiuazione quanto convenga alla
Satira . i2£.
Infipìdo vizio nel motteggiare: ^ 191
Interpretazione di quelle parole di
Ariftotele , che pertengono alla
rapprefentazione del calo Tragi-
co. 91
Intero conteAo di favola qual fia . 10
ili
Z69
ui3
Iiuerpofizione , ornamento .
Intcrroniiiere , figura .
Inventore di Elegia .
Inventore della Jambica
Iiiveiitoie della Lira .
Invento; e della Mafchera . 97. 150
Inventore dell’ Ornamento della
Scena . 97
Inventore dell’Ottava rima . i6t
Inventore della Satira tutina . ^
Inventore della Scen ica poefia . 75
Invenzione di nuove maniere di ver-
, fi • . 68.^9
Invenzione dell’Accademia Senefe,
ufiirpau dal TrifTiiio , vendicata
dal Polito .
Invidia , paffione . j j
Livocazione , modo di acquiAar beni-
voleiiza . xi
Invocazione del Satirico . 179
Inutili parole fono più da fuggire, che
le dure . 990
Io Dittongo or di fuouo apeno, or
chinfo . X90
Ionev;gabon<b. _ 2I
I (>e: baro di più modi 917
Iperbole , ornamento • aro. aio
Iperbole , modo di motteggiare . ng
Ippocentauro , poema . ^
Ira , painoiie .
Iionia che cofa fia . 917
Ironia . niobio di motteggiare . 198
Ifabella Reina di Spagna efemplo di
donna valoiofa . 4^
Ifcufa , figura cotiiimata . jgg
Iflione disleale . gj
Italiani fuperbi . u
T , COVSONANTE di fuono
I- -I piacevole . 907
Laido voce fe iMiia Dittongo , o nò . 190
Lamento , pa'none . 94
Lamento , figura paflionevole . asg
Lamento del Coro . isa
Lanciare il verbo , figura . 408
Latini come debbano imìt.irfi. 4,5
Legamento di favola che fia . ^ 44.89
Legge di Ateniefi conrra gl’in.®inriofi . ir
Legge , che ima maniera di canto per
Taltra non fi u.Cifie . rg8
Leggi compofte in verfi da Apollo . K<j
Leggiadra forma di dire . 4zq
Lettere fono il fondamento del fuono
delle fillabe , e .delle parole . z8 8
Quali
(
I
1
I
I
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Ì«!
444
IO
IH
*54
196
ia6
D I M E M
Quali lettere manchino , o fieno fo*
ve chic nell' AlhlKTto .
Co ne fi ufi una iklla lettera con
var) filoni Ji pioiiunua . igH
Di viliuiie di lettere. $oo
Qual fia il liiono , e forza di cialcu*
na lettera . ,
Qual fia lo fcontro , ed aprittira
delle lettere .
I^ezione richieda al Poeta ,
libero parlare , figura pafUonevoIe.
Licenza poetica non trapafli li termi-
ni .
Iiceii7a data a Poeti di biafimare i
mallatrori .
Lingua Uulgare , e favella noftra Ita-
liana, come fidilunghi dalla La-
tina .
Come dalb Latina dipenda .
Onde fia naca .
Come fia Volgare della Latina .
Lingua Latina come fia guada i>er la
. conftifione delle lingue firaiiiere. is£
Lanca Poefia guanto antica . lóS
Come fii prima lèmplice , poi con
varietà diverfe .
Quale premio de’Lirici .
Lirica Tofeana che fpccie abbia . izo
Quale maceria . i2r
Qual modo di trattare . itj
lodar fa lleflo è viziofo, le non in due
cali . ^
Lode di una donna come fi tratta-
rebbe da uno Storico . 418
Lode di una donna come fi tratti
dal Lirico , con Tefemplo del Pc-
. trarca . 412
Lui , voce or di una, or di due fillabe. igo
Lungo circondanza di narrazione . 12
Luogo per muover gli aflecti . 60
Luoghi di Narrazione con gli
Elempli . !£
Luoghi di Affètti . ff
Luoghi degli ornamenti , e del par-
lar figurato . 4^
Luoghi comuni comedebbano ufar-
fi • 448
Luoghi Topici come fervano a tro-
var le colè . 412
Luoghi Topici come fervano a tro-
var le parole . 4»4
Lufinghe , figura coflumaca .
M
I consonante «li che-»
fiionq fia .. ^
M
OR ABILI.
Mac<ria Eroina , figliuola di Er-
cole .
Madie quale s’introduca .
Madre di famiglia quale .
Modi igale che cola fia , e perchè co-
si detto .
Che materia tratti .
Di quali verfi fi teifa .
Maniere di Madrigali di otto , no-
ve , dieci , undici verfi,con li mo-
di delle confonanze loro .
Madrigale liberamente vellito .
Madrigali del Boccaccio .
Madrigali di Franco Sacchetti .
Magnifica forma di dire .
Magnificenza vietata a’Poeti .
Malvagità vizio nel Decoro ,
Manluetudine Alletto .
Marce'li Plautini traslati dal Collan-
Margita, Poema d'Omero .
Come il Margita di Omero fuflTe
efemplodi Commedia.
Maria Reina forella di Carlo V. efem-
plo di donna valorofa .
Maritate pudiche introdotte nella_i
Commedia , ma impudiche nella
Tragedia .
Malchei a trovata da Efchilo.
Mafchera di recitami Comici .
Materia di Poelia quale fia .
Da quali cagioni venga la materia
poetica .
Materia di Narrazione .
Materia Epica , una , e di un’anno .
Materia Troica qual fia .
Materia di Canzoni Pindariche.
Materia di Sellina .
Materia di Sonetto .
Materia di Elegia.
Maceria di Ballata . ,
Materia del Madrigale.'
Materia di Ottava Rima .
Materia di Satira .
Materia di lambico .
Maceiia di Epigramma .
Maceria da motteggiare .
Qual materia fia Onorata. UmiT#7
Olcura.Merjvigliola, Oiiobiolà.
Qual Materia fia Naturale, Arti-
miale , del Cafo , o della Fortu-
na .
Maceria di cofe Utili, Onelle, Mez-
zane.
Materia Diliberaciva , Dimolira-
tiya , Ciudicialc .
SS
Ì12
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16 1
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11*
4*Z
MaT
442
I
/
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Materia varia come ricerthi varie
manici e di parole . 3*^
Materia vana come ricerchi var j or-
namenti • , 41?
Materia luogo da muover* Anetti . 6l
Materia del pai lar Poetico . iz*
Materia come altronde lìa recau , o
trovata con Arte . 417
Medea, Tragedia. «
Medea , non come madre , ma come
donna oltclà , uccide i tìgliuoli . ai
Medicina Icritta in verli .
Melica , Ipecie di poelia. 1
Fine di Melica per ringraziar’Iddio. i£2
Ili
169
183
Ilo
121
Che cofa fia la Melica poefia
Maniere di Melica . _
Maniere di compofirioni Mence .
Da cui fi cantafle la Melica , come ,
e quando . „ , .
Materia Melica quanto flenda ne
Latinit Greci , torci, Tolcaiii •
Parti elieniiali , ed ornamenti di
Melica . IZ?
Quali Membri Melici 1, _ X7£
Melico Poeta , come ora ritenga , ora
deponga la fua perfona , con gli
efempli del Petrarca . i7?.i74«i73
Come il Melico ufi le feittenze"; iSz
Melici Modi Icmpbci , e compara-
ci «
Membri del Poema .
Membri di tavola .
Membri di Tragedia : _
Membri di Commedia .
Membri di Melico .
Membri di Elegia .
Membri di Satira.
Membri di ]ambico
Membri del parlare .
Membri pari del dire, quanto nu
nerofi, _ 3Z4
Membn con giunture ,e fenza , f}S
Membri eguali nel motteggiare .
Mentire poetico per generar meravi-
M^iaviglia, quanto necefiària nel poe-
wa . . ,
Qnal fia materia meiaviglioia ,
Quali cofe , e fini meravigliofi .
Qual'oidine ndrabile .
Cagioni , edettettidi Meraviglia.
Come la Meiaviglia fi delti dall*
Coifc la Meraviglia fi detti dal
Cornelia Meraviglia fi defti dal Co-
lilo
16
41
Lil
L2Z
i2I
*21
»Z?
il»
4!
40
»3
40
41
4i
41
Z?
mico. , irj
Meraviglia , figura paflìonevole ; ^
Meretrice, quale nella Commedia. 1^
Metatora , ornamento . jon
Metafora nel motteggiare .
Maniere ui mctafòra . > Tras-
late parole .
Meulepli di pili modi .
Metodo cenuu da Cicerone nelle par-
tizioni . _ »
Metonimia , ornamento di più modi. ^i i,
hritonimia mouo di motteggiare . i_iS
Mimi di Sofroiie , e di Xenaicho,rpe.
eie di Epica . }
Minacce , hgui a paflìonevole . £8r
Milericordia , piffione .
Mifcrabile loggetto di Tragedia . - 7S
Miferevole per le Itello , e per la per-
lona . . .
Come fi rapprefenti il miferevole
nella Tragedia . 8s
Mitta poefia. 4
Mille favole . _ 41.tr*
M illiont delle forme del dire . 44^
Miliira, enumero.
Mitigare , figura collumara .
Modi d*imuazioiie poetica . ^
Qiul modo ufi cialcun Poeta . 7
Che I modo Poetico è naturale . s
Modo Scenico . ^
Modo Elegiaco.
Modo Satirico . x2£
Modo Jambico . _
Modo tenuto da Omero nell* llia-
<1» • ... »Z
Modo tenuto da’ Greci , e Latini ,
tener fi può da Tofeani . 50
Modi di faccende Tragiche , e qual
fia il migliore .
Modi Tragici migliori per tre ri-
fpetti . ^
Modo di far Tragedie diverfe di
una loia faccenda . 21
Mogliere , quale nella Commedia .
MonoTillabe , cioè voci di una lilla-
ba , poche lofiengono il verfo ,
più il rirardaiio, molte infieme
lo fpezzano . _ m
Monofillabe come fipongano in prin-
cipio.in meizo.in fine del Vcrlb. jjg
Moiio/illabc con e nel principio del
poema , o della Narrazione , ren-
dano gravita . 3 40
Monofillabe come s’ interpongano fia
le voci di molte (ìllabe. 145
Monofillabe come fieno atte ad ogni
luogo.
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DI memorabili.
luogo : ^
Quante Mono<illabe conciituafle il
Petrarca .
Quali compulìzioni del Petraica co-
mincino da’ Monolìllabe . ne’
Triottifi , Sonetti , e Canzoni . i67
Moftruola invenzione oell’Uicita .
Motteggiare onde provenga . ljz
Quali Vizi da fuggiie ne’ Motti . Lil
Qual foggetto di Motti . m.itt
Maniera di Motti ditfufa> e breve. Uà
Motti in parole con varj modi , ed
elempli loro •
Motti nelle cofc , con vari modi, ed
efempli loro . _
Motti in altrui , e in noi (leiB . 149
Motti nella Scenica poelia . 66.
Mover riio, figura collumata .
Movimento ccielle imitato nel ballo, ni
Da qual parte cominci . 17»
Mule , per celebrare Iddio . 1^7
Mufica ornamento di Melica poefìa. 176
Mutazioni di Ovidio , quale pnefìa . ìa
Mutazione di cali , genere , e lìllabe >
ne’modi di motte^iare . ijf
Mutazione , parte di Commedia. m
Mutazione , parte di Ballata ,
Di quali , e quanti verli fia . m
Qualeabitudineabbia con la riprelà.iji
Come tal volta ri^nda ad alcune
rime della Riprefa . ijj
Quante fieno le partidella Muta»
zione . _ . tf i
In quanti modi s’accordino le Cop-
pie , t erzetti , Quartetti , nefla
Mutazione . xt4.
Come la Mutazione fia ripetita, nè
ricevali Quinario, uè il Seuario. ih
N
N, CONSONANTE , di che
fuOllO fÌ2 • jo|
Narrazione .patte di Poema . , 4
Modi di narrare. ig
Luoghi di narrazione I is
Maniere di narrazione . io. ir
Modi poetici , per narrare molte
cole in fieme . ^
Narrazione del Melico. i8o
Narrazioiie Epica di molte cofe avve-
mite infìcme . ^
Narrazione poetica non deferive qua-
le avvenne, ma il generale , c
quale fi conveniva . ^
Narrazione interrotta da Roman»
Hcoii > e quaiidg fia lecitq intera
romperli.
Narrazione che fbime di dire rice- * ’
V3i .
Narpzione cominciata da Mono- ^
lillabe . .
Narrazione breve nelle figure .
Narrare c mutale impropiamente. 7
Nazioni di quali collumi . ng
Natura, come preiti materia alla poe-
lld • g
Qual materia venga dalla Natura ,
con gli Efempli .
Natura richieda al poeta . ^
He particella , Congionzione , e Pro=
nome , che accento riceva .
Necellario conliderato negli Afiètti . 96
Nome, circonltanza diperfona . tf
Nomi come lì fingano dal Pocta_i
conformi all’nnivei lale . 19
*T.' favola , finti negli
Epifod) . •
Quali fieno veri nomi appo Virgi-
lio , ed Omero .
Nomi veri ufati nell’antica Com-
media , c tìnti nella nuova .
Nomi Veri riteniuidxf Tragico nel*
le /àvoi# accettate, e tal volta fin-
ti nelle co/è nuove . Jq
Nomi ^mici fono o propi o co-*
munì ■ 1 1 f
Nomi compoAt da uùre nella Com-
media . .,g
Nomi finti nel motteggiare . % le
Nome notabile come fi ponga or
nel principio , ora nel fine , zeg
Nomico , fìwie di Melico , quale fia,
e fua Etimologia . jgg
Non uenlàco , figura .
Novelle del Boccaccio , Ipecie di Epi-
ca Poefia . r
Nuove parole, per Derivare. , 30%
Per lettere aggiunte, fottratte.mu-
tate , trapode , allungate , abbre-
viate , Vocali congiunte . ;o?. 304.
Per compor le vocidi due, c piu
parti . ^
Per finger dal Tuono . joj
Per cangiar di Accidenti . sof, ios
Per cangiar’una parte con l’altra . ^o4
Nuove parole non ulate dal Boccac-
c o , nè dal Petrarca . nè d'altri
autori , come fia lecito ufarle . 44S
Numero che cola Ita ne’ corpi , movi-
menti , canti , e fuoni . ^
Che cofa (ìa il Numero nel dire.
Cqme il Numcfq confiila negli ìn-
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T A V
tervalli fcsnaci col ferir delle
laoc . jjf
Che l'orecchia è {tudice del Nume-
io . '
Nun<ero di Veifi legau da confò*
iiaii^e di rime . |?7
Numuodi Veili fciolti.
Niinieto negli Accenti > e pofe del-
ia vece . _
Iv un CIO nelle pofe de'feiicimenti . J6»
VjujI nume ro abbia maggior forza,
quello delle pule de’leiKimcmi, o
degli Ac«.cnti .
Numuu del (empodelle fillabe, e
paiole. 죱
Nun ero da fuoiio di lettere , e da
coiicciici . ì6i
Numero da leggiadria dicompofi-
zioiic , pel VOCI limili , rii>ecice,
coiitiapolii , membri pari . nj
Numeio di filla^cagione di armonia. lZ£
Celiai Numeio lia veloce , e molle
qual tardo , e duro . _ ì6f
Come li debbano variare i numeri. 36a
Come li debbano temiierarc i numeri .
o
O, VOCALB or difuonochiufo,
or’aperto. ^
O , Vocale di fuono pieno . pat
Odio , palfione . ja.9»
OdilTea tpica di Omero quali pirlo-
tie contenga • I
Che l'Odillca è fórma di Tragedia . 2
Che foggetto contenga . 1 1
£lemplo di peripezia . 41
Efemplo di riconofcenza . a
Che rOdillea è favola di un modo M
Odiflèa finita con EpiTodj aggiunti
alla favola dopo r uccilioiie de*
proci . Sd
Oddlea quali Aggiunte abbia fuori
della lavola . 1^
Cdiflea Tragedia allegata da Arino-
tele è favola Doppia . £d
Oficio di Principio. id
Oficio di l’renarrazioue . aa
Oficio di Digreflione . 18
Oficio di Tragico . Zd
Oficio di Comico . ili
Oificio di Melico 1 LZfi
Ofido di Satirico Epico i azi
Oficio di [ambico . ^
Oficio di Epigramma . az2
Oi, ora di una, ora di due lillabe . a 90
Onorata materia qua 1 fia , y
OLA
Opinione mi muover gli Affetti. d»
OiiuioiiicoiiUJiic.il uiUotelcedi
PialoiK Ulto, no al lim. ucila Ira-
è.C'-'a • 77
Opniioiii contrai e di Alinotele, e
di z'‘iatonc liKur.io al n.odo della
Melica lociij .
( pmioni coiu;aiie di Arinotele,
cu l^ta^io into- ro ■lil^jgiiie delia
b.itii ica potlu . Idi. Idi
Opinioni Vane intorno alle lettere
ucii’Aliolieio . 2.8t
Opinione di Modcini rifufata di
nuova ai ce iK'Koman/i . j|,
Opniioiicdi Mod.ini ntulacadifcri-
verla Commedia in piota .
Oi nnone iiluuia, che 1’ mtitxlur
vecchi lunamoraci iu di cattivo
efemplo .
Opinione iifufata, che alcune fàvo-
le 'leiciizianc fieno doppie i>er
diverte qualità di perfonc. r^
Opinione nfiifata , che le favole
Greche non fieno divife in Atti, e
Scene , come le Romane . ut
Opinione di Gl amatici nfulàca in-
torno all'oidiiie delle parole . ^49
Opinione riiufua incoino al ver/b
Saffico Tot. -no . eat
Oratori utili a Poeti . 444
Ordine quoi fia mela vigliofo . £t
Ordine di voci coiigiuute , cagione
di Armonia . tjg
Ordine nel dire , e quali cole 3 qua-
li precedano . 347
Ordine da tenerli nelle parole , tra-
fpoicandole là , dove meglio fi
congiiingono . 549
Ordine da cenci fi nell' allogare il
Verbo , e *1 Nome notabile. l42,i?o
Orefte miferevole . gs
Orelf e, favola di un modo. Hd
Orione della poefia m generale . z
Origine di varie fpecie di poefia . 8
O. ijme del Romanzo , iS
Origine della Scenica po^a . zi
Origine della Commedia antica ,
mezzana , e nuova . ito. in
Origine dilla Satirica poefia . liil
Origine della Melica poefia . itfz
Ornata forma di dire, con quali pa-
role, figure, compofizione fi faccia 4ìf
Onografia con molti avvertimenti in-
curno all’ufo delle lettere . , iM
Ofeura forma di dire come fi fàccia ,
e quando fi ufi . 4J0
Ofea-
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DI MEMORABILI.
OTcura fideeria fual Sa . *1
Ocuva rima , fyecte dì Epica . 3
Che coià fia , come fi cefla . percM'
fi chiami Scania > Qual maceria
abbia . ^
Come il poema di Otrava rima fi
divida u> libri * o cauti . *if
P, CONSONANTE di fiiono lie-
ve , e piai» .
Pacifiche t.vole quali fieno . ni
Padre , quale s’ introduca in Comme-
dia.
Padrone , quale fia nella Commedia . latf
Paladini tamoli , Ibggetco di Romando. Ji
Palilogia figura. 41 1
Parabafi , cioè , Trafcori imeneo del
Coro . Ili
Quante parti adolute di Parabafi .
Quante parti corrirpondeuci di Pa-
rabafi . . . S14
Paredie, Poema. 5
Parentado confideraco a muovere gli
Afieui . 60
Parentefi • cioè , interpofizione , figu-
ra . Ili
Pari confideraco nel muovere gli Afi-
r lètti .
Parlamento del Coro . HI
Parlare continuo , o dilHiito . jfi
Parlare ornato donde nafea . , 301
Parlare di giovani , e vecchi 1 qual
fia .
Come un parlare uenTo in altri fia
lodato , in altri biafimaco . itr
Parole 1 parti del dire . aHt
parole , che lignificano con tempo ,
o (enia tempo . a&S
Come ritengano la natura delle fil-
iabe , c lettere , onde lono com-
poile . .
Parole 1 che or ibno di una • or di
due filìabe. ^
Pai ole Propie . ipi
Parole InuCcate . 3°i
Parole Pellegrine . 30»
Parole Nuove joj. infin'a
Parole Traiate .
Quali Parole a qual poema couveu>
gano . 3*1
Quali Parole debbano fceglierfi . jti
Quali Parole fieno del Verfo , quali
della Profa. Ji»
Quali parole polTauo perder 1’ ulti-
ma vocale .
Che le Parole devono eleggerli fe-
condo la materia , Screpieofe«
Piangevoli , Soavi , Umili , con
glielempli. 1*3
Parole fole , con loro OlTervaiioni .
Parole polle infieme > con loro Of-
fervazioni . 3**
Parole quando dcMtano andar ere*
feendo , o perdendo nel dire . 347. 14I
Parole non ufacedai Boccaccio, nè
dal Petrarca , né da aln i antichi,
come , e quando fia lecito ufarle . ^4^
Parole , firumenco di Poelìa . 1
Parole , parte elleniiale dell' Epica . 4
Quali parole a generar merivigiia . ^r
Parole foverchie nel motteggiale .
Parti di Poema . 14
Parti di parlar poetico . 12*
Parti del Dire . »i. *1lì
Parti della Scenica comuni , e pro-
pie , elieniiali , ed accidentali . Z*
Parti della Tragedia . ^
Parti della Commedia . iio.iji
Parti della Melica . i2à
Parti della Canzone. ite.mr
Parti del Sonetto . *43
Parti di Elegia . »zt
Parti di Satira. iZA
Parti di Jambico . *21
Patto non fi fa vedete , ma udire in
Scena . nz
Pafqiiini Tolcani , fpecie di poefia
jambica . tzz
Paffione dell’ animo , circonfianza della
perfona. *i
Palfioni comediflerenti da* Cofinmi . 4l
Pacioni come fi deferivano. 11, 94.1*9
Paflione di Amore . 5 1
PalBonedi Confidenza. 54
Paflione di Difpregio .
Paflione di Emulazione .
Paflione di Ciclofia • ^
PadTioned* invidia. 51
Pairione d* ira . 7}
Paflione di Manfuetiidinc . 33
Paflione di Mifericordia , 44
Paflione d’ Odio . ja
PaiRonedi Paura . • 53
Paflione di Sdegno . ^ 34
. Paflione di Siacciataggine. 37
Paflione di Vergogna . fg
Paflioni purgate dalla Tragedia . 77
Paflione creata per la villa non è
: Tragica. p»
Paflione con gli efempli Tragici
4 ' delia Paura , Dolore , Spavento .
O o o Odio.
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T A V
OJjo .
Pjinom im'nc con co/lumi • 46.94
Pj/noi)i nella Melica i^oclia. 122
Pacecica favola Fiagica. ^
Pacna coiifìderaca per muovere gli
Affetti . ^
Peana , canto in lode di Apollo . i£«
Penfieri divertì , tìgura . 384
Perdonare , fignra coliumau . as
Periodo che cofa fia .
Maniera di Peiiodo dalla dipenden-
za delle parti .
Maniere di Periodo dal numero de*
membri . J
Peiifratì ornamento. 31^
Perifratì tìgura .
Pertwzia che cofa fia 44
Perlone di tre nuiiiere • a
Quali perfone diano materia a eia-
felina Poefia y e quali fieno imitate
da VirgiLo , Omero , e da altri
poeti . f
Perfona , o propia del poeta , o in-
trodotta . 18.173
Perfona , cu-conftauza di Narrazio-
ne,
Perfone cattive afflitte non fono de-
gne di ptetd . 2!
Perfone virtiiofe afflitte movono
più a fdegno , che a pietà . ji
Perfone né in tutto buone , nè ree 1
propie del Tragico . 7>
Perfone del Coro Tragico. 10»
Perfone del Coro Comico . 15»
Perfbne , che fanno il Prolo-
eo • si
Perfone o note , o nuovamente fia-
te, come fi deferivano . sS
Perfona con le fue qualità contìdera-
ta nel deferì vere gli Affetti • £f
Perfone fuori della, favola , o nella
favola . jii
Perfone del Coro Comico . 121,
Ph , Grecamente chiamato , tbanr
dito da alcuni moderni dall ' alfa-
beto . _ Z93
Quando il P6$ ddiba ulàrfi ,
Pietà con ifpavento mollà dal Tragì-
co . Z6
Pittura di luoghi , tìgura . 227
PivaffriimeiKomutìco, al cui ifuono >
canu il Coro . loz
Fiuto cieco , tenuto Iddio delle ric-
chezze . Iti
Poema che parti abbia di «ualicà ef-
feuaiali ,
OLA
Che parti abbia accidentaU. tg
Che membri abbia . tg 44
Di che grandezza elfcr debba il poe-““^^
ma . IO
C^ *1 poema è lodato per 1* eccel-
lenza del Poeta , non perla per-
lona cantau . 31
Che il poema ha il fiio fato , fi
Poema quii fia paflianevole, o mo-
rale . Q4
Poema , mirto di più forme , i piu
perfètto .
Poefu che cofa fia .
Poefia quante cofe richieda . %
Maniere di Poefia . «
Origine della Poefia . 2.8
Che 1* opere in verfi , che trattano
alcun’arte, non (bno poefia . 4
Che la Poefia ha i>er fine il diletto >
« 'I profitto . 2i
Come le poefie fieno differenti ne
gli Strumenti , Materia , e Mo*
do. g,jf
Poeta onde abbia diverfi nomi . 4
Come ritenga, depoiiga,e ripigli la
Tua perfona . g
• Pere hé fogl ia ment ire . 41
Quale licenza avelie di dir male de’ <
malfattori . _ no
Come la maladizione gli forte vieta-
fa . Iti
Quali cole in fbmma gli fieno ri-
cbiefte . 421
Poeti preponi 3 celebrare Dio tra
gli Uomini . tgf
Poi igirnto pittore • 13
Polifillabe , cioè , voce di più lìllà,
be. 332
Come ficciano veloce il verfb . 340
. A qnal materia , e ffile cwivenga-
no . 341
Di quinte fillabe fia la più lunga , 340
Quelle da fei fillabe in giù fono at-
te ad ogni parte del verfb . 34»
Snelle di fette come fi alloghino. 344
el fine del verlb qual tempera-
mento fi convenga, acciocché non
divenga molle . _ 343
Polito , e fila doctrìiu intorno I’ al-
fabeto . ago
Pofe di accenti ove fi facciano in ogni
forte di verfi . 3^
Polè degli accenti nella quarta « e
nella Telia fillaba del verlb fi tnio-
vai» in brevi , e in lunghe pa-
. role
Po
Pc
T
i
1
1
\
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DI MEMO
Pofe di (entìmenti come fieno legami
da incatenar* i verfi .
Pofe di feiKimenti, dove fi facdano . jd*
Pofe unite di accenti i e di feiitinien*
ti . - ì64
Prefazioncella del Coro . iti
Preghiera , figura paflionevole . ^
Premeditato , vino nel motteggiare . lil
Premio del Cantare . > 7i
Pi e nari azione , parte di poema • u
Preparare , figura . l£i
Prevenire al tempo della Storia , fìgu*
ra . 4^
Prevenzione , figura . 12d
Principi di Poefia , quanti , e quali
fieno . 1
Principio , parte di poema , che ha . id
Quali iihcj di principio. _ li
Qual principio fi convenga a ciafcu*
na maceria . ^
Principio Scenico donde fi prenda . Zi
Principio Comico donde fi prenda . i_lZ
Principio del Melico . 123.
Principio di poema da Muuofillabe. I40
Principio che fórme riceva . 44ì
Prodigi non han luogo nello fciogli-
menco . _ 31
Proemio di Satira. ^
Proemio di Epigrammi . lii
protcfllone conuderaca nel Decoro . éiz
ProHerca , figura coltiimaa . iMl
Prologo , parte Scenica . 71
Prologo Comico che cofa fìa j e di
quante manieie._ lU
Quali verfi ricerchi il prologo . ids
Promella , figura coftumata . i8j[
Pronunzia mezza tra U > ed O i V » ed
1 ; E , ed 1 . Joo
Pronunzia di CT moderata da gli
antichi , lafciaca da Moderni . joo
Pronunzia di Latini , talvolta dille-
rente dalla (crittura . 133
Pronunzia ritardauda MonofUlabe,
e dall'Apritura rielle Vocali . jjp
Pronunzia come fi adatti più collo
all’accento, che al fentimento. id4
Proponimento nella Commedia . uj
Propofizione , parte del poema . ^
Piopofizione rara ne gli Epigram*
mi .
Propofizione , figura. 31à
Piofa poetica. _ i
Pi ofa efc lufa da poefia Scenica _. fié
Profopopea , figura di molti modi . i£|
Pxotdlcro , o dir Rovefcio . ilà
Proverbio nelle fcutenze . iii4
RADILI.
Proverbio nel motteggiare u#
Pura forma di dire come fi faccia . él3
Purgazione , figura . 12^
Q_
Q, CONSONANTE , quinti
filoni abbia nella pronunzia . ipt
particella, che ora di-
manda , or dinota tempo , che.»
accento riceva . 142
Quartetti di Ballata nella Riprefadi
quanti verfi , e di quante confo-
nanze .
Quartetti nella Mutazione della Bal-
bta . Ili
Quartetti di Volta di Ballata . xf7
Quartetto > concento di Capitolo.
Quartetto di Canzone nella Fronte
compolla , or di tre rime , or di '
quattro . iqi.io»
Quai tetto nella Fronte femplice del-
h Canzone . _ _ L21
Qtiarcecti d’ Inni Latino-Tofcani .
Quartetto di Madrigale . aoz
Quartetti di Sonetto come s’accor-
diix) . •/-•Il
Quartetti di eompofizione fimile al
Sonetto .
Èue' per Quegli . 346
Quinario di Canzone nella Fronte..»
femplice . is£
Qmnarj di Canzone come s’ accor-
d ino nella Fronte comporta . 12±
Qmnario di Ballata nella Riprefa *
^i quanti , e quali verfi , e confi>-
nanze . a48.z49.afo
Quinario nella Volta . aj?
Quinario non fi riceve nella Muta-
zione . ii4
Quiftione , Se ropere in verfi di Agri-
coltura , di Filol'ofia , di Medici- ■
na , ed altre aiti fieno poefia ) 4
Quiltione> Se 1’ Ariollo fia Poeta
Eroico » o Epico almeno ? a£
Quiftione » Chi delli più meraviglia,
1’ Eroico , o’I Tragico f 41
Quali fieno primi autori della Sce-
nica t IXrrici « o Ateniefi f 21
Quiftione, Se le Tragiche pertur-
bazioni abbattano, o aumentino
le pafTioni dell’animo , con le opi-
nioni contrarie di Arinotele , e
di Platone . ^ 2J_
Quid ione , Se i buoni non s’ intro-
ducono a patire in Teatro, per-
chè la morte di Macaria innocen-
O o o a te
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T A V O L A
te faiv.-iiilb fuiTe imrodotu da
Eiiripijc t gj
Quilhon? ) Se non è Tragico il ma-
le, che dal nimico ci viene , come
appo turipide , Refo , c l'intelici
Troiane il Greco lor nimico ad
infelicità condulTe i Si
Quiftione , Se l;^voIa di iin modo
è più bella della Doppia , perchè
il modo tenuto nella Ifigenia.»
Taiirica è riputato il migliore? ^
Quifiione^ , Se J*bcuba, Tragedia
di Euripide > lia di un modo , o
Dopiua ? Ji
Quiilione , Qual fia l’Ecuba , Sem*
plice ,o Compofta? 8z
Qiiifliotie , Qual Recitante fia il
principale; o chi piu peribne rap^
prefenu , o chi quella , eh’ è di
più fatica « ed opera .
Quiilione , Perchè le Donzelle ap*.
parifeano ntlla Tragedia , nella
Commedia nò >
Quiilione , Perchè le maritate fieno
nella Commedia onefle , nella
Trag^ia eziandio impudiche i 119
Perchè J ve«hi s’ innamorino nella
Commedia , nella Tragedia nò f 119
Quiilione , Se fi devono introdm-
vrechi innamorati , o nò ? no
Quilliqne,_ Se è_ lecito a Recitanti
Scenici il dirizzar he parole a li-
guardanti ? i_i2
Quiilione, Se la Commedia fi debba
ItTiyere in profa , o in verfi ? 66
Quiilione, Se manchino lettere all’
AlfàbetO jOnò’, trovandoli nella
pronunzia più fuoni , che lettere » iS3
Se Quiilione , Se altre fieno le parole
del yerfo , da quelle della profa ? jti
Quiilione , Se fia lecito ufir voci
non ufaredal Boccaccio, Petrar-
ca , o altri antichi l né
R
U , CONSONANTE di qualej
IX. fnonofia . ipi
Radoppiace parole , figura ,
Kidiiranza , ^ura . 402.
Ra:jionamei>ti, parte Scenica , zè
Come i Ragionamenti s’ incrodu-
celiero irella Scenica . 73
Rigionameiui quali verfi ricerchi-
iM . 160
Ripl>reie!itatiot>i Scenica quanto tem-
po ricerchi . u
Rapprelentazione Tragica del mlfe-
rabile , e dello fpaventevole , co-
me fi faccia per l’udita, o per la
villa ?
Rapprefentazione Comica quali co-
fe rechi al coletto , quali all’udi-
ta •
lai
Come fi rapprefentfno in Scena le
cofe fatte dentro .
Recare innanzi a gli occhi , figura .
Recitante ufa atti , e p arde conformi
all’ affetto .
Recitanti prima iifcivano col volto
tinto , poi cominciarono ad uiar
la marcherà.
Recitanti Tragici come vediti .
Recitante principale qual fia .
Recitante che parte abbia nella.»
Canzone Epodica , c Proodica .
Recitanti quante volte elcano.
Se finito l*Atto rimanga alcun Re-
citante in Scena .
Kecitance non parla mai co’ rigtiar-
dantr , fe non tal volta come a’
cittadini .
Religione diverA non muta la forma
della Poefia .
Riconofeimento di perfone , e cofe ;
fenza vicenda , e con vicenda-j ;
fenza arte , o a; tificio.'b .
Quali Riconofcimenci fieno i più
degni .
Riconofeimento tifila Trag-dia.
Riconofeenza nella Commedia .
Riconofcimciico come fi rapprefen-
ti .
Quali fieno vere Riconofeenze .
Riferir le feguenti alle anteeedenti , fi-
, Rura.
Rilufare , figma .
Rime propiamente fono i verfi Tp.
fcani interi , che hanno le Coniò-
ninze ; non le ultime voci fole .
Origine delb voce Rtwe .
Quanto fia notabile il concento del-
le Rime .
Rime iK>n fi richiedono alta Com-
media .
Rime di Coppia , Terzetto , Quar-
tetto , Quinario , Scnario , e Set-
tenario; con quale artificio fi tef-
fa nella Sirima della Canzone .
Rima fcompagiiata , quando fi rice-
va nella Fronte , o nella Sirimxj
della Canaoue .
Rima ri;>crcofia . Vedi, RipercolTa,
Rime
UT
ISA
91
SI
2Z
loj
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Hi
Hi
160
fi
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LU
IZT
IZ
414
401
IS6
357
357
70
»ia
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Rime tipetite non fi concedono fen*
ta necelficà.
Rime di particelle medefime come
fieno ripecice.
Rime di fcriccura differenti , ma di
un medefimo fuono : come di Smt-
mfy c Sono ; Brrtrt , e C««re •
Rime ufacc da’ Poeti antichi di; Pefft
con Metta: SmttBa con Tento: An-
aùU con BatU: Vtrinde con Prodi'.
efimili. ."I
Rimovimento di colpa , firara .
Rimover l’ udicor dalla cola propolla «
figura .
Ringraziare > figura colliimata .
Riparlamento del Coro .
RipercolTa di Rime nelle Canzoni ,
dove fi ufi .
Perché fi feccia la Ripercofla l
Ripercolla nella Rìprefa > a Muta-
le zione della Ballata . Ili
RipercolTa nella Wlca della Ballata, atil
Ripetizione di Rime- vietata . _ 114
Rij^cizione di Rime artificiofa di
Dante con cinque voci in vari mo*
di i e con tante Ihuize , quante-»
voci. laj.xatf
Quali Kipemioni di Rime fieno vi*
ziofe . ax7
Ripetizione di Verbi ufata dalPe*
trarca > ma non di nomi nelle Ri-
me . *12
Ripetizione di Rime delle medefi-
me particelle ufera dal Petrarca
ne' Sonetti ; ma non nelle Can-
toni . 1*1
Ripetizionedi numeri nella Fronte,
e Sirima . *3?
Che i numeri più grandi non fi ri-
petono ; ma fi accompagnano co*
minori . _ _ *3?
Ripetizione di voci ne’concenti. __ 337
Ripetizione di una cofa in più
modi . 381
Ripetizionedi parole, figura . 40»
Ripetere con alcuna imitazione. 4^
Ripetizione con altre figure . 403
Riprendere , modo di motteggiare . 141
Riprender nTuTando , figura . éU
Riprenfione , figura pafTIonevoIe . 3^
Rìprefa , prima parte di Ballata , di
quali , e quanti veri! . 142
Quali fieno le confonaiize , e con-
centi nella Riprefa , co’ vari mo-
di di Coppie, Tenerti , Quar-
tetci,Qninar} , f Senar}. *49
Rifo dal motteggiare . U*
RjTpondere alle parole , non al fen-
rimeiito . tjd
Rifponder figurato di molti modi . 390
Rifpondete a fe ftefio , figura . 4i4
Ritorcer di colpa nel motteggiare . lì*
Ritorcer la colpa , figura . |7^
Ritorno , figura . 374
Rivolta del Coro. i34
Rivolu ne* Sonetti i - *4t
Rivolgere il dire, figurai J9f
Rivolgimento nel parlare • T18
Komaiizatori non fono propiamen-
te , nè Epici , nc Eroici . I4
Romauzacore è Epifodico . 3I
Romanzo che voce ha , e donde ve-
nuta . aC
Romanzo coma dillereute doli*
Eroico . *2
Romanzo viziofo nel foggetto va-
rio . • IZ
Romanzo viziofi) nella difpofizione. 31
Romanzo quanto fia imperfetto da
fe , ma lodato per la vercù dell’
Ariollo . 3»
Ruffiano , e ruffiana , introdotti nella
Commedia . IIP
s
, CONSONANTE , dì vari fuo-
ni . *21
S , Confonante che fòrza abbia .
Salmi di David , poefia Lirica . 17*
Salmi di David fetei Tofeani dal
Minturno . 17*.454
Saltare premiato col vino . 23
Satira venuta da’ Fallici . 7i
Satira Scenica , pura , Comica,
Tragica • lAt
Satira Tragica , e fila origine . lAi
Satira Tragica che cofa fia , _ 1^
Precetti da cortn>orre la Satira Tra-
gica , e quali perfone riceva . 163
Satiri , eSileni , e lor maniere . 161
Satira Epica , con quanta libertà mor-
delle . , »2J
Quale fia Materia , fine, ed oficlo
di Satira. I7i
Che cofa fia la Satira . *2»
Come la Satira fia differente dal
]ambico . _ *2*
Qual modo tenne Orazio nella Sa-
tira , *2i
Qual modo tenne Perfio < c Giove-
nalc .... . Ili
Parti eflenziali di Satira , Afletn ,
Stile,
DI MEMORABILI
**l
*M
*28
300
Ili
396
396
iff
U1
*1*
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T A V .
Stile , Di'erdlioat , Membra , e
Modo. i7f
Proemio di Satira , e come 1* Infi*
niiauone le conrenga . 126
Con qual verfo fi Icriva la Satira . ^
Satirico poeu come ufi le fenten*
ae . ^
Scala di parole , figura . ^
Scelta di parole quale fia . jqi.iu
Come (la ripoifa nell' arbitrio dello
rcntcore moderato da preoetti . ^
Scena che cofa fia .
Scene dette Epilodj . p9
Scene quante comprelè da un'Atto.
104
ifo
i
fii
4
Come le Scene fi diilinguano .
Scene luoghi di Recitanti .
Scenica , fpecie di Poefia .
Che cola Ha •
duali linimenti ufi la Scenica .'
Qual modo di narrare ufi la Sceni*
ca .
Qiianre fpKie abbia .
Che materia tratti .
Quanto tempo abbracci col fogget*
to .
Quai veri! convengano alla Sceni*
,^ca . 70.1.08
Quanto tempo ricerchi nella rap*
prefentazione .
Come il genere Scenico confifia nel-
le file Ipecic .
Che pai ti abbia cfiènziali , ed acci-
dciuali .
Scenica accreliciuta con introdiirvifi
i Ragionamenti .
Scenica come folle prima pofiatuc*
ca nel Coro .
Schernire con varie maniere •
Scientia è de’ pochi > ma l’ ulb è del
Vulgo . *9f
Scioglimento di favola che cofafia. 44Ìgp
Quando nello Scioglimento s'intro-
ducano gl' Iddii .
Come nello Scioglimento non ab*
biano luogo j prodi^.
Scontro , ed Apritiira di Vocali in_>
una voce , in diverfe , e nel fine..*
deir antecedente col principio
del feguence . j as.jxj
Scontro delle Confonaiui in una , e
diverfe voci .
Scoiicto di lettere , e fillabe , come
taccia vari concenti •
oconveiicvolezaa da fuggirli nel Oc*
. • . 42
ocrictori di Canti , c d' ium' -
66f
71
ZI
ZI
ZI
Zi
Zi
14*
8a
SZ
44
il
Jf
«
OCA
Scrittori di Scòria , odi alcun’arra
in verfi * quali Poeti fieno . 4
Scrittori d’ Achilleida , Eiacleida •
Tefedia , biafimaci . u
Scrittori di Commedie in prqlà , ri-
Scrivere fi dee , come fi pronunzia . ^
Scrivere fi dee , come i docci y ma
Pfulare comunalmente . lu
Scrittura de’ Latini talvolta difie*
reiKe dalb pronunzia .j
Sdteno Paillone.
Come lo Sd^io fia difierentc dall*
Invidia .
Quali cagioni di Sdegno.
Quali peilbne prendano Sdegno .
Sdegiw nxifio da perlboe vcrtuofe.^
aitlitte . 24
Sdegnarli , figura palfionevole . tir
Sdrucciolo verlò limile allo A napelli*
co . 109
Sdrucciolo perchè fia paliorale A 441
Secolari giuochi in laude di Apollo, e
Diana . iz»
Seguir colè contrarie , figura . «og
Selva fpecie di poema da efercicarlì . 449
Seoario di Ballata nella Riprela di
quali veifi , e di quali concenti fi
^Cia . 149.140
Senario non è ricevuto nella Muta-
zione della Ballau .
Senario nella Volta della Ballata . 142
Seiurj di Canzooe come s’ accordi-
no nella Fronte oompolla . 194
Senarj di Sellina , così di ilanze, co-
me divelli. Ili
Senai j d’inni Latino- Tofeaoi . ifil
Scnceiiza che cofa fia . 181
Sentenze come lieiio principi , o
concliifioni degli argoirenu • 1^
Sentenze quali fi pongano con la ra-
gione , e quali lènza . 184
Sentenze come ftieno bene agli at-
tempati . 184
Sentenze quali fieno ulace per co- ‘
munì . , *>♦
Come all'accettate Sentenze ruma-
no aflfetto lì contrapponga . 184
Quali Sentenze fieno reali , operlo-
nali { quali intellettuali , o mora-
li ; quali acute , argute , o gravi .
omele Sentenze conformanli all’
*81
Come
opinione. >87
Qual poeta più ufi le Sentenze . , »8r
C^e le Sentenze s'interpongano iti
colè nuove , e inopinate . xtA
, Sen-
Se^
S<
s
St
s,
s.
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Smumento del dire , pane di Epica . 1 1
Semimciico delle giiinciire> e meni*
^1 le pm voice fi finifee con la
j^ppia , o Terzetto , o Quarcet-
Servo come laudato lObijfimato nella ^ ^
Commedia. ,,,
Servo quale s’introduca nella Com-
media . |»J l.O
Servente^fe jO Capitolo, Compofizio-
ne Epica .
^®-C®n«derato per muovere eli Af- ^
Serto confiderato nel dicevole de’co-
jmmi . -
^*"*®"* di Rime ripetite
obbliqiiamente .
Serti na prefe il nome dal Senario de*
verfi. e delle À^izce ttt
aCJnzj finale dì Seftina dì tre verfi
„
Come I* ultima voce tal volta fi mii-
0.!V ° *” lenificato . XJ6
Qua materia di Scrtina .
Calale fide , e modo di Seffina . »i7
^*ficìo ^ ” Canaoilc col fuo arti-
Settenario in quali numeri minori fi
riiolva • jjg
Settenario d’ Inni Latino-Tolcani . ado
Sfacciataggine pafiione . " • •
Siciliani apti.
Significazione di animo benigno » fi-
ffura coftumata . »8y
Significare il difiderio tacendo , fi-
_.gura.
Si|nificareoiù di quello , fi dice .
Srtl^hecomeficompotigano .
Sillabe come diano il Tuono alle pa-
role .
Sillaba breve , e lunga di che tempo
,fia. .
Sillaba Inchinata é più lunga dell*
Acuta ,• e i^Aciita della Grave. jg<
D> quante fillabe fia la più lunga
voce del verfo . ^
^‘5?- '?•'?* narrare . io
Similitudine nel motteggiare, ijj.
*40* l-l
Similitudine di cafo , e fine , figura . 400
fiS' '"■«»* *»» MJ dil-
Sineedgehe di più modi i ^4
DI MEMORABILI.
Sinerefi delle Vocali .
Sinonimia , ornamento di piò parole
diunacofa.
Sinonimia nel motteggiare . Ut
Sinonimia foverchia da fiiggiril . ajo
Sirima è parte di Canzone d iviù . 187
Sirima quando fia maggiore , o mi-
nore della Fronte . i8S
Qual verfo della Sirima rifponda ad
slcuiio ddlài pronte»
Sirima nel fine quali vvrfi ricerchi. »ij
Sinma Comporta qual fia . ,9^
Sirima di due Terzetti . 19$. 199.100
Sinma di due Quartetti . 197
&rimi di due Quinarj. 107.101
Quali numeri portano ripeterfi nel-
la Sinma . ,}.
Regola per comporre la Sifima-i
Comporta .
^'^ìp^Semplice come fi certa , aoi
Di Coppie con altri numeri . lea
Di Terzcttuoli . 10^
Di Terzetti con altri numeri • xof
Di Quartetti foli . 109
Di Quartetto con altri numeri; no
Di Quinario . 1 ] j.i, ^
Dì Senario. iti.iii
Di C^inario , c Senario ; "ni
Quale artificio fia da fervarfi nella
Coppia, Terzetto, ed altri nu-
meri , de* quali la femplice Sirima
fi compone • M J
Come fi rifolvano i numeri maggio-
ri ne’ minori .
In qiMnti modi fi adatti il primo
. verfo della femplice Sirima . 118
Sinma ne’Sonetti . 1. •
Soavità , virtù di narrare» n
yave forma di dire . 418
^nerenza , figura cortiimata . a<j7
^ggetto Epico come fia uno . 10
Soggetto Tragico qual fia. 78
Come difficilmente fi muti . 78
Come dato da pochi . 79
Soggetto Comico fia nuovo , 0 tradoi-
to di altra lineila . 114
Soggetto del Ciclope di Euripide . ifiz
Soletto del Pinco Commedia , di-
ftinco in favola , ed EpifodJ . ii*
Aggetto dell’ Antigone . 7y
^ggetto dcll’^ndria di Terenzio , 116
Aggetto di Orazio, e di Alceo, 171
Soggetto di Sceficoro , Simoiiids,
Pindaro , David . 171
Aggetto del Petrarca . 17»
Soggetto dell’Uiada , c dell* Odiffea . 1 1
Sos-
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T A V
Sogg«to dell’ Eiieida T ix,i6
Sosgettode' Trionfi del Petrarca . jó
i^'gecto delle Terze rime di Dance , ig
Sogeo^gnere alia cofa propoila più
cagioni , figura . 41J
Somiglianza richieda ne’colliimi.4fi.
r
Somiglianu nel motteggiare .
Sommeifa , e modella forma di dire . 419
Sonetto perchi così deao . 170.1*0
Sonetto che cola fia .
Sonetto in che Ila differente dall*
. bpigramma . aio.***
Somiglianza tra'l Sonetto, e la Can-
zone . ^
Differenzi tra ’l Sonetto , e la Can-
Che parti abbia il Sonetto . _ 1^
Cerne li accordino i Quartetti del
Sonetto di due rime . ^
Come fi accordino i Terzetti del So-
netto or di due , or di tre rime .
Che le tinte de' Terzetti del Sonetto
' fono il più altre da quelle de’
Quartetti . zii
Di quali veri! fi teda il Sonetto . z*t
Sonetti del Petrarca draboccati dall’
■ Ira contra la corte di Auigno-
ne . LZl. . . Hi
Maniere de’ Sonetti ufui dagli an-
tichi , Semplici f Midi , Doppi ,
Ondati, Continui^ Tornellati,
Incatenaci
, Kipctici . Retrogra-
, Sdruccioli , midi di
vane lingue. BZ
Sottile , ed acuta fórma di dire . 4ì!f
Sottometterli , figura paflioiievale , MI
Spagnuoli vantatoti . 112
Spavento con picca modo dal Tragico
Spaventevole (oggeuo di Tragedia, z#
Spondeo piede come poda formarli da’
Tofcaiii
Sprone « figura padionevole .
Stanza di Canone •
Stante Continue , o Divife*
Membri di Stanza , Fronte , e Sin-
ma ,
top
l»i
iM
ili
lìl
Stanze della Canzone quale abicu-
dioc abbiano con la prima nelle-f
parti , m ifura , numero, rime.
Stanza ultima della Onzone detta
Commiato . . HI
Stanze della Canzone di quanti ver-
fi fieno . j ^
Che la danza della Onzone non ha
meno di nove , nè piu di 14. t ma
comunalmente da lL fìn’a itf, in
Stanze della Sedina . m
Stanze di Ottava rima , e loro eccel-
lenza .
Scile di due maniere . ^
Scile tardo, e diligente è più lodato. 449
Scile di Onzone . iJx
Scile di Commedia . ijo
Scile di Elegia- ^
Scile vario di Epigrammi. ifia
Stilemi Erottola .
Stile di Satira . ^
Stile di Sedina . yj
Scoriciucili a Porti. ^
Come lo Storico da differente dai
c **“*'“• ’j.,, r Ì2A1U19
Strumenti di Poefia . %
Strumeiiu di Epica . |
Scriimeiici di Scenica • 9
Strumenti di Melica . (
Strumenti poetici come deiio na.
curali . t
Strumento , circondanzt di nar-
• razione . la
Studio, circondanza di wrfoiia . ai
Studio confideraco nelle paflìoni . yp
Suocera quale iiitroducafi nelle Com-
medie . Il*
Suono conveniente al Coro Tragico, io»
Suoni vai ; di Verfi per vari feontri . jz»
Supplicazione , figura paffioiievole. gl»
T
T .CONSONANTE di varifnoè
ni. zpi
Tacere , modo di motteteiare . H7
Tardità, e Velociti del vetfb, donde
ittfca , as9
Teatro Scenico ii»
T^ani Càuetrieri . 36
Telefó con quale abito . , 97
Temperamanco di voci, di due fillabe
con altre di una , o più • 34*
Temi>cramento di numeri ,
Temperamento di Afprczza con_*
piacevolezza . 361
Tempo negli drumenti della poe ira , l
Tempo • circondaiiza di Narrazio-
ne. . t*
Tempo confideraco per muovere gli
Alletti , Oa
Tempo comprefo dal foggetto Epìcot la.
Tempo compiefo dal foggetto Sce-
nico . .21
Tempo dato alla rapprefentazipne
Scenica , 2Z
Tcm-
Ttirp
n
d
r
D.
I
D
Ttn
Tt;i
5
1
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DI MEMORABILI.
Tempo qual Ha nel mfo . ij
Teinpo piopiamence s’ attende nel
movimento tardo , o veloce ,• e_*
dove lì nota il tempo, quivi é Ar-
monia . _ jfs
Di quanto tempo fieno le Vocali
brovi , e le lunghe; Iole, o accom-
pagnate con coniqnanti . jfSf
Di quanto tempo fieno gli Accen-
ti . ..
Tereo Tragedia . xg
Terribile , e compaflionevole , perchè
fi moliri in Scena per Tudita , non
perla villa . 89
Terze Rime di Dante, Ipecie di Epi-
;uali perlone contengano . f
erzetti accordati per lei modi nel-
la Ironte delle danze • _ 189
Terzetti di Sonetti come s’ accordi-
. no . , Z44
Terzetti di Baliau nella Ripre-
ù. x49
Terzetti di Ballata nella Mutazio-
ne . »J4
Terzeui di Ballata itella Volta .
Terzetto di Madrigale . xtfx
Terzetti di Capitolo . _ i6S
TeleidajpoemaUel Boccaccio . jo
Tiibalea , maniera di ballo . 1 70
Titolo della Commedia . i;o
Tofeani Tragici quanto pochi . 7j
Tofeani Lirici come pollano imitar
Pindaro . _ i8x
Tofeani in qual modo debbano imi-
tarli . 441
Tradurre di altra lingua è lodato . 114.449
Tradiicendo Commedie, fi deono
accomodare all’etii nollra .
Tragedia, Ipecie di Scenica.
Che cola ha la 1 ragedia .
Come la Tragedia infegn: I* umana
condizione .
Come la 1 ragedia muova a meravi-
glia con ifpavenco , c ^'età . _
Qual fine fi proponga la Tragedia .
Come faccianfi di una mede/ima fac-
cenda molte Tragedie , variando
nomi , ordine , modo. 8t E con_.
diflomigliaiite modo di Iciogliere,
e di legare .
Tragedie fatte di nuove favole .
.Tragedia milla di piu maniere da
quale fi nomini .
Tragedia non introduca vecchi in-
namorati .
114
f
74
76
76
77
91
81
J19
Tragedia Doppia come s'intenda . rtj
Tragedia quando ufi verfi di una, o
piu mai.iere; di undici , o d’altre
nllabe ; con rime , o fciolti . loS
Tragico poeta venuto dall' bpico . 9
Tragico talvolta truova cole nuove, xy
Tragico , ufando vaij nomi, riguar-
da tuttavia l' univerfale . J9
Tragici poeti biafimati da Arillof a-
ne . Ili
Tragico , quanto ufi le lèntenze . xij
Trafcorii mento del Coro che cola fia. 1
Quante parti abbia intero , quante
imperfetto. iJi-ifl
Quali verfi convengano allo Tra-
feorrimento . 160
Traslace parole quali fieno . jo8
Cagioni della T raslazione . }o8
Convenienza di Traslazione, e fi-
milittidine , e i luoghi di Trasla-
zione . _ J08
Manieie di Traslazione • joy.jio
L/lo di Traslazione . jio
Vizi di Traslazione . 911
Licenza de’Poeti nel TralpMcare. 9>a
Come fi continui la Traslazione. J14
Trattenimenti fuccefli nella nuuva..^
Commedia in vece del Coro. 79.IJ7
Trionfi del Petrarca che Ipecie di
Poefia . j
Qual modo di narrare vi fia . 6
Quali MiToiie contengano • 9
Quali Epifodi. Ij
Quale fia la fàvola , e quali gli Epi-
fodi . 36
Come efeirplo di meraviglia . 40
Come efemplo di peripezia . 4}
TrifTuio ufurpatore delle lettere ritro-
vate dall’ Accademia Senefe . 089
Trittongi di Vocali . aji
Trocheo piede come fi formi. 109
Trochei non ufàti dal Coro, quando
fi ferma . 100
Tumiiltuofe favole . i»f
Turbata forma di dire quando fi ufi ,
e come. 4jo
V
U, VOCALE di fuono languido, joi
V , Confuiiaute fenza figura-,
propia . xyx
Vaf'iti di parole nel motteggiare . 13 f
Ubbidenza , figura colluniata . 3H6
Uditori , confiderati nel decoro . 4x9
Veichio come lodato, obiafimaco nel-
la Commedia ut
P P p Vec»
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TAVOLA
VoccTiì Comici di qiiai coftumi . 1 16
Vecchi innamoraci , e ftiocclu , intro-
dotti nelle Commedie , no
Vecchi Comici con gli efempli . ii3
A Vecchi qiial pailaie convenga • 416
Verbo notabile pollo ora nel hoc , ora
nel principio . 549
Vera tórma di dire . 440
Vergogna , paffione . 56
Venlìmilitudine vertù del narrare . la
Verilimile nel delcrivere gli Alletti. 96
Vetilìmile nelle faccende Còmiche . 114
Verli Tofeani interi di undici, erot-
ti di fette , ulati dal Petrarca , 6S
Verli Tofeani nuovamente trovati
dalle Conlonantc ufate dal Petrar-
ca, di Tre lillalx , e di Otto ; di
Cinque , e di Sei ; di Sette, c di
Qliatrro . 6)
Verfo di nove lillabe trovato dalla.»
manieradegli Accenti. 69
Verfodi dodici fillabe trovato dagli
Spagnuoli. 70
Verfo di dodici lillabe con l’accento
nella pennl.ima , non ufato da^
Tofeani antichi . j49
Verli di lillabe pari , o difpari . 185
Quali verli fieno ricevuti , e quali
fieiio i migliori . 186
Verlò di ciafeuna fpecie in qual fil-
laba convenga aver l’accento . j6o
Come ogni verfo polla crelcere , o
mancare di fillaliaper l’aeccoto .
Jt9- ancorché non crefea, nt.»
manchi di terr^ . 70
Verfo fi può telfer tutto di voci di
due fillabe .
Verfo di tre voci folamente . 366
Verli quali Volubili , Velociflìmi ,
Gravi , Grav iflìmi . ì6 r
Vei fi quali molli , o afpri • 70
.Verli di poco polfo per la continua»
alone di più voci lunghe nel filo
principio, oline. 343
Verfi Iciol.ti, o legati da Confonan-
ae di Rime. 3Jd
Che ’l verfo fciolto da’ Confonan»e
ricerca maggior legame di niime-
li . 333. H qiiai legami , numeri ,
ed ornamenti fieno richielli ne’
verfi fciolti . 371
Verfi III parte fciolti da’ numeri ove
lì l’ermettano .. 361
Verlo Sdrucciolo di parole, che han.
no l’ accento nell’ ante penultima . 340
E come fia fimile all’ Anapellico .
109. E non atto alla Commedia 1 (7
Verfo Intercalare . 407
Verfo Saffico Tofeano . . 341
Verfi di tre fillabe , c di cinque , che
fono come parte degl’ interi per
ripercotere la Rima .. uo
Verfi co' piedi fomiglianti a’ Latini ,
e Greci , come polTaiio fervarfi da
Tolcani. lopiio
Verfi Anapellici , Jambici , Trocaici
ufati dagli antichi Comici . 160
Verfi Tofeani quali ri/poiidaiio jlj
quelli degli antichi . 160
Quali Verli fieno atti a Scenici Ra-
gionamenti . 7»
Qual Verfo convenga alla Canto-
ne . i86.*M
Quali Verfi fieno atti alla Comme-
dia .
Quali Verfi convengano alla Satira .
Che’I Verfo Tofeano è così atto all'
Eroico , come il Greco , e 'I La-
tino .
Vi or d’iina , or di due fillabe .
Virtù del Dire.
Viitu del Prùicipio .
Virtù della Narratione.
Virtù della Difpofitioiie poetica . .
Virtù di Efenna , in quanto femmi-
na , e mogliere .
Virtù di Sei vo . ....
Vittoria di jerone ne’ «iuochi Olimpi-
ci , celebrata da P.nJaro .
Vittoria di Carlo V, l'i'P- celebrata
dal Miri’uriio .
Viaio di Principio .
Vizio di Prologo .
Vizio di Pocm.i per viluppo .
Vizio nel Decoro .
Vi'io rapprefeiitato , per infegiiare
a fuggirli. _
Vizio di Motti .
Vizio , foggetto di Motteggiare .
Vizi di Traslazione .
Vizio di Concento per troppo voci
d’ un fimil fine giunte iiifieme .
Vìzi di Compolizioiie .
Vizio nel parlar de’ giovani , e de’
vecchi .
Vizio di parlar gonfio .
Vizio iieirammeiiUare i Poemi.
Umana enndizione qual fia .
Quanto vaglia nel coniòlare .
Umile materia qual fia .
Umil preghiera, figura cofiumara.
Umile foi ma di dire , Ipecie della
7»
*7tf
31
»90
iSz
17
14
3»
48
«83
184
17
98
13
49
1x0
»3«
133
ili
347
350
41Ò
4*1.
430
76
77
3^S
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DI MEMORABILI.
4J8
184
39
190
Z89
coflumicj ^
Univerfalc nelle fencenze.
t/ni verl.ilc coiiliJerato dal Fosca nel
tintele 1 nomi .
Uo Uittongo .
Vocali , quante , e quali fieno ,
Come alcune Vocali or feparate , or
congiunte fi pronunziano . apo
Quali Vocali abbiano Tuono grande,
o lieve. jo,
Come le Vocali fieno congiunte, o
divifein una ftelTa voce. jia
Come le Vocali ellrcnie indiverfe
voci cedano l’una alTalcra . jij
Che le Vocali con i’ apricura rendo-
no più grave il fiiono. jtj
Come le \'oca li fi fcontrino nel fine
dell' antec^ence verfo col prin-
cipio del légnente . jij
Di quali Vocali l’ apr/tura fia più
numerofa .
L’ultima Vocale in quali parole fi
polla perdere ,
Voci Frettolofe quali fieno .
Voci Tarde convenienti al Coro,
quando fi ferma .
Voci dnbbiofenel motteggiare.
Voci raddoppiate , c ripetite nel
motteggiare . IP7
Voci conipofie di medefime fillabe
come fieno di verfe , e llefle , o di
più fignificaci , o di un medefinio . aaj
Voci Strepitofe , Piangevoli . Soa-
vi 1 Umili , con eli efempii . _ 3x5
Voci quali tardino il Verfo , e quali
il facciano veloce . 340
Voce ultima del Verlb qual’efier
debba . _ , 34^
Voce di tre fillabe, che comincia da
- Vocale , è più fonora , che quella
di due . 34/
Voci di fette fillabe qual luogo tenga-
no nel veifo . 34t
Voci di due fillabe come fieno atte a
compor tutto il verfo . 343
Voci Accorciate , e cvntrane , quale
3*3
5*4
100
100
«34
accento ricevano . j4j
Voci come fi ulino con tempera-
mento . jgy
Voci come fi tifino fenza tempera-
oisnco , ma conlornii alla materia.'
cioè , afpre in fjggetto duro , e
molli in loggetto foave . 366
Volgerli dintorno ad una cofa in più
modi, figura. 381
Volta del Coro . 154
Volta ne* inetti . i4>*
Volta di Ballata • 147
T’cltadi Ballata di quinti, e quali
verfi fia . ijj
II] quanti modi fi adatti il primo
verfo della Volta . xjj
Qual fia la Volta , fe la Riprefa è
di Coppia , Terzetto , Quartetto,
Quinario , Sellarlo .
Quando, e dove fi faccia ripercofla
di rima nella Volta . 158
Due Volte continue dopo la Muta-
zione ultima .
Dillereiiza tra Dante , e Cino nell*
accordar le Volte . adì
Volubile forma di dire come fi faccia . 437
Voto , figura paflionevole . 381
Ufeita , parte Scenica . 71
l/fcita della Commedia. 157
Ufeita del Lirico. i8a
Ufo è del Vulgo.
X
X, Valea appo gli antichi in vece
diCS,overodi GS. 1513
A , appo noi vale per S fcmplice ,
o doppio . aP4
Y
Y, Sbandito dell’ Alfabeto da al-
cuni Moderni . 193
Y , quando fi debba ulàre. X94
z
Z, Confdnante di vari filoni , 193
Zeufi pittore. is
IL FINE.
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IL MINTURNO A’ LETTORI.
L Ettori miei gentilijfmi , fe per avventura leggendo le mie Rime , nel
Commiato delC Epitalamio troverete non fervala la regola da me data
nel ter'^o libro di tjuefli ragionamenti , che nella Cincone > e in ciafcun' altra
compoft%ione rima niuna fi debba iterare , fe non dove C artifìcio il richiede ;
fiate certi , che i{uei ver fi non fono miei , ma del dotlijftmo Correttore, il
quale forfè offefo dalla voce Sega in vece di Segua, g// ammendò di quel mo-
do ; fumando , così effer più vago , e più leggiadro il fine della Ca»:^one, che
prima non era . Era prima di quefìa maniera ,
Ma cu Canzon mia nata
Novellamente , or prega ,
Che ’l mezzo , c ’l tìn si bel principio fega .
E benché dal Petrarca fia fiata ricevuta , cd ufata quella voce , come veder
potete nel Sonetto >
lo ho pregato Amore , c nel riprego ;
0 perchè fia della lingua Provengale dalla quale ha prefo la noflra favella
non una fola particella { o perchè la lettera U non impedifca la confonanxfi
in Seguo con Prego , ancorché renda il fuono più graffo ; ficome la voce
la fillaba innany alt ultima é più fonile in Ancide , che in Crede } nè pe-
rò toglie il concento t nondimeno, poiché sì nobile ingegno giudicò dover fi
quel fine ammendare , il Minturno fieffo t ammenda in quefio modo fenyi par-
tirfi punto da'Juoi precetti ,
Canzon novella , or prega ,
Che ’J mezzo , c ’l fìn per Torme
Del bel principio fegua a lui conforme .
E fe mai leggerete i miei Sonetti fpintuali , e le mie Canxoni fopra i Salmi
ftampate in Napoli , so , che tofio nella prima fianca della prima Can%pne
troverete un fanciullefco errore , il qual non so , fe per colpa di quel , che
t'opera trafcriffe, o dello Stampatore, o pur del Correttore fia commeffo. Tro-
verete quefii due ver fi di rima falfa :
Ond* egli cade si , che non fi leva ,
Per aver pace , d tregua .
Ma nel libro , il qual' è in mio potere in vece di quelli fono quefii :
Ma cade ; e per aver mai tregua , o pace
Non fi leva , anzi giace .
State fani : e prendete tutto a bene .
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